LIBRI: “IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE” di CLARA SÁNCHEZ

PREMESSA.
Non conoscevo i romanzi di Clara Sanchez. La scorsa estate ho letto Entra nella mia vita che considero un buon romanzo anche se la trama è abbastanza scontata e non troppo avvincente. Il profumo delle foglie dilimone è il primo romanzo di successo della Sanchez (ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, tradotto in moltissime lingue) ed è staro consacrato anche con il premio Nadal, il più prestigioso premio letterario in Spagna. La trama è interessante ma, ahimè, ho trovato delle pecche che hanno provocato in me una delusione inattesa, visto che fin dalle prima pagine il romanzo mi ha entusiasmato, specialmente per la particolarità della trama.

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L’AUTRICE
Clara Sánchez vive a Madrid. Ha pubblicato alcuni romanzi inediti in Italia, ma tradotti in molti altri Paesi, e ha vinto il Premio Alfaguara nel 2000 con Últimas noticias del paraíso. Con Il profumo delle foglie di limone (titolo originale Lo que esconde tu nombre, edito nel suo Paese natale nel 2010), ha raggiunto la fama mondiale. Nel 2012 l’autrice ha pubblicato Entra en mi vida (pubblicato in Italia l’anno successivo con il titolo Entra nella mia vita, cui è seguito, nel 2013, il romanzo El cielo ha vuelto (uscito quest’anno in Italia con il titolo Le cose che sai di me).

LA TRAMA
La vicenda di cui tratta Il profumo delle foglie di limone (ed. italiana Garzanti, 2011) si svolge in Spagna, in una località di villeggiatura marittima sulla Costa Blanca. Protagonisti sono un ottantenne argentino, Juliàn, e una giovane donna spagnola, Sandra.
Juliàn è un ex deportato, vedovo dell’amata Raquel, con cui ha condiviso i dolori e le gioie della vita, e ha una figlia cinquantenne che probabilmente lo considera un vecchio pazzo e senza speranza, ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale lui aveva conservato un ricordo destinato a non abbandonarlo mai. Vecchio e malato affronta un lungo viaggio che lo porta dalle sponde oceaniche a quelle del Mar Mediterraneo per svolgere una missione lasciatagli in eredità dall’amico e compagno di tante sventure Salvador Castro, chiamato amichevolmente Salva. Quest’ultimo, scomparso da poco, aveva condotto con successo per tutta la vita quella missione che invece Juliàn aveva portato avanti con minor destrezza. Così racconta il protagonista nelle pagine iniziali:

“Ci eravamo conosciuti giovanissimi in quel corridoio stretto fra la vita e la morte che i credenti chiamavano inferno e i non credenti come me anche, Aveva un nome, si chiamava Mauthausen, e non riuscivo a immaginare che l’inferno potesse essere diverso o peggio di così. […] Quando ci liberarono, ci arruolammo nel Centro Memoria e Azione. […] L’idea fu sua. Quando uscimmo da là dentro, io volevo essere normale, confondermi tra le persone comuni. Lui però mi disse che era impossibile, che eravamo condannati a sopravvivere. E aveva ragione […] Riuscì [Salva, NdR] a localizzare e trascinare davanti ai giudici novantadue ufficiali nazisti; […] Io non fui abile come Salva, mi capitò tutto il contrario. Non portai a termine una missione: alla fine li catturava sempre qualcun altro o riuscivano a scappare. Sembrava che il destino si prendesse gioco di me.” (pp. 8-10 dell’ed. citata)

Il destino, però, fa incontrare a Juliàn la giovane Sandra che, pur senza volerlo, si unirà a lui in quest’ultima caccia. Lei è spagnola, vive a Madrid, è incinta di cinque mesi e non sa che fare della sua vita. Decide di trasferirsi ad Alicante per riflettere sul suo futuro e soprattutto per allontanarsi dal compagno Santi, all’oscuro della gravidanza.

“Mia sorella mi aveva lasciato la sua casa al mare per riflettere con tranquillità su cosa mi convenisse fare, se sposarmi o meno con il padre di mio figlio. Ero incinta di cinque mesi e ogni giorno ero sempre più confusa all’idea di formare una famiglia, ma era anche vero che da totale incosciente avevo lasciato il lavoro in un periodo in cui sarebbe stato difficile trovarne un altro, e occuparmi da sola del bambino non sarebbe stata una passeggiata. […] Amavo Santi, ma non quanto sapevo di poter amare un uomo. Santi era a un passo, solo a un passo dal grande amore. […] Non avevo voglia di prendere decisioni definitive. Mi andava bene fantasticare a cuor leggero e senza angosce su possibilità in quel momento irraggiungibili come le nuvole […]” (p. 12 dell’ed. citata)

I due protagonisti s’incontrano grazie a una coppia di età avanzata che vive in una villa a Tosolet, sobborgo di Alicante. Sono dei norvegesi, ex criminali nazisti, se mai si può definire “ex” persone che hanno compiuto crimini così efferati. Il male, infatti, solitamente non abbandona mai le loro menti e il loro animo anche se cercano di vivere una vita tranquilla e protetta, senza pesi sulla coscienza. Fredrik e Karin Christensen sono i nazisti che Juliàn vuole catturare ma per Sandra, che li incontra in modo del tutto casuale, rappresentano solo una coppia di nonni che si prenderanno cura di lei e della creatura che porta in grembo. Almeno così pare …

Juliàn, che segue le istruzioni lasciate dall’amico Salva in una lettera fatta recapitare dopo la sua morte, capisce ben presto che i due vecchietti apparentemente amabili e inoffensivi, fanno parte di un’organizzazione più ampia, chiamata la Confraternita. Naturalmente fanno in modo di non insospettire la giovane Sandra che soccorrono in occasione di un malore sulla spiaggia e, una volta scoperto il dolce segreto, la convincono a lasciare la villetta della sorella per trasferirsi nella loro bella casa, Villa Sol, dotata di ogni comfort. In cambio dell’ospitalità, Sandra si occupa di Karin, donna forte all’apparenza ma che alterna momenti di sofferenza ad altri in cui sembra rinvigorirsi in modo quasi miracoloso. Effettivamente Sandra, con la complicità di Juliàn, scoprirà che questi mutamenti, non solo fisici ma anche umorali della donna, sono tutt’altro che il frutto del caso.

