FECONDAZIONE ETEROLOGA: OVODONATRICI OPPURE OVOVENDITRICI?

fecondazione eterologa
Nonostante la fecondazione eterologa sia attualmente prevista dalla Legge italiana, mancano delle norme stabilite a livello centrale e le Regioni hanno la possibilità di orientarsi autonomamente. Questo per quanto riguarda, ad esempio, la gratuità o meno dell’intervento; infatti, il vuoto normativo porta alla discrezionalità e per questo crea delle discriminazioni nel caso in cui una coppia intenzionata a ricorrere alla fecondazione eterologa viva in una regione dove l’ASL chieda il pagamento di un ticket (orientativamente tra i 400 e i 600 euro, ma solo per coprire i costi degli esami necessari), come per qualsiasi prestazione sanitaria convenzionata.

Ma mentre la Regione Emilia-Romagna ha stabilito la gratuità dell’intervento, in Lombardia la fecondazione eterologa sarà possibile solo a pagamento: 4000 euro. Questi sono i due casi estremi, il che fa supporre che si assisterà al pendolarismo di coppie che, per risparmiare, si rivolgeranno ai centri in cui l’intervento è gratuito o quasi.

Al di là di quelli che sono i regolamenti regionali, la Legge in materia di fecondazione assistita eterologa stabilisce che ci debbano essere dei donatori di sperma e di ovociti. Pare, tuttavia, che in quanto ad ovociti, ci sia una carenza di donatrici.

Luigi Ripamonti, medico e responsabile di Corriere Salute, affronta questo problema sulle pagine del blog del Corriere.it “LA 27ESIMA ORA”. Un articolo interessante che invito a leggere interamente. Ne riporterò solo alcuni stralci.

Perché, dunque, in Italia non ci sono donatrici?

L’assenza di incentivi economici alla donazione (salvo aggirare l’ostacolo con «rimborsi» vari) e, secondo diversi osservatori, la mancanza di cultura della donazione di queste cellule (che richiede una stimolazione ovarica non del tutto priva di rischi).

Infatti, al contrario di quanto accade per la donazione di sperma che è possibile attraverso un’operazione naturale (a volte spiacevole, per alcuni uomini), le donatrici devono sottoporsi a delle terapie invasive.

A questo punto, Ripamonti pone degli interrogativi interessanti.

Per chi una donatrice dovrebbe sottoporsi a terapie invasive? La risposta più ovvia sarebbe per puro spirito di solidarietà, per offrire un personale contributo alla felicità di donne che non possono procreare.
Ma di quali donne stiamo parlando?

[…] donazione per chi? Per una donna di 35 anni in menopausa precoce? Per una devastata dall’endometriosi? Per una che ha avuto un tumore? Pare indiscutibile incoraggiare alla donazione in questi casi.

Promuovere la donazione gratuita per una donna che ha più di 45 anni e che, per libera e legittima scelta, ha deciso di ritardare il momento in cui avere figli?

Sono dei casi molto diversi. Nel primo, donare i propri ovuli sarebbe più che legittimo ma nel secondo?
Ripamonti ammette che per far felice una donna che, per puro capriccio, ha atteso troppo e i suoi ovuli sono ormai “scaduti”, potrebbe essere anche incoraggiata la “vendita” degli ovociti.

A questo punto sono io a porre un quesito: se fecondazione eterologa dev’essere, come si possono fare dei distinguo? Posto che sarei dell’idea di lasciare che a decidere sulla maternità sia la natura, mi chiedo perché mai, scarseggiando le donatrici, si dovrebbe regalare la felicità solo alle donne giovani malate. E’ come se fosse vietato dalla Legge far figli dopo i 45 anni …

Un’alternativa sarebbe quella di formare una lista d’attesa dando la precedenza alle donne più giovani e sterili per motivi non imputabili alla loro volontà. Ma non si può certo dire alle più mature, se vuoi un figlio ti devi comperare gli ovuli … cosa che comunque molte donne hanno fatto e continueranno a fare all’estero, nel caso di scarsa disponibilità da parte delle donatrici italiane.

Senza contare che Ripamonti prende in esame anche le conseguenze negative di un’eventuale “vendita” di ovociti:

[…] liberalizziamo la vendita degli ovociti? Oggi gli ovociti, domani un rene? Non è la stessa cosa, nel primo caso non ci sarebbe la perdita della possibilità di avere figli, nel secondo se «salta» il rene residuo c’è la dialisi. Però qualche timore di una deriva potrebbe esserci.

La terza via proposta da Ripamonti, per quanto concerne le donne che hanno intenzione di rimandare la maternità, è quella di mettere da parte gli ovuli per poterne disporre al momento ritenuto più adatto. Ma questa ipotesi si allontana dalla fecondazione eterologa, oggetto della mia riflessione.

