LIBRI: “LA STRADA DI SMIRNE” di ANTONIA ARSLAN

Premessa: questo romanzo è la continuazione de “La Masseria delle Allodole” (Rizzoli, 2004). Nonostante l’autrice nell’introduzione cerchi di riallacciarsi al primo romanzo, consiglio di affrontare “La strada di Smirne” previa lettura de “La Masseria delle Allodole”. A meno che non si voglia vedere il film che i fratelli Taviani ne hanno tratto nel 2007. QUI è disponibile la visione in streaming.

L’AUTRICE.Antonia-Arslan
Antonia Arslan, padovana di origine armena, è laureata in archeologia ed è stata professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. Dopo aver scritto alcuni saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla letteratura femminile, si accosta alla storia del popolo da cui proviene attraverso la traduzione delle raccolte II canto del pane e Mari di grano del poeta armeno Daniel Varujan, curando anche la stesura di un libretto divulgativo sul genocidio armeno (Metz Yeghèrn, Il genocidio degli Armeni di Claude Mutafian) e una raccolta di testimonianze di sopravvissuti rifugiatisi in Italia (Hushèr. La memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni).
Il suo primo romanzo, La masseria delle allodole, uscito nel 2004, ha vinto il Premio Stresa di narrativa ed è stato finalista del Premio Campiello. Nel 2009 è stato pubblicato il seguito con il titolo La strada di Smirne.

la strada di smirne

LA TRAMA
La strada di Smirne racconta i fatti successivi alla deportazione degli Armeni, avvenuta nel 1916, fatti che riguardano la famiglia dell’autrice Antonia Arslan (cognome “italianizzato” dall’armeno Arlsanian). Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, racconta l’autrice nell’introduzione, la sorte del popolo armeno è segnata:

Qualcuno ha deciso che la minoranza armena debba essere eliminata, gli uomini uccisi, le donne e i bambini deportati nel deserto. […] Ma l’orrore è solo all’inizio. Ai massacri degli uomini seguono le carovane dirette al deserto di Deir-es-Zor: donne, bambini e anziani in marcia verso la morte. Shushanig [una delle protagoniste de La Masseria delle Allodole, NdR], le figlie, le cognate e Nubar, l’unico maschio sopravvissuto perché vestito da bambina. Con il popolo armeno d’Anatolia si mettono in cammino: molti di loro ce la faranno e i sopravvissuti arriveranno stremati ad Aleppo, la città che secondo i piani avrebbe dovuto essere l’ultima tappa prima della fine. (edizione BURextra Rizzoli, pag. 7)

Nel racconto si intrecciano più storie. I figli di Shushanig , dopo un avventuroso viaggio per mare, raggiungono l’Italia, dove abita lo zio Yerwant, e si adattano con fatica a una nuova vita, sicuramente più agiata ma segnata da un dolore profondo per la perdita delle persone care. Alcuni di quelli che hanno aiutato la famiglia di Sempad (il padrone della masseria e marito di Shushanig) negli ultimi e strazianti momenti di vita della masseria delle allodole, raggiungono la città di Smirne: la lamentatrice greca Ismene, che con il prete Isacco vivrà un’inaspettata e tenera storia d’amore e si prenderà cura dell’orfanotrofio armeno, diretto da una spaesata Fräulein Nussbaum che nei due troverà dei validi e intraprendenti collaboratori. Personaggi secondari che prendono parte a queste vicende sono lo storpio Yussuf e il mendicante Nazim che sapranno ingegnarsi e trovare una via d’uscita anche nelle situazioni più complicate.
Tra gli orfanelli i due più grandi, Hagop e Sylvia, forse per sfuggire la disperazione e per guardare al futuro con maggiore ottimismo, o forse soltanto per fondere le loro due anime già unite dallo stesso tragico destino, nasce un amore, delicato e nello stesso tempo vissuto in modo maturo. Nelle avversità i due ragazzi, con poca esperienza della vita se escludiamo il lato più doloroso di essa, si aggrappano a quel concetto di famiglia che non hanno mai avuto, nella speranza di dar vita ad una tutta loro.

In Italia, a Padova, nella agiata casa del capostipite Yerwant, la vita scorre tranquilla. I due figli, Khayël e Wart, così diversi, sono perfettamente integrati nel bel mondo dell’aristocrazia veneta e non coltivano il sogno di rinascita del popolo armeno. Yerwant, medico ricco e stimato, pur non volendo rinunciare agli agi conquistati in terra italica, a quel sogno non smette mai di pensare e, nel 1919, quando le acque si sono calmate in Anatolia, si ripropone di risollevare le sorti della sua famiglia di origine e di far rinascere la vecchia masseria.
Pensa di affidare questo compito al fratello Zareh che, fin dall’inizio, sembra gradire poco quella proposta:

Zareh ha subito rifiutato, rabbrividendo. In un momento gli è passata davanti agli occhi la vita nella Piccola Città [luogo in cui vivevano e prosperavano gli Armeni prima della persecuzione e della diaspora, NdR], quella da cui tanti anni fa è fuggito, ma terribilmente immiserita. Case e chiese saccheggiate e distrutte, ombre di morti dappertutto, frutteti abbandonati, giardini ridotti a stalle, e lavoro duro, e i turchi di cui non ci si può fidare, e la fertile dorata pianura di fronte alla cittadella inselvatichita da anni di abbandono […] No, non è cosa per lui.
Lui preferisce il mondo siriano e la tranquilla vita di Aleppo, i suoi clienti arabi, il circolo degli scacchi, le serate danzanti all’Hotel Baron […] (pag. 146)

