LIBRI: “CIÒ CHE INFERNO NON È” di ALESSANDRO D’AVENIA

PREMESSA
Ho iniziato a leggere il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia con un po’ di apprensione dopo aver letto questo post dell’amico blogger frz40 che inizia con queste parole: «Se avete presente “Bianca come il latte, rossa come il sangue” o anche solo “Cose che nessuno sa“, beh, scordateveli: qui è tutta un’altra musica.»
Frz, riportando l’incipit del libro, faceva notare la scrittura barocca, arzigogolata, lontana da quella dei due romanzi precedenti.
Nel commentare questo post, dopo la lettura delle prime 100 pagine – letteralmente divorate – osservavo:
«In effetti concordo sulla scrittura un po’ troppo ampollosa, ricca di retorica, talvolta decisamente inutile perché ridondante. Ma poi tutto cambia perché è inevitabile, a parer mio, essere catturati dalla storia, bellissima nella sua crudezza.»
Ora posso dire che Ciò che inferno non è mi è piaciuto molto e ne consiglio davvero la lettura non solo a tutti quelli che amano lo stile del prof-scrittore ma anche a chi non lo conosce e non ha letto i suoi precedenti romanzi. [QUI il mio contributo su Bianca come il latte, rossa come il sangue]

L’AUTORE
D'AveniaAlessandro D’Avenia nasce a Palermo il 2 maggio 1977. Dal 1990 frequenta il liceo classico Vittorio Emanuele II. Qui incontra padre Pino Puglisi, suo insegnante di Religione, che gli ha ispirato la stesura del suo terzo romanzo, Ciò che inferno non è (Mondadori) edito ad ottobre 2014.

Terminato il liceo, frequenta la facoltà di Lettere classiche all’Università La Sapienza di Roma, dove si laurea nel 2000. Nel 2004 consegue il dottorato di ricerca in letteratura greca con specializzazione in Antropologia del mondo antico, terminandolo con una tesi sulle “sirene” in Omero e il loro rapporto con le Muse nel mondo antico. Nel frattempo insegna per tre anni nelle scuole medie e, terminato il dottorato, frequenta la scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, che gli consente di proseguire la carriera di docente di greco e latino al liceo.
Nel 2010 pubblica il romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue che presto diventa un successo internazionale, raggiungendo il milione di copie e diciannove traduzioni nel 2013. L’anno successivo vede la luce il secondo romanzo, Cose che nessuno sa, che rapidamente scala le classifiche di vendita.
Ciò che inferno non è, come già detto, è la terza fatica di D’Avenia.

ciò che inferno non è

LA TRAMA
Ciò che inferno non è è un’opera narrativa e come tale frutto di fantasia. Tuttavia D’Avenia non ha mai fatto mistero di quanto sia stata importante nella sua crescita e formazione la presenza di Padre Pino Puglisi – detto affettuosamente 3P -, il prete assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993, giorno del suo 56esimo compleanno. Il romanzo, ripercorrendo gli ultimi mesi di vita di Puglisi, allora parroco a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, trae spunto in parte dal fatto di cronaca – l’omicidio del sacerdote, appunto – e in parte è il frutto di una testimonianza diretta, quella del diciassettenne Federico, allievo di 3P, che non è difficile identificare con l’autore stesso.
Nel romanzo si intrecciano, dunque, cronaca, ricordi personali, fatti ispirati alla realtà, mescolati con elementi fittizi, a creare il tessuto narrativo del romanzo che possiamo definire autobiografico.

Le vicende narrate sono calate in uno scenario che vede protagonista la città di Palermo, con le sue viuzze di periferia e le ampie strade che percorrono il suo centro. Palermo – Tuttoporto (tale è, infatti, l’etimologia del nome, dal greco παν-όρμος (Panormos, “tutto-porto”) in quanto i due fiumi che la circondavano, il Kemonia e il Papireto, creavano un enorme approdo naturale) è una città in cui il mare ha un ruolo importante, con l’attività dei pescatori, le bancarelle, il vociare di venditori e clienti, con le sue spiagge, prima fra tutte Mondello, le cui sabbie ospitano democraticamente poveri e ricchi, gente onesta e criminali, vecchi e bambini. Perché Palermo è così, città dalle due facce e dai molti tentacoli, quelli del polpo che avvinghia, stritola e non lascia scampo. Città segnata da una ferita che ancora non è cicatrizzata, né lo sarà mai, procurata dalle recenti stragi di mafia perpetrate ai danni dei giudici Falcone e Borsellino.

C’è la Palermo bene, quella cui appartiene Federico, con la sua bella casa in centro, una famiglia benestante, le vacanze al mare, i viaggi studio all’estero, l’istruzione e la cultura che rende liberi. Un mondo dorato, almeno così sembra. Se non è paradiso ci assomiglia molto.
Poi c’è la Palermo di periferia, con i suoi palazzoni, la gente umile e ignorante che ritiene la cultura inutile, oltre che un lusso irraggiungibile. Uno dei luoghi dell’altra Palermo è Brancaccio, con le strade che nascondono agguati e il mare tanto lontano che nemmeno si vede. La gente che vi abita è senza scampo, almeno così crede. Bambini abituati a lottare con la violenza e la fame, a sfidare i pericoli e a dimostrare la forza in atti di crudeltà come prendere a calci e pugni animali indifesi. Destinati a cambiare, crescendo, le vittime prescelte, non più cani ma uomini. Tanto il sangue sempre quel colore ha.
Brancaccio, se inferno non è, ci assomiglia molto.

