29 giugno 2013

MORTA A TRIESTE L’ASTROFISICA MARGHERITA HACK

Posted in donne, Friuli Venzia-Giulia, Trieste tagged , , , , , , , , a 11:30 am di marisamoles

hack margherita
Si è spenta a 91 anni appena compiuti l’astrofisica Margherita Hack. Da una settimana era ricoverata all’ospedale di Cattinara a Trieste, città di adozione in cui viveva dagli anni Sessanta, dopo aver lasciato la Toscana di cui era originaria.

Era nata a Firenze il 12 giugno 1922.
È stata professoressa ordinaria di astronomia all’Università di Trieste dal 1964 al 1º novembre 1992 anno nel quale fu collocata “fuori ruolo” per anzianità.
È stata la prima donna italiana a dirigere l’Osservatorio Astronomico di Trieste dal 1964 al 1987, portandolo a rinomanza internazionale.
Membro delle più prestigiose società fisiche e astronomiche, Margherita Hack è stata anche direttore del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Trieste dal 1985 al 1991 e dal 1994 al 1997.
Era membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (socio nazionale nella classe di scienze fisiche matematiche e naturali; categoria seconda: astronomia, geodesia, geofisica e applicazioni; sezione A: Astronomia e applicazioni).
Ha lavorato in numerosi osservatori americani ed europei ed è stata per lungo tempo membro dei gruppi di lavoro dell’Esa e della Nasa.
In Italia, con un’intensa opera di promozione ha ottenuto che la comunità astronomica italiana espandesse la sua attività nell’utilizzo di vari satelliti giungendo ad un livello di rinomanza internazionale.
In segno di apprezzamento per il suo importante contributo, le è stato anche intitolato l’asteroide 8558 Hack. (notizie dal Messaggero Veneto)

IL MIO COMMENTO

L’ultima volta che ho visto Margherita è stata in occasione della presentazione del libro, scritto a quattro mani con don Pierluigi Di Piazza, Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete (ne ho parlato QUI). Sì, l’ultima volta, perché ho sempre sentito la Hack come una di famiglia (era molto amica di uno zio di mio marito, grande scienziato scomparso negli anni Novanta), oltre ad essere una mia concittadina.
Nel novembre scorso l’ho vista molto affaticata, fisicamente. La mente no, quella era sempre vivace, lucida, così come la sua favella. Uso apposta questa parola così inusuale per la sua derivazione dal verbo latino fabulare, “parlare”, e perché ricorda la parlata toscana che nei cinquant’anni trascorsi a Trieste non aveva mai abbandonato.
Ma il suo parlare non era semplicemente trasmettere pensieri a voce, emettere suoni, era soprattutto affascinare. Ecco, questa è la dote che nell’astrofisica ho sempre apprezzato. Anche il suo modo di trasmettere il sapere, quasi sempre strettamente legato alla sua scienza, era dote poco comune.

Al di fuori della veste ufficiale, tuttavia, era una donna particolare. Schietta fino a rasentare l’insulto, quando qualcosa o qualcuno non la convinceva, arrogante ogni qual volta la sua determinazione le faceva scordare il concetto di diplomazia nei rapporti interpersonali. Ecco, questo era il lato di Margherita che non ho mai apprezzato. Appena poco più di un anno fa avevo espresso il mio disappunto sulla sua gestione di una vicenda personale – il mancato rinnovo della patente – in cui non aveva lesinato schiettezza e arroganza.

Era una grande scienziata, è cosa nota, com’era nota la sua simpatia politica per la sinistra e il suo ateismo mai tenuto nascosto, anzi, com’era sua abitudine, urlato. Molti tendono a considerare queste caratteristiche come imprescindibili: se uno crede nella scienza non può credere in Dio e preferibilmente deve essere comunista.
Non sempre è così. Lo scienziato suo amico, ad esempio, era un fervente cattolico. Ricordo ancora l’entrata quasi trionfale in chiesa, attraverso la navata centrale, rigorosamente in ritardo, in occasione del funerale di mio zio. Sprezzante di tutto e di tutti ma allo stesso tempo alla ricerca del primo piano, dell’attenzione generale. Pensai che dovesse essere stato per lei uno sforzo quasi titanico presenziare alla funzione religiosa. Ma l’amicizia non ha confini di fede o di ideali politici.