Nonostante le difficoltà a trovare qualcuno che possa portare a termine il progetto di rinascita della masseria, Yerwant non demorde: il piccolo Nubar, l’unico erede maschio di Sempad sopravvissuto alla strage, ha diritto di ritrovare le sue radici, di vivere nel luogo in cui ha passato i primi anni felici della sua vita. La masseria rinascerà dalle ceneri e lui, diventato grande, potrà tornare nella Piccola Città e continuare la professione di famiglia, diventando farmacista come il padre. O forse medico come lo zio Yerwant. I due zii, Yerwant e Zareh, intorno a lui cominciano a costruire un nuovo sogno armeno, uno spiraglio di fiducia. (pag. 147) Se ne occuperà Aris, un lontano cugino, che è sempre stato sfortunato negli affari, ma fortunato per essere sopravvissuto tranquillamente alla catastrofe, avendo scelto di vivere a Damasco, inosservato factotum di un ricco signore arabo, che lo nutre con la famiglia, ma lo paga pochissimo. (pag. 148)

Ma la Storia è in agguato, sempre pronta a calpestare gli infelici, quelli che hanno avuto poco dalla vita e che tanto hanno perduto. Piccole storie che nulla, o quasi, possono di fronte al destino crudele che la Storia ha riservato loro.

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo …” viene in mente alla bambina [si tratta dell’autrice stessa, NdR] mentre scrive queste cose; e le pacate, riflessive frasi manzoniane allentano la tensione del cuore, calmano come un sonno improvviso la sua pena.
“Nessuno, paziente lettore, è più tornato nella Piccola Città”, ha scritto come conclusione del Libro della Masseria, e ora capisce davvero perché l’ha scritto: agli armeni, come sovrappiù di pena, il ritorno è negato per sempre.
E ora bisogna affrontare l’ultimo strappo, l’ultimo addio. Perché la Grande Storia, ancora una volta, annulla le piccole storie degli uomini qualunque. (pag. 228)

***

Non è facile leggere questo romanzo, soprattutto a causa dei numerosi personaggi, dai nomi di non immediata memorizzazione, le cui vicende si intrecciano. Anche se la Arslan pubblica l’albero genealogico che aiuta a orientarsi nei meandri di questa intricata famiglia. Non è semplice seguire gli eventi narrati, che, in una dimensione sincronica, hanno diversi protagonisti nei diversi spazi, tenendo presente anche il piano diacronico, il susseguirsi degli eventi nel tempo. Ma lo stile della Arslan, molto delicato e semplice, rende la lettura abbastanza agevole, riuscendo a trasmettere al lettore quella sensazione di essere quasi testimone egli stesso dei fatti, senza tuttavia riversare su di lui la drammaticità di ciò che accade ai protagonisti. In fondo, mentre si legge si è perfettamente consapevoli del fatto che qualcuno è sopravvissuto alla Catastrofe, e quel qualcuno ha trasmesso il ricordo perché la tragedia del popolo armeno non venga dimenticata.
La narrazione procede in terza persona e il narratore conosce gli eventi, in qualche caso li anticipa con delle prolessi che vengono evidenziate, all’interno del racconto, con osservazioni scritte in corsivo tra parentesi. Narratrice, in quest’altro piano narrativo), è la bambina che è stata l’autrice la quale, una volta diventata grande, ha ricostruito la storia della sua famiglia attraverso la testimonianza dei superstiti e grazie al ritrovamento, a volte fortuito, di alcuni scritti, piccole e grandi note intrise di indicibile sofferenza.
Oppure, dalle pagine del romanzo, all’interno di queste parentesi, l’autrice si rivolge al padre (figlio di Yerwant junior, detto Wart):

[…] Come parlavi coi tuoi cugini esiliati, coi profughi d’Armenia che ti trovasti in casa? Quale fonda paura, irrimediabile, ti hanno trasmesso, come hanno – con la loro sola presenza – quelle povere ragazze resa fragile la tua sicurezza di giovane occidentale ben nato, ben allevato, ben parlante? […] E intanto giorno dopo giorno si approfondiva in te – e in tuo fratello – la consapevolezza di quella diversità irrimediabile, di quell’antica colpa che nessuna maschera avrebbe più potuto davvero coprire. Il marchio del sangue, del padre e del nome.

Onestamente a me è piaciuta di più La Masseria delle Allodole (letta due volte, la seconda poco prima di assistere ad una conferenza della Arslan nel mio liceo, un’occasione che mi ha dato molto di più rispetto alla semplice lettura del romanzo), però capisco che spesso affrontando un seguito le aspettative siano maggiori con il rischio di rimanere delusi. Per questo consiglio di leggere i due romanzi uno di seguito all’altro. La narrazione semplice e nello stesso tempo coinvolgente della Arslan non vi deluderà.

[per la biografia dell’autrice la fonte è wikipedia]

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