L’inferno ha una sua unità minima, uno stato molecolare identificabile: è l’interruzione del compimento, la compressione della vita, non la sua comprensione. Tutto ciò che la sporca, ferisce, chiude, interrompe, distrugge, e ogni possibile variazione sul tema dell’interruzione, è inferno. Per opporvisi occorre riparare, riannodare, restaurare, ricominciare, riconciliare…
Don Pino sa che l’inferno opera più efficacemente sulla carne tenera: i bambini. Bisogna difendere la loro anima prima che qualcuno gliela sfratti. Custodire ciò che hanno di più sacro. (pag. 114)

Quando i due mondi s’incontrano, sembra non esserci speranza per chi viola un territorio segnato. La Palermo bene deve rimanere al suo posto, a maggior ragione se vuole dimostrare di essere migliore. Così Federico, invitato a Brancaccio da Padre Puglisi, alla fine della scuola in quell’estate del 1993, deve fare i conti con la diffidenza, nella migliore delle circostanze, e con la violenza, nella peggiore.

Padre Pino chiede al ragazzo la sua collaborazione al centro da lui fondato, il Padre Nostro, in cui cerca di sottrarre i più piccoli al destino criminale cui sembrano votati fin dalla più tenera età. Federico si trova di fronte ad una realtà così diversa, immaginata forse, perché la mafia non è sconosciuta a chi vive nel capoluogo siciliano, ma mai sperimentata così da vicino. Si trova combattuto tra il mondo dorato in cui vive, fatto di libri e amore per la letteratura, Petrarca soprattutto, e la miseria che caratterizza l’esistenza delle famiglie che abitano a Brancaccio, molte delle quali cercano con tutte le forze di opporsi alla violenza e al sangue che scorre di continuo sulle sue strade.

Nella lotta contro la mafia, 3P spesso usa parole come “giustizia” e “felicità”. Parole apparentemente sterili ma che celano una forza insospettabile se spiegate attraverso le pagine del Vangelo.

La felicità sta nell’essere saziati, non certo nel morire di sete o di fame. La giustizia di cui si parla è la promessa che Dio ha fatto agli uomini, e cioè che la sua forza prevarrà, che l’amore avrà sempre l’ultima parola, anche quando la violenza sembra soffocarlo. E’ una giustizia strana: si fa largo nel mondo silenziosa, nascosta ma inarrestabile, come un latitante che non si fa prendere mai. Saremo saziati perché lui fa quello a cui noi non arriviamo. (pag. 183)

Nonostante il divieto imposto dalla sua famiglia di frequentare il quartiere malfamato e l’imminente viaggio in Inghilterra, premio per la meritata promozione, alla fine Federico rinuncia ai privilegi che la vita agiata gli offre, non parte per il Regno Unito e decide di dare il suo contributo al centro di don Pino. Viene catturato dall’innocenza e dalla voglia di scoprire nuove cose che anima i bambini di cui 3P si prende cura: Totò, Riccardo, Francesco, la bambina con la bambola da cui non si separa mai. Inizia a dare lezioni di chitarra e si fa coinvolgere nell’allestimento di uno spettacolo con cui i ragazzi del centro Padre Nostro hanno in mente di festeggiare il compleanno di don Pino, il 15 settembre. C’è tutta l’estate davanti e per Federico non sarà uguale alle altre.

Il giovane riesce a vincere l’ostilità della famiglia, preoccupata per la sua incolumità. Anche il fratello Manfredi, che all’inizio lo sfotte per l’idea balzana che gli è venuta in mente, rompe le riserve e si lascia coinvolgere. Per il giovane liceale, complice del cambio di rotta è Lucia: una ragazza che fin da subito attrae l’inesperto Federico, troppo calato in un mondo fatto di parole, quelle delle poesie che gli hanno fatto conoscere l’Amore – primo fra tutti quello di Petrarca per Laura -, per passare ai fatti.

Sono fermo da mezz’ora davanti alla libreria e cerco qualcosa per Lucia. Voglio prestarle uno dei miei libri, ma non so quale scegliere. Sarà il libro a scegliere lei. […] Sempre ad occhi chiusi sollevo il braccio destro e lo punto verso gli scaffali: l’indice si scontra con un dorso. Il mio Petrarca. Il Canzoniere, chi meglio di lui. Lo ficco nello zaino e mi avvio verso Brancaccio. Petrarca a Brancaccio non c’è mai andato, questo è certo. Almeno ho un primato nella storia della letteratura: ce l’ho portato io. (pag. 98)

Piano piano vincerà la timidezza e dichiarerà il suo amore a Lucia, pur sapendo di rischiare grosso perché i picciotti che abitano in quei luoghi mal sopportano chi, venendo da fuori, mette gli occhi sulle loro proprietà, donne comprese.

