LA VITA BUIA

Mario-Fontana__disperazione
Quante volte diciamo, senza averne affatto i sintomi, che ci sentiamo depressi. Spesso usiamo quell’esclamazione , “che stress”, solo perché ci sentiamo un po’ stanchi o abbiamo a noia la solita routine. Ma chi ha provato cosa sia davvero la depressione e chi si è sentito veramente stressato ha una visione della vita completamente diversa: la vita buia, senza luce, un tunnel che a fatica si attraversa, giorno dopo giorno, senza riuscire mai a vederne la fine, senza speranza d’uscita.

Racconterò tre storie di donne, solo casualmente tutte e tre insegnanti, donne che vivono una vita buia, o l’hanno vissuta fino a poco tempo fa. Uscire dal tunnel non è impossibile ma spesso proprio quella che è considerata la cura ideale, porta con sé uno strascico di sofferenza. Gli antidepressivi sono come la droga: più se ne prende e più si pensa di non poterne fare a meno. E smettere è davvero difficile.
Chiamerò queste tre donne Laura, Sonia e Giorgia, nomi di fantasia, nomi che non rientrano nella mia cerchia di amicizie.

Laura è una donna spiritosa, vivace, apparentemente spensierata. Fa il suo mestiere con grande passione, i suoi studenti l’adorano. Ha un marito che l’ama e che lei ama profondamente. C’è qualcosa che manca, però, nella sua vita: un figlio. Gli anni passano, lei ne ha già quaranta, e quel dono non arriva. Un dono, sì, perché un figlio non è qualcosa che si acquista, non è nemmeno qualcosa che ci si deve meritare, è un dono che la vita può farci oppure no. Qualcuna questo dono lo butta via, qualcun’altra lo rifiuta proprio, come concetto. Per la maternità non bisogna essere portate, come qualcuna pensa, la maternità completa la vita di una donna, è una vera e propria missione che spesso si porta avanti senza nemmeno pensare che la vocazione non è insita nell’animo umano, la maternità è qualcosa che arriva e solo in quel momento si può essere consapevoli che non è necessario esserci portate, si fa e basta. Nel migliore dei modi ma anche no.
Il tempo passa. Laura si avvicina ai cinquanta e perde definitivamente ogni speranza. Non cerca soluzioni alternative, non chiede aiuto alla scienza, pensa solo di non meritarsi quel dono, pensa di non essere degna nemmeno di essere chiamata donna. Piano piano la sua vita si oscura, la luce si spegne, entra nel tunnel. Inizia a chiudersi in casa, non va più a scuola, non si alza dal letto, non prepara da mangiare, non va a fare la spesa, non si lava, non si pettina, non si veste, rimane tutto il giorno in camicia da notte, nel buio della sua stanza.
Inizia così la cura con gli antidepressivi. La fanno sentire meglio, le danno la forza di uscire da quella camera, mese dopo mese riacquista le forze perdute. Ma il suo dramma, la mancata maternità, rimane dentro di lei. Non si rassegnerà mai.
Ritorna a scuola ma non ha la forza di stare in aula. Il preside, che è una persona intelligente, capisce e la dichiara inidonea. Non le fa del male, anzi, la nomina responsabile della biblioteca d’istituto, le affida un compito di responsabilità che la porta comunque a rapportarsi con gli studenti che lei non ha mai smesso di amare e che considera un po’ come i figli che non ha avuto.
Ora Laura è in pensione. Si gode un periodo della vita che è spesso agognato e che molti, oggi, vedono come un miraggio lontano.
La sua vita è meno buia ma la mancanza di un figlio, causa delle sue pene passate, la proietta in un futuro monco: non è stata madre, non sarà mai nonna.

