LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: A LONDRA PANCHINE-LIBRO PER RILANCIARE LA LETTURA

panchine letterarie londra
Non sono solo gli Italiani poco amanti della lettura, evidentemente. Gli Inglesi sembrano passarsela meglio, dato che secondo un sondaggio della National Literacy il 53% dei giovani londinesi si definisce lettore appassionato e anche i piccolissimi dichiarano di essere sempre alla ricerca di un buon libro e di una bella storia.
Ciononostante, a Londra, camminando per uno dei numerosi quartieri – da Notting Hill a Portobello Road, da Chelsea a Soho, da King’s Cross a Westminster – in questo periodo capita di ritrovarsi seduti su una panchina a forma di libro.

Le 50 «book benches» (panchine-libro) sono state decorate da cinquanta artisti, tra i quali molte giovani promesse, e realizzate a forma di libro aperto. Gli artisti si sono ispirati ad una serie di libri (tutti famosissimi) ambientati nella capitale del Regno Unito. Si tratta di un progetto, denominato «Books about Town» e promosso da The National Literacy e dalla Wild in Art, che ha lo scopo di ricordare a tutti i passanti quanto sia bello leggere ma ha anche un obiettivo umanitario: le panchine, infatti, saranno battute all’asta dal Southbank Centre di Londra il 7 ottobre per raccogliere fondi in favore della National Literacy Trust allo scopo di combattere l’analfabetismo nelle zone più povere della città.

La gamma di autori, libri e personaggi rappresentati nelle panchine va da Geoffrey Chaucer a Shakespeare, da Lewis Carroll ad alcune firme contemporanee, come Helene Fielding, autrice del Diario di Bridget Jones, da James Bond a Hercule Poirot, da Peter Pan all’orsetto Paddington.

L’orso Paddington è un personaggio della letteratura inglese ma non autoctono, in quanto immigrato dal Perù, amatissimo dai bambini e protagonista di diverse storie. La panchina a lui dedicata si trova naturalmente alla Paddington Station ed è firmata dalla matita di Michelle Heron.

Un altro personaggio, diventato un cult e amato da generazioni di piccoli e grandi lettori, è Mowgli, protagonista de “Il libro della giungla”, ritratto, assieme ai suoi amici – Shere Khan, Bagheera e Baloo e Kaa – nella panchina a lui dedicata e firmata da Ruth Green.

Non poteva mancare, per i più grandi, la Book Bench dedicata ad Agatha Christie che, cosa forse ignota a molti, scrisse anche romanzi rosa con lo pseudonimo di Mary Westmacott.
I due artisti che hanno ideato e pensato la panchina alla famosa giallista, Tom Adams e Mandii Pope, hanno scelto tra tutte le creazioni di Agatha Christie «Hercule Poirot and the Greenshore Folly».

Ma non si può pensare al “giallo” senza tenere nel debito conto l’agente segreto di Sua Maestà più famoso al mondo: James Bond, agente 007. Anche il personaggio creato da Ian Lancaster Fleming, giornalista, militare e scrittore inglese, ha la sua Book Bench disegnata da Freyja Dean.

E se Agatha Christie è l’autrice più tradotta, più dello stesso Shakespeare, anche il più famoso drammaturgo inglese ha la sua panchina a forma di libro. La creatrice, Lucy Dalzell, vi ha riprodotto di fronte e sul retro – tutte le panchine sono completamente decorate – riferimenti alle opere più importanti di Shakespeare, da “Sogno di una notte di mezza estate” all’indimenticabile storia d’amore di “Romeo e Giulietta”.

Sono tutte bellissime queste panchine letterarie. Vi invito a scoprirle, in buona parte, a questo LINK da cui ho tratto anche l’immagine postata sotto il titolo e che ha ispirato l’intero post.

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LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

LIBRI: “FEMMINE UN GIORNO” di ELENA COMMESSATTI

PREMESSA
Ho assistito alla presentazione di questo libro al mare, verso la metà di luglio. Non conoscevo l’autrice, anche se si può dire che siamo vicine di casa. All’incontro era presente anche lo scrittore Pino Roveredo, che ne ha curato la prefazione e che a sua volta ha parlato di
Ballando con Cecilia, un suo romanzo uscito nel 2000 e recentemente ristampato da Bompiani.

commessattiL’AUTRICE
Elena Commessatti (Udine, 1967), laureata in Antichità greca all’università Ca’ Foscari di Venezia, ha successivamente frequentato la Scuola Holden a Torino, diplomandosi nel 1996. Giornalista pubblicista, collabora con il Messaggero Veneto dagli anni Novanta (anche come corrispondente da Torino e Milano). Assistente di Fernarda Pivano in RCS a Milano, è anche curatrice di una collana di narrativa “di genere” per Sonzogno. Dal 2003 è tornata a vivere in Friuli.
Scrittrice biografa di storie familiari e di narrazioni per oggetti, a giugno 2013 è uscito “Moroso Weaves. Conversazione a­morosa e pop tra tessuti, oggetti e biografie, rileggendo Roland Barthes”.
Femmine un giorno (Bébert Edizioni, collana “A colpi d’ascia”, Bologna 2013) è il suo primo romanzo, senza pseudonimo.

