RIMANGO COPERTA, GRAZIE

A questo tweet di Selvaggia Lucarelli ho risposto, innocentemente, che essere a New York è comunque un’esperienza emozionante.
Ora, credo che questo pensiero sia condivisibile da molti. Ci vuole, tuttavia, una buona dose di malizia (o di coda di paglia?) per rispondere al mio tweet come fa un certo Simone Macchia, a me sconosciuto.

Ho forse detto qualcosa contro i gay e le loro manifestazioni? New York è forse una città meno bella, interessante o emozionante se non si partecipa a un gay pride? I 140 caratteri che Twitter ci mette a disposizione sono pochi, quindi bisogna essere sintetici. Ho espresso il mio punto di vista su una città che è meta dei sogni di milioni di persone, a prescindere dal fatto che Selvaggia Lucarelli si trovasse là, in occasione del gay pride, senza esprimere alcun giudizio sugli omosessuali. Ora, non vedo il motivo per cui io mi dovrei spogliare dalla mia mentalità retrograda e partecipare a un gay pride. La cosa non mi interessa, al di là della mentalità che secondo altri è retrograda. Anzi, devo dire che è proprio la mentalità di altri che mi urta e per questo, anche se avessi avuto una pur vaga intenzione di provare quel tipo di esperienza, la voglia mi è decisamente passata.

Però mi piacerebbe andare a New York. Posso dirlo?

POESIA (non si butta via niente)

PREMESSA
Oggi mi sono dedicata alle pulizie. No, non quelle che si fanno con straccetto e aspirapolvere. Ho eliminato un po’ di “roba” inutile nella casella di posta elettronica. Devo ammettere che ho anche barato: ho segnato come “letti” messaggi che in realtà mi ero ripromessa di leggere prima o poi. Ma quando si superano le 3000 mail non lette, ammetto che a me viene un po’ di angoscia. Purtroppo spesso si tratta di notifiche di post dei blog amici che avrei voluto effettivamente leggere, ma non ne ho avuto il tempo. Prometto che mi rifarò la prossima estate: decido fin d’ora che dedicherò una settimana a ciascuno degli amici, facendomi una scorpacciata di post non letti!
Sempre presa dalla frenesia delle pulizie di primavera (ormai quasi finita), sono passata al blog. Mi sono ritrovata tante di quelle bozze, post che non ricordavo nemmeno di aver iniziato …. e piantato là. Non è da me. L’incompiuto mi angoscia. Mentre scorro velocemente i titoli delle bozze, la mia curiosità è attratta da uno in particolare: “Poesia”. Apro l’editing ed ecco che qualcosa mi torna alla mente. Questo post staziona tra le bozze da più di un anno e mezzo. L’unica cosa che mi consola è che, se è vero che io ho lasciato tra le bozze il post, è anche vero che la blogger cui faccio riferimento non mi ha mai risposto… nemmeno agli altri commentatori.
Quindi, siccome non si butta via niente, eccovi il post e la mia… poesia. L’iniziativa non è male, potremmo rilanciarla. Le poetesse amiche – Ombreflessuose, Isabella Scotti, Diemme…- che ne dicono?
BUONA LETTURA!

Un po’ di tempo fa [ottobre 2014], una certa Stefania, a me sconosciuta, ha lasciato sul mio blog, commentando un post, un invito a passare dal suo dove avrei trovato una sorpresa.
Si trattava, in sintesi, di comporre un testo utilizzando cinque parole – silenzio guardai con tuttavia infinito – e traendo ispirazione dall’immagine che riporto qua sotto.

sera

L’idea mi piacque e di getto scrissi una poesia. Erano anni che non mi cimentavo con i versi e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal modo in cui le dita scorrevano velocemente sulla tastiera a comporre il testo. Certamente non è un capolavoro e lungi da me l’idea di definirmi poetessa. Però quello che scrivo, bello o brutto che sia, appartiene alla mia anima, per sempre. Non si butta, insomma.

Devo dire con rammarico che Stefania non ha pubblicato il mio testo, lasciato nello spazio dei commenti. Nemmeno gli altri ospiti, cui è stato concessa la pubblicazione delle composizioni, in versi e in prosa, hanno avuto miglior trattamento, dato che la promotrice dell’iniziativa – che si è pure preoccupata di lasciare il link al suo post in giro per il web, anche a dei perfetti sconosciuti – non ha risposto a nessun intervento.