Leggo basita alcuni commenti all’articolo che Il Corriere dedica alla scomparsa della Hack. Sembra che il cordoglio debba essere espresso solo da quelli di sinistra e dagli atei. I credenti, invece, devono esultare perché della morte di una che ha sempre disprezzato Dio loro non si curano, anzi, le augurano di bruciare nelle fiamme dell’inferno.
Eppure Margherita aveva una profonda spiritualità, molto meno ipocrita rispetto a tanti che si professano credenti e poi gioiscono della morte di una persona. Essere comunisti non è una colpa, essere atei non è un peccato. Se uno è ateo non crede al peccato e chi ha fede, se solo ricorda l’insegnamento di Gesù (scagli la prima pietra chi è senza peccato), non può e non deve giudicare. La morte annulla tutto ciò che siamo stati e come lo siamo stati. Il resto non conta.

In un’intervista concessa a Marinella Chirico (la giornalista del Tg regionale del Friuli – Venezia Giulia che ha curato l’edizione del libro Io credo), a proposito della morte, Margherita Hack aveva espresso la sua condivisione della logica epicurea che sostiene quanto sia infondata la paura della morte perché quando c’è lei, noi non ci siamo (Dalla Lettera a Meneceo di Epicuro).

Non solo il suo sguardo è stato per tutta la vita elevato al cielo (anche negli ultimi tempi in cui si era incurvata a tal punto da dover usare le stampelle per muoversi), LEI era davvero figlia delle Stelle:

«Tutta la materia di cui siamo fatti noi l’hanno costruita le stelle, tutti gli elementi dall’idrogeno all’uranio sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernove, cioè queste stelle molto più grosse del Sole che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio il risultano di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno. Per cui noi siamo veramente figli delle stelle».
Intervista su Cortocircuito

Dopo la scomparsa di Rita Levi Montalcini, la dipartita della Hack costituisce la perdita di un’altra grande scienziata che ha accompagnato l’umanità nel passaggio dal XX al XXI secolo.

Ovunque tu sia, Margherita, riposa in pace.

VORREI CREPARE SENZA AMMALARMI“. L’INTERVISTA DEL VIDEO CORRIERE PER I 90 ANNI DELLA HACK

MARGHERITA RACCONTA LA SUA VITA. VIDEO CORRIERE

margherita hack don di piazza marinella chirico

IL RICORDO DI DON PIERLUIGI DI PIAZZA

Ho conosciuto personalmente Margherita Hack il 23 giugno 1993 quando l’ho invitata nella chiesa di Zugliano per una riflessione sul rapporto possibile fra fede e ateismo, piú direttamente fra persone che si considerano credenti e altre non credenti.
La motivazione che mi sollecitava partiva dalla percezione che, contrariamente a situazioni considerate definitive e congelate, le storie delle persone sono in movimento e che certo fideismo e certo ateismo specularmente si contrappongono nell’immobilità; che invece dalle due dichiarazioni il discorso, il dialogo, il confronto possono iniziare, approfondirsi, riscontrare differenze e convergenze.
CONTINUA A LEGGERE >>> [articolo del Messaggero Veneto]

L’ULTIMA INTERVISTA AL “PICCOLO”: «Urania Carsica va riaperta, è patrimonio della scienza» LINK

«Ti amo». Così all’alba Aldo, il compagno di una vita, ha salutato la sua Margherita. Articolo di Paola Bolis per Il Piccolo

«Il Credo di Margherita Hack: la vita, la morte, la malattia, il rifiuto delle cure», articolo di MARINELLA CHIRICO per il blog del Corriere la 27esima Ora

[la giornalista del Tg regione Friuli – Venezia Giulia, grande amica dell’astrofisica Margherita Hack, era al suo capezzale al momento della morte. Sulle pagine de Il Piccolo, quotidiano di Trieste, ha scritto un bell’articolo sull’amica scomparsa, non ancora leggibile on line. Nel necrologio la Chirico ha salutato Margherita chiamandola semplicemente Marga, soprannome che usava sempre nelle presentazioni del libro Io credo]