femmine un giorno

LA TRAMA
L’autrice, che ha ricostruito i fatti di cronaca anche con l’ausilio di fonti dirette (interviste agli inquirenti dell’epoca), riesce a contaminare narrativa e cronaca con grande disinvoltura ripercorrendo i fatti e raccontando, con grande perizia, ciò che accadde a Udine tra il 1971 e il 1989: 15 omicidi di donne, la maggior parte prostitute, avvenuti a Udine e dintorni, almeno 4 riconducibili ad un unico assassino, come stabilisce un dossier medico realizzato nel 1995. “Femminicidi”, come li chiamiamo ora, che diedero uno scossone alla tranquilla città di provincia ma furono ben presto dimenticati.

Sulla prima pagina del libro si legge una nota dell’autrice:

Questa storia è in parte vera.
Nasce dal desiderio di narrare una vicenda che nessuno racconta.
Sono nata che già c’era.
Fino a pochi anni fa non la conoscevo e ho vissuto in città tutti gli anni Ottanta.
Il sospettato? L’hanno mormorato per anni.

Le vittime erano donne, donne a metà.
Forse, se soltanto una di noi fosse morta, l’assassino prima o poi l’avrebbero trovato.

Protagonista di questo romanzo è Agata Est, in cui si riconoscono inequivocabili dati autobiografici dell’autrice: si tratta di una giovane donna udinese, da qualche anno trasferitasi a Milano, con alle spalle studi di diritto greco, scrive biografie su commissione e si occupa anche di letteratura rosa, eredità della zia Giorgetta Armour alla madre Amalia. Agata ritorna a Udine, sua città natale, forse per restarci. Qui ritrova la sua famiglia che ruota attorno alle donne di casa, investigatrici e proprietarie dell’agenzia “Mantovani Sisters”, coadiuvate da Luigi Gortani. Mantovani è il cognome della nonna, Maria Gentile, mentre quello del nonno è Leoni. Rimasta orfana di entrambi i genitori nel 1976, per Agata questi sono gli unici affetti.

Una famiglia un po’ sui generis la Leoni-Mantovani:

Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia è infelice a suo modo.
Tutto era sottosopra in casa Leoni da quando la nonna era in missione, l’agenzia era in mano al Gortani, la zia Giorgetta era ancora in preda a un innamoramento senile. Questa situazione durava ormai da un mese ed era sentita tormentosamente da tutti i membri della famiglia. […] Agata era afflitta dalla storia dei 4 omicidi: voleva pure lei rinunciare alla ricerca. Non si trattava di una storia da pubblicare, non le si chiedeva di inventare una biografia. Era una vicenda vera, bislacca, successa a donne vissute prima di lei e decisamente meno fortunate. (pag. 154)

A Udine la protagonista ritrova anche l’ex marito Zeno Zuccheri che scopre essere stato l’amante di una delle donne uccise, un’ex compagna di liceo di Agata. Quest’ultima inizia ad indagare su questi omicidi dimenticati e scopre che nulla, o quasi, era cambiato nella città lasciata anni prima: un luogo protetto, ovattato, in cui i fatti di cronaca, anche quelli più gravi, passano sotto silenzio, rimangono relegati nelle pagine del quotidiano locale. Molti sanno ma nessuno parla, un’omertà dettata da un senso di protezione di quella tranquillità provinciale cui nessuno è disposto a rinunciare. La tipica corazza che protegge le piccole città in cui non succede quasi mai niente.

Agata non è un’esperta del mestiere anche se è cresciuta nel mondo dell’investigazione. Si può dire che la decisione di occuparsi di questi femminicidi sia per lei una sorta di apprendistato. Un’indagine che si rivela difficile anche a causa della poca disponibilità a parlare da parte di chi, Agata ne è sicura, sa.

L’unica persona che è disposta ad aiutarla è l’ex maresciallo dei Carabinieri Luca Quinterio che è anche il padre del brigadiere Marcello. Quest’ultimo non sembra disposto a sbottonarsi con Agata e il rapporto complesso e contrastato con il padre non fa che complicare le cose.
In un accorato scritto, il giovane Quinterio si rivolge al vecchio con queste parole:

Padre,
ti scrivo per dirti quello che a voce non riesco. Questa indagine mi terrorizza perché ci sei di mezzo tu, come sempre nella mia vita, e io non ce la faccio a chiederti aiuto. Voglio crescere nella mia carriera. Per me l’Arma è la missione. E tu che hai sempre avuto da ridire sulla mia vita privata, non ti devi permettere di giudicare il mio lavoro. Hai capito bene: ti detesto, è ora che tu lo sappia. E anche questa indagine che mi collega a te, la detesto. Come se non sapessimo come è andata a finire. Neanche tu sei riuscito a prenderlo, il mostro
. (p. 85)

Marcello Quinterio non ha, però, fatto i conti con la determinazione di Agata Est che da giovane e inesperta investigatrice saprà trovare la strada giusta in quella Udine in cui il cielo è blu fluo, come psichedelico, in certe giornate d’inverno.

