31 luglio 2014

CREDI DI AVERMI MESSA A FUOCO? LE SOLUZIONI E … UN PO’ DI ME

Posted in adolescenti, affari miei, amicizia, bambini, famiglia, figli, lavoro, web tagged , , , , , , , , , a 12:34 am di marisamoles

premio vero falso
Come promesso, riporto le soluzioni al “gioco”.

1. Quando sono nata, a Trieste soffiava una bora fortissima VERO
Qualcuno ha scritto che dipende dalla stagione, che è troppo scontato o che la bora a Trieste non è poi così frequente. Dico subito che la bora non ha stagione, c’è sempre. E’ vero che negli ultimi anni si è molto attenuata, nel senso che non sempre le raffiche sono violente come una volta. La bora legata alla mia nascita è, però, in un cero senso un fatto curioso.
Sono nata l’11 ottobre. Quando mia mamma è stata colta dalle doglie, sembrava piena estate. Indossava un abito leggero e sandali senza calze, praticamente un abbigliamento tipicamente estivo. Era talmente abbronzata che in ospedale le hanno fatto i complimenti, anche se in quella circostanza non credo le interessassero più di tanto.
Sono nata nel cuore della notte (alle 3 e mezza, credo) e proprio a partire dalla serata del 10 ottobre il tempo è cambiato: praticamente in una sola notte si è passati dall’estate all’autunno inoltrato. Mio papà, quando da ragazza mi arrabbiavo e andavo spesso su di giri, mi diceva che si vedeva che ero nata in una notte di bora, che sembravo io stessa un refolo di bora.

2. Da piccola ero allergica alle fragole VERO
Io le adoravo (e le adoro) ma mi facevano venire l’orticaria. Fortunatamente l’allergia se n’è andata com’era venuta e ora posso tranquillamente mangiarle … meglio se con una bella spruzzata di panna. 🙂

3. Vado pazza per il risotto alla milanese FALSO
Per carità, odio il sapore dello zafferano! Eppure i risotti sono la mia specialità culinaria e uno dei primi piatti che prediligo. Li preparo con tutto, carne, pesce, verdure ma lo zafferano no!

4. Ho preparato la prima torta a 12 anni VERO
Fin da piccola passavo ore a guardare mio papà o mia nonna mentre cucinavano (mia mamma, invece, non è una cuoca provetta) ma non li ho mai visti preparare una torta. Be’, mi sono detta, manca una pasticcera in questa casa!

5. Pur avendo sempre sentito la vocazione per l’insegnamento, per un certo periodo ho pensato che mi sarebbe piaciuto studiare medicina FALSO
Io ho sempre avuto paura dei medici, il mio pediatra, detto “testa d’uovo” per la forma del capo, mi terrorizzava. In più la vista del sangue mi ha sempre spaventata sicché non mi è mai passata per la mente l’idea di diventare medico.

6. I miei genitori volevano che facessi l’avvocato VERO
Ma non, come osserva Diemme, perché la maggior parte dei genitori sogna il figlio avvocato o come dice Alberto ci sia un avvocato in famiglia (papà, nonno ?). Semplicemente perché i miei genitori sono degli assicuratori e mi avrebbero trovato un posto sicuro e ben remunerato. Ora come ora mi sto chiedendo perché mai io non li abbia ascoltati. 😦

7. Indosso sempre scarpe con il tacco a spillo FALSO
Mi piacerebbe molto (il tacco alto e a spillo slancia che è un piacere e rende la figura più longilinea 😉 ) ma purtroppo i miei piedi detestano i tacchi. Eppure fino al mio matrimonio, proprio perché mio marito ha la bella altezza di 195 cm (forse ora 192, si è un po’ ingobbito con l’età 🙂 ) portavo i tacchi alti. Mi sono sposata con il tacco 12, per dire, e le scarpe le ho tenute addosso per quasi 12 ore senza soffrire. Altri tempi!

8. Odio indossare i jeans FALSO
E qui devo fare i complimenti ad Alberto che ricordava un mio post. Infatti, nella parte del suo commento che ho tagliato per non aiutare gli altri, ha riportato ciò che avevo scritto: “Non sono più la ragazzina viziata che faceva fare chilometri ai genitori per poter acquistare, prevalentemente in Veneto, i jeans Fiorucci, i preferiti. Ma quei pantaloni tanto amati occupano sempre lo spazio privilegiato nel mio guardaroba” (19/5/12). Bravo!
Grazie a Diemme per col tuo fisico i jeans sono una manna, spero per te che non li odi. Troppo buona!

9. Ho una sfrenata passione per gli anelli VERO
Non è solo passione, è una vera e propria mania. Io comprerei anelli tutti i giorni. Fortunatamente mi trattengo ma se ne vedo uno che mi piace davvero tanto (e che sia abbordabile, non parlo ovviamente di diamanti!), me lo compro. Ecchecaspita, si vive una sola volta, no? Comunque è una mania che mi porto dietro dall’adolescenza: allora ne mettevo uno, o anche più, per dito. Ora ho la mano seria, quella maritale (fede nuziale, veretta d’oro bianco delle nozze d’argento, anello di fidanzamento e trilogy regalatomi dal marito per i 25 anni, il tutto sull’anulare), ovviamente la sinistra, e quella informale, la destra, in cui indosso gli anelli più strani, sia sull’anulare sia sul medio. A volte anche decisamente voluminosi.
Mi spiace contraddire Alberto ma non si scrive male alla lavagna con troppi bijoux, semplicemente non scrivo spesso alla lavagna perché sono allergica al gesso. 😦 Per fortuna ora c’è la LIM …

