30 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SCOPERTA IN AUSTRALIA UNA NUOVA LINGUA

Posted in adolescenti, La buona notizia del venerdì, lingua, stampa estera tagged , , , , , , , , , , , a 12:46 am di marisamoles

lajamanu
Questo venerdì mi dedico ad una notizia alquanto strana che riguarda la scoperta di una nuova lingua parlata in un piccolo villaggio dell’Australia.

Lajamanu, villaggio del Nord dell’Australia abitato da più o meno 700 anime, non è nuovo ai fatti di cronaca rimbalzati sui quotidiani di tutto il mondo. In qualche occasione è stata segnalata una strana pioggia di … pesci. Il singolare fenomeno si è verificato nel 1974, nel 2004 e nel 2010. Secondo i meteorologi, i pesci, piccoli pesci persici bianchi e a strisce, erano stati risucchiati verso l’alto nel corso di un temporale da mulinelli d’aria, per poi essere rigettati a terra più tardi.
Mark Kersemakers, dell’Agenzia australiana di Meteorologia, afferma: “(La tempesta) potrebbe aver trascinato in alto i pesci per più di 15 chilometri. Una volta in alto, si sono praticamente congelati. E dopo un po’ di tempo, sono stati rilasciati”. [LINK]

lajamanu people
Ma la pioggia di pesci non è l’unica curiosità che interessa questa località sperduta e sconosciuta ai più. Recentemente, infatti, un linguista americano, Carmelo O’Shannessy (dell’Università del Michigan), ha scoperto che gli abitanti più giovani di Lajamanu, che hanno un’età al di sotto dei 35 anni, hanno dato vita ad una nuova lingua. Si tratta di un idioma che nasce dalla contaminazione tra australiano, inglese e creolo, esattamente come la lingua locale, il Warlpiri.
Alla nuova lingua è stato dato il nome di Warlpiri rampaku (ovvero “veloce”) e secondo O’Shannessy può essere accostato a quegli idiomi usati dagli adolescenti in qualsiasi parte del mondo, perlopiù incomprensibili agli adulti. Con una differenza.

Si tratta, infatti, di un nuovo sistema linguistico, perché qui si incontrano gli elementi linguistici provenienti dalle lingue preesistenti ma in modo sistematico e molto tradizionale. Inoltre, i ragazzi crescendo non abbandonano l’utilizzo del Warlpiri rampaku, trasmettendolo alle generazioni future. Il fenomeno viene spiegato da O’Shannessy in questo modo: negli anni ’70 o ’80 i genitori hanno iniziato a parlare con i loro figli mescolando lingue e utilizzando questo standard per comunicare con loro in modo coerente. Per le persone bilingui è molto comune questo passaggio da una lingua all’altra nel mezzo di una conversazione. Ma quando i bambini cominciarono a parlare, l’hanno fatto seguendo lo stesso schema, e questo è diventato il modo di esprimersi dei più giovani.

Sebbene secondo lo studioso questo fenomeno non sia così raro (anche se non sempre si viene a conoscenza della nascita di nuove lingue), la curiosità della lingua nata a Lajamanu sta nel suo essere decisamente controcorrente. Prima dell’inizio della colonizzazione britannica dell’Australia nel 1788, vi erano nel paese circa 250 lingue aborigene parlate da quasi un milione di persone. Di queste sono sopravvissute solo poche decine.

Ma questo nuovo idioma sarà in grado di sopravvivere? Per Peter Bakker, professore associato di linguistica presso l’Università della Danimarca, specializzato nello sviluppo delle lingue, il futuro del Warlpiri veloce è più promettente di quello del tradizionale Warlpiri. “Quando una nuova lingua si sviluppa, di solito rimane molto stabile, per esempio, come accadde con i creoli di Papiamento nelle Antille,” ha spiegato.
Da parte sua Carmelo O’Shannessy è dell’avviso che solo il tempo dirà se il Warlpiri rampaku sopravviverà, in primo luogo perché i residenti di Lajamanu vengono spinti a smettere di usare entrambe le lingue, privilegiando la nuova varietà.

[fonti: Affaritaliani; bbc.co.uk e nytimes.com]

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29 agosto 2013

CHI HA INVENTATO IL TIRAMISÙ? È BATTAGLIA TRA VENETO E FRIULI

Posted in dolci, Friuli Venzia-Giulia, ricette tagged , , , , , , , , , , a 5:18 pm di marisamoles

tiramisù
Vorrei sapere una cosa: chi non ha mai assaggiato il tiramisù? Non so se qualcuno alzerebbe la mano. Per noi del Nord è come se chiedessi chi non ha mai mangiato la nutella ma mi rendo conto che forse in qualche regione del Sud d’Italia questo dessert è sconosciuto. La pasticceria napoletana o siciliana, ad esempio, ha tanti di quei fiori all’occhiello che, effettivamente, non avrebbe bisogno del tiramisù, dolce tipicamente settentrionale.