La narrazione procede alternando la prima alla terza persona, a seconda dei fatti narrati, se sono riferiti ad Agata oppure alle vittime dei femminicidi. Ma talvolta anche quando si parla della Est, la narrazione è in terza persona, quasi la protagonista volesse, essa stessa, essere osservata dal lettore mentre “vive” questa storia, sollevando a poco a poco la polvere che decenni di silenzio e oblio hanno depositato su quelle femmine un giorno, madri per sempre. Si tratta di due versi di un testo di Fabrizio De Andrè, Ave Maria (canzone contenuta nell’album “La buona novella” del 1070) che ha ispirato il titolo del libro.
Forse non un titolo scelto a caso. Femine, in friulano, significa semplicemente donna (al plurale feminis) ed è un termine che riprende il latino femina, senza alcuna sfumatura negativa.

E donne sono (erano) le protagoniste di quei fatti di cronaca. Donne dimenticate perché considerate figlie di un Dio minore. Donne squalificate, infilate negli archivi del silenzio, lontano dalle coscienze, e colpevoli di non essere figlie di un notaio, di un direttore, un presidente … (sono le parole di Pino Roveredo, autore della prefazione, riportate a pag. 7).

***
Lo stile della Commessati è agile e snello. Prevale la paratassi che tradisce la sua esperienza di giornalista.
La lettura di questo libro (non oso chiamarlo romanzo perché contiene troppe verità, seppur celate da nomi fittizi) mi è piaciuta non solo perché ho scoperto fatti che non conoscevo o di cui avevo sentito parlare solo di sfuggita (a dimostrazione del fatto che su certe faccende è bene stendere un velo, cronache che svaniscono dalla mente non appena si volta la pagina del quotidiano), ma anche per la particolare struttura del testo. Elena Commessatti, infatti, alterna parti romanzate (che interessano la protagonista Agata e le sue vicende personali) ai fatti di cronaca attraverso degli “innesti”, preceduti da frammenti di articoli presi dal quotidiano friulano, Messaggero Veneto, in cui ripercorre la storia delle donne uccise. Questa strategia narrativa ha il pregio di creare una sorta di osmosi tra le diverse parti che rendono più verosimile la parte romanzata.
La location del romanzo, inoltre, ha agevolato l’immedesimazione così mi è stato facile seguire la giovane investigatrice attraverso le vie e viuzze, spesso coperte dal porfido (i sanpietrini, per intenderci) o dall’acciottolato dove i tacchi risuonano (e spesso rimangono intrappolati!), passare all’osteria per un tai (un bicchiere di vino, anche se sono astemia!) o gustare un cappuccino in uno dei caffè del centro. Luoghi a me noti che fanno da cornice al racconto.

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL CAMPEGGIO IN CITTA’ PER CONOSCERSI MEGLIO

campeggio in città
Passare le vacanze in città non è più da “sfigati” come una volta. Ormai, come ho scritto QUI, le città non si svuotano nemmeno a Ferragosto. Però rimanere dentro le quattro mura domestiche, sempre le stesse, per 12 mesi all’anno è davvero triste. Perché allora non provare una vacanza diversa, pur rimanendo in città e senza spendere molto?

La notizia proviene da Amsterdam dove, in tre parchi cittadini, l’Oosterpark, il Rembrandtpark e il Noorderpark, è stato allestito un campeggio per vacanzieri con tanta voglia di fare nuove conoscenze, cosa non sempre facile in una grande città dove i contatti umani sono sempre sfuggenti.

L’iniziativa è già collaudata e si è ripetuta nel periodo di Ferragosto. «De Buurtcamping – In camping con i vicini» è nata dall’idea di Roderik Schaepman, olandese residente nella capitale ma nato e cresciuto in Drente, la regione più verde e tranquilla dell’Olanda.

«Volevo che anche in una grande città ci fosse quell’atmosfera cordiale e accogliente, come nel paesino di 400 abitanti in cui sono nato – racconta Schaepman -. E poi in un camping è molto facile entrare in contatto. Il nostro motto è Power to the crowd, se metti insieme tante persone con tutti i loro talenti vengono fuori delle cose bellissime: nuovi rapporti di lavoro, relazioni romantiche, iniziative sociali. Poi fra i nostri ospiti abbiamo accolto anche alcuni senza tetto, che al camping si sono sentiti accettati come tutti gli altri. Se ci si mette insieme si possono raggiungere obiettivi insperati e migliorare veramente il mondo. L’idea del nostro camping può funzionare in ogni parco del pianeta».