A poco a poco fra i due nasce un’intesa fatta di incontri furtivi, sempre con il sospetto di essere seguiti, e messaggi che si scambiano in un luogo insospettabile per tutti. Juliàn sa che la collaborazione chiesta a Sandra, che di nazismo e campi di sterminio aveva sentito parlare solo a scuola e nemmeno in modo approfondito e che in un primo momento sembra spaventata soprattutto per le sue condizioni di gestante, la espone a grossi rischi ma la ritiene l’unica via per stanare anche gli altri componenti della Confraternita: Aribert Heim, il macellaio di Mauthausen, Otto e Alice, Anton Wolf ed Elfe e la glaciale Frida.

“Per raccontarci le novità dovevamo vederci un giorno sì e un giorno no al Faro alle quattro del pomeriggio, a meno che Sandra non riuscisse a lasciarmi un messaggio in albergo o nella nostra “cassetta” del faro o che io mi facessi vedere quando scendeva in paese per portare Karin in palestra.” (p. 288 dell’ed. citata)

Da parte sua, l’uomo sa di essere sorvegliato, in albergo e negli altri luoghi in cui era facile si recasse. L’organizzazione è, infatti, molto efficiente e si serve di alcuni scagnozzi come Alberto (per cui Sandra usa l’appellativo “l’Anguilla”) e Martin. Tutte persone di cui diffidare, come quel certo Tony, una specie di detective, che in albergo sembra controllare che nulla di male capiti a Juliàn, dopo un’irruzione avvenuta nella sua camera da parte di ignoti.
Tra i personaggi che incutono, invece, più timore a Sandra, c’è Frida, la governante dei Christensen che cercherà in tutti i modi di metterla in difficoltà, anche per una sorta di gelosia nei confronti di Alberto su cui Sandra ha messo gli occhi e che diventerà per lei un importante punto di riferimento. Forse anche il vero amore.

[…] Alberto era stato sicuramente l’illusione di cui avevo bisogno per sopportare la tensione che avevo vissuto a Villa Sol, e senza dubbio il suo nome non era solo un nome, era il suo giubbino blu, la sua camicia stropicciata, la cenere della sigaretta che gli cadeva sui mocassini, i suoi capelli lunghi e la sua fronte arrossata dal vento, era il suo odore, il suo sguardo preoccupato e la sua voce che scivolava sotto la porta quando mi aveva detto: “Ti amo”. E poi più niente. (pp. 324-25 dell’ed. citata)

L’operazione sembra avere successo, nonostante le molte difficoltà incontrate dai due. Ma non sempre i piani riescono ad essere attuati come si prevede o almeno ci si augura.

***

La lettura del romanzo procede spedita e, per buona parte, la trama è avvincente. Però il finale lascia l’amaro in bocca. Forse la Sanchez voleva evitare, almeno in questo libro, la banalità. L’originalità del testo riguarda soprattutto la duplice focalizzazione: la narrazione è in prima persona ed entrambi i protagonisti raccontano le loro esperienze come in una sorta di diario, in cui mancano, tuttavia, precisi riferimenti temporali. Questa tecnica narrativa è, a mio parere, l’elemento vincente del romanzo, soprattutto per la bravura con cui la Sanchez “intreccia” i due piani narrativi senza perdersi nelle inevitabili sovrapposizioni.

Un’annotazione sulla forma. È evidente che quando si legge un testo straniero siamo messi di fronte a una traduzione. “Il profumo delle foglie di limone” è tradotto, nell’edizione Garzanti, da Enrica Budetta che, secondo me, non ha fatto un buon lavoro. A parte i refusi di stampa, che non dovrebbero esserci dato che il libro è pubblicato da un’importante casa editrice, l’uso (anzi, il non uso) del congiuntivo lascia molto a desiderare, così come la punteggiatura. A volte anche le scelte lessicali non mi sono parse troppo curate. Stranamente ho fatto attenzione a queste cose, il che significa che, almeno nella seconda parte, la trama non mi ha del tutto catturata.

Infine, lodevole il coraggio di trattare un tema così delicato, come la deportazione nei campi di sterminio, che per la maggior parte costituiscono la “materia” di libri autobiografici e di testimonianza.
Nell’appendice, viene riportata un’intervista in cui l’autrice spiega come mai questa pagina di storia macchiata di sangue attiri ancora l’attenzione:

“Perché non si capisce. È fuori da ogni possibilità di comprensione umana, uno sterminio tanto sistematico e organizzato. Gli psicopatici attraggono, e bisogna stare in guardia perché possono occupare gli scranni del potere, sono freddi e sanno come manipolare gli altri. Bisogna avere buon senso, rimanere lucidi.” (p. 360 dell’ed. citata)

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