Sonia è una cinquantenne. Se dovesse pubblicare un annuncio matrimoniale, potrebbe essere: cinquantenne, colta, bella presenza cerca coetaneo con le stesse caratteristiche.
Non è sempre stata sola. Ha alle spalle un matrimonio naufragato un decina di anni fa. In quell’unione aveva investito molto, aveva dato senza ricevere. Aveva rinunciato alla maternità per far piacere al suo uomo che, però, non aveva rinunciato ad un’altra vita, con un’altra donna.
Il marito di Sonia vive altrove per motivi di lavoro. Torna a casa il sabato e la domenica e lei lo aspetta, devota, una vestale impegnata a tenere acceso il fuoco sacro di un’unione a distanza.
Poi lei scopre l’altra famiglia di lui e il mondo le crolla addosso. Ma non vuole chiedere il divorzio, in quel matrimonio ha creduto e crede ancora. Lui, invece, non ci ha mai creduto e non sa che farsene. Chiede il divorzio e la caccia di casa, tanto è intestata a lui e senza figli lei non ha alcun diritto di rimanerci.
Dieci anni di tristezza, rimpianti, rancore e incapacità di ricominciare. Il fisico si appesantisce, il sorriso si spegne, Sonia non riesce nemmeno a guardarsi allo specchio. Non dorme la notte e fa uso regolare di sonniferi. Va da una psicoterapeuta che le consiglia gli antidepressivi. Entra in un circolo vizioso e non vede uno spiraglio, una via di uscita.
Poi, all’improvviso, decide che può tornare ad essere bella, affascinante. Colta lo è ancora, anzi di più; presa da una frenesia inspiegabile frequenta corsi su corsi, prende un master, si iscrive a diverse associazioni, tiene conferenze. Gli antidepressivi li ha buttati, si è messa a dieta e ha ritrovato il fisico di dieci anni prima, complice anche la palestra in cui si reca regolarmente.
Ora ha una missione da compiere: cercare un uomo. E qui le cose si complicano. Ne conosce molti, alcuni le cadono ai piedi ma o sono troppo vecchi o troppo poco colti oppure non particolarmente attraenti. Quelli che le piacciono o sono già impegnati o non se la filano per nulla.
La depressione, quella vera, è un ricordo lontano, ormai. Ma nella vita di Sonia ci sono ancora troppe nuvole e il sole splende solo per brevi periodi. Ma la sua mission impossibile la aiuta ad affrontare la vita in modo diverso. Prima o poi troverà l’uomo che fa per lei. Ne è sicura.

Giorgia ha cinquant’anni o poco più. Un figlio ormai grande avuto da un matrimonio finito molti anni fa.
Il suo male di vivere inizia subito dopo il divorzio. Ci mette un po’ di tempo per riprendersi e per dare un calcio al passato. L’aiuta una nuova relazione: lui è molto più giovane di lei, bello come il sole, è come una ventata d’aria fresca che si sprigiona da una finestra tenuta chiusa per troppo tempo e improvvisamente riaperta.
Passano i mesi, passano gli anni e la relazione va a gonfie vele. Così almeno sembra.
Un giorno, però, lei scopre l’esistenza di un’altra donna, più giovane di lei, bella, ragazza madre di un’adolescente e incinta del suo uomo. Il compagno di Giorgia aspetta un figlio da un’altra. Non solo, la storia con l’altra va avanti da anni, il progetto di famiglia c’è da parecchio, visto che lei, prima di questa gravidanza, ha avuto due aborti spontanei.
Non è lui a dirglielo. L’amante va da lei e glielo spiattella senza risparmiare ogni particolare. L’antica ferita si riapre, Giorgia ricade nella vita buia di un tempo. Fa fatica a riprendersi, dopo due anni gli antidepressivi sono i suoi unici compagni. Ma esce, lavora, cerca di vivere al meglio.
L’incontro con Giorgia è casuale. Mi stupisco di come questa donna mai vista prima mi racconti la sua storia. Poi capisco: non conoscevo lei ma conosco bene l’altra. La storia no, mi era del tutto ignota.

[immagine: “Disperazione” di Mario Fontana, olio su tela, da questo sito]

10 pensieri riguardo “LA VITA BUIA

  1. So cos’è la depressione, anche se è un ricordo oramai lontanissimo, un mostro che spero di avere debellato definitivamente. Leggo queste storie e mi chiedo come faccia a stare ancora in piedi e, tutto sommato, serena.