Ma chi lo ha inventato? Per iniziare dico che la prima volta che ne ho sentito parlare ero bambina. L’avevo assaggiato ad un matrimonio in quel di Pieris, un piccolo paese nell’area del goriziano. Per chi non lo sapesse, Gorizia è una delle province della regione autonoma del Friuli – Venezia Giulia. Allora veniva servito in coppette monodose ma aveva praticamente gli stessi ingredienti e il medesimo sapore. Poi è iniziata la produzione artigianale, diffusa in quasi tutte le pasticcerie, seguita da quella industriale. Le vaschette trasparenti da sei porzioni qui si trovano in pratica nel banco frigo di ogni supermercato. Ma è un dolce talmente semplice da preparare che, se lo si acquista già bell’e pronto, è solo per questioni di tempo, non solo quello richiesto dalla preparazione (una ventina di minuti se uno ha un po’ di pratica e gli strumenti giusti 😉 ) ma soprattutto le due ore, almeno, di riposo nel frigorifero prima di essere gustato.

Dicevo, dunque, che per me la “patria” del tiramisù è sempre stata Pieris. Per la precisione questo dolce ha visto la luce per la prima volta nella cucina del ristorante “Vetturino”, gestito allora dal signor Mario. La figlia, Flavia Cosolo, racconta così l’evento: «Fin dagli anni ’30 mio papà proponeva una coppa di cioccolato e zabaione (allora il mascarpone non c’era) che chiamava coppa “Vetturino”; poi all’inizio degli anni ’40 ha cambiato il nome al dolce, ridenominandolo Tiramisù». Il battesimo del dessert con il suo nuovo nome si deve al commento di un cliente che, dimostrando di averlo gradito, commentò: “Ottimo, c’ha tirato sù”.

Ma, come spesso succede, un altro luogo della regione rivendica la paternità del tiramisù: la Carnia, regione montuosa del Nord che si estende fino ai confini con l’Austria e la Slovenia. La signora Norma Pielli, di Tolmezzo, afferma da tempo d’aver inventato il dessert nel 1951. Dal racconto della signora Pielli sembra che fosse particolarmente apprezzato in regione, tanto che al suo locale veniva anche gente da Monfalcone e Trieste per assaggiare questa specialità.

Campanilismo a parte, la ricetta di questa delizia è presente sulle tavole della Penisola da molto tempo, dato che perfino Pellegrino Artusi parla di un dolce “Torino” dai tratti simili al Tiramisù. Ma la ricetta è diversa e prevede i savoiardi bagnati nell’alchermes e nel rosolio, inframmezzati da un composto a base di burro, tuorli di uovo, zucchero, latte e cioccolato fondente. Ora che ci penso, è quasi la ricetta di una specie di “zuppa inglese” che avevo imparato a preparare con la mia insegnante di Applicazioni tecniche in seconda o terza media!

Non sembra strano, dunque, che anche altre regioni del Nord ne rivendichino l’invenzione. Tant’è che wikipedia fa risalire la sua origine al Veneto, in particolare alla zona di Treviso. Il presidente della regione Veneto, Luca Zaia, ha da poco annunciato ai media nazionali e stranieri l’intenzione di brevettare uno dei dolci italiani più famosi del mondo, rivendicandone l’origine padana.

A me personalmente questa battaglia pare assurda, considerato anche il fatto che il 17 gennaio 2013 il tiramisù è stato dichiarato piatto ufficiale della 6ª Giornata mondiale della Cucina italiana … non padana né friulana né carnica, alla faccia del federalismo culinario! Nell’attesa di nuovi sviluppi della vicenda, sono lieta di condividere con voi la mia ricetta del tiramisù, supercollaudata e dalla riuscita assicurata.

Ingredienti:

5 uova
500 gr di mascarpone
400 gr di savoiardi
120 gr di zucchero
6 tazzine di caffè amaro
cacao amaro qb

Preparazione:

In una terrina sbattete i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una spuma chiara. Unite il mascarpone, continuando a sbattere ma con più delicatezza (se usate un robot, ad una velocità media) evitando di far “impazzire” la crema. Unite, infine, gli albumi montati a neve fermissima (con un pizzico di sale per ottenere un miglior risultato), mescolando dal basso in alto per non smontarli, fino ad ottenere una crema omogenea. Qualcuno aggiunge del liquore come brandy o rum, io la preferisco senza alcool.
Versate il caffè (se volete, potete diluirlo con un paio di cucchiai d’acqua) in una terrina abbastanza ampia e immergete velocemente i savoiardi uno alla volta senza inzupparli sistemandoli in una pirofila di pirex o ceramica, preferibilmente rettangolare. Il segreto di una buona riuscita del dolce è solo questo: i biscotti devono mantenere la loro consistenza e non spappolarsi.
Con i biscotti formate uno strato che coprirete con la crema. Procedete alternando savoiardi e crema fino ad esaurimento. Io faccio due strati e utilizzo una pirofila per circa otto porzioni.
Al termine spolverizzate il dolce con il cacao amaro e mettetelo nel frigorifero (non nel freezer!) per almeno due ore prima di servirlo. In ogni caso, più sta a riposo nel frigo e più diventa gustoso. Nel periodo invernale lo potete conservare per tre giorni, in quello estivo (io non lo preparo perché si usano le uova crude e d’estate è meglio evitare) sarebbe meglio consumarlo entro 24-36 ore.

Ed ora non mi resta altro che augurarvi buon appetito!