10. Quand’ero assistente in una colonia estiva ho schiaffeggiato una bambina VERO
Brava Diemme ad avere intuito che proprio la veridicità di questa affermazione vi avrebbe stupiti. In qualche modo è andata oltre al semplice intuito dicendo: sono sicura che le hai salvato la vita. Be’, proprio salvato la vita no, ma la situazione era davvero particolare. Mi scuso ma qui devo aprire una lunga (e dolorosa!) parentesi.
Avevo 17 anni e durante l’estate volevo lavorare, per non dipendere dai miei. Un mio amico mi disse che sua zia era la direttrice di una colonia estiva a Cesenatico e che lui stesso aveva già provato l’esperienza di assistente. Da sola non ci sarei mai andata così mi ha accompagnato una mia compagna di liceo (una delle tre grazie, per intenderci!).
Mi fu affidata la “squadra” di bambine dai 6 ai 10 anni. Non sto qui a raccontare la pesantezza di quelle tre settimane che mi sembrarono 3 mesi. Vi dico solo che è stata un’esperienza terribile, specie perché la zia-direttrice del mio amico era, secondo me, la signorina Rottermaier che dai monti è scesa al mare per cercare un clima diverso e più persone da tormentare. Io fui la Heidi della situazione. 😦
A parte questo, nella mia squadra c’era una bimba di soli 5 anni perché i genitori volevano che stesse assieme alla sorella più grande. Fatto sta che quella era una vera peste. Si chiamava Pasqualina, e ho detto tutto. Sarà stata lei felice come una Pasqua, più piccola ovvero a sua misura, ma sembrava nata per rendere infelice me. Io avrei dovuto badare solo a lei e non alle, udite udite, altre 29 compagnette. Sì, 30 bambine affidate ad una sola persona giorno e notte, per di più minorenne. Altri tempi.
Insomma, la cara Pasqualina, oltre a farmi correre su e giù per la spiaggia di giorno, aveva deciso di non farmi dormire la notte. Lei non voleva dormire nel suo letto, preferiva il mio che era un letto singolo, scomodissimo, separato dal resto della camerata da una tenda. In piena notte vedevo il suo visino che sbucava dalla tenda, mi alzavo e la riportavo a letto dicendo che non poteva dormire con me, che in due saremmo state strette e che il suo letto era molto più comodo. Questo succedeva più volte, poi mi addormentavo stremata e la mattina dopo mi ritrovavo in “dolce” compagnia.
Ero rassegnata. Poi accadde una cosa che mi sconvolse letteralmente: venni a sapere che Pasqualina aveva i pidocchi. Aiutooooo!!! Ancora adesso non sopporto l’odore dell’aceto, tanto ne usai per lavarmi ogni giorno i capelli. Li avevo lisci e brillanti ma accuratamente avvolti in un foulard di seta. Sembravo una di quelle dive anni ’50 che popolavano i boulevard di Cannes. Peccato che Cesenatico non fosse Cannes e che io non mi sentissi affatto diva. Ero una derelitta, mi ero pure abbassata a scrivere un’accorata lettera a mia mamma. Io e lei quella volta a mala pena ci parlavamo.
Dopo la scoperta che dei poco simpatici animaletti popolavano la testa di Pasqualina, il mio rifiuto di dormire con lei fu categorico. Una notte, però, iniziò a urlare come una pazza, a piangere a dirotto, una scena isterica, con tanto di apnea e volto cianotico. Le tirai due ceffoni, per salvarle la vita, in un certo senso, ma soprattutto per prendermi una soddisfazione. Erano altri tempi, non mi beccai una denuncia, come accadrebbe ora. Mi beccai, però, due ceffoni dalla signorina Rottermeir in versione balneare. Ciò provocò una irrimediabile e insanabile rottura tra di noi. Il che significò per me passare il resto del tempo a maledire il momento in cui avevo accettato questo lavoro.
Certamente mi resi conto di aver fatto una cosa orribile. Però da madre, quando fui costretta ad affrontare gli spasmi affettivi del mio secondogenito, compresi che i due schiaffi mollati a Pasqualina furono davvero la soluzione ideale.

Ecco, questo è tutto. Come potete vedere, al di là delle soluzioni al giochino, ho raccontato delle cose e degli aneddoti che hanno senz’altro contribuito a farmi conoscere meglio.

Insomma, se non mi avete messo a fuoco ora, forse la prossima volta andrà meglio. 😉

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29 luglio 2014

CREDI DI AVERMI MESSA A FUOCO?

Posted in Uncategorized a 11:10 am di marisamoles

premio vero falso
Un nuovo premio è piovuto sul mio blog e per questo ringrazio le amiche Trutzy (Il blog della felicità) e Veronica (Scrutatrice di Universi).

Si tratta di un premio decisamente curioso perché è anche un gioco in cui il blogger premiato sfida i lettori ad indovinare se, nelle 10 affermazioni che fa, dice il vero o mente.
Insomma, voi che mi leggete CREDETE DI AVERMI MESSA A FUOCO?

Mettetevi alla prova, su!

1. Quando sono nata, a Trieste soffiava una bora fortissima

2. Da piccola ero allergica alle fragole

3. Vado pazza per il risotto alla milanese

4. Ho preparato la prima torta a 12 anni

5. Pur avendo sempre sentito la vocazione per l’insegnamento, per un certo periodo ho pensato che mi sarebbe piaciuto studiare medicina

6. I miei genitori volevano che facessi l’avvocato

7. Indosso sempre scarpe con il tacco a spillo

8. Odio indossare i jeans

9. Ho una sfrenata passione per gli anelli

10. Quand’ero assistente in una colonia estiva ho schiaffeggiato una bambina

A questo punto dovrei nominare i 10 blogger cui affidare il compito di continuare questo gioco. Purtroppo, facendo un giro nei blog che frequento assiduamente (pochini, in realtà!), mi sono resa conto che quasi tutti hanno già ricevuto questo premio.
Mi piacerebbe comunque che i lettori, blogger e no, provassero ad indovinare se le affermazioni che ho riportato sono vere o false.