    Credo che il non nascondersi dietro un dito sia il primo ingrediente e poi, sai come si dice, datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo e poi… e poi, cara Marisa, c’è un’attitudine mentale indispensabile per superare i momenti bui: bisogna saper perdere.

    Non è bravo chi non cade, ma chi si rialza dalla caduta: se la vita ci ha fatto del male, non dobbiamo darle una mano a consolidarne le conseguenze.

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  2. Io, per carattere mio, penso di avere una scarsa tendenza ad essere risucchiata da questo male, quindi fatico anche ad immaginare come possa essere. Però posso capirlo. Sicuramente c’è chi dalla vita riceve brutti colpi e non sempre ha la forza di reagire.
    E’ vero, tutti dicono “sono depresso/a” senza cognizione di causa. Certe parole vengono usate con troppa libertà, un po’ come quelli che dicono “schizofrenico” semplicemente per dire che uno è un po’ pazzerello e imprevedibile. Tutto fatto in buona fede, ma il risultato è il poco rispetto per quelle che sono reali patologie.

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  3. @ Diemme

    Io la depressione vera, per fortuna, non l’ho provata. Ma so cosa siano gli attacchi di panico e ne sono uscita da sola, senza psichiatra e psicofarmaci. Bisogna essere forti, non arrendersi mai e, come hai detto tu, bisogna saper anche perdere.

    E visto che ci siamo, riascoltiamoci i Rokes, va’. 🙂

    @ Valentina

    Hai ragione. Io da quando frequento un’amica che ha provato la depressione, evito anche di dire “che stress”.
    Purtroppo noi insegnanti siamo a rischio. Nella mia carriera ho incontrato docenti depresse (chissà perché quasi sempre donne), imbottite di psicofarmaci che dormivano letteralmente in classe. Per questo ho detto, a proposito della protagonista del primo racconto, che quel preside era intelligente. Non tutti sono così, purtroppo. Anche se essere dichiarati inidonei deve essere una brutta esperienza.

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  4. Storie tristi, mi hanno fatto pensare al passato, il mio viaggio in Italia che non avevo approvato,avevo i miei tre figli a cui pensare, ero salva..Conosco 2 donne che invece hanno fatto fatica a superare la depressione, storie sconvolgenti, una con un nuovo amore molto più giovane le ha dato una ragione di vita, l’altra dopo diversi anni sì e lanciata nel ballo, dimagrita, ringiovanita,,un amore per il ballo , nuove amicizie….TO LOVE AND BE LOVED.IS TO FEEL THE SUN FROM BOTH SIDES.

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  5. Cara Rita,

    a volte i figli aiutano a superare i momenti più bui, altre complicano la vita, se pensiamo alle mamme in preda alla depressione post partum che fanno del male, fino a ucciderli, ai bambini.
    Bellissima la massima inglese.

    A presto. Un abbraccio

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  6. Conosco alcune persone depresse, ognuna con le sue sfumature. Di sicuro non puoi dire che sono solo stressate.
    Non demonizzo l’uso di psicofarmaci, servono a dare un aiuto in un momento di grave bisogno.Certo, il medico che li prescrive non deve essere un cialtrone, deve sapere bene quello che sta facendo…Un aiuto, appunto, non una stampella per il resto della vita. E qui subito mi contraddico, ad una persona ho detto che faceva bene a continuare la cura prescritale dal medico perché ne ho visto le crisi e m’immagino cosa deve essere viverci assieme. Alla fine sarà il “sano” a crollare.
    Mi chiedo come si faccia a far infiltrare la voglia di vivere in persone così fortemente compromesse, l’unica cosa che so per certo è che io non ce la faccio e non mi faccio tirare a fondo…che un piedino sulla riva del lago ce l’ho già ed è meglio stare alla larga 😉
    A parte tutto penso sia meglio cercare aiuto per tempo prima che la situazione sfugga di mano…solo che a volte lanciamo il nostro grido d’aiuto e nessuno lo sente, e allora siamo soli ma non per questo necessariamente perduti…