La quota per partecipare era davvero esigua: 20 euro a persona per tutti i tre giorni, più 20 euro per la tenda. Nei tre parchi si sono ritrovate più di 700 persone, di cui un terzo rappresentato da quelli che hanno un sussidio per vivere o comunque un reddito annuo lordo al massimo di 21.000 euro, coloro che quindi non possono permettersi di andare in vacanza. Un altro terzo costituito dai volontari, che organizzano le più svariate attività durante il soggiorno e fanno sì che il campeggio funzioni e il restante terzo è rappresentato da persone comuni che vivono nel quartiere.

Un’esperienza che non è servita soltanto a familiarizzare tra vicini ma anche a divertirsi. Molte sono state, infatti, le attività proposte: lezioni di yoga, trattamenti di shiatsu e fisioterapia, lettura dei tarocchi, corsi per fare il pane o i cup-cakes, per la corsa di fondo o per imparare a dipingere. I genitori hanno potuto persino prenotare una ninna-nanna che veniva cantata davanti alla tenda per far addormentare i bambini.

A me sembra davvero una bella idea e non solo per chi non si può permettere una vacanza fuori porta. Anzi, potrebbe essere un’occasione per imparare cose nuove, per dare una mano a chi ha bisogno e per mettere al servizio della collettività il proprio talento.

E voi che ne dite? Sarebbe possibile organizzare una cosa del genere nelle nostre grandi (ma anche in quelle più piccole) città?

QUI potete vedere il VIDEO girato lo scorso anno.

[fonte: Corriere.it; immagine da questo sito]

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Il bus del tè, per coltivare relazioni di laurin42

“Music for peace”, la carovana umanitaria parte per Gaza (Buonenotizie di Corriere – @Corriereit)

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

MATTEO RENZI TWITTA: IMPOSSIBILE SPIEGARE LA GUERRA AI BAMBINI

renzi tweet
Che dire? Certo, ha ragione. Ai bambini non si può spiegare la guerra. Si dovrebbe insegnare loro la pace, casomai. Eppure, pensandoci, la storia è piena di guerre, vicine e lontane.

Quando un bambino prende in mano il sussidiario, ha inizio il suo approccio con la storia dell’Uomo che è soprattutto storia di guerra.

Pensiamo ai poemi epici, l’Iliade e l’Odissea, che i bambini e i ragazzi amano (dipende, ovviamente, da quanto gli insegnanti li fanno amare …). Due classici che si devono leggere, almeno in parte, a prescindere. Eppure i personaggi sono guerrieri spietati, pronti a tutto per dimostrare il loro valore. La guerra di Troia, poi, scoppia per via di una donna, Elena, contesa tra Paride e Menelao. Greci e Troiani si affrontano in un conflitto decennale per colpa di una donna. Pensate un po’.
E va bene che stiamo parlando di miti, che le cause della guerra tra Achei e Troiani furono altre, specialmente economiche. Così spieghiamo ai bambini che il bottino di guerra, comprese le donne e i loro figli ridotti in schiavitù, servivano a dimostrare inequivocabilmente che il più forte vinceva e gli altri erano a lui sottomessi, diventavano una sua proprietà. Che bella lezione!

Lasciamo i miti e parliamo di storia. Anzi, iniziamo dalla preistoria: lotta per la sopravvivenza, sangue sparso in nome della legge del più forte, predominio degli uni sugli altri anche solo per conquistarsi lo spazio dove vivere. Mors tua vita mea, questo insegniamo agli alunni, fin dalla più tenera età.

Non va meglio quando iniziamo a parlare di civiltà. L’approccio con i primi focolari ecumenici non è confortante: nascono le classi sociali, c’è il capo, una delle classi più importanti è quella dei guerrieri, la maggior parte del popolo è sottomessa. Che bella civiltà!

E quando esaltiamo le imprese degli antichi Romani, le guerre di difesa e poi quelle di conquista, il nemico cartaginese che, battuto, risorge. Carthago delenda est, tuonava Catone. Ecco che il nemico viene annientato solo privandolo della sua propria terra. Storia di guerra eppure tutti ad acclamare la bravura del popolo romano, dei nostri progenitori che hanno dato splendore, guerra dopo guerra, alla nostra penisola.

Parliamo di imprese belliche anche quando l’argomento è la religione. Le Crociate sì, per combattere gli infedeli (anche se tutti sappiamo che l’obiettivo dei Crociati era molto più venale). Bravi i soldati che hanno combattuto in nome della Cristianità.

Che dire, allora, di Colombo? Che la sua missione fosse quella di portare la Fede nelle terre d’Oriente, non era credibile nemmeno per la cattolicissima Isabella di Castiglia. Tant’è che ella stessa si aspettava tesori inestimabili, ricchezza e prestigio per il suo Stato. In nome della Fede ecco che spagnoli e portoghesi annientarono civiltà antichissime. Ancora guerre e stragi, il copione rimane lo stesso. Gli altri incivili, noi civilissimi popoli europei.

Non serve che faccia un excursus storico completo, tutti sanno che la Storia è fatta di guerre e la insegniamo ai bambini sin dalla più tenera età.