Buon divertimento! 🙂

27 luglio 2014

LA CONCORDIA A GENOVA: RITORNO A CASA

Posted in cronaca tagged , , , , , a 10:51 pm di marisamoles

concordia genova
E così la nave Concordia, orgoglio dell’armatore Costa (sarebbe meglio dire Carnival, ma quando si parla di orgoglio un po’ di sano campanilismo ci vuole), è ritornata a casa. La lunga operazione che ha portato alla rimozione del relitto dallo specchio di mare antistante Giglio Porto e alla sua messa in sicurezza al porto di Genova Voltri si è conclusa felicemente.

Insomma, si può dire che la Concordia sia tornata nella culla. A Genova, infatti, vide la luce il 2 settembre 2005, anche se il varo ufficiale avvenne il 7 luglio 2006 nel porto di Civitavecchia cui seguì, due giorni dopo, la crociera inaugurale.
Se una nave potesse provare dei sentimenti, sarebbe forse felice di avere nella stessa città la culla e la tomba. Certo, 9 anni sono pochi e non è come con i cani che si moltiplica per sette. E se ha potuto vivere una vita spensierata, fatta di navigazioni in mari tranquilli e con un carico di allegria, l’ombra del tragico naufragio, avvenuto nella notte del 13 gennaio 2012, rimarrà sempre legato al suo nome e la seguirà nel suo ultimo e definitivo riposo. Fra due anni, se tutto va bene.

“Non c’è nulla da festeggiare”: sono le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi, intervistato oggi al suo arrivo a Genova per assistere all’ancoraggio della Concordia. Non sono d’accordo.
Questa impresa, che molti guardavano con scetticismo, deve essere motivo di gioia ed orgoglio. Non credo che ammettere di essere felici oggi per l’esito positivo della messa in sicurezza della nave Concordia possa essere considerato un comportamento non rispettoso nei confronti delle vittime del naufragio. Le 32 persone che quella notte morirono, cui si aggiunge Israel Franco Moreno, il sub spagnolo scomparso mentre stava lavorando sotto il relitto della nave per posizionare i cassoni che le hanno permesso di ritornare in asse, rimarranno sempre legate al ricordo della Concordia, nessuno le potrà mai scordare. Quella fredda notte di gennaio le vittime avrebbero potute essere molte di più, considerato che fra passeggeri e membri dell’equipaggio, sulla nave viaggiavano più di 4000 persone. Fu un miracolo allora e oggi se ne è compiuto un altro.

Un’impresa titanica che non a caso è opera della società americana Titan Salvage, appartenente al gruppo Crowley, leader mondiale nel settore del recupero di relitti, in collaborazione con l’italianissima Micoperi (alla faccia del giornalista Rai ignorante che in un servizio l’ha più volte chiamata Maicoperi, all’inglese), una ditta di Ravenna che vanta una lunga esperienza nella costruzione e ingegneria subacquea.

Perché non dovremmo essere felici per un recupero del relitto che è stato portato avanti in sicurezza e rispettando l’ambiente, grazie alle menti e alle braccia di tanti uomini e donne, per la maggior parte italiani, che hanno compiuto un’impresa considerata impossibile? Perché non dovremmo festeggiare l’arrivo del relitto nel porto di Genova per le operazioni di smaltimento, attraverso le quali ben l’80% dei materiali potrà essere recuperato e venduto e che darà lavoro a decine, forse centinaia, di persone per due anni?

E non dovremmo forse essere orgogliosi per la realizzazione dei cassoni adoperati per il rigalleggiamento e il trasporto della Concordia ad opera dell’italiana Fincantieri?
Da parte mia, sono orgogliosa perché, nel lontano marzo 2012, la task force “salva Concordia” si era riunita nella mia Trieste per cercare di capire in che modo riportare in linea di galleggiamento lo scafo lungo 290,2 metri, largo 35,5 e con un volume complessivo di 114.500 tonnellate di una nave progettata nel capoluogo giuliano, anche se poi realizzata nel cantiere di Genova Sestri.

Da qualche giorno l’isola del Giglio piange, orfana del relitto cui la gente del porto si era pure affezionata. Ma piange anche perché d’ora in poi dovrà vivere di turismo, esattamente come prima della tragedia, e non potrà più contare sul volume d’affari portato dalla “scomoda” presenza della Concordia, tristemente adagiata su un fianco, semisommersa, e poi rialzata a mostrare lo sconcio della ferita dovuta all’incuria umana.

Diciamolo chiaramente: questo brutto affare ha mosso l’economia, anche se locale, e continuerà a farlo cambiando regione. Una studentessa dell’Università di Udine, Martina Rossi, che si è laureata tre giorni fa, ci ha pure scritto la tesi in Economia, accostando l’infelice esito della crociera Costa ad un altro evento tragico che riguardò l’Andrea Doria: “NAVIGARE NECESSE EST, VIVERE NON NECESSE: LE IMPLICAZIONI ECONOMICHE DEI NAUFRAGI DELL’ANDREA DORIA E DELLA COSTA CONCORDIA” (relatore prof. Andrea Cafarelli, correlatore prof. Andrea Garlatti).

Oggi, dunque, abbiamo l’obbligo di essere felici. E non illudiamoci che la Concordia, nell’attesa di trovare l’eterno riposo, non farà più parlare di sé. C’è ancora un processo in corso, a carico dell’unico indagato, come se ogni responsabilità fosse esclusivamente sua: l’ex comandante Francesco Schettino. C’è ancora un corpo da ritrovare, quello dell’indiano Russel Terence Rebello, 32 anni, indiano, cameriere di bordo. (QUI le foto di tutte le vittime)

Ne sentiremo parlare ancora per molto, finché sarà cronaca. Poi diventerà una pagina di storia, ne ricorderemo, forse, l’anniversario.