Per difendersi e difendere i più deboli, oppressi da rapporti di forza che non possono trovare un equilibrio, le parole ormai non bastano più. Ci vuole coraggio ma soprattutto Amore per cambiare le cose, o almeno tentare. In un microcosmo fatto di delinquenza e prostituzione, la violenza è lo strumento privilegiato di cui la mafia, con i suoi affiliati, si serve per dimostrare la propria superiorità. Solo due parole sembrano degne dell’evidenziatore sul vocabolario mafioso: dignità è onore costituiscono il binomio imperfetto, in contrapposizione a quello perfetto – coraggio e Amore – che anima don Pino e i suoi “figli”.

Nonostante tutto il coraggio e l’Amore che dimostra nella sua quotidiana lotta contro la violenza e la sopraffazione di persone innocenti, non basteranno a don Pino a salvarlo dai nemici che vedono in lui un ostacolo scomodo. Uno che trova nella forza delle parole, nella persuasione, ciò che altri cercano nella canna di un fucile o in un pugno sferrato nella notte.

Ci sono mani che entrano nell’anima per dilatarla, altre per schiacciarla. Le prime sono forti ma delicate. Le seconde sono mani dure e feroci. Sono le mani che minacciano ancora don Pino e gli spaccano la faccia in un altro agguato, nei locali della chiesa, a tarda sera. Le mani funzionano come le parole, servono a maledire e benedire, carezzare e colpire, cucire e strappare. La carne si rattrappisce per effetto del dolore e l’anima si ritrae in un cantuccio. Non quella di don Pino: si dilata anche nel dolore, perché è il dolore che un padre deve patire per nutrire e difendere i suoi figli e la sua sofferenza è l’origine della soluzione. (pag. 262)

Padre Puglisi sa che il suo destino è segnato. Non quello di molti altri a cui ha insegnato a distinguere, grazie all’Amore, l’inferno da ciò che inferno non è.

***

C’è molto di Alessandro in quest’ultimo romanzo, come nei precedenti del resto. Dalle pagine del libro traspare l’amore per i libri, la letteratura, le parole e i segni, l’arte e i paesaggi della sua terra. C’è, inoltre, quella caratteristica di romanzo di formazione presente anche in Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa.
In Ciò che inferno non è, tuttavia, c’è molto di più perché attraverso gli occhi e la voce di Federico, l’autore può raccontare questa storia bellissima e crudele al tempo stesso, dalla posizione privilegiata di osservatore diretto. Per questo i piani narrativi sono due: quello che ripercorre la Storia, seppur con le licenze che si concedono alla fantasia dello scrittore, per cui D’Avenia utilizza la terza persona e quello che racconta l’esperienza personale del liceale diciassettenne, caratterizzato dal ricorso alla prima persona. Un espediente, questo, che valorizza la preziosità della testimonianza diretta.
Lo stile, come già notato nella premessa, è a volte troppo retorico, con l’uso di similitudini e metafore che spesso creano l’effetto contrario a quello voluto, probabilmente. Non si può non apprezzare il bello scrivere, specie in un’epoca in cui la narrativa italiana è carente di veri talenti. Tuttavia personalmente preferisco le parti in cui la scrittura si fa piana, si avvicina, specialmente nelle parti dialogiche, alle capacità espressive dei protagonisti.
Leggendo questo romanzo mi sono tornati alla mente I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Ciò che inferno non è, in fondo è simile al romanzo degli umili, racconta le vicende di oppressi e oppressori, di violenza e amore, di forza bruta e forza della Fede. Sullo sfondo la Storia, quella vera, in cui i personaggi si muovono nel pieno rispetto del criterio, caro a Manzoni, della verosimiglianza. Il grande romanziere partiva dalla convinzione che l’arte debba rappresentare il vero indagando la realtà e questo è, alla fine, ciò che muove anche D’Avenia, un Alessandro moderno che adegua la sua poetica ai tempi attuali, senza rinunciare alla lezione dei grandi Maestri.

[Per la biografia la fonte è Wikipedia; l’immagine di copertina è coperta da copyright © Marta D’Avenia]

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LITTLE DRESSES FOR AFRICA ITALIA CERCA “SARTINE” PER BIMBI AFRICANI

abiti per l'africa
A commento del post, pubblicato nell’ambito delle “buone notizie” il 19 settembre, che ho dedicato alla “sartina” 99enne Lillian Weber che ogni giorno confeziona degli abiti da inviare ai bambini africani – tramite la Ong Little Dresses for Africa -, ho ricevuto la testimonianza della Coordinatrice per l’Italia di Little Dresses for Africa.org che pubblico anche qui, sperando di dare maggior rilievo ad una iniziativa davvero lodevole.

