LE GAMBE DELLA PROF

camero diaz prof

Era stato staccato un pannello della cattedra per guardare le gambe della supplente. Eravamo una classe maschile, seconda liceo classico, sedicenni e diciassettenni del Sud, seduti d’inverno nei banchi con i cappotti addosso. La supplente era brava, anche bella e questo era un avvenimento. Aveva suscitato l’intero repertorio dell’ammirazione possibile in giovani acerbi: dal rossore al gesto sconcio. Portava gonne quasi corte per l’anno scolastico 1966-1967.
Si era accorta della manomissione solo dopo essersi seduta accavallando le gambe: aveva guardato la classe, la mira di molti occhi, era arrossita e poi fuggita via sbattendo la porta.

Il brano è tratto da In alto a sinistra, una raccolta di racconti di Erri De Luca (Feltrinelli, 2007. Per leggere l’intero racconto CLICCA QUI), un autore che amo molto, anche se l’ho scoperto da poco.

Siamo in prima, ora di Narrativa. Gli studenti dovevano leggere il racconto come compito a casa. Io l’ho letto solo un’ora prima, mentre quelli di quarta scrivevano il tema.
Una lettura gradevole che mi ha riportato alla mente “antichi” ricordi. Caso strano, ne parlo con quelli di prima. Sono curiosi, mi ascoltano sempre con attenzione (be’, non sempre e non tutti 😦 ), quando spiego l’epica pendono praticamente dalle mie labbra. Insomma, meritano che io parli un po’ di me, ci conosciamo poco, in fondo. Solo quattro ore alla settimana, solo Italiano, troppo poco per conoscerci bene.

L’episodio risale a vent’anni fa. Non ero supplente, ero di ruolo già da qualche anno. Giovane e carina sì, non lo posso negare. Ma io non ho mai avuto la percezione di