[ULTIMO AGGIORNAMENTO: 2 LUGLIO 2013; foto dal Messaggero Veneto]

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28 giugno 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL DELFINO CURIOSO NEL FIUME CORNO STA BENE

Posted in animali, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , a 2:23 pm di marisamoles

Riprendo, e mi scuso per l’interruzione, la pubblicazione della “Buona notizia del Venerdì” su invito dell’amica Laura. Questo il LINK al precedente post.

delfino

Per il titolo di questo post mi sono ispirata ad una vecchia pubblicità di una nota marca di caramelle. Nello spot, infatti, un delfino particolarmente goloso veniva apostrofato anche con l’aggettivo “curioso” perché sembrava particolarmente attento a tutto ciò che faceva la persona che si occupava di lui.

Altrettanto curioso sembra essere un delfino che, qualche giorno fa, ha risalito il fiume Corno, nei pressi di San Giorgio di Nogaro (Friuli), e si è talmente ambientato da non volerne assolutamente sapere di ritornare nel mare.

Inutile dire che il fenomeno non solo ha attirato una folla di curiosi che da martedì si gode l’inusuale spettacolo offerto dal mammifero che si diverte a fare le giravolte nell’acqua del fiume, ma anche gli esperti della Riserva di Miramare (Trieste), i volontari della Protezione Civile, dei Vigili del Fuoco, della Guardia di Finanza, della Forestale, della Capitaneria di Porto e tanti sub che si sono fin da subito preoccupati per la sua salute. All’inizio hanno cercato con ogni mezzo di guidare il simpatico animale verso il mare aperto, per poi arrendersi di fronte all’evidenza: il delfino nelle acque del Corno si trova veramente a suo agio.

L’arrivo del giovane Tersiope, della lunghezza di oltre 3 metri e leggermente sottopeso, ha destato molta preoccupazione. C’è chi ha subito pensato che l’habitat naturale in cui è capitato, alla foce del fiume, non fosse adatto a lui. Anzi, si riteneva che il delfino fosse finito in una vera e propria trappola. Ma visti gli inutili tentativi di farlo tornare in mare e considerato che i numerosi cefali che nuotano in quelle acque sembrano di suo gradimento, l’allarme è rientrato.

Il personale della Riserva biologica marina dell’Università di Trieste e veterinaria dell’Ass Bassa friulana assicura che «il delfino può comunque stanziare nella zona interessata senza particolari motivi di preoccupazione per il suo stato di salute. Attualmente lo si sta monitorando, valutando l’adozione di ulteriori nuove misure qualora dovesse emergere un peggioramento delle sue condizioni«. Se ciò dovesse accadere, si potrebbe sedare il mammifero per condurlo agevolmente e con un apposito mezzo in mare aperto, che dista 7 miglia marine dal luogo in cui ora si trova.

Una curiosità: la gente del luogo (Villanova, frazione di San Giorgio di Nogaro) l’ha soprannominato Villeneve (come viene chiamata in friulano quella località), storpiando volutamente il cognome del famoso pilota di Formula 1 Gilles Villeneuve. Infatti il delfino curioso ama percorrere in lungo e largo il tratto del fiume in cui ha deciso di soggiornare al momento, e lo fa ad una velocità piuttosto … sostenuta!

[Notizia e foto dal Messaggero Veneto]

LA BUONA NOTIZIA DI LAURIN42: L’ETNA E’ PATRIMONIO DELL’UMANITA’

AGGIORNAMENTO DEL POST, 30 GIUGNO 2013

Alla fine il delfino curioso ha trovato da solo la via verso il mare. Dopo l’avvistamento da parte di un pescatore che l’ha localizzato alla confluenza del fiume Corno con il mare, di Villeneve non è rimasta traccia. L’ispezione del canale in lungo e in largo ha dato esito negativo.

«E’ la miglior conclusione che potessimo sperare», commenta la biologa della Riserva marina di Miramare, Marina Tempesta, che assieme ad altri due biologi del Wwf di Trieste, uno dell’Università di Padova e quelli di Pirano, con la veterinaria dell’Ass 5 Bassa friulana ha monitorato il cetaceo nei cinque giorni di permanenza nelle acque del Corno: «La natura ha provveduto da sé».