[fonti: Messaggero Veneto e Il Piccolo; immagine da questo sito]

23 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDì: EVENTO RARO NELLE GROTTE DI POSTUMIA (SLOVENIA)

Posted in animali, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , a 12:08 am di marisamoles

proteo_postumia
Questa settimana ho letto una bella notizia che riguarda il mondo animale. Per la verità, riguarda una specie animale che vive in un mondo ben strano: le grotte.

Il proteo (nome scientifico Proteus anguinus), scoperto e descritto da Janez Vajkard Valvasor e citato anche da Charles Darwin nel 1859, è un anfibio urodelo appartenente alla famiglia dei Proteidi. È l’unico vertebrato troglobio (ossia che ha il suo habitat unicamente nelle grotte) esistente in territorio europeo.
È praticamente cieco, poiché gli occhi sono coperti dalla pelle e non si sviluppano: d’altronde, il senso della vista non gli sarebbe di grande utilità, visti gli ambienti in cui vive.
Questo anfibio si nutre pochissimo, e il motivo principale è legato all’habitat in cui vive, che offre ben poche prede di cui cibarsi. Mangia minuscoli crostacei, e a volte le sue stesse larve, ma data la lentezza del suo metabolismo è in grado di sopportare periodi straordinariamente lunghi senza cibo: da esperimenti controllati è risultato che un proteo può restare a digiuno per circa 12 anni[notizie attinte da wikipedia]

La buona notizia di questo venerdì riguarda la specie che vive all’interno delle Grotte di Postumia (Postojna, Slovenia). Come ha recentemente riportato il quotidiano lubianese Delo, un esemplare di proteo che in quelle grotte ha la sua “casa”, ha iniziato a deporre le uova.
Si tratta di un evento decisamente raro che richiede determinate precauzioni: immediatamente l’acquario che accoglie i protei nella Grotta di Postumia è stato oscurato e mamma proteo è seguita a vista tramite una speciale apparecchiatura per le riprese. Finora le uova deposte sarebbero 11; si suppone che ne verranno deposte circa 70 e da quel momento comincerà l’attesa per la schiusa che dura circa tre mesi.
Il lieto evento dipenderà, tuttavia, da una serie di fattori: le uova dovranno essere ovviamente fecondate e non infette e la femmina dovrà accertarsi che tutto è a posto da un punto di vista genetico per la sua prole. Sembra ci sia anche il rischio che la mammina ingoi le uova oppure le abbandoni al loro destino. Se tutto andrà bene, allora nasceranno i piccoli protei.

A questo punto, immagino che le visite alle Grotte di Postumia, peraltro splendide, aumenteranno nei prossimi mesi, in occasione del lieto evento. Se ci sarà.

[fonte: Il Piccolo; foto da questo sito]

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L’uomo che da solo piantò una foresta di laurin42

Studentessa italiana alla Nasa di unpodichimica

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19 agosto 2013

LIBRI: “IL BALLO” di IRÈNE NÈMIROVSKY

Posted in libri tagged , , , , , , , a 1:52 pm di marisamoles

Premessa: questo racconto è stato recentemente pubblicato da Newton Compton nella collana LIVE, a soli 99 centesimi.

copertina libro il ballo

L’AUTRICE
Irène Nèmirovsky nacque a Kiev l’11 febbraio 1903, da un ricco banchiere ebreo ucraino, Leonid Borisovitch Némirovsky (1868-1932) e da Anna Margoulis (1887-1989. Nel 1919 si trasferì con la famiglia in Francia, a Parigi, dove nel 1924 si laureò in Lettere alla Sorbona.
Poliglotta – conosceva sette lingue – da sempre considerò il francese la sua seconda lingua madre e iniziò giovanissima a scrivere. Nel 1921 pubblicò il suo primo testo sul bisettimanale Fantasio. Nel 1923 la Némirovsky scrisse la sua prima novella l’Enfant génial (ripubblicata con il nome di Un enfant prodige nel 1992), che sarà pubblicata nel 1927. Nel 1926 pubblicò il suo primo romanzo Le Malentendu.
La fama arrivò nel 1929 con la pubblicazione del romanzo David Golder e, grazie al suo editore, poté frequentare i salotti parigini più rinomati.
Tre anni prima, nel 1926 Irène Némirovsky aveva sposato Michel Epstein, un ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui ebbe due figlie: Denise nata nel 1929 ed Élisabeth nel 1937.
Nonostante la conversione al Cattolicesimo, la scrittrice fu vittima delle persecuzioni naziste e nel 1942 fu deportata ad Auschwitz dove fu uccisa il 17 agosto 1942. Stesso destino toccò, qualche mese dopo, al marito che si era battuto per farle ottenere la libertà.
Le bal (Il ballo) uscì nel 1930 e dal racconto fu tratto, nel 1931, l’omonimo film per la regia di Wilhelm Thiele. (fonte: Wikipedia)