Renzi ha in parte ragione: non è impossibile spiegare ai bambini la guerra, è impossibile spiegare loro perché esistano ancora le guerre, perché tutt’oggi i popoli si armino in nome della supremazia, del potere.

Come scriveva Quasimodo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo
[…]

Il suo tempo, però, era quello immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale. E’ triste constatare che passano i decenni e le cose non cambiano. Questo è difficile da spiegare ai bambini.

ANCORA PREMI: GRAZIE A ISABELLA PER UN RAGGIO DI SOLE E LOVELY BOOK AWARD

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Con enorme ritardo e (anche) per scusarmi di aver dimenticato di farle gli auguri per il suo compleanno (come immaginavo 😦 ), ringrazio l’amica Isabella per avermi donato questo raggio di sole (anzi due!). E’ un premio che non impone domande a cui rispondere, solo il piacere di regalare un sorriso scaldato da un raggio di sole a chi si vuol bene.
Mi perdonerete se non nomino nessuno ma voglio comunque donare a tutte le persone che mi seguono questo raggio di sole … ce n’è proprio bisogno, visto che quest’estate è tanto piovosa! Oltre al mio sorriso, naturalmente.

Approfitto per ringraziare Isabella anche per un altro premio: il Lovely Book Award.

lovely book award

Ecco il regolamento: mettere il logo del premio (fatto), nominare 7 blog e rispondere a 7 domande.

Vediamo dunque quali sono le domande:

1) Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni? Di solito no, le recensioni le leggo (specie quelle degli amici blogger con la passione per la lettura) ma quando entro in una libreria sono altre le cose che mi attirano: la copertina, il carattere di stampa (ahimè, con la presbiopia scarto subito i libri scritti con un carattere troppo piccolo), la quarta di copertina, le info sugli autori … certo è che sono molto lenta a decidermi sull’acquisto, anche se ci sono delle volte in cui arraffo un libro qua e uno là affidandomi alla sorte! 😉

2) Dove compri i libri? in libreria oppure on line? Mai fatti acquisti on line! Gli e-book ancora non mi hanno conquistata. La carta per me ha ancora un suo perché.

3) Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta? D’estate faccio la scorta, per comodità, per avere sempre un nuovo libro da cominciare appena finita la lettura del precedente.

4) Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro? Generalmente no, anche se preferisco comunque libri agili e veloci da leggere per poterne fare una scorpacciata durante i mesi estivi, gli unici che riesco a dedicare alla lettura per diletto.

5) Hai un autore e un genere preferito? A parte i gialli e l’horror, non ho generi preferiti, sempre all’interno della narrativa. Altri generi, come i saggi, non li disdegno ma devo essere nello spirito giusto e molto riposata per affrontarne la lettura. Diciamo che questo tipo di lettura è quello che riservo al periodo scolastico … anche se non è proprio il momento di riposare! Attualmente come autore amo molto Erri De Luca. Nell’ambito della narrativa straniera per me il massimo è Jane Austen. Quando ero più giovane amavo molto Piero Chiara di cui ho letto tutto, proprio tutto. Di lui ho amato alla follia Il cappotto di astrakan. Non posso, inoltre, tacere la mia passione per Luciano De Crescenzo che considero un po’ un maestro. 😉

6) Quando è iniziata la tua passione per la lettura? L’ho spiegato in un post che il blog “Scuola di vita” del Corriere.it pubblicherà a settembre (ora è in vacanza). E’ una passione nata con molta calma, alla fine delle elementari ma si è rafforzata solo a partire dall’adolescenza.

7) Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme? Uno alla volta, per carità! come cantava il buon Figaro. Non inizio a leggere un nuovo libro prima di aver finito quello in lettura. Questo comporta anche una gran perdita di tempo nel caso in cui la lettura non sia interessante … non riesco a mollare a metà un libro (l’ho fatto solo con Bouvard et Pécuchet di G. Flaubert, un libro che sconsiglio a tutti!) e mi faccio violenza a finirlo.

A questo punto, trattandosi di un premio per lettori accaniti, cercherò di nominare proprio gli appassionati librofagi che hanno blog dedicati alla lettura oppure dedicano gran parte delle loro pagine a questa passione. Mi scuso in anticipo se qualcuno ha già ricevuto questo premio (lo consideri, quindi, un’ulteriore manifestazione di stima) e ci tengo a precisare che nessuno deve sentirsi obbligato a continuare la “catena”. Chi vuole può rispondere alle domande nello spazio commenti.

Eccoli:

LA LETTRICE SEGRETA

VALENTINA de LA BIBLIOTECA DI BABELE

MONIQUE de LE LUNE DI SIBILLA

MARA CARLESI di PAVESEGGIANDO

FRZ40

LORENZO di LORENZOLIBRI01

LUNA di VIAGGIOPERVIANDANTIPAZIENTI

RINGRAZIO ANCHE IL COLLEGA BLOGGER MICHELE (michelechefailprof) PER AVERMI MENZIONATA QUI.