Sono passati poco più di due mesi dalla comparsa sul web d’articolo sulla Sig.ra Lilian Weber che cuce vestitini per i bambini dell’Africa e in questo breve lasso di tempo sono riuscita a mettere insieme un sostanzioso numero di meravigliose sartine che hanno iniziato una produzione tutta Italiana di abitini. Non sapendo bene da dove partire, ho contattato l’associazione America Little Dresses for Africa cercando con loro accordi per poter diffondere anche nel bel paese questa bellissima iniziativa. Due aspetti sono fondamentali e trainanti: il donare ad un bambino un vestito fatto apposta per lui, simbolo di unicità…un modo per dirgli sei speciale, sei unico e dall’altra offrire a tante donne un’ottima occasione per rendersi utili, per passare il loro tempo pensando che ciò che fanno regalerà un sorriso a qualcuno, veder materializzato il proprio aiuto, poter aiutare in modo tangibile e concreto spesso aiuta a sua volta a ritrovare la voglia di vivere, di ricominciare a lottare. Questo è lo spirito che anima la mia iniziativa, e in poco più di un mese sono arrivati vestitini, donazioni, belle….bellissime parole che mi hanno colpito nel profondo; e poi dall’altra parte del mondo in un angolo del continente Africano, un piccolo orfanotrofio tenuto da una gentile Signora italiana, Micaela De Gregorio, con la quale parlo ogni giorno ed ogni giorno i suoi bambini animano il mio schermo con i loro meravigliosi sorrisi, aspettano i nostri vestiti, chiedono se è vero che riceveranno un vestito tutto loro, fatto a posta per loro, se sarà di stoffa vera; li vorrebbero per Natale anche loro per le feste vogliono sentirsi belli, in ordine, possibilmente eleganti, purtroppo però non faremo in tempo, li avranno per Pasqua, ma il pensiero di loro ci anima, ci guida, ci porta ogni giorno a scambiarci idee, modelli, consigli, a ritrovarci come fossimo amiche di sempre. Abbiamo bisogno di tante, tante amiche, perché tanti sono i bambini che aspettano i nostri vestitini, abbiamo bisogno di tanto materiale per poterli fare…….un semplice gesto…..che toccherà tante vite e ad ognuna di queste regalerà un sorriso, regalerà speranza!!!

Ci venga trovare sulla nostra pagina Facebook. L’aspettiamo sperando voglia aiutarci in a divulgarla, in fondo ogni bambino merita qualcosa di bello, noi non vorremmo mai deluderli. Grazie per il tempo che mi ha voluto dedicare, le auguro buon lavoro.
Cordiali saluti

Sabrina Coccoloni
(Coordinatrice per l’Italia di Little Dresses for Africa.org)

[immagine tratta dal sito Facebook linkato]

LIBRI: “MARTA NELLA CORRENTE” di ELENA RAUSA

PREMESSA
Ci sono libri che alla fine ti fanno piangere ma non perché è la storia (o storie) che raccontano a commuoverti fino alle lacrime. Piangi perché vorresti non finissero mai, tanto sono stati capaci di coinvolgerti e trascinarti in un mondo nuovo e diverso, fino a dimenticarti del tuo presente e sempre uguale a se stesso.
Marta nella corrente è uno di questi. Un romanzo che non si può non amare fin dalle prime pagine.

L’AUTRICE
elena_rausaElena Rausa è nata a Milano e attualmente vive in Brianza. Ha tre figlie. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito un dottorato di ricerca in Italianistica-Filologia umanistica. Oggi è docente di lettere al liceo scientifico. Marta nella corrente (Neri Pozza, ottobre 2014) è il suo primo romanzo. [informazioni e immagine tratte dal sito dell’editore Neri Pozza]

marta nella corrente
Marta è una bambina di sette anni che deve affrontare all’improvviso un dolore più grande di lei: la morte della madre Bruna, vittima di un incidente stradale assieme al suo compagno. La tragedia fa entrare di prepotenza la piccola nella vita di più persone, di cui ignorava l’esistenza: il nonno Aldo Fantini che da dieci anni aveva perso ogni contatto con la figlia e, quindi, ignorava l’esistenza di questa nipote; Livia e Mario Parisi, genitori di due gemelli e di una bambina più piccola, che aprono le porte di casa all’orfana, nella veste di genitori affidatari; Emma Donati, una psicologa con alle spalle una triste storia di sofferenze e privazioni, che aiuterà Marta ad elaborare il lutto e a conquistare fiducia in un avvenire migliore.

Attorno a questi protagonisti ruotano altri personaggi che contribuiscono, ognuno con la propria storia, a dipanare le due difficili matasse con cui possiamo configurare il vissuto delle due protagoniste assolute di questo romanzo: Marta ed Emma.

Marta reagisce alla tragedia che le piove addosso barricandosi nel suo mondo, chiudendo quasi con un lucchetto il suo cuore e rifiutandosi di parlare. Nessuno sa nulla di lei, dei suoi rapporti con la madre, si ignora l’esistenza di un padre, non si conoscono legami affettivi che potrebbero aiutarla ad uscire dal suo volontario isolamento. Nemmeno nonno Aldo può esserle d’aiuto; l’accoglie con tutto l’affetto che può offrire ad una bambina sconosciuta, non le impone con prepotenza la sua presenza, lascia che sia la piccola a decidere le modalità e i tempi. Un incontro senza dubbio agevolato dal fatto che Marta non si ribella, non fa capricci, non rifiuta nulla e nessuno. Affronta ogni cosa con apparente indifferenza. Sta semplicemente zitta come se solo nel silenzio potesse trovare il significato profondo della realtà che sta vivendo. Nel suo mondo abitato da sensi di colpa, tacere le sembra forse la soluzione per soffrire meno.