Ecco dunque il mio testo. A voi l’ardua sentenza …

ASCOLTO NEL SILENZIO LE TUE PAROLE

Ascolto nel silenzio le tue parole
lievi
come fiocchi di neve
cullati dal vento.
Sento nel petto i battiti del cuore
forti
come cavalli al galoppo.
Ricordo il tuo sguardo
triste
mentre andavi via
come un ladro nella notte.
Ti guardai.
Hai rubato la mia anima,
dissi,
mentre parole bagnate di lacrime
con rabbia uscivano
dalla bocca orfana dei tuoi baci.
Ho scritto la parola fine
sulle pagine della nostra vita.
Non tornare, spettro dell’amore che fu.
Lasciami nel mio dolore,
svuotata
come una tazza di tè bevuta
fino all’ultima goccia.
Grido nel silenzio l’odio
infinito
che non si spegne
come candela al vento.
E continuo ad amarti,
tuttavia.

LIBRI: “SPLENDI PIU’ CHE PUOI” di SARA RATTARO

PREMESSA
Sara Rattaro è, a mio parere, una delle migliori penne che la narrativa contemporanea di casa nostra ci offre. Il successo dei suoi romanzi, decretato anche dal Premio Bancarella che le è stato assegnato nel 2015 per
Niente è come te, credo sia dovuto ai temi che l’autrice sceglie, mai banali e sempre di grande attualità. Dopo la crisi di coppia di Un uso qualunque di te e il tema scottante delle sottrazioni di minori da parte di uno dei coniugi, argomento trattato nel romanzo già citato, in Splendi più che puoi viene affrontato un altro “dramma moderno”, quello della violenza familiare.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, l’ultimo romanzo di successo: Splendi più che puoi.

Splendi più che puoi
Splendi più che puoi

LA TRAMA
La protagonista di Splendi più che puoi (Garzanti, 2016) è una giovane donna, Emma, che dopo una relazione durata dieci anni con un uomo molto più vecchio, Tommaso, incontra quello che crede essere l’amore della sua vita: Marco. Nell’arco di pochi mesi i due si sposano in gran segreto. Il matrimonio fin da subito non è ben visto dalla numerosa famiglia di lui, ricca e borghese, che nemmeno Emma riesce ad apprezzare. Fin dal momento della presentazione ufficiale in veste di moglie, la donna comprende che c’è qualcosa di oscuro in quella famiglia:

Mi vennero i brividi. Mi chiesi quante persone potessero esserci in quella sala e quante di loro, in quel momento, stessero sorridendo con gioia.
«Vi presento Emma!»
La porta davanti a me si spalancò e io mi trovai sul palcoscenico senza aver ripassato la parte.
Decine di occhi di tutte le età erano puntati su di me, sui miei vestiti, le mie pellicine tirate, il rossetto fuori luogo e la mia voglia di scappare. […]
Guardai una donna anziana avvicinarsi a noi.
«Emma, questa è mia madre.»
«Oh, signora, è un vero piacere fare la sua conoscenza, Marco mi parla così spesso di lei…»
«Io invece non l’ho mai sentita nominare ma a tutto ci deve essere una spiegazione…» (pag. 49 dell’edizione citata)

La suocera, in un discorso privato, cerca di mettere in guardia la giovane con una frase che sul momento ad Emma appare sibillina: Non ho paura di te, ho paura per te. Un avvertimento a diffidare di quel figlio che la madre stessa definisce un uomo complicato e che Emma conosce davvero poco.
L’inquietudine accompagna la protagonista per tutta la serata e anche in occasione di una festa che i due sposi decidono di organizzare per festeggiare le nozze già avvenute. Tutto appare sinistro, anche le parole dell’anziana nonna della protagonista:

«Oh Emma… ma come…»
«Nonna, ti prego. Devi essere contenta per me…»
«Contenta? E perché mai?» mi chiese. (ibidem, pag. 56)

Da quella sera inizia per Emma un lungo viaggio agli inferi, abitato da mostri come la vergogna, i sensi di colpa, la sensazione di inadeguatezza. Un nero vortice la inghiotte senza che lei possa far nulla per evitare il completo annientamento di sé, delle sue aspirazioni professionali, dei sogni di giovane sposa. Marco non è il marito che si era immaginata. Violento, non le risparmia critiche, la allontana dal lavoro, dagli affetti, la tiene segregata in casa e la comanda a bacchetta.
Il trasferimento forzato in uno sperduto paesino di montagna, nella casa di famiglia di Emma, non fa che accentuare la sua infelicità e l’incapacità di ribellarsi. Nemmeno la nascita della figlia Martina porta a un miglioramento della situazione. La giovane è schiava dell’uomo che credeva l’amasse e la volesse proteggere. Invece Marco è un inetto, un parassita, non lavora e, allo stesso tempo, non vuole che la sua donna riprenda la vecchia attività. Anche i risparmi si stanno esaurendo.