Infine, un grande abbraccio a ISABELLA alla quale faccio mille AUGURI PER IL COMPLEANNO festeggiato il 16 agosto. 🙂

FERRAGOSTO IN CITTA’

Vignetta-Ferragosto-Ferragosto in città, e dov’è la novità?

Una volta le città si svuotavano veramente non solo a Ferragosto ma per tutto il mese. Trovare un negozio aperto era un’impresa. Per la spesa non si poteva fare affidamento sui grandi supermercati di oggi. C’erano i piccoli negozi di alimentari a gestione familiare che, però, in agosto tenevano le saracinesche abbassate per tutto il mese. Il titolare ti portava la spesa a casa con il sorriso, senza chiederti nulla in cambio. Si chiamava “cortesia”. Ormai è una parola che forse qualcuno associa ai romanzi cavallereschi o alla poesia in lingua d’Oc, se è istruito, o al massimo all’auto che qualche officina meccanica ti impresta per il tempo che ci vuole a ripararti la macchina.

Un tempo le ferie erano sacre e nessuno ci rinunciava. Magari si risparmiava tutto l’anno ma quelle due settimane (a volte anche un mese intero) si passavano fuori casa. Il riposo era un diritto. A casa non ci si riposava.

Ora le cose sono cambiate. Il traffico di qualche Ferragosto fa è solo un ricordo. Tutti a casa o quasi. Il meteo, poi, almeno qui al Nord Est, sembra complice di questa crisi che pare non finire mai. Non fa che piovere: che ci sia lo zampino del governo? Il vecchio detto è più che mai attuale.

Per caso ho scovato una vecchia filastrocca di Gianni Rodari. Leggendola mi sono resa conto di quanto sia attuale.

Ferragosto

soleFilastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

Che dite, gliela mando @matteorenzi via Twitter?

Comunque sia, BUON FERRAGOSTO A TUTTI!

[immagine da questo sito]

GEMELLI CONTESI: E SE LI “DIVIDESSERO” TRA LE DUE FAMIGLIE?

fecondazione_assistita
Non è mia questa proposta choc. L’ “idea” è di Francesca Bolino che, a proposito della triste vicenda dei gemellini contesi, si chiede su un blog di Repubblica.it:

la soluzione più umana non sarebbe quella di dividere i gemelli affidandone uno a ciascuna coppia? […]

Mi rendo conto che sarebbe una soluzione eccezionale, che richiede energie e disponibilità eccezionali da parte delle due coppie. Ma di fronte a un caso eccezionale la soluzione può essere soltanto eccezionale.

In questi mesi su questa vicenda sono state dette molte cose. A parte la decisa condanna dell’errore umano compiuto all’ospedale Pertini di Roma, da un lato si difende la genitorialità naturale, ovvero la donna che ha dato alla luce i gemelli, dall’altro si ritiene che abbiano maggiori diritti i genitori biologici. Questo perché i due gemelli hanno il loro DNA.

Certo è che la scienza, seppur attraverso l’errore di chi l’ha applicata, non dà più ragione al 100% all’unica sicurezza che riguardava la nascita di un bambino: mater semper certa. Infatti, se dovessimo appellarci all’antico detto, i bambini nati ai primi di agosto dovrebbero essere figli della donna che li ha partoriti. Sempre sulla base del citato assunto il giudice Silvia Albano, che avrebbe dovuto occuparsi della sospensione della registrazione all’anagrafe dei bambini chiesta dai genitori biologici (cosa ormai impossibile, dato che la nascita dei bimbi è stata anticipata, è avvenuta in gran segreto e la notizia è stata diffusa solo dopo la registrazione allo Stato Civile), avrebbe comunque stabilito che i genitori dei gemellini sono quelli “sbagliati”.

Insomma, un utero non è solo un’incubatrice. Una donna, nei nove mesi della gestazione, sente crescere dentro di sé la sua creatura, la nutre, le parla, si crea tra madre e feto una simbiosi che solo la nascita interrompe. Ma quel legame speciale che si è venuto a creare per lungo tempo non potrà mai essere annullato. Prova ne sia che esistono dei casi in cui una madre “surrogata”, pentendosi della scelta operata, rivendichi il suo diritto a crescere i figli che ha dato alla luce per la gioia di altri.

Da una parte, dunque, c’è la natura e dall’altra la scienza. Proprio la scienza dice che, nell’essere padri o madri, è il DNA che conta. Non stupisce, quindi, che i genitori biologici rivendichino i propri diritti. Però come sostiene l’avvocato che difende la coppia che ha dato alla luce i bambini, accanto alla generica c’è l’«epigenetica».