LINK

13 giugno 2013

NEL FRATTEMPO …

Posted in affari miei tagged , , , , , a 9:23 am di marisamoles

pausa
Cari lettori occasionali e cari amici,

nei prossimi giorni non potrò connettermi ad Internet. Sto facendo la spola tra casa e mare e, dopo un anno scolastico decisamente pesante, cerco di godermi un po’ la spiaggia alternandola con le aule scolastiche in cui sarò ancora impegnata almeno per gran parte della prossima settimana.
Inoltre, ritengo una vera fortuna poter lasciare a casa i miei tre uomini così si arrangeranno con la lavastoviglie e la lavatrice … sempre che non aspettino il mio ritorno. Nel qual caso, per me sarebbe una tragedia dover mettere tutto a posto.

Ho tolto la moderazione per i commenti dei lettori abituali, così in mia assenza potrete almeno chiacchierare fra di voi, sempre che la cosa vi faccia piacere.

Nel frattempo, avete quasi mille post da leggere e sette pagine. A questo proposito vi do dei consigli:

LE MIE LETTURE se avete bisogno di qualche consiglio

LE PERLE LATINE se volete divertirvi un po’ con le fantasiose traduzioni che gli studenti fanno dei testi latini

PERCHE’ SI DICE se i modi di dire sono la vostra passione.

Non mi resta che augurare BUONA LETTURA a tutti. A presto.
Marisa

emoticon baci

12 giugno 2013

GRAZIE DEI FIORI

Posted in affari miei, canzoni, scuola tagged , , , , , , , , , a 11:33 pm di marisamoles

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Sabato 8 giugno è stato l’ultimo giorno di lezione per quest’anno. Un anno pesante, decisamente. Quatto classi e cinque materie con valutazione scritta e orale (tre italiano e due latino) hanno messo a dura prova la mia resistenza psicofisica.

Ricordate il post d’inizio anno? Be’, diciamo che me la sono cavata e ho pure avuto le mie soddisfazioni. Quando il duro lavoro paga, è sempre un piacere.

Insomma, sabato mattina, ultimo giorno, avevo due ore sole in due delle quattro classi.
La prima ora arrivo in seconda, classe che al 99% lascerò, affidandola alle esperte mani di un collega.
Mi dirigo verso la porta dell’aula e stranamente sono silenziosi. Di solito, specie il sabato, li sento urlare dal piano terra (la classe sta al primo) e siccome qui la mattina del sabato c’è il mercato, immancabilmente entro urlando (più di loro altrimenti non mi sentono): “ma dove siamo? al mercato di viale Vat?!”.
Sabato, niente urla e appena entro capisco il perché: mi stanno aspettando con un mazzo di rose rosa. Che dire? Non me l’aspettavo. Sono stati gentili, mi hanno voluta salutare con un omaggio floreale visto che il prossimo anno non sarò con loro. Di bienni ne ho finiti tanti eppure non ho quasi mai ricevuto un pensiero così carino.

La seconda ora ho lezione – si fa per dire perché il sabato, l’ultimo, in pratica si festeggia mangiando e bevendo … niente alcolici, naturalmente – in terza.
Una classe difficile, un assemblaggio di più seconde con l’innesto di qualche singolo allievo proveniente da altre scuole. Insegnando solo italiano, quattro ore, ho avuto l’impressione che fossero davvero poche per conoscerli. Peccato. Lo scorso anno avevo dovuto chiedere di separare la cattedra di Italiano dal Latino per poter proseguire con la seconda, altrimenti l’avrei persa (e mi sarei persa pure le rose!). Ormai, da quando siamo obbligati alle 18 ore di cattedra siamo solo numeri, della didattica non importa più a nessuno.

Arrivo nel corridoio del secondo piano e vedo un gruppetto di allievi sulla porta. Loro sanno che li voglio trovare tutti dentro, è tutto l’anno che lo ripeto. Ripeto anche che tra un’ora e l’altra non si va in bar a bere il caffè, che al ritorno dalla palestra non si fa la sosta al distributore per prendere la bottiglietta d’acqua, che poi è pure ghiacciata e loro sono sudati e poi si ammalano. Parole al vento.