LA TRAMA
La protagonista de Il Ballo è la quattordicenne Antoinette Kampf, che vive con i suoi genitori in un lussuoso appartamento di Parigi. Il padre è un ebreo di umili origini che fa fortuna e permette alla famiglia, ad Antoinette e alla moglie Rosine, una vita agiata. Ma, come capita spesso ai parvenu, la coppia sente il peso del passato e, sebbene le ricchezze ottenute con delle speculazioni finanziarie abbiano loro spalancato le porte del bel mondo, non si sentono completamente accettati dall’alta società.
La ragazzina è trascurata dalla madre, molto più intenta a badare a se stessa piuttosto che alla figlia, ed è seguita da Miss Betty, una governante tuttofare che spesso è complice di Antoinette e ha una relazione segreta con un giovane. L’età della giovane Kampf è un’età difficile, un’età in cui non si è né carne né pesce, se poi si viene trascurate dalla madre e si vivono quotidianamente le tensioni tra i genitori, non si trova un punto di riferimento, un equilibrio. Ed è per questo che, quando M.me Kampfe lancia l’idea di organizzare un ballo, cui invitare tutta la gente che conta, Antoinette è elettrizzata dall’idea del debutto in società. Ma l’amara realtà è un’altra: non parteciperà a nessun ballo, in compenso, visto che ha una bella grafia, aiuterà la madre a scrivere i bigliettini d’invito.

Rosine fa le cose in grande, supportata dal marito che, per l’occasione, vuole che della famiglia Kampf si parli parecchio in giro. I biglietti da scrivere sono duecento, almeno. Ma chi invitare? All’inizio l’operazione si rivela tutt’altro che semplice:

«Cominciamo dalle persone che conosco, vero Rosine? Scrivi, Antoinette. Il signore e la signora Banyuls. Non conosco l’indirizzo, hai l’elenco telefonico sotto mano, cercherai via via …«
«Sono molto ricchi, no?», sussurrò Rosine rispettosa.
«Molto».
«Ti … credi che vorranno venire? Non conosco la signora Banylus».
«Nemmeno io. Ma sto in affari con il marito, il che basta … pare che la moglie sia una donna affascinante, e poi non viene molto ricevuta nel suo giro, da quando è rimasta coinvolta in quella faccenda … ti ricordi, le famose partouzes del Bois de Boulogne, due anni fa».

[…]

«Dio santo!», sospirò la signora Kampf, «Com’è difficile …»
«Ci vuole metodo, cara mia … Per il primo ricevimento, tanta e tanta gente, più facce possibile … Solo al secondo o al terzo si può fare una cernita … Ma questa volta bisogna invitarne a bizzeffe». (pagg. 59-60)

Insomma, la filosofia di Monsiur Kampf è piuttosto spicciola ma dettata dal senso pratico: l’uomo è, infatti, cosciente che, chi più chi meno, tutti hanno i loro scheletri negli armadi. C’è una sola persona, ben conosciuta, che non può mancare: Mademoiselle Isabelle, cugina dei Kampf e maestra di pianoforte della piccola protagonista. Per nulla amata, tra l’altro, dall’allieva. La Nèmirovsky ne fa un ritratto impietoso e ironico allo stesso tempo:

«Eccessivamente miope ma senza mai usare gli occhialini, dato che andava fiera dei suoi occhi molto belli e delle folte sopracciglia, incollava sugli spartiti il lungo naso carnoso, appuntito, azzurrino di cipria, e, quando Antoinette sbagliava, la colpiva forte sulle dita con una bacchetta di ebano, rigida e dura come lei. Era malevola e ficcanaso come una vecchia gazza. Il giorno precedente alle lezioni, Antoinette mormorava con fervore durante la preghiera della sera (suo padre si era convertito al momento del matrimonio, Antoinette era stata cresciuta nella religione cattolica):
«Mio Dio, fa’ che Isabelle muoia stanotte». (pagg. 66-67)

Un ritratto che serve anche a comprendere quell’autobiografismo malcelato che è presente nel racconto. Sarà proprio Isabelle l’unica presente al ballo. Deludendo le aspettative dei coniugi, la festa che doveva costituire il loro vero debutto in società si rivelerà un disastro.
Antoinette, l’unica non invitata e relegata nello sgabuzzino delle scope, si gode lo spettacolo non vista:

«Sulla soglia del salone, esitò un istante, poi intravide nel salottino vicino il grande canapè di seta; si mise carponi, si intrufolò tra lo schienale del mobile e la morbida stoffa; c’era solo un piccolissimo spazio in cui poter restare rannicchiandosi tutta: da qui sporgendo la testa vedeva il salone, come una scena di teatro.» (pagg. 106-107)

Alla fine, da spettatrice silenziosa la ragazza diventa protagonista; una prova d’attrice superba, la sua. Tanto da sembrare realtà e non finzione.

***

Devo essere sincera: questo romanzo breve, o racconto che dir si voglia, non mi ha entusiasmato. L’unico pregio che ho riscontrato è la caratterizzazione dei personaggi, specialmente nell’ambito dei dialoghi cui è concesso ampio spazio nella narrazione. Una lettura piacevole, perché il libro è scritto in modo semplice e scorrevole, senza grande maestria, sembra quasi il diario della stessa Antoinette, scritto da una quattordicenne, nulla di più. Non so se si tratti di una strategia precisa dell’autrice, ma in ogni caso il libro non è certo un capolavoro.
Sono rimasta delusa soprattutto perché, prima di iniziare la lettura de Il ballo, ho letto – cosa che raramente faccio – la presentazione fatta da Maria Nadotti. Ad un certo punto scrive:

Leggendo i testi di Nèmirovsky, anzi divorandoli e facendosene divorare – tale è infatti il tipo di lettura cui essi inducono -, capita di provare uno smarrimento simile a quello che si avverte quando ci si perde in un bosco o ci si spinge incautamente troppo al largo durante una mareggiata. Il paesaggio è familiare, eppure non ci sono più punti di riferimento. La natura ci circonda da tutti i lati, identica e potente. Impossibile uscirne, ma anche districarsi al suo interno. ( pag. 21)

Probabilmente la Nadotti si riferisce a tutti i romanzi dell’autrice che non ho letto. Però questo romanzo a me pare un’opera molto modesta che non mi ha regalato le emozioni descritte nella critica.