Infine, mi sento di appoggiare la proposta che conclude l’articolo: insieme alla cultura della donazione si potrebbe cominciare a promuovere anche una cultura dell’accettazione.
Ecco, questo è il punto.

La maternità non è un diritto acquisito alla nascita. Se poi si ricorre alla fecondazione assistita perché è “scaduto il tempo”, trovo che sia un discorso egoistico che non mette in primo piano il bene del nascituro ma risponde ad un desiderio, quasi un capriccio, che poteva comunque essere esaudito nei tempi giusti.
Anche sull’eventuale conservazione di ovuli propri, avrei delle riserve, per lo stesso motivo. Se poi affrontiamo nello specifico il problema della fecondazione eterologa, ritengo che un’eventuale vendita di ovuli potrebbe dar luogo ad un mercato scandaloso dettato perlopiù dalla crisi attuale, soprattutto per ciò che riguarda la disoccupazione femminile.

La donazione deve rimanere tale, un gesto di solidarietà per venire incontro alle difficoltà altrui.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 15 NOVEMBRE 2014

E’ di oggi la notizia, riportata dal Corriere.it, che la Regione Lombardia è stata denunciata per aver imposto il pagamento della fecondazione eterologa.

Il ricorso è stato depositato ieri mattina al Tar di Milano. L’ha presentato la squadra di legali che – insieme all’associazione Sos Infertilità – ha già vinto davanti alla Corte costituzionale le due cause che hanno fatto cambiare radicalmente la legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita.

L’associazione Sos infertilità ha giustificato la presa di posizione in quanto impedire a una coppia affetta da sterilità o infertilità la possibilità di diventare genitori vuol dire ledere il loro diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione (che riguarda anche la salute psichica oltre che fisica). Secondo la Consulta, nel garantire questo diritto non ci possono essere discriminazioni economiche.

Da parte sua, la Regione Lombardia ha motivato la scelta di far pagare la fecondazione eterologa in quanto le cure non sono comprese nell’elenco nazionale dei trattamenti da coprire con la sanità pubblica. Ma l’intento è principalmente politico: «difendere la famiglia tradizionale».

A questo punto, mi chiedo cosa c’entri il diritto alla salute con una gravidanza cercata attraverso la fecondazione assistita. Forse una donna che non può procreare è malata?

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10 thoughts on “FECONDAZIONE ETEROLOGA: OVODONATRICI OPPURE OVOVENDITRICI?

  1. La maternità e la paternità non sono un diritto. Conosco molte coppie che non hanno potuto generare dei figli :alcuni hanno adottato; altri hanno riversato il loro affetto su nipoti o altri;altri hanno aumentato il loro amore reciproco.Trovo però comprensibile che si cerchi di ottenere un figlio con nuove tecniche; e va bene anche la fecondazione eterologa, se questa non crea problemi alla coppia; però non mi sento di biasimare donne che non vogliono donare ovociti ad un’altra donna e ritengo che il costo queste pratiche di fecondazione debba ricadere sugli interessati e non sulla collettività:non c’è una malattia da curare, bensì un desiderio(a volte egoistico) da realizzare

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  2. Beh, io non lo donerei mai. Forse per mia figlia lo farei, ma certo non per un estraneo, e questo non per egoismo, ma perché il figlio che nascerebbe da quell’ovulo sarebbe MIO figlio, e non sarei certo disposta a lasciarlo in giro per il mondo affidato a terzi.

    E che ci vuoi fare, come dice una mia collega (secondo me giovane e sprovveduta) io sono antica. (Non dice “all’antica”, dice proprio “antica”! 😉 ).

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  3. @ lilipi

    Concordo. Vedi aggiornamento del post (ricorso al Tar contro la Lombardia che impone il pagamento della prestazione)

    @ Diemme

    La penso esattamente come te. Non mi sento “antica”, semplicemente difendo i valori della famiglia. Ti immagini quanti fratelli/sorelle inizieranno a girare per l’Italia, ignorando di essere consanguinei?

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  4. Argomento molto complesso. Stiamo andando verso una società dove per molti i bambini sono sempre più un oggetto da possedere e mettere in mostra e per altri la paternità o la maternità naturale un business.

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  5. Per me non è tanto il fatto dei loro fratelli e sorelle sparsi per il mondo, ma per il fatto che ci sarebbero FIGLI MIEI sparsi per il mondo: io i figli miei li voglio qui, accanto a me, cresciuti da me, attaccati alla mia gonna, stretti al cuore!

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  6. @ Diemme

    Mi sembra una posizione molto equilibrata e aperta. Non viene messa in discussione la fecondazione eterologa – e questa mi sembra un’apertura notevole da parte dei rappresentanti della Chiesa – quanto il fatto che, non essendoci donatrici, ci sia il rischio concreto di una vera e propria compravendita di ovuli. E su questo mi pare che io e te siamo d’accordo con un bel NO!

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  7. Pingback: Pensieri di un embrione (di Lucio Maria Zappatore) | Diemme

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