25 luglio 2014

UN NUOVO PREMIO: LA ROSA DELL’AMICIZIA

Posted in amicizia, web tagged , , , , , , a 7:01 pm di marisamoles

premio rosa amicizia

Scusandomi per l’enorme ritardo (il post era in bozza da due mesi!), ringrazio davvero tanto due amiche, Gina (sentimental) e Veronica (Scrutatrice di Universi) per avermi assegnato questo delizioso premio: La rosa dell’amicizia.

Vediamo, dunque, qual è il regolamento del premio:

Raccontate ai vostri lettori 10 cose che si sappiano o meno di voi ma che sono vere. Indicate 10 persone che hanno diritto al premio e siate sicuri di far loro sapere che sono stati contrassegnati – un breve commento sul loro blog andrà bene.

Ecco le risposte alle domande che mi pone Veronica-Scrutatrice:

1 – Come è cambiata la tua vita con il blog? Diciamo che a volte vedo meno la tv e rinuncio alle passeggiate, il che, purtroppo, non fa bene alla linea. 😉

2 – Descriviti con un solo aggettivo: sincera (qualcuno l’ha provato sulla propria pelle perché la sincerità a volte mi fa dire le cose dirette, senza pensare all’effetto che fanno)

3 – Quale stato d’animo ti rappresenta meglio? Dipende dai momenti, questo non è decisamente uno dei migliori sicché ora direi scontenta (il che significa tutto e niente!)

4 – Trovi più seducente l’intelligenza o l’attrazione fisica? Be’, se non conosco la persona non riesco a valutare la sua intelligenza. A prima vista vengo senz’altro attratta dall’aspetto esteriore.

5 – Il vostro motto è … mai fare domani quello che potresti fare oggi (non sempre messo in pratica, però. 😦 )

6 – Quanti libri leggi in un anno? Concentro la lettura durante i mesi estivi, se eccettuiamo i libri di studio. Diciamo da un minimo di 10 a un massimo di 15 ma non tutti tomi da 500 pagine, però.

7 – Un difetto/pregio su di te: sono testarda ma riesco ad affezionarmi molto alle persone, prendendomi carico anche dei loro problemi e complicandomi la vita …

8 – Musica/strumento preferito? Mi piace tutta la musica (a parte il rap, sempre che si possa definirlo musica!); la chitarra, che suonavo da ragazza, è il mio strumento preferito

9 – Puoi dire la città dove abiti? Abito a Udine (ma sono nata a Trieste … ci tengo a precisarlo!), una città raccolta, molto provinciale ma popolata da persone sincere (anche se un po’ ruvide …)

9/- L’amicizia “virtuale” … non la considero un surrogato delle amicizie reali, piuttosto un buon complemento

10 – Quanto trovi stupido/carino queste piccole attenzioni, come un pensiero Award? Stupido no, molto carino, un modo per permettermi di dire qualcosa di me e per sentire l’affetto degli amici virtuali

10/ – Credi nella magia? Assolutamente no, almeno quella dei maghi. Sono affascinata dalla magia di un momento, di un paesaggio, di un incontro, tutte cose reali che si percepiscono con ogni senso.

A questo punto dovrei nominare 10 blogger cui assegnare il premio. Mi perdonerete se non lo faccio, un po’ perché molti di voi, che vorrei nominare, hanno già ricevuto La Rosa dell’Amicizia Award, un po’ perché alla fine tutte le persone che seguo (e che trovate nel blogroll e nella community) sono degne di questo riconoscimento. Quindi premio e ringrazio tutti per la fedeltà che mi dimostrate.

UN GRAZIE SPECIALE VA ALLA MIA AMICA DIEMME CHE DI ROSE DELL’AMICIZIA ME NE HA DONATE ADDIRITTURA CINQUE!

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UN GRAZIE ANCHE A MICHELE (michelechefailprof) CHE HA CONFERITO LO STESSO PREMIO AL MIO BLOG laprofonline.

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UNA SCUOLA PER MIGRANTI ECOSOSTENIBILE IN THAILANDIA

Posted in bambini, La buona notizia del venerdì, scuola tagged , , , , , , , , , , , , , a 6:03 pm di marisamoles

Kwel-Ka-Baung-School-
La Kwel Ka Baung è una scuola per più di 300 alunni costata appena $25.000 e realizzata con materiali naturali, quasi interamente trovati dove sorge il cantiere.
La scuola si trova a Mae Sot, una cittadina thailandese sul confine con la Birmania.

Il progetto, realizzato dall’architetto tedesco Jan Glasmeier, che ha firmato il progetto insieme allo spagnolo Albert Company-Olmo, è dedicato alla comunità Karen, uno dei gruppi etnici scappati dalla Birmania per fuggire dalla guerra civile o per cercare lavoro.

La particolarità della scuola Kwel Ka Baung è, come si è detto, l’ecosostenibilità. I muri della scuola sono stati realizzati con mattoni di adobe, una miscela di acqua, buccia di riso essiccata e argilla, materiale povero ma “intelligente”: le sue particolari capacità termiche gli permettono, infatti, di mantenere fresco l’interno degli edifici anche quando la temperatura sfiora i 40 gradi e allo stesso tempo di riscaldare gli ambienti durante le più fredde giornate invernali. “E il fatto che sia gratuito è una caratteristica molto interessante per chi ha un budget limitato” sottolinea l’architetto Jan Glasmeier.

Anche gli infissi sono completamente naturali, realizzati con rami di eucalipto e bambù, mentre il tetto è sostenuto da assi di recupero. Non solo, alcuni dettagli nella costruzione garantiscono il benessere degli scolari che vengono ospitati nell’edifico: la circolazione d’aria è agevolata dalle finestre lunghe e strette, disegnate dagli stessi lavoratori Karen, l’orientamento delle classi e la dimensione delle pareti sono stati progettati in modo da permettere all’edificio di resistere al caldo di giorno rilasciando il calore accumulato durante la notte.