16 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UN LIBRO AL GIORNO ALLUNGA LA … MEMORIA

Posted in cultura, La buona notizia del venerdì, terza età tagged , , , , , , a 4:18 pm di marisamoles

vecchi e lettura
Anche questa settimana mi piace rimanere in tema di cultura, anche se la notizia che riporto è legata alla ricerca scientifica.
Secondo uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago, tenere la mente allenata attraverso le attività di lettura e scrittura rende gli anziani più … arzilli. Infatti, i soggetti più avvezzi alle attività intellettive hanno mostrato un tasso di declino cognitivo più lento del 15% rispetto a chi è meno abituato a leggere e scrivere.

Lo studio ha coinvolto 294 soggetti in età avanzata che sono stati seguiti ogni anno per 6 anni e sono stati invitati anche a rispondere a un questionario sulle abitudini di lettura e scrittura durante la giovinezza, l’età adulta e la terza età. Dai risultati è emerso che mantenere un alto ritmo di lettura anche in tarda età ridurrebbe il declino della memoria del 32% rispetto alla norma. Al contrario, chi con il passare degli anni diminuisce le attività cognitive rischierebbe un peggioramento della memoria più rapido del 48% rispetto a chi si mantiene allenato leggendo e scrivendo.

Questa ricerca, strettamente correlata ad uno studio sull’Alzheimer, è interessante perché è continuata anche dopo la morte dei volontari, deceduti ad un’età media di 89 anni. Gli scienziati, infatti, hanno esaminato tramite autopsia i loro cervelli per identificare segnali fisiologici di demenza, come lesioni, placche e grovigli neurofibrillari (depositi proteici che si accumulano sulle fibre nervose), anomalie purtroppo comuni in età avanzata che possono causare deficit di memoria fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla patologia dell’Alzheimer.

Patrizia Spadin, Presidente di AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer), commenta così lo studio americano: «La ricerca ci conferma che quello che istintivamente i familiari mettono in campo con i loro cari malati di Alzheimer funziona davvero nell’ostacolare la progressione della malattia. Certo, l’attività “formale” di riabilitazione cognitiva conduce a risultati misurabili e provati. Ma anche trovarsi con gli amici, fare una passeggiata o una nuotata, leggere un buon libro, fare le parole incrociate e mangiare sano, oltre a influire positivamente sul tono dell’umore, danno beneficio alle cellule cerebrali e quindi alla mente. Per chi si sente impotente davanti ad una malattia così devastante come la demenza, è fondamentale sapere di avere anche queste armi nella battaglia contro il deterioramento cognitivo».

Considerato che l’età media è in aumento costante e che l’età della pensione, ahimè, si allontana sempre più, questi dati rappresentano una buona notizia per chi ha già una certa età e fanno ben sperare i più giovani in una terza età sempre attiva intellettualmente.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

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13 agosto 2013

SE IL PAZIENTE NON È PAZIENTE CHE PAZIENTE È?

Posted in affari miei, salute, vacanze tagged , , , , , a 9:00 pm di marisamoles

dal dentista
Molti sono portati a credere che il significato di “paziente”, nel senso di “ammalato”, ovvero chi ha bisogno di cure mediche, sia esattamente quello di “paziente”, cioè dotato di pazienza. Certamente quando abbiamo bisogno di cure dobbiamo essere pazienti: lunghe attese nello studio medico, file interminabili per prendere gli appuntamenti se abbiamo bisogno di esami o visite specialistiche, se ci rivolgiamo ai call center dobbiamo essere molto pazienti nell’attendere che l’operatore si liberi, sciroppandoci nel frattempo le musichette in linea, pazientemente dobbiamo aspettare mesi per poterci sottoporre ad un esame specialistico e così via.

Eh sì, un paziente deve essere paziente. Ma, stando all’etimologia, la parola “paziente” deriva dal verbo latino patior (per la precisione dal suo participio presente) che significa “sopportare”, nel senso che un paziente deve sopportare le cure che gli vengono consigliate.
Ciò non toglie che, sopportazione a parte, c’è bisogno anche di tanta pazienza. Specie quando capitano situazioni come quella in cui mi sono ritrovata io recentemente.

Avevo (ho) bisogno di cure odontoiatriche che il mio dentista di fiducia non fa. Per lui fare il dentista è praticamente un passatempo perché la sua attività principale è la fisioterapia, specializzazione che ha ottenuto dopo la laurea in medicina e in odontoiatria perché convinto che la maggior parte dei disturbi che si hanno in bocca dipendano dalla postura. Boh.