Mi avvicino alla porta della classe e penso: “non posso mica entrare e fare la predica anche l’ultimo giorno di scuola”, poi però sento che c’è qualcosa di strano: la porta è chiusa. Loro sanno che la devono lasciare aperta …
Entro e vengo accolta con un applauso. Maddai, dico, pure l’applauso. E quando si fanno avanti tre dolci fanciulle (perché i maschi, si sa, sono timidi) e mi porgono un mazzo con tre rose rosse, allora mi sciolgo. Ma pensa tu, non me l’aspettavo. E loro: “legga il biglietto, prof, poi capisce” e mi consegnano un cartoncino con la foto di classe (quella in cui non ho voluto posare per non rovinarla!). All’interno le firme (con breve descrizione di ognuno … non sono convinta che ciascuna sia di proprio pungo) e la dedica. Vabbè, la potete leggere nell’immagine qua sotto.

biglietto rose 3M

Insomma, una vera e propria captatio benevolentiae. Ma sono stati carini lo stesso, interessati ma carini. E io mi lascio sfuggire pure una cosa che non si dovrebbe mai dire, “siete stati la classe che mi ha dato più soddisfazione”, certo, pensando alle premesse …
Naturalmente non sfugge ai miei allievi di terza le rose che ho già in mano. Si affrettano a sottolineare che loro me le hanno regalate rosse, quelle di baccara, mica rosa. Troppo simpatici.

E così è terminato quest’anno scolastico, almeno per quel che riguarda le lezioni. E io sono qui che mi godo i loro bei sorrisi nella foto che tengo sulla scrivania. Lo so che sperano che l’anno prossimo sarò la loro prof anche di latino ma io ora non ci voglio pensare. A Seneca e Cicerone penseremo a settembre.

Intanto GRAZIE DEI FIOR, come cantava Nilla Pizzi. Ma siccome loro non sanno nemmeno chi sia, ho deciso di postare il video della versione di Arbore e Frassica, decisamente più vivace.

Non mi resta che augurare a TUTTI

buone_vacanze_

10 giugno 2013

LIBRI: “L’AMORE MOLESTO” di ELENA FERRANTE

Posted in libri tagged , , , , a 5:52 pm di marisamoles

Premessa.
Non avrei mai letto questo libro. Spontaneamente, intendo. Già il titolo mi crea inquietudine e di questi tempi la mia personale è già troppa. Non vado a cercarne altra leggendo un romanzo.
L’ho letto perché una mia amica me l’ha consigliato. Mi ha detto, con grande umiltà, “non l’ho capito, leggilo tu che capisci più di me”. Non potevo dire di no ed ero anche incuriosita perché mi chiedevo cos’avesse questo libro da mettere in confusione una divoratrice di romanzi qual è la mia amica.
Poi l’ho letto e ho capito. Non è una lettura facile, non di quelle che si possono fare senza prestare attenzione ad ogni pagina, ogni riga, ogni parola. Difficile ma bello.

L’AUTRICE.
Elena Ferrante è uno pseudonimo, nessuno conosce la sua vera identità. Da oltre vent’anni scrive libri ed ottiene successi, anche internazionali. Sulle pagine del New Yorker, il noto critico James Wood ha recentemente lodato l’opera di questa misteriosa autrice. Antonio D’Orrico, sul Corriere della sera, l’ha definita “La massima narratrice italiana dai tempi di Elsa Morante”. Trovo sia un’esagerazione.
Poco si sa di lei. E’ nata a Napoli, città che ha abbandonato presto per vivere a lungo all’estero. Dal suo primo romanzo, L’amore molesto, è stato tratto l’omonimo film di Mario Martone. Dal romanzo successivo, I giorni dell’abbandono, è stata realizzata la pellicola di Roberto Faenza.
Poco di sé racconta in un saggio del 2003, La frantumaglia (Edizioni E/O), dove svela come nascono i suoi lavori e il perché della sua decisione di rimanere nell’anonimato. In una lettera inviata all’editore del suo primo romanzo scrive: «Una volta scritti [i libri, ndr], non hanno bisogno dei loro autori […] Io amo molto i volumi misteriosi, antichi e moderni, che non hanno un autore preciso, ma che hanno avuto e continuano ad avere un’intensa vita propria». (LINK della fonte)