La dottoressa Emma Donati avrà il difficile compito di “scrivere” la storia di Marta e sa di poterlo fare solo guadagnandosi la sua fiducia. Tra le due si crea piano piano un rapporto che va al di là dell’empatia necessaria in ogni relazione d’aiuto. La psicologa non deve semplicemente squarciare il velo che si insinua tra la piccola e il mondo, deve soprattutto ricostruire il vissuto della sua paziente e lo fa attraverso gli oggetti recuperati nella casa che Marta aveva condiviso con la mamma a Milano. Così un castello improvvisato diventa lo scenario fiabesco per le pedine di una preziosa scacchiera che si animano seguendo la volontà della piccola. Inizia ad alzarsi un sipario e piccoli frammenti di vita diventeranno padroni della scena e sveleranno ciò che Marta segretamente custodiva nel suo cuore.

Il compito della psicologa, tuttavia, si rivela più difficile del previsto. Stiamo parlando di una donna matura che ha esperienza nella sua professione. Eppure, come anticipato, il rapporto con la piccola diventa altro rispetto alla relazione che solitamente si instaura tra paziente e analista. Marta, con la sua storia, il suo dolore, i suoi sensi di colpa, la solitudine che sceglie per affrontare la sofferenza, fa riemerge nell’animo della dottoressa Donati il suo passato che, seppur calato in un contesto assai diverso, ha quelle stesse caratteristiche.
Emma, che ha perduto la madre in giovane età, proprio come la piccola paziente, ha alle spalle la terribile esperienza dell’internamento in vari campi di concentramento, fra cui Auschwitz. E quando parliamo di Auschwitz non possiamo fare a meno di pensare al Dolore, quello con la D maiuscola, quello che rimane per sempre, traccia indelebile nelle persone che hanno provato quella esperienza. Un dolore che si fa più acuto nel momento in cui chi è sopravvissuto deve fare i conti con il senso di colpa nei confronti di chi non ce l’ha fatta. A maggior ragione se si tratta di persone care, come l’amica di Emma, Giuliana, che soccombe ad un passo dalla libertà.

La storia di Marta suscita in Emma ricordi nascosti, mai rivelati, nemmeno al marito Filippo che pazientemente le sta accanto da trent’anni. Anche la mancata nascita dei figli, che solo lui desiderava veramente, verrà alla fine interpretata come il segno di un destino ineluttabile.
Grazie all’inconsapevole aiuto della piccola orfana, la dottoressa Donati riesce finalmente a liberarsi dei fantasmi del passato e a guardare al futuro con maggiore ottimismo. Per Marta, che ha tutta la vita davanti, sarà più facile, mentre Emma, una volta scrollatasi di dosso il peso ingombrante del passato, rimarrà comunque la consapevolezza che se la felicità non è più irraggiungibile, la vita non vissuta completamente è perduta per sempre. Solo l’amore di chi ha sempre accettato i suoi silenzi e il suo muto dolore è ora in grado di salvarla.

***

Marta nella corrente è un’opera prima eppure sembra frutto di una lunga esperienza in ambito narrativo. Elena Rausa è una professoressa di Lettere e si vede: il libro è ben scritto, lo stile è semplice – prevale la paratassi, quindi è abbastanza segmentato -, privo di fronzoli retorici ma non per questo meno incisivo. L’autrice riesce a trattare un argomento così complicato, se vogliamo anche pesante, con uno stile lieve che, seppur con la presenza di più piani narrativi e focalizzazioni differenti, cattura il lettore e fa sì che sfogliare le pagine sia la sua preoccupazione principale perché sa che nulla può essere scontato, nulla prevedibile nelle storie che vengono narrate.
Mi è piaciuta anche la disinvoltura con cui Rausa utilizza i tempi verbali, alternando abilmente il presente e il passato, creando quel tessuto narrativo che risulta dall’intreccio di fili diversi fino a diventare una sola storia.

Molto meglio di me ha recensito Marta nella corrente Mauro Reali per La Ricerca. Grazie a lui sono stata conquistata fin da subito da questo romanzo che ho apprezzato davvero moltissimo. Invito, dunque, i lettori a leggere anche il contributo del prof. Reali cliccando QUI.

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MAMMA È MEGLIO

maternità katie berggrenIn risposta ad un vecchio post – ma sempre attuale tanto da essere tuttora commentato – invito i lettori a leggere questo interessante articolo di Monica Coviello per Vanity Fair.

L’argomento che affrontavo più di un anno fa era la maternità, o per meglio dire la condizione di childless – o childfree, definizione che mi piace meno – condivisa da molte donne che decidono di non mettere al mondo figli.

Non era mia intenzione dare un giudizio di merito sostenendo la maternità e criticando chi non vuole procreare. A giudicare dai commenti che ho ricevuto l’intento del post è stato frainteso. Allora avevo espresso la mia modesta opinione sul fatto che la parola childfree mi sembra triste perché lascia sottintendere che i figli siano visti come una sorta di schiavitù, una rete in cui non cadere in nome del diritto alla libertà.

Sulle mie parole si è molto “ricamato”, come si suol dire, mettendo in secondo piano la mia assoluta convinzione, ribadita più volte in quello e in altri contesti, che ad ognuno debba essere garantita la libertà di scegliere.

Ma in che modo, dunque, l’articolo della Coviello si ricollega a questo discorso? La giornalista di Vanity Fair si riferisce al libro «La maternità è un master» (edizioni Bur) in cui gli autori, Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, sostengono che la maternità renda più forte la donna, l’aiuti nel problem solving quotidiano, trasferendo poi determinate abilità anche nel mondo del lavoro.