Il mio dentista mi manda da un collega e io attendo la fine della scuola per essere più libera oltreché più tranquilla. Mi presento in questo studio megagalattico, dove lavorano decine di persone. Il mio medico, invece, lavora da solo, non ha nemmeno l’assistente alla poltrona … mi trovo in uno mondo sconosciuto.
Siamo alla fine di giugno. Spiego la problematica, dico che il mio dentista di fiducia mi ha mandato là, da uno dei medici che lavorano nello studio, e chiedo un consulto. La segretaria, molto gentile e con il sorriso stampato sulla bocca, mi dice che il primo posto libero è il 26 luglio. Rimango allibita. Protesto perché pensavo di sottopormi alle cure nel più breve tempo possibile. Lei guarda il cielo e mi dà il bigliettino con l’appuntamento. Prego almeno che il medico si metta in contatto con il mio così si fa dire qual è il problema.

Pazientemente aspetto il 26 luglio. Tre giorni dopo, però, mi telefona la segretaria dello studio. Sono le 11 e 10 e mi trovo nel bel mezzo del cambio degli armadi, armata di spazzola elettrica per i vestiti, aspirapolvere, secchio con detersivo, panni umidi e asciutti a seconda delle esigenze. La signorina, molto gentile (suppongo anche sorridente … il videotelefono non ce l’ho) mi dice che sono proprio fortunata, che il dott. taldeitali è libero alle 11 e 30. Praticamente in 20 minuti devo farmi la doccia (almeno scrollarmi la polvere di dosso), truccarmi, vestirmi, pettinarmi e uscire … la distanza non è molta ma a piedi ci impiego, a passo veloce, un quarto d’ora. Guardo l’orologio e mi dico: impossibile. Protesto ma la signorina gentile e forse sorridente mi ricorda che altrimenti devo attendere il 26 luglio. Non faccio la doccia, non mi trucco, metto i primi vestiti che mi capitano sottomano e, decisamente impresentabile, m’incammino. Con tutta la più buona volontà non arrivo prima delle 11 e 40. Sapete quanto ho dovuto attendere in sala d’aspetto? 35 minuti.
Santa pazienza!

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Il medico, gentile e sorridente, mi dice che comunque le cure cui mi devo sottoporre non potrò iniziarle prima di ottobre-novembre. Le agende sono piene. Panico! Protesto di nuovo e mi dice che vedrà quello che si può fare, che l’appuntamento del 26 luglio non serve più ma forse si trova un posticino per settembre. Mi saprà dire. Per il momento mi prepara il preventivo. Sudo e non perché ci sono 27 gradi.

Passa una settimana. La solita signorina gentile e sorridente, forse, mi manda un sms. Mi informa che si è liberato un posticino per il 5 luglio, che posso almeno iniziare, poi si vedrà. Nel frattempo mi arriva il preventivo ma non è che posso decidere se prendere o lasciare. Prendo.
Santa pazienza!

Arriva il 5 luglio e incontro il medico che si prenderà cura di me, letteralmente. Gentile, sorridente e … mio concittadino. Mi fa le feste, d’altronde non è così usuale trovare dei triestini che vivono a Udine. Dopo la visita, si occupa personalmente degli appuntamenti e, guarda caso, mi fa fissare quattro sedute entro ferragosto, “per una bella triestina come Lei rinuncio alla pausa pranzo del 14”.
Mi sembra lui un santo, a questo punto.

E arriviamo all’epilogo. Due settimane fa, dopo molte insistenze da parte sua, un’amica mi convince ad andare al mare con lei e fermarmi qualche giorno. Io tergiverso, dico che ho male alla cervicale e un occhio gonfio (cose vere, tra l’altro). Lei non demorde e viene a prendermi sotto casa. D’altronde io sono una che non si fa pregare ma qualche volta ha bisogno di maniere forti.
La giornata è bellissima, mi godo il sole, un bagno magnifico perché l’acqua è pulita e non troppo calda come nei giorni precedenti che aveva raggiunto i 33 gradi. Penso che la settimana successiva sarei dovuta andare dal dentista e che sarei rimasta inchiodata a casa fino a ferragosto. Guarda un po’ che combinazione, mentre sono in spiaggia mi chiama sul cellulare la segretaria del dentista, gentile e sorridente, ne sono sicura, e mi annuncia con gioia che posso anticipare i due appuntamenti della settimana di ferragosto così finisco tutto entro il 7. Mi invita ad andare in studio l’indomani mattina alle 8 e 30. Panico!

Insomma, se uno si sta godendo una specie di vacanza, forse l’unica della stagione, non ha proprio voglia di interromperla sul più bello. Però poi penso che nell’arco di pochi giorni potrei finire le cure e che di pazienza ne ho già avuta tanta. Penso che, viste le prospettive iniziali, avrei dovuto aspettare ottobre-novembre e invece … penso che sono davvero fortunata in fondo. E che la pazienza è la virtù dei forti.

Sono fortissima io, altroché.

Be’, in ogni caso, ferragosto sta arrivando e io sono ancora a casa. 😦

[immagine da questo sito]

10 agosto 2013

PAPA FRANCESCO: “NOI VASI DI ARGILLA PIENI DI SPERANZA” di CLAUDIO MAGRIS

Posted in attualità, religione, Trieste tagged , , , , , , , , a 2:20 pm di marisamoles

papa_francesco-
Segnalo questo bell’articolo del germanista e scrittore triestino Claudio Magris (inconsapevole protagonista dell’ultimo esame di maturità). Parla di Papa Francesco, del suo essere onesto e schietto, del suo riporre in ogni cosa la speranza, del suo monito a non arrendersi. Del suo invito, privo di retorica, a continuare il nostro cammino senza temere di andare in pezzi.