Emma capisce che la soluzione non può che essere la fuga. Ma nulla deve essere improvvisato. Suo marito è pazzo e capace di qualunque cosa, anche di fare del male alla bambina per punire lei:

Un giorno mi lasciò sola a casa. Avevamo finito la farina con la quale si ostinava a fare il pane e decise di andare a comprarla. Portò Martina con sé. Mi spiazzò. Perché aveva deciso di portarla? Mi chiesi se lo avesse fatto per impedirmi di scappare con mia figlia. Era giorno e sarei potuta uscire dalla porta di casa. Mi vennero i brividi. Ero io che iniziavo a pensare come lui o era lui a essere comodamente entrato nella mia testa? (idibem, pag. 108)

Non è facile chiedere aiuto, ancora più difficile è fidarsi di qualcuno. Una donna nelle sue condizioni inizia a diffidare di chiunque. Eppure Emma trova la forza di lanciare un grido che, tuttavia, non riesce a squarciare il velo di omertà che caratterizza la famiglia del marito. Loro sanno ma sono pronti a negare, ad addossare ogni responsabilità su di lei. Esattamente come Marco.
Chiamare in causa i suoi genitori è fuori discussione: non saprebbe come difenderli dalla furia del marito. L’unico che può davvero fare qualcosa per lei è Tommaso, il suo ex, che è pure un medico. Sarà lui a darle una mano, ma la progettazione della fuga in gran parte grava su di lei. In questo momento Emma, gracile e denutrita, scava nel suo animo ferito, privato ormai di ogni dignità, e nell’istinto di protezione tipico di una madre trova l’energia necessaria per difendere la figlia. Proprio lei, la stessa donna che non ha mai saputo proteggere se stessa.

Inizia per la protagonista una nuova vita in cui nulla sarà facile. L’importante è ricordarsi di splendere più che si può, come scrive l’autrice in una riflessione che conclude la narrazione:

Tutto questo viene comunemente chiamato guarigione, il nostro ritorno all’equilibrio e alla salute. Raramente però è accompagnato dalla dimenticanza. Ma non importa, perché l’unica cosa davvero importante è ricordarsi di splendere. Anche se il mondo, a volte, te lo impedisce, tu splendi. Splendi più che puoi. (ibidem, pag. 218)

***

I temi forti, come già scritto nella Premessa, piacciono all’autrice. Al centro dei suoi romanzi ci sono le dinamiche familiari complesse: il fragile equilibrio coniugale messo a dura prova da una tragedia, l’amore sconfinato per un figlio sottratto con la forza, la ricostruzione di un rapporto di coppia, destinato al fallimento, per amore di un figlio disabile (Non volare via).
Splendi più che puoi poteva andare oltre alla violenza domestica, trattare il femminicidio. Di questo l’autrice parla in poco più di una paginetta conclusiva, quando sulla storia di Emma è già calato il sipario, per lanciare un appello a tutte le donne che, come la protagonista, credono di poter “salvare” il loro carnefice, in nome di un amore che è sempre troppo: troppo poco (specie quello che si nutre per sé stessi), troppo esclusivo, tarlato da un’irragionevole gelosia, o troppo e basta. In ogni caso si tratta di una forma di amore malato che non si può curare con le proprie forze.

La narrazione in prima persona (Emma stessa è l’io-narrante) procede, come sempre nei romanzi dell’autrice ligure, su più piani.
L’inizio è in medias res e tratta il momento culminante della fuga di Emma. Nella parte che segue, un lungo flashback rievoca gli anni precedenti, che vanno dal 1990 al 1996, nel quale si colloca l’evento iniziale. Segue un lungo capitolo che tratta il “dopo”, ricostruendo il difficile cammino che Emma deve affrontare non solo per affrancarsi dalla schiavitù imposta dal marito, ma anche per proteggere la figlia, pur senza privarla del diritto di frequentare suo padre. Il romanzo si conclude con un salto temporale di 10 anni, tanti sono quelli necessari a terminare il lungo iter che scriverà definitivamente la parola fine sulla relazione malata. C’è, in queste poche pagine finali, un tacito invito ad essere felici, nonostante tutto, perché niente e nessuno può toglierci questo diritto.

La particolarità della scrittura di Sara Rattaro è, ancora una volta, quella di intervallare la narrazione con brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo, costume stilistico che, come già fatto notare nelle altre “recensioni”, può infastidire qualcuno. Personalmente, almeno in questo caso, le ho apprezzate, come anche i riferimenti legislativi che introducono le singole parti. A conferma che il diritto alla felicità non è qualcosa di personale e intimo, ma deriva dal rispetto della Legge e dalla sua corretta e tempestiva esecuzione. Cosa, purtroppo, non così scontata, come le cronache ci insegnano.

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