Riporto uno stralcio dell’articolo:

«La natura – dicono Riccarda Zezza e Andrea Vitullo – si preoccupa della preservazione della specie, quindi dota le madri di maggiori capacità e di istinto di sopravvivenza. C’è anche una chiara somiglianza tra la complessità che gestisce un genitore in famiglia, in termini di intensità delle relazioni, sviluppo dell’autorevolezza, desiderio di abilitazione degli altri, capacità di motivazione e di ascolto, e la realtà di un mondo lavorativo che richiede sempre maggiore empatia e capacità relazionale». La maternità sarebbe, in altre parole, una «scuola di management».

Nella gallery fotografica sono poi riportate le abilità che la maternità sviluppa e che possono tornare utili anche sul lavoro:

1. PRENDERE DECISIONI
2. ASCOLTARE CON ATTENZIONE
3. INTUIRE ED ESSERE CAPACI DI EMPATIA
4. GESTIRE LE CRISI
5. DARE PRIORITÀ
6. MOTIVARE
7. ANDARE AL SODO
8. DELEGARE
9. ESSERE CREATIVA
10. AVERE AMPI ORIZZONTI

Personalmente ammetto di non aver sviluppato tutte queste abilità, nonostante la nascita di due figli nell’arco di 22 mesi.
E voi che ne pensate?

[nell’immagine “Maternità” di Katie M. Berggren da questo sito]

FECONDAZIONE ETEROLOGA: OVODONATRICI OPPURE OVOVENDITRICI?

fecondazione eterologa
Nonostante la fecondazione eterologa sia attualmente prevista dalla Legge italiana, mancano delle norme stabilite a livello centrale e le Regioni hanno la possibilità di orientarsi autonomamente. Questo per quanto riguarda, ad esempio, la gratuità o meno dell’intervento; infatti, il vuoto normativo porta alla discrezionalità e per questo crea delle discriminazioni nel caso in cui una coppia intenzionata a ricorrere alla fecondazione eterologa viva in una regione dove l’ASL chieda il pagamento di un ticket (orientativamente tra i 400 e i 600 euro, ma solo per coprire i costi degli esami necessari), come per qualsiasi prestazione sanitaria convenzionata.

Ma mentre la Regione Emilia-Romagna ha stabilito la gratuità dell’intervento, in Lombardia la fecondazione eterologa sarà possibile solo a pagamento: 4000 euro. Questi sono i due casi estremi, il che fa supporre che si assisterà al pendolarismo di coppie che, per risparmiare, si rivolgeranno ai centri in cui l’intervento è gratuito o quasi.

Al di là di quelli che sono i regolamenti regionali, la Legge in materia di fecondazione assistita eterologa stabilisce che ci debbano essere dei donatori di sperma e di ovociti. Pare, tuttavia, che in quanto ad ovociti, ci sia una carenza di donatrici.

Luigi Ripamonti, medico e responsabile di Corriere Salute, affronta questo problema sulle pagine del blog del Corriere.it “LA 27ESIMA ORA”. Un articolo interessante che invito a leggere interamente. Ne riporterò solo alcuni stralci.

Perché, dunque, in Italia non ci sono donatrici?

L’assenza di incentivi economici alla donazione (salvo aggirare l’ostacolo con «rimborsi» vari) e, secondo diversi osservatori, la mancanza di cultura della donazione di queste cellule (che richiede una stimolazione ovarica non del tutto priva di rischi).

Infatti, al contrario di quanto accade per la donazione di sperma che è possibile attraverso un’operazione naturale (a volte spiacevole, per alcuni uomini), le donatrici devono sottoporsi a delle terapie invasive.

A questo punto, Ripamonti pone degli interrogativi interessanti.

Per chi una donatrice dovrebbe sottoporsi a terapie invasive? La risposta più ovvia sarebbe per puro spirito di solidarietà, per offrire un personale contributo alla felicità di donne che non possono procreare.
Ma di quali donne stiamo parlando?

[…] donazione per chi? Per una donna di 35 anni in menopausa precoce? Per una devastata dall’endometriosi? Per una che ha avuto un tumore? Pare indiscutibile incoraggiare alla donazione in questi casi.

Promuovere la donazione gratuita per una donna che ha più di 45 anni e che, per libera e legittima scelta, ha deciso di ritardare il momento in cui avere figli?

Sono dei casi molto diversi. Nel primo, donare i propri ovuli sarebbe più che legittimo ma nel secondo?
Ripamonti ammette che per far felice una donna che, per puro capriccio, ha atteso troppo e i suoi ovuli sono ormai “scaduti”, potrebbe essere anche incoraggiata la “vendita” degli ovociti.

A questo punto sono io a porre un quesito: se fecondazione eterologa dev’essere, come si possono fare dei distinguo? Posto che sarei dell’idea di lasciare che a decidere sulla maternità sia la natura, mi chiedo perché mai, scarseggiando le donatrici, si dovrebbe regalare la felicità solo alle donne giovani malate. E’ come se fosse vietato dalla Legge far figli dopo i 45 anni …

Un’alternativa sarebbe quella di formare una lista d’attesa dando la precedenza alle donne più giovani e sterili per motivi non imputabili alla loro volontà. Ma non si può certo dire alle più mature, se vuoi un figlio ti devi comperare gli ovuli … cosa che comunque molte donne hanno fatto e continueranno a fare all’estero, nel caso di scarsa disponibilità da parte delle donatrici italiane.