Ma che differenza con il don Abbondio manzoniano, vaso di terracotta costretto a viaggiare in mezzo a tanti vasi di ferro.

magrisFrancesco sta mettendo in moto — con la semplicità di chi fa un lavoro necessario, difficile ma non drammatico — cambiamenti epocali, ma lo fa senza alcun pathos progressista e senza ansie tormentate. Sarà difficile, proprio per il modo in cui le compie, che le sue trasformazioni possano scatenare l’enfasi scandalizzata degli avversari del Concilio o i dubbi tremebondi e amletici di anime belle timorose delle conseguenze di ogni passo ardito. Il suo stile disarma a priori tali resistenze. Se fosse stato Papa quando i due astronauti sovietici primi pionieri dello spazio dichiararono pateticamente di non aver visto Dio, Francesco non avrebbe probabilmente reagito con l’accorata tristezza di Paolo VI, ma avrebbe magari mandato un telegramma per ringraziarli di averlo rassicurato, visto che sarebbe stato imbarazzante se quei due avessero veduto Dio che invece non si era mai fatto vedere direttamente dal Papa e se Dio fosse visibile lassù —o laggiù, si fa per dire— piuttosto che dalle nostre parti.

In questo senso Francesco si è rivelato, finora, straordinariamente atto a reggere il tremendo peso che porta; un vero grande leader «semplice come una colomba e astuto come un serpente», come esorta il Vangelo e come dovrebbe essere ogni capo e, prima ancora, ogni uomo. C’è una grande ironia cristiana e Francesco ne è maestro. Siamo tutti vasi di coccio, ha ricordato, sapendo di esserlo anche lui. Non è una cosa da niente, perché il coccio si rompe facilmente e le occasioni di urto con oggetti duri e contundenti sono tante. CONTINUA A LEGGERE >>>

[immagine Papa da questo sito; immagine di Magris da questo sito]

9 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATA IN FRIULI LA PRIMA PELLICOLA DI ORSON WELLES

Posted in cultura, film, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles

orson wellesAnche quest’oggi voglio occuparmi di cultura e questa mi pare proprio una buona notizia: in una vecchia cassa abbandonata in un magazzino è stata ritrovata la pellicola del primo film interpretato da Orson Welles nel lontano 1938.

Il film in questione, Too Much Johnson, girato da Orson Welles quando aveva 23 anni ed era già un famoso regista teatrale e autore radiofonico, era diviso in tre parti che dovevano fungere da preludio ai tre atti della commedia omonima scritta da William Gillette, Ma la commedia andò in scena senza la parte cinematografica perché il progetto di Welles fu bocciato.

Il film doveva essere muto e ispirato alle comiche di Mack Sennett e Harold Lloyd e aveva tra gli interpreti Joseph Cotten e Virginia Nicholson, all’epoca moglie di Welles.
La delusione dell’attore fu tanta che, a quanto dicono, quando la sua casa spagnola andò a fuoco nel 1971, non si dimostrò dispiaciuto che nell’incendio fosse stata distrutta anche la pellicola di Too Much Johnson.
Invece le otto bobine del film sono miracolosamente arrivate a Pordenone e ritrovate dopo trenta-quarant’anni dal loro ingresso in Italia.

Il ritrovamento del film è stato del tutto fortuito. Come sia arrivato a Pordenone è un mistero, anche se è famoso il suo festival del cinema muto. Fatto sta che un impiegato di una ditta di traslochi ha notato che da una vecchia cassa, contenente materiale cinematografico, abbandonata in un magazzino si sprigionavano sgradevoli odori. Viene, quindi, interpellato il responsabile del club Cinemazero che immediatamente intuisce che l’odore è dovuto ad un processo chimico degenerativo irreversibile che distrugge il supporto delle pellicole in triacetato di cellulosa.
Fra il numeroso materiale ormai distrutto, ecco che miracolosamente compaiono le otto pellicole del film chiuse nelle loro scatolette di metallo. Intatte.

Dopo la conferma di Cito Giorgini, un grande esperto wellesiano, che si tratta proprio dell’inedito Too Much Johnson, la copia del film, affidata alla Camera Ottica di Gorizia prima e alla cineteca del Friuli poi, è stata restaurata dalla George Eastman House con il contributo della National Film Preservation Foundation.

La notizia ha avuto un risalto mondiale tanto che il New York Times ha preteso l’esclusiva. Solo in seguito è stata diffusa in Italia.
La pellicola restaurata verrà proiettata a Pordenone il 9 ottobre prossimo all’interno delle Giornate del Muto.

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6 agosto 2013

SENZA FIGLI È MEGLIO?

Posted in bambini, donne, figli tagged , , , , , , , , , , a 2:26 pm di marisamoles

cullaProprio stamattina parlavo con una mia amica che, alla soglia dei cinquant’anni, non si è pentita della sua scelta: non ha voluto figli. Mai un ripensamento né la corsa alla maternità attempata solo perché va di moda. Eppure lei adora i bambini.