Kwel Ka Baung school

Jan e Albert continuano a lavorare in questa parte dell’Asia cercando di cambiare la mentalità delle persone. “Qui il cemento è considerato buono perché è costoso e resistente – spiega Jan -, mentre l’adobe è considerato cattivo perché è gratis e proviene dalla terra”. La Thailandia è un Paese abbastanza ricco e l’ostentazione fa parte della cultura thailandese: più gli edifici sono alti e maestosi più diventano simbolo del benessere. Le basse case color terra che formano il comprensorio dell’istituto scolastico e ben si sposano con la bellezza della campagna che circonda Mae Sot, sono considerate povere. Lo sforzo degli architetti Glasmeier e Company-Olmo è quello di dimostrare che naturale non è sinonimo di povero e che l’ecosostenibilità non sminuisce la ricchezza delle persone ma ne migliora la qualità della vita.

[fonte della notizia: La Stampa; immagini da questo sito]

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LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

15 luglio 2014

QUELLA SAGGIA DELLA MIA ERBORISTA

Posted in affari miei, amicizia, donne tagged , , , , , , , a 4:52 pm di marisamoles

amiche invidioseOggi parlavo con la mia erborista di fiducia (che è un po’ anche psicologa) della conclusione dell’anno scolastico (da lunedì sono ufficialmente in ferie!), non troppo felice, ahimè.
Le raccontavo delle incomprensioni con una mia collega (ne avevo parlato QUI) e dicevo che ‘sta cosa mi rode perché non riesco a capire perché abbia preso di mira proprio me che le ho sempre dimostrato la mia amicizia.

Lei, con aria serafica (com’è sua abitudine), ha detto: “Lei è una bella donna, in più è stimata e amata dai suoi studenti. Non sono cose da poco, possono suscitare invidia e l’invidia, si sa, è una brutta bestia”.

Le sue parole mi hanno fatto riflettere molto. Sulla strada verso casa ho ripensato alle mie amicizie, alcune delle quali finite per delle semplici incomprensioni. Poi l’orgoglio ci ha messo lo zampino e ha fatto calare definitivamente il sipario, come una bella commedia che non può durare in eterno.

Ho ripensato alle mie amiche e ho capito che, effettivamente, dovevano avere il complesso d’inferiorità. Certamente non incoraggiato da me che non mi sono mai vista bella, nemmeno quando lo ero davvero (almeno, guardando le vecchie fotografie me ne sono resa conto). Se erano single, come si dice ora, uscivano con me solo se eravamo da sole. Quando c’era qualche maschio nei paraggi, sembrava che me li mangiassi tutti io e che non lasciassi per loro nemmeno un pezzetto. Oggi sorrido perché non ho mai pensato di poter attirare così tanto l’attenzione dell’altro sesso.

Una mia amica ha rotto con me quando si è messa assieme a un mio ex. Ci sono voluti anni perché ricominciassimo a parlare e io non le ho mai rinfacciato nulla, a dire il vero che lei stesse con un mio ex non me ne importava nulla, altrimenti non sarebbe stato ex. O no?

Un’altra amica ha iniziato a staccarsi da me quando ha trovato il moroso. Per anni ho pensato che fosse troppo impegnata con lui per avere il tempo di uscire con me. Ora mi viene il dubbio che avesse paura che mi mangiassi anche lui … che nemmeno mi piaceva, tra parentesi.

Passati gli anni, le rotture con le amiche sono state causate da altri motivi, più o meno giustificabili, non certo perché temessero che uscire con me sarebbe stato un potenziale rischio per il loro matrimonio. D’altronde io sono sposata da quasi 29 anni, sicché…

Effettivamente, fra amiche l’invidia o la gelosia possono essere dei motivi plausibili di rottura e, ora che ci penso, le uniche amicizie che ho mantenuto per più tempo sono quelle che mi legano all’altro sesso. Anche se, non lo posso negare, avere amici maschi in gioventù ha comportato altri rischi, ovvero che alla fine non si accontentassero della sola amicizia. Vabbè, sono cose che capitano.

Attualmente ho poche amiche a cui tengo veramente e che ritengo sincere e disinteressate. Ma le parole dell’erborista, tornando a casa, mi hanno fatto riflettere.
Una, ad esempio, non si fa vedere in giro con me se non è appena uscita dal parrucchiere. Non l’ho capito subito, eh, io sono un po’ tonta. Ho sempre pensato che, abitando fuori città, le sole volte in cui è disponibile a bere un caffè in centro sono quelle in cui esce dal parrucchiere perché si trova già in centro. Forse, però, seguendo il ragionamento dell’erborista, può essere che non voglia sfigurare visto che io sono una che non va nemmeno a fare la spesa se non è truccata o se ha un capello fuori posto.

Un’altra amica ha, dopo lunga ricerca, trovato l’uomo della sua vita. Me l’ha fatto conoscere la scorsa settimana, abbiamo bevuto un caffè assieme e ho avuto l’impressione che, mentre lei sembrava sprizzare amore da tutti i pori, lui fosse più interessato alla mia scollatura che ai mie discorsi e non se la filasse per nulla. Ça va sans dire, non l’ho più vista né sentita da quel dì. Avrò perso un’altra amica?

Eppure io, pur ammettendo di non avere mai avuto amiche degne della fascia di Miss Italia (del resto nemmeno io son degna!), ho sempre trascurato l’aspetto fisico prediligendo quello che una persona ha da dire e come lo dice. E poi, trattandosi di amiche, per me la cosa più importante è che la persona sia sincera e fedele.

Un mio ex aveva una ragazza davvero bellissima. Avevamo riallacciato i rapporti, di amicizia naturalmente, da poco e io andavo in giro a dire a tutti “sapessi quanto è bella F. sapessi quanto stanno bene assieme, entrambi biondi con gli occhi azzurri, splendidi!”. Ecco, io nelle amicizie non ho mai provato né il senso di superiorità né quello di inferiorità. Ho sempre dato il giusto peso alle doti di ognuno, fisiche o intellettuali che fossero. L’invidia? Non so che cosa sia, non riesco a provarla. Tutt’al più provo ammirazione, il che è diverso.