Senza contare che Ripamonti prende in esame anche le conseguenze negative di un’eventuale “vendita” di ovociti:

[…] liberalizziamo la vendita degli ovociti? Oggi gli ovociti, domani un rene? Non è la stessa cosa, nel primo caso non ci sarebbe la perdita della possibilità di avere figli, nel secondo se «salta» il rene residuo c’è la dialisi. Però qualche timore di una deriva potrebbe esserci.

La terza via proposta da Ripamonti, per quanto concerne le donne che hanno intenzione di rimandare la maternità, è quella di mettere da parte gli ovuli per poterne disporre al momento ritenuto più adatto. Ma questa ipotesi si allontana dalla fecondazione eterologa, oggetto della mia riflessione.

Infine, mi sento di appoggiare la proposta che conclude l’articolo: insieme alla cultura della donazione si potrebbe cominciare a promuovere anche una cultura dell’accettazione.
Ecco, questo è il punto.

La maternità non è un diritto acquisito alla nascita. Se poi si ricorre alla fecondazione assistita perché è “scaduto il tempo”, trovo che sia un discorso egoistico che non mette in primo piano il bene del nascituro ma risponde ad un desiderio, quasi un capriccio, che poteva comunque essere esaudito nei tempi giusti.
Anche sull’eventuale conservazione di ovuli propri, avrei delle riserve, per lo stesso motivo. Se poi affrontiamo nello specifico il problema della fecondazione eterologa, ritengo che un’eventuale vendita di ovuli potrebbe dar luogo ad un mercato scandaloso dettato perlopiù dalla crisi attuale, soprattutto per ciò che riguarda la disoccupazione femminile.

La donazione deve rimanere tale, un gesto di solidarietà per venire incontro alle difficoltà altrui.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 15 NOVEMBRE 2014

E’ di oggi la notizia, riportata dal Corriere.it, che la Regione Lombardia è stata denunciata per aver imposto il pagamento della fecondazione eterologa.

Il ricorso è stato depositato ieri mattina al Tar di Milano. L’ha presentato la squadra di legali che – insieme all’associazione Sos Infertilità – ha già vinto davanti alla Corte costituzionale le due cause che hanno fatto cambiare radicalmente la legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita.

L’associazione Sos infertilità ha giustificato la presa di posizione in quanto impedire a una coppia affetta da sterilità o infertilità la possibilità di diventare genitori vuol dire ledere il loro diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione (che riguarda anche la salute psichica oltre che fisica). Secondo la Consulta, nel garantire questo diritto non ci possono essere discriminazioni economiche.

Da parte sua, la Regione Lombardia ha motivato la scelta di far pagare la fecondazione eterologa in quanto le cure non sono comprese nell’elenco nazionale dei trattamenti da coprire con la sanità pubblica. Ma l’intento è principalmente politico: «difendere la famiglia tradizionale».

A questo punto, mi chiedo cosa c’entri il diritto alla salute con una gravidanza cercata attraverso la fecondazione assistita. Forse una donna che non può procreare è malata?

SPOT GAY FRIENDLY DI UNA NOTA MARCA DI TELEFONIA: VE NE ERAVATE ACCORTI?

Dopo lo spot della famosa ditta di surgelati in cui una madre ammicca al figlio che le rivela la sua omosessualità, il nuovo spot di una nota azienda telefonica propone, con la complicità del testimonial Fabio Volo, un altro bel quadretto familiare: due mamme gay. Almeno questo è ciò che si dice in giro per il web.

Confesso che, pur avendo visto più volte lo spot in questione, non mi ero accorta che si trattasse di uno spot gay friendly.
Fra le altre immagini che scorrono velocemente sullo schermo – d’altronde si tratta di pochi secondi – si vede una giovane donna agitata, presumibilmente in una sala d’aspetto d’ospedale, e un’altra, ben più matura, secondo me, che ha appena partorito e stringe fra le braccia il suo bimbo. La giovane raggiunge la puerpera e la bacia sulla fronte. Tutto qui.

Ora, è vero che uno spot pubblicitario non viene quasi mai osservato con attenzione. Personalmente, se sto guardando un programma alla tv, approfitto delle pause pubblicitarie per fare tutt’altro. Lo spot l’ho visto più che guardato ma questo tenero frammento di vita non l’avevo correttamente interpretato. Mi era parso piuttosto che la giovane donna aspettasse con ansia l’arrivo di un fratellino o di una sorellina. Mai avrei pensato che si trattasse di “due mamme“.

Due cose mi disturbano in questo spot. La prima è che la mamma, cioè quella che ha partorito, è a mio parere un po’ troppo in età e chi mi segue sa come la pensi sulle maternità tardive.
La seconda è che abbiamo tanto lottato, noi donne, per far entrare i mariti o i compagni in sala parto, e vogliamo lasciare fuori proprio una donna? Che sia lesbica poco importa, magari il prossimo figlio lo potrebbe mettere al mondo lei …

Pensandoci bene, c’è una terza cosa che mi disturba assai: la presenza di Fabio Volo. Ma questa è un’altra storia.

L’UOMO IN CASA E IL FERRO DA STIRO

Ecco la terza puntata del post “Gli uomini in casa, che palle!”.