Quand’era adolescente impazziva per i suoi nipoti. La sorella, infatti, al contrario di lei, di figli ne ha messi al mondo due, la prima a 19 anni. La mia amica ha un attaccamento a questi nipoti che raramente ho riscontrato in donne con figli. Sarà un caso?

La nipote, ormai giovane donna, ha seguito le orme della madre, si è sposata giovanissima e ora, non ancora trentenne, è in attesa del suo terzo figlio. La mia amica impazzisce per i bambini di sua nipote. Mi ha raccontato che la primogenita, cinque anni, ha passato domenica notte con lei e tutta la giornata del lunedì. Seguivo il suo racconto guardandola negli occhi: sprizzavano di felicità. Eppure mi ha sempre detto di non avere mai sentito l’istinto materno.

Non c’è stato nemmeno bisogno di dire nulla, lei mi ha letto nel pensiero e ha detto, a proposito dei suoi pronipoti: li coccolo, li vizio, non sai quanti regali gli faccio, poi me le sento dalla madre ma per lei, quand’era piccola, ho fatto anche peggio. Però alla fine della giornata ritornano a casa loro. Sono nata per fare la zia non la mamma, mi dice sorridendo.

Io non giudico le scelte degli altri, anzi, in questo caso apprezzo moltissimo la coerenza. Mi dà fastidio, sinceramente, chi accampa mille scuse, nel frattempo fa carriera e, dopo la realizzazione di sé, sente che manca qualcosa. Così nascono i figli delle madri attempate. Ma un figlio non deve far parte delle realizzazioni personali, non deve riempire un vuoto, non può essere programmato quando è il momento, perché quel momento può non arrivare mai e poi queste donne vanno fuori di testa o si affidano alla scienza nella speranza di generare un figlio a tutti i costi.

Io, nella mia esperienza di madre, ho capito che se ci mettiamo a pensare quale sia il momento giusto per mettere al mondo un figlio, allora probabilmente quel figlio non nascerà mai. Un po’ perché più tempo passa e meno feconda è la donna, un po’ perché, quando ci si gode la vita di coppia a lungo, è difficile accettare l’arrivo di una specie di intruso che assorbe energie e tempo. In questo caso, è probabile che il figlio arrivi, ma è anche concreto il rischio che poi lo si consideri un vero e proprio tiranno.

Non dico di aver fatto le cose senza pensare, ma per me diventare madre è stata la cosa più naturale del mondo e, soprattutto, la realizzazione di un sogno. Aver deciso di dare un fratellino al primogenito senza aspettare anni, con l’idea di offrire al piccolo un compagno di giochi non mi è sembrato né un azzardo né tanto meno un gesto eroico. Per me è stata la più naturale delle cose, pur rendendomi conto delle spese che sarebbero gravate sul bilancio familiare e delle rinunce che i figli mi avrebbero imposto.

Ora leggo sul blog La 27esima Ora del Corriere, un articolo firmato da Maria Serena Natale la quale, citando la giornalista americana Lauren Sandler, asserisce che possiamo essere pienamente noi stesse anche mettendo da parte la responsabilità e la fatica della procreazione. E aggiunge che la decisione di non avere figli è già un orizzonte naturale per milioni di donne soddisfatte di una sessualità consapevole, armonicamente inserita in una vita non «childless» ma «childfree», non «senza figli» ma «libera».

Io invito i lettori a leggere l’intero articolo della Natale e mi permetto un’osservazione: sostituire il termine chldless con childfree mi sembra accettabile dal punto di vista semantico ma non condivido che si consideri un figlio come una catena che toglie la libertà. Insomma, libera dai figli non è sinonimo di libertà assoluta, semmai di una libera scelta.
E poi ‘sto childfree mi fa pensare alle caramelle: come le vuoi, con lo zucchero o sugarfree? E la tua vita come la vuoi? Senza zucchero, grazie.

3 agosto 2013

Finché c’è inchiostro nel calamaio

Posted in passioni tagged , , , , , a 2:17 pm di marisamoles

Che dire? Penso che, anche se non sono una giornalista (ma in gioventù c’è stato un periodo in cui mi ero fissata con la scuola di giornalismo ad Urbino), non vorrei mai guarire dal mal d’inchiostro. 🙂

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Scrivere dev’essere proprio una malattia. Chissà quanti trilioni di parole ho scritto da quando sono nato: certamente ho cominciato da molto giovane e ancora non ho smesso. Ho scritto articoli a migliaia, post su decine di blog, note sui social network, risposte a interviste e poi prefazioni, dediche, pensieri, una mezza sceneggiatura e sei libri. Per arrivare al settimo ne ho cominciati almeno altri due, poi accantonati (temporaneamente) e abbozzati altrettanti. E adesso che finalmente ho un progetto editoriale preciso (nel senso che almeno ho finalmente scelto l’argomento, rigorosamente riservato non foss’altro che per scaramanzia) per rilassarmi cosa faccio? Scrivo, naturalmente. Se non scrivo libri, insomma scrivo dei libri. Mi rendo conto di essere irrecuperabile, ma non ho alcuna intenzione di guarire. Ho scritto a penna (biro, stilo, roller), a matita, a macchina, con il computer. Ho scritto su taccuini di tutti i tipi (ho la fissa), fogliacci, bigliettini, sui…

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