La ricerca scientifica, secondo la tesi dell’avv. Michele Ambrosini, proverebbe le diverse capacità di attivazione e di «adeguamento» del DNA in base all’ambiente. «Esemplifico: i genitori biologici affermano che i due gemellini possiedono il loro DNA, giusto? Ma io obietterò che il ruolo fondamentale è quello della madre naturale, che assicura al bambino protezione e alimento. È questa trasmissione di natura a trasformare nel tempo il DNA. Mi avete capito? Insomma, pensate alla differenza che c’è tra scrivere un libro e leggerlo. Chi scrive un libro gli trasmette senz’altro il suo DNA. Ma poi il libro appartiene a chi lo legge, perché chi lo legge lo trasforma attraverso il suo filtro personale di emozioni ed umori. Ecco, questa è l’epigenetica».

Scienza a parte, il problema rimane. I genitori naturali non avranno mai la gioia di dire, osservando i propri figli, “guarda come assomiglia al nonno!” oppure “Ha preso proprio da te”. Cosa che accade, mi si potrà dire, anche nel caso di adozione. L’amore però non cambia. Certamente ma in questo caso, contrariamente a ciò che si verifica nella maggior parte delle adozioni, mamma e papà sanno chi sono i “veri genitori” dei gemellini, sanno che l’utero di un’altra donna avrebbe dovuto ospitare gli embrioni, sanno che prima o poi la verità dovrà essere raccontata ai figlioletti ignari di essere i “figli sbagliati”. E cosa potranno dire della scelta operata dai genitori?

La natura, invece, questa volta si deve arrendere. I genitori biologici non avranno il piacere di abbracciare i due fagottini, di farli crescere, di assistere ai primi passi incerti di chi si stacca dalla mano sicura di mamma e papà e vuole conoscere il mondo, di consolarli al primo ginocchio sbucciato. Non ascolteranno i primi balbettii e le prime parole, non li accompagneranno emozionati il primo giorno di scuola, non li seguiranno nelle piccole e grandi scoperte della vita. Avere dei figli e far finta di nulla non deve essere facile. Non lo è nemmeno per chi i figli li abbandona.

Quando in aprile è uscita questa notizia, qualcuno ha parlato, facendo ovviamente un’potesi, di affido condiviso fra le due coppie. Questa potrebbe essere una soluzione, tuttavia non priva di disagi per i bambini, primo tra tutti l’essere sballottati da una casa all’altra. A meno che non si opti per una scelta come quella proposta (e quindi in quel caso obbligata) da un giudice che ha stabilito che la bambina di due coniugi separati non dovesse cambiare lei casa a settimane alterne o nei week-end ma fossero i genitori ad alternare la loro presenza in un’unica abitazione che di fatto sarebbe stata quella della figlia (ne ho parlato QUI).

Tornando alla proposta di Francesca Bolino, nel tweet che mi ha portato a scoprire il suo post ho semplicemente risposto: “E’ una situazione terribile. Non posso dar ragione a Bolino ma nemmeno torto. Nn so qual è il bene x i bimbi”. E ora me lo chiedo nuovamente: qual è il bene per quei bimbi? Dividerli, farli crescere separati, affidandoli uno ai genitori naturali e l’altro a quelli biologici, sarebbe un bene per loro? Farli crescere assieme, seppur separati, come fossero amichetti o cuginetti, sarebbe possibile? La mamma che li ha partoriti potrebbe accettare di essere chiamata mamma solo dalla femminuccia o dal maschietto? La donna a cui erano appartenuti quegli ovuli potrebbe accettare di essere chiamata mamma da uno solo dei due figli? Uno è meglio di niente, direte. Allora, colei che li ha tenuti entrambi per nove mesi nella pancia, sentendosi la loro madre, sarebbe un’egoista se volesse tenerli per sé sola?

Sono interrogativi che credo non abbiano risposte. In questa brutta storia non penso ci sia spazio per i compromessi perché a qualunque soluzione si arrivasse, scontenterebbe una delle parti. La natura non sempre vuole la felicità degli uomini (Leopardi docet), la scienza ne offre solo una parvenza.

[immagine da questo sito]

LA CAMICIA TUTTA D’ORO E LO SCHIAFFO ALLA POVERTA’

camicia d'oro
Proprio ieri ho pubblicato un post in cui si parlava dell’India. L’India povera, quella dei bambini di un villaggio costretti a sfidare coccodrilli e correnti per andare a scuola. Ma c’è un’altra India, quella dei ricchi (e dov’è la novità, vi chiederete), quella dei lussi sfrenati, quella degli agi a qualsiasi costo. Chi non ha nulla e chi ha troppo. La vita è così.

Protagonista di questo post è Pankaj Parakh, magnate indiano del settore tessile. Per il suo 45° compleanno si è voluto concedere un regalo speciale: una camicia tutta d’oro, del peso di quattro chili e dal valore di 170.000 euro. Un regalo che, oltre ad essere un po’ faticoso da portare, lo obbliga a girare con ben quattro guardie del corpo, una per chilo.

«Sono sempre stato affascinato dall’oro, fin dall’età di cinque anni» – spiega – «Nel corso del tempo, questo interesse è diventato una vera passione. Era logico che volessi qualcosa in oro per i miei 45 anni». Era logico? Be’, ognuno ha la sua logica.