Insomma, che abbia un po’ ragione la mia saggia erborista?
Ritengo che prendere di mira qualcuno solo per invidia sia una cosa assurda oltreché sciocca. Ma mi rendo conto che effettivamente si tratta di un sentimento che non si può governare, una volta che ce l’hai.

P.S. Approfitto per avvertire tutti quelli che leggono che per alcuni giorni, a partire da domani, non sarò connessa. A presto! emoticon baci

[immagine da questo sito]

13 luglio 2014

LIBRI: “IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE” di CLARA SÁNCHEZ

Posted in libri tagged , , , , , , , a 10:17 pm di marisamoles

PREMESSA.
Non conoscevo i romanzi di Clara Sanchez. La scorsa estate ho letto Entra nella mia vita che considero un buon romanzo anche se la trama è abbastanza scontata e non troppo avvincente. Il profumo delle foglie dilimone è il primo romanzo di successo della Sanchez (ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, tradotto in moltissime lingue) ed è staro consacrato anche con il premio Nadal, il più prestigioso premio letterario in Spagna. La trama è interessante ma, ahimè, ho trovato delle pecche che hanno provocato in me una delusione inattesa, visto che fin dalle prima pagine il romanzo mi ha entusiasmato, specialmente per la particolarità della trama.

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L’AUTRICE
Clara Sánchez vive a Madrid. Ha pubblicato alcuni romanzi inediti in Italia, ma tradotti in molti altri Paesi, e ha vinto il Premio Alfaguara nel 2000 con Últimas noticias del paraíso. Con Il profumo delle foglie di limone (titolo originale Lo que esconde tu nombre, edito nel suo Paese natale nel 2010), ha raggiunto la fama mondiale. Nel 2012 l’autrice ha pubblicato Entra en mi vida (pubblicato in Italia l’anno successivo con il titolo Entra nella mia vita, cui è seguito, nel 2013, il romanzo El cielo ha vuelto (uscito quest’anno in Italia con il titolo Le cose che sai di me).

LA TRAMA
La vicenda di cui tratta Il profumo delle foglie di limone (ed. italiana Garzanti, 2011) si svolge in Spagna, in una località di villeggiatura marittima sulla Costa Blanca. Protagonisti sono un ottantenne argentino, Juliàn, e una giovane donna spagnola, Sandra.
Juliàn è un ex deportato, vedovo dell’amata Raquel, con cui ha condiviso i dolori e le gioie della vita, e ha una figlia cinquantenne che probabilmente lo considera un vecchio pazzo e senza speranza, ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale lui aveva conservato un ricordo destinato a non abbandonarlo mai. Vecchio e malato affronta un lungo viaggio che lo porta dalle sponde oceaniche a quelle del Mar Mediterraneo per svolgere una missione lasciatagli in eredità dall’amico e compagno di tante sventure Salvador Castro, chiamato amichevolmente Salva. Quest’ultimo, scomparso da poco, aveva condotto con successo per tutta la vita quella missione che invece Juliàn aveva portato avanti con minor destrezza. Così racconta il protagonista nelle pagine iniziali:

“Ci eravamo conosciuti giovanissimi in quel corridoio stretto fra la vita e la morte che i credenti chiamavano inferno e i non credenti come me anche, Aveva un nome, si chiamava Mauthausen, e non riuscivo a immaginare che l’inferno potesse essere diverso o peggio di così. […] Quando ci liberarono, ci arruolammo nel Centro Memoria e Azione. […] L’idea fu sua. Quando uscimmo da là dentro, io volevo essere normale, confondermi tra le persone comuni. Lui però mi disse che era impossibile, che eravamo condannati a sopravvivere. E aveva ragione […] Riuscì [Salva, NdR] a localizzare e trascinare davanti ai giudici novantadue ufficiali nazisti; […] Io non fui abile come Salva, mi capitò tutto il contrario. Non portai a termine una missione: alla fine li catturava sempre qualcun altro o riuscivano a scappare. Sembrava che il destino si prendesse gioco di me.” (pp. 8-10 dell’ed. citata)

Il destino, però, fa incontrare a Juliàn la giovane Sandra che, pur senza volerlo, si unirà a lui in quest’ultima caccia. Lei è spagnola, vive a Madrid, è incinta di cinque mesi e non sa che fare della sua vita. Decide di trasferirsi ad Alicante per riflettere sul suo futuro e soprattutto per allontanarsi dal compagno Santi, all’oscuro della gravidanza.

“Mia sorella mi aveva lasciato la sua casa al mare per riflettere con tranquillità su cosa mi convenisse fare, se sposarmi o meno con il padre di mio figlio. Ero incinta di cinque mesi e ogni giorno ero sempre più confusa all’idea di formare una famiglia, ma era anche vero che da totale incosciente avevo lasciato il lavoro in un periodo in cui sarebbe stato difficile trovarne un altro, e occuparmi da sola del bambino non sarebbe stata una passeggiata. […] Amavo Santi, ma non quanto sapevo di poter amare un uomo. Santi era a un passo, solo a un passo dal grande amore. […] Non avevo voglia di prendere decisioni definitive. Mi andava bene fantasticare a cuor leggero e senza angosce su possibilità in quel momento irraggiungibili come le nuvole […]” (p. 12 dell’ed. citata)

I due protagonisti s’incontrano grazie a una coppia di età avanzata che vive in una villa a Tosolet, sobborgo di Alicante. Sono dei norvegesi, ex criminali nazisti, se mai si può definire “ex” persone che hanno compiuto crimini così efferati. Il male, infatti, solitamente non abbandona mai le loro menti e il loro animo anche se cercano di vivere una vita tranquilla e protetta, senza pesi sulla coscienza. Fredrik e Karin Christensen sono i nazisti che Juliàn vuole catturare ma per Sandra, che li incontra in modo del tutto casuale, rappresentano solo una coppia di nonni che si prenderanno cura di lei e della creatura che porta in grembo. Almeno così pare …