Mai come in questo periodo avrei voluto un uomo che sappia stirare. Provate a stirare con una mano sola …
Al giorno d’oggi credo che siano molti gli uomini in grado di stirare – e di fare molte altre cose in casa – se non altro perchè i matrimoni o le convivenze durano molto poco e si assiste sempre più frequentemente al fenomeno dei “single di ritorno” … anzi direi quasi una nuova condizione, sempre che non decidano di tornare da mamma.

Ma che dire dei cinquantenni attuali?

L’uomo e il ferro da stiro.
Purtroppo il ferro da stiro è un oggetto sconosciuto ai più. Non dico mio suocero, ma nemmeno mio papà credo abbia mai stirato. Mio marito, più per un attacco di malinconia che per altro, in tanti anni di matrimonio ha voluto stirare solo qualche fazzoletto: dice che gli ricorda la sua infanzia, quando sua mamma lo lasciava stirare i fazzoletti … a parte che ora è solo lui ad usarli, visto che tutti gli altri utilizzano i kleenex, ma mi chiedo perché mia suocera non abbia insistito facendogli, magari, stirare anche le camicie e le lenzuola.
Gli uomini non sanno stirare ma pare abbiano anche una scarsa capacità di distinguere gli indumenti stirati da quelli che non lo sono. Oppure, pretendono che la donna-stiratrice sia alquanto sollecita nello stirare tutti gli indumenti di cui abbisognano, nonostante possiedano un numero indefinito di “doppioni”. Prendiamo, ad esempio, le camicie: perché mai, dico io, se nell’armadio trovano ben stipate diciannove camicie, vogliono assolutamente indossare, proprio quel giorno, la ventesima che è ancora da stirare?
Però ci sono donne particolarmente esigenti che istruiscono i loro uomini, grandi e piccini, ad armeggiare con il ferro a vapore. Ricordo che una mia cugina, avendo quattro uomini in casa, tra marito e figli, esigeva che ciascuno si stirasse le proprie cose. Che carattere! Ho sempre pensato che fosse un buon esempio per me e, invece, i miei tre uomini con il ferro da stiro non se la cavano proprio per niente. A parte mio figlio piccolo che ogni tanto si stira le sue cose. L’altro giorno l’ho visto armeggiare sull’asse ma ho notato che il ferro era staccato. “Che fai con il ferro spento?”, gli ho chiesto esterrefatta, anche perché lui è uno che si arrangia (sa pure cucire!!!). “Il ferro è pesante, stira anche spento”, ha risposto. Non so perché ma ho pensato di averlo sopravvalutato: lo credevo più intelligente.

CENABIS BENE MI FABULLE … A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI

Come mangiavano gli antichi Romani? Le fonti ci danno molte informazioni ma, onestamente, non sembrano prelibatezze culinarie paragonabili a quelle moderne. In fondo, come si usa dire proprio riprendendo un detto latino, de gustibus non est disputandum.
Buona lettura … magari provate qualche ricetta.

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Così inizia il carme 13 di Catullo, famoso poeta latino vissuto nel I secolo a.C. Ecco il testo originale:

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Famoso lo era davvero, Catullo, ma non tanto per l’attività poetica, quanto per l’amore appassionato che gli ispirò gli indimenticabili versi dedicati a Lesbia. Ma di questo ho già parlato in un altro post. (LINK )
L’attività poetica, a quanto pare, non doveva essere molto redditizia; infatti, al verso 8 del carme…

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ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

C’è forse eroe più amato di Ulisse? Fin dai tempi delle elementari, ognuno di noi lo ha ammirato. Ne abbiamo apprezzato le molteplici doti … eppure c’è un aspetto che, almeno per quel che riguarda le memorie scolastiche, non è mai stato messo in luce a dovere. Volete scoprire qual è?

Marisa Moles's Weblog


Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da

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MI SONO ROTTA!

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Vado sempre di corsa. Le mie non sono mai passeggiate, sembrano piuttosto addestramenti militari, allenamenti per la maratona di New York … non so.

Fatto sta che, complice anche un marciapiede un po’ sconnesso, martedì sera la mia corsa verso casa, con tanto di borse della spesa appresso, si è conclusa rovinosamente sul marciapiede e la serata è spiacevolmente finita in ospedale. A digiuno fino a quasi mezzanotte, per giunta.

Per farla breve – anche perchè sto scrivendo con la sola mano destra ed è una fatica estenuante – ho rotto la testa dell’omero e dovrò tenere un tutore fino ai primi di dicembre. Senza contare che prevedo una riabilitazione piuttosto lunga dato che il braccio sinistro è quello che, a livello di articolazione della spalla, mi ha sempre dato molti problemi.

Taccio sugli altri traumi minori … però posso dire che oggi mi sento decisamente meglio, pur passando delle nottate mezze insonni da cinque giorni, poichè i dolori si accentuano a letto.

Mi hanno applicato ‘sto coso

actimove-sling-

anche se avrei preferito decisamente un tutore tipo questo …

Mariah-Carey-tutore

Non so quando riprenderò a scrivere regolarmente. Nel frattempo ribloggerò alcuni post vecchi ma sempre attuali.

UN CARO SALUTO A TUTTI GLI AMICI BLOGGER E AI LETTORI.

A presto. emoticon baci