Personalmente penso a questo capo di abbigliamento inutile e al suo costo. Non sono un’addetta ai lavori ma mi chiedo se quei 170mila euro sarebbero bastati per costruire quel ponte sul fiume, per il semplice agio di 125 bambini che sarebbero sollevati da un’impresa rischiosa e poco agevole, come il guadare a nuoto un fiume infestato da coccodrilli.

D’altronde è logico che ognuno pensi agli agi suoi.

[notizia e immagine dal Corriere.it]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: A NUOTO TRA I COCCODRILLI PER ANDARE A SCUOLA

India bimbi nuotoNon so se quella di oggi possa essere considerata una buona notizia. Quanto meno lo è a metà e sarebbe davvero buona se avesse una fine lieta: la costruzione di un ponte lungo 600 metri. In ogni caso, come già altre notizie riportate in questo blog su argomenti simili, serve a far riflettere noi adulti ma anche i bambini e i ragazzi. Invito, pertanto, genitori e nonni a raccontare questa storia ai loro figli e nipoti.

La notizia è stata diffusa dal quotidiano The Indian Express: più di cento bambini che abitano nei sedici villaggi del povero distretto del Gujarat, lo Stato del premier Narendra Modi nell’India nord occidentale, per andare a scuola sono costretti a percorrere circa cinque chilometri a piedi, attraversando a nuoto un fiume infestato da coccodrilli per 600 metri. Eppure basterebbe solo un ponte per risolvere il problema.

Nonostante il progetto per costruire il ponte sia stato già approvato, da ben sette anni, i lavori non sono mai iniziati. Il Gujarat, tra le altre cose, è definito Stato modello per lo sviluppo industriale, ma ancora uno strato di popolazione poverissima vive per lo più in tribù. Ora un appello è stato lanciato al premier Narendra Modi, per aiutare questi bambini che quotidianamente rischiano la vita per andare a scuola.

Il viaggio è, infatti, avventuroso. I 125 bambini del distretto per guadare il fiume devono spogliarsi, mettere i vestiti dentro a delle anfore e utilizzare dei sacchetti di plastica per proteggere i libri che portano sulla testa durante la traversata.
Le bambine, più pudiche, restano con i vestiti addosso, bagnate fradicie per quasi tutta la durata delle lezioni. Ovviamente devono compiere questo tragitto all’andata e al ritorno, con notevoli disagi e rischi.

Il periodo più rischioso è quello dei monsoni. I bambini, che sono accompagnati da un genitore nella traversata del fiume che dura circa 30 minuti, rischiano non solo di essere aggrediti dai coccodrilli ma anche di essere trascinati via dalla corrente, cosa già avvenuta, come testimonia Nagin Baria, il padre di una bambina, che dice: “Per fortuna siamo sempre riusciti a recuperarli in tempo”.

Ora, io adesso vorrei che molti dei nostri bambini e ragazzi, che possono godere di ogni agio e che spesso vengono accompagnati a scuola dai padri o dalle madri in automobili dotate di ogni confort (riscaldamento d’inverno e aria condizionata negli ultimi mesi di scuola), che nuotano in superattrezzate piscine con esperti allenatori, in vista di qualche gara sportiva e che i libri quasi li schifano, tanto che sarebbero ben contenti se divenissero inutilizzabili a causa di un acquazzone, riflettessero non sulle comodità di cui godono ma sul valore che l’istruzione ha per i loro coetanei che non possiedono nulla, tranne una grande dignità e forza di volontà.

Se dico questo, sono troppo severa?

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

ALTRE BUONE NOTIZIE

Quote rosa alla Lego di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

AH, L’AMORE …

Sul filo dei ricordi, ho riletto questo post in cui riassumo i pensieri sull’amore raccolti in classe qualche anno fa. Era una classe speciale, una di quelle che lasciano un segno nel cuore. Una bella classe, al di là dei risultati scolastici (ne ho avute di migliori, sotto questo profilo), piuttosto per il feeling che si era creato tra di noi. Ce ne saranno altre così? Mah …

Uno dei più bei pensieri scritti dai ragazzi è questo:

L’amore è una sfida a carte con il nostro cuore: in tutti i casi il nostro avversario ne esce vincitore: se perdiamo, infatti, ci disperiamo cercando di dimenticare; se dovessimo vincere è il cuore stesso che si complimenta con noi, anche se alla fine è lui che riceverà la medaglia.

Non so nulla dell’autore o autrice, i bigliettini erano anonimi. Penso che sia stata una studentessa a scrivere queste parole, ma non ne sono sicura. Ad ogni modo mi sembra un pensiero profondo, a prima vista non troppo ottimista, forse solo obiettivo. Chi ha scritto queste parole aveva allora solo sedici anni.

Lo dedico a chi crede nell’amore,
questo folle sentimento che
ah l’amore
più lo fuggo e più ritorna da me
e stavolta ha il tuo volto perchè
io mi sto innamorando di te

(dal testo di “Questo folle sentimento” dei Formula 3, 1969)