Juliàn, che segue le istruzioni lasciate dall’amico Salva in una lettera fatta recapitare dopo la sua morte, capisce ben presto che i due vecchietti apparentemente amabili e inoffensivi, fanno parte di un’organizzazione più ampia, chiamata la Confraternita. Naturalmente fanno in modo di non insospettire la giovane Sandra che soccorrono in occasione di un malore sulla spiaggia e, una volta scoperto il dolce segreto, la convincono a lasciare la villetta della sorella per trasferirsi nella loro bella casa, Villa Sol, dotata di ogni comfort. In cambio dell’ospitalità, Sandra si occupa di Karin, donna forte all’apparenza ma che alterna momenti di sofferenza ad altri in cui sembra rinvigorirsi in modo quasi miracoloso. Effettivamente Sandra, con la complicità di Juliàn, scoprirà che questi mutamenti, non solo fisici ma anche umorali della donna, sono tutt’altro che il frutto del caso.

A poco a poco fra i due nasce un’intesa fatta di incontri furtivi, sempre con il sospetto di essere seguiti, e messaggi che si scambiano in un luogo insospettabile per tutti. Juliàn sa che la collaborazione chiesta a Sandra, che di nazismo e campi di sterminio aveva sentito parlare solo a scuola e nemmeno in modo approfondito e che in un primo momento sembra spaventata soprattutto per le sue condizioni di gestante, la espone a grossi rischi ma la ritiene l’unica via per stanare anche gli altri componenti della Confraternita: Aribert Heim, il macellaio di Mauthausen, Otto e Alice, Anton Wolf ed Elfe e la glaciale Frida.

“Per raccontarci le novità dovevamo vederci un giorno sì e un giorno no al Faro alle quattro del pomeriggio, a meno che Sandra non riuscisse a lasciarmi un messaggio in albergo o nella nostra “cassetta” del faro o che io mi facessi vedere quando scendeva in paese per portare Karin in palestra.” (p. 288 dell’ed. citata)

Da parte sua, l’uomo sa di essere sorvegliato, in albergo e negli altri luoghi in cui era facile si recasse. L’organizzazione è, infatti, molto efficiente e si serve di alcuni scagnozzi come Alberto (per cui Sandra usa l’appellativo “l’Anguilla”) e Martin. Tutte persone di cui diffidare, come quel certo Tony, una specie di detective, che in albergo sembra controllare che nulla di male capiti a Juliàn, dopo un’irruzione avvenuta nella sua camera da parte di ignoti.
Tra i personaggi che incutono, invece, più timore a Sandra, c’è Frida, la governante dei Christensen che cercherà in tutti i modi di metterla in difficoltà, anche per una sorta di gelosia nei confronti di Alberto su cui Sandra ha messo gli occhi e che diventerà per lei un importante punto di riferimento. Forse anche il vero amore.

[…] Alberto era stato sicuramente l’illusione di cui avevo bisogno per sopportare la tensione che avevo vissuto a Villa Sol, e senza dubbio il suo nome non era solo un nome, era il suo giubbino blu, la sua camicia stropicciata, la cenere della sigaretta che gli cadeva sui mocassini, i suoi capelli lunghi e la sua fronte arrossata dal vento, era il suo odore, il suo sguardo preoccupato e la sua voce che scivolava sotto la porta quando mi aveva detto: “Ti amo”. E poi più niente. (pp. 324-25 dell’ed. citata)

L’operazione sembra avere successo, nonostante le molte difficoltà incontrate dai due. Ma non sempre i piani riescono ad essere attuati come si prevede o almeno ci si augura.

***

La lettura del romanzo procede spedita e, per buona parte, la trama è avvincente. Però il finale lascia l’amaro in bocca. Forse la Sanchez voleva evitare, almeno in questo libro, la banalità. L’originalità del testo riguarda soprattutto la duplice focalizzazione: la narrazione è in prima persona ed entrambi i protagonisti raccontano le loro esperienze come in una sorta di diario, in cui mancano, tuttavia, precisi riferimenti temporali. Questa tecnica narrativa è, a mio parere, l’elemento vincente del romanzo, soprattutto per la bravura con cui la Sanchez “intreccia” i due piani narrativi senza perdersi nelle inevitabili sovrapposizioni.

Un’annotazione sulla forma. È evidente che quando si legge un testo straniero siamo messi di fronte a una traduzione. “Il profumo delle foglie di limone” è tradotto, nell’edizione Garzanti, da Enrica Budetta che, secondo me, non ha fatto un buon lavoro. A parte i refusi di stampa, che non dovrebbero esserci dato che il libro è pubblicato da un’importante casa editrice, l’uso (anzi, il non uso) del congiuntivo lascia molto a desiderare, così come la punteggiatura. A volte anche le scelte lessicali non mi sono parse troppo curate. Stranamente ho fatto attenzione a queste cose, il che significa che, almeno nella seconda parte, la trama non mi ha del tutto catturata.

Infine, lodevole il coraggio di trattare un tema così delicato, come la deportazione nei campi di sterminio, che per la maggior parte costituiscono la “materia” di libri autobiografici e di testimonianza.
Nell’appendice, viene riportata un’intervista in cui l’autrice spiega come mai questa pagina di storia macchiata di sangue attiri ancora l’attenzione:

“Perché non si capisce. È fuori da ogni possibilità di comprensione umana, uno sterminio tanto sistematico e organizzato. Gli psicopatici attraggono, e bisogna stare in guardia perché possono occupare gli scranni del potere, sono freddi e sanno come manipolare gli altri. Bisogna avere buon senso, rimanere lucidi.” (p. 360 dell’ed. citata)

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11 luglio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: PAPA’ PERCORRE 300 KM A PIEDI PER SALVARE LA VITA AL FIGLIOLETTO

Posted in bambini, figli, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , a 8:45 pm di marisamoles

ferejIl papà di Ferej, sei anni, vive in un piccolo villaggio dell’Eritrea e per salvare il suo bambino, affetto da una grave malformazione al cuore, ha percorso a piedi circa 300 km in due settimane per portarlo in un campo ospedaliero di Asmara. Qui operano dei medici italiani provenienti dall’Ospedale pediatrico apuano (Opa) di Massa (Massa Carrara).