amore_molesto

LA TRAMA.
In realtà non è possibile svelare molto della trama perché nel romanzo ogni singolo gesto, evento, personaggio si intersecano a costituire quasi un puzzle in cui ogni tassello ha un suo ruolo, un suo perché intimamente connesso ad altri.
L’amore molesto (1^ edizione 1991 per e/o) ha un inizio noir: la madre della protagonista, Amalia, mai chiamata “mamma” in tutto il racconto, viene trovata cadavere sulla spiaggia di Spaccavento (nei pressi del golfo di Gaeta) il 23 maggio, giorno del compleanno della figlia Delia. La donna, che era partita da Napoli dove viveva per raggiungere la figlia a Roma, non ha subito violenza e apparentemente si è tolta la vita.
Da questo evento luttuoso si dipana una storia fatta di violenza, odio, rancore mai sopito, incapacità di amare e nello stesso tempo amore malato, perverso. Nella Napoli che la protagonista ha abbandonato molti anni prima e in cui ritorna proprio in occasione del tragico evento, si respira un’atmosfera cupa, grigia, caratterizzata da incontri che riaprono nell’animo di Delia una ferita mai rimarginata. E in questo squarcio interiore lei cerca di non sprofondare, anzi, tenta di capire quello che in tanti anni non aveva mai compreso di sé.
La madre per Delia rappresenta la fonte primaria del suo dolore. Per anni è stata una figlia in fuga non da Amalia bensì da ciò che di lei vedeva in se stessa, senza piacersi.

Accadeva dopo che negli anni, per odio, per paura, avevo desiderato di perdere ogni radice in lei, fino alle più profonde: i suoi gesti, le sue inflessioni di voce, il modo di prendere un bicchiere o bere da una tazza, come ci si infila una gonna, come un vestito, l’ordine degli oggetti in cucina, nei cassetti, le modalità dei lavaggi più intimi, i gusti alimentari, le repulsioni, gli entusiasmi, e poi la lingua, la città, i ritmi del respiro. Tutto rifatto per diventare io e staccarmi da lei. (pag. 78)

La scomparsa di Amalia rimette tutto in discussione. Dal passato, come spettri, riemergono figure ambigue, da cui Delia era fuggita pur senza dimenticare. Non il padre, un imbrattatele, marito violento e geloso da cui Amalia si era separata, non Caserta, uomo dal passato non cristallino che nel presente riacquista, forse, la dignità che gli era stata tolta, non Antonio, compagno di giochi di Delia bimba, giochi che nascondevano del torbido così come torbida appare la vita di tutti i protagonisti.

Nella narrazione, che procede in un’atmosfera semionirica, passato e presente s’intrecciano, fantasia e realtà si confondono fino a diventare paradigma di quel male di vivere che Delia aveva cercato di seppellire nel profondo della sua anima, senza mai riuscirci del tutto. Perché anche le rare volte in cui incontrava la madre, ogni fantasma riappariva in tutta la sua prepotenza e la morte di Amalia riesce a scardinare del tutto quell’armadio in cui Delia aveva cercato di rinchiudere le figure inquietanti che avevano animato la sua infanzia e giovinezza.

Nemmeno lo zio Filippo, unico personaggio che riesce a conservare una dimensione umana, può aiutarla nella ricerca della verità. Perché la verità non è mai quella che sembra, ognuno ha il suo segreto da nascondere.

La narrazione è in prima persona. Lo stile della Ferrante è un po’ artificioso. La costruzione lineare dei periodi, in cui prevale la coordinazione sulla subordinazione, è impreziosita da similitudini e metafore, quasi l’autrice (o autore?) volesse a tutti i costi rendere con chiarezza ciò che Delia vede, sente, prova. Il risultato è una scrittura che non sempre scivola via, a volte sembra frenare come per la presenza di attrito. Forse è una strategia voluta ma, a mio parere, a volte rende faticosa la lettura e costringe il lettore meno attento a ritornare indietro, a leggere di nuovo. Ogni parola sembra esprimere il dolore che Delia prova senza tuttavia trasmetterlo al lettore. Questo, secondo me, è il pregio di un romanzo che, nonostante il titolo e la trama non facile, si fa leggere in tutta tranquillità.

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