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  7. Poco dopo la nascita di mia figlia minore ho avuto un unico attacco di panico, sono subito corsa da uno psicologo che mi ha aiutato molto e che rimane tutt’ora un punto di riferimento.
    Mi serve questo punto di riferimento perché mi ha aiutato e mi aiuta ancora ad accettare la psicosi di mia sorella, malattia più grave di una depressione.
    Lei va dentro e fuori dai reparti psichiatrici e dalle case famiglia, strutture molto utili in questi casi. Era un’insegnate di scuola materna, e probabilmente la sua mente non è riuscita ad evitare lo stress che l’ha come bruciata. L’hanno dovuta proprio buttare fuori dalla scuola, le avevano proposto un posto in segreteria ma la sua mente non riusciva a capire dove fosse il problema, anche questo è un sintomo di quella malattia, non capire.
    La mia dannazione in tutto questo, se così si può dire, è che sono stata l’unica della mia famiglia di origine a capire che qualcosa non andava, ma non sono intervenuta per paura di essere considerata (come al solito) quella che vuole dire la verità a tutti i costi.
    Solo l’aiuto dello psicologo ha fatto sì che io intervenissi prima che le cose precipitassero, senza di lui non avrei avuto il coraggio di sentirmi dire da mia madre: “Tu vuoi il male di tua sorella”, quando invece era il contrario.
    Ringrazio il cielo, lo psicologo e mio marito (anche lui mi è stato sempre molto vicino) di avermi dato la forza di affrontare questa situazione, vi assicuro che non è stato e non è tutt’ora facile.

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  8. @ Luisa

    Io, invece, ho sempre guardato con sospetto gli psicofarmaci. Ho visto delle reazioni tutt’altro che positive quando, ad esempio, li avevano prescritti a mia suocera. E poi creano dipendenza.
    Sono, comunque, d’accordo sul fatto che, quando la situazione è davvero grave, sia indispensabile chiedere aiuto. E concordo anche sulla tua osservazione che molte volte le grida d’aiuto siano ignorate proprio da chi ti sta più vicino e dovrebbe capire come stai.

    @ maryoon

    Grazie per la tua testimonianza che ritengo molto preziosa. Perché non c’è nulla da fare: solo chi vive di persona certe situazioni può capire. Anche nella mia famiglia abbiamo avuto due casi gravi (una zia e una cugina, non parenti fra di loro) ed è proprio per rispetto nei confronti di chi sta veramente male che evito di lamentarmi del mio stato d’animo che non sempre è al top.
    In un certo senso sei fortunata: non sempre i mariti capiscono, anzi. Ricordo che quando il pediatra dei miei figli mi aveva consigliato uno psicologo per il minore, definito “ipercinetico” (che poi si trattava di un’eccessiva vivacità dovuta al fatto che a scuola si annoiava e nessuna maestra l’aveva capito)e aveva caldamente incoraggiato una terapia familiare, mio marito disse: “vacci tu, sei tu la pazza in famiglia”. 😦

    P.S. Non preoccuparti per l’ortografia .. a volte ho persino l’impressione che i miei followers commentino poco perché intimoriti dalla prof. 😉

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  9. Grazie del tuo commento. Si, in effetti sono fortunata ad avere un marito comprensivo. L’altro aspetto della medaglia è che anche lui ha suoi problemi, mia suocera ha l’Alzheimer e ha cominciato ad ammalarsi dopo i 50 anni, quando noi eravamo appena sposati. Per la serie: non facciamoci mancare nulla. Se non fossimo uniti e ancora innamorati non so come avremmo affrontato queste difficili questioni.
    Per quanto riguarda i psicofarmaci, a mia sorella stanno causando un inizio di Parkinson. Ne ha presi tanti, ma nel suo caso quale potrebbe essere l’alternativa?
    Non lo so proprio, senza di essi probabilmente avrebbe fatto qualche gesto pericoloso.

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