La commovente storia di questo padre che ha salvato il figlio da morte certa è raccontata dagli stessi medici italiani che hanno impiantato un pacemaker nel petto del piccolo.
“Il padre – spiega Nadia Assunta, tra i dottori che hanno operato il bambino – lo ha portato stremato al campo dopo giorni di cammino. Arrivavano da un piccolissimo paesino dell’Eritrea, avevano mangiato e bevuto pochissimo, erano entrambi disidratati. Ferej aveva un solo ventricolo, e un cuore grande quanto tutto il suo torace, oltre ad alcune ustioni sul corpo, perché lì i santoni lo curavano provocandogli bruciature. Era praticamente morto, ora lo vedete giocare in piena salute, anche se il suo cuoricino rimarrà sempre malato”.

Ora il bambino si trova in Italia, a Massa, per la convalescenza. Nel campo di Asmara, infatti, non poteva essere garantita a Ferej un’adeguata assistenza. Presto, tuttavia, potrà riunirsi alla sua famiglia.

La storia di Ferej è tenerissima soprattutto considerando il gesto del padre che ha messo a rischio la sua stessa vita per proteggere il figlio. Sono molti, comunque, i bambini poveri che vivono in condizioni disagiate e bisognosi di cure che vengono soccorsi in strutture adeguate nel nostro Paese, perlopiù finanziate dalle Onlus.
Ricordo, ad esempio, la Fondazione Luchetta (di cui ho parlato in questo post) che da vent’anni si occupa della salute dei bambini vittime di guerre o più in generale della povertà, provenienti da ogni parte del mondo.

[LINK della fonte]

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4 luglio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UN CALCIO ALLA POVERTA’

Posted in adolescenti, bambini, La buona notizia del venerdì, società, sport tagged , , , , , , , , , , , , a 11:27 pm di marisamoles

brasile-bambini-calcioDopo una pausa di qualche settimana, riprendo la pubblicazione della Buona notizia del venerdì.
Nonostante l’esclusione precoce, ma meritata, della nostra Nazionale di calcio dal Mondiale brasiliano, si continua a parlare di questo amatissimo sport io rimango in tema con una notizia che riguarda il “pallone” che può, a volte, anche allontanare l’attenzione dei tifosi dal mondo luccicante dei campioni superpagati, per rivolgerla a chi possiede poco o nulla, al limite qualche sogno.

L’Ong internazionale Actionaid ha lanciato l’iniziativa “Fai goal contro la povertà. Per i sogni di 1000 bambini nel mondo. Vinci questa partita con noi”.

Si tratta di una gara di solidarietà che si pone l’obiettivo di offrire, entro il 12 luglio – data in cui si giocherà la finale dei Mondiali a Rio de Janeiro – un futuro di educazione e sicurezza per 1000 bambini in tutto il mondo.

Questa iniziativa non riguarda, tuttavia, solo i Mondiali di calcio ma è legata ad altri due importanti eventi: l’EXPO 2015 e i Giochi Olimpici Estivi di Rio 2016. La gara di solidarietà avrà come protagonisti volti noti dello sport ma non solo. Scendono in campo, è il caso di dire, anche Adriano Campolina direttore ActionAid International, Jorge Romano direttore ActionAid Brasile e volti noti del mondo dello sport e dei media tra cui Federica Balestrieri del Tg1 e Roberto Bagazzoli speaker di Radio Reporter.

Dare un calcio alla povertà significa aiutare molti dei brasiliani che vivono sotto la soglia di povertà, con particolare interesse nei confronti dei bambini che vivono una situazione svantaggiata rispetto ai coetanei del Nord del Mondo: 1 solo su 10 ha, infatti, l’accesso all’istruzione.

In Brasile sono 16 milioni le famiglie che vivono in povertà assoluta. Soltanto l’1% della popolazione possiede campi coltivabili e ben 4 milioni di famiglie sono senza terra. Nel Nord Est del Brasile il 60% delle famiglie contadine guadagna meno di 2 dollari al giorno, non ha accesso negli ospedali pubblici e le associazioni umanitarie che forniscono dei servizi sanitari non riescono a soddisfare tutte le esigenze.

Ovviamente l’impegno solidale di ActionAid Italia e ActionAid Brasile non può venire incontro alle esigenze di tutti. Nel progetto sono coinvolte circa 2200 persone, tra cui 700 bambini e ragazzi (dai 7 ai 15 anni) le cui famiglie parteciperanno a vari workshop. La creazione di classi doposcuola e l’organizzazione di attività sportive per metterà ai bambini e agli adolescenti della comunità della favela di Heliopolis (a San Paolo) di avere un’alternativa alla vita di strada.

Sempre rimanendo in tema di calcio, l’ex Ct della nazionale italiana Marcello Lippi, in occasione di un incontro presso Scuola Superiore Sant’Anna di Viareggio, la sua città, ha annunciato l’idea di creare una Fondazione benefica per aiutare gli anziani e chi vive situazioni di disagio, purtroppo sempre più frequenti oggigiorno. La raccolta fondi sarebbe possibile principalmente attraverso le partite di calcio.
Lippi ne ha parlato con l’ex giocatore del Napoli, l’argentino Diego Armando Maradona, proponendo, come inizio, un’amichevole “amici di Lippi” contro “amici di Maradona”, con formazioni composte da calciatori allenati dal mister viareggino e ex compagni del “pibe de oro”.

[fonti: Famiglia Cristiana e Buonenotizie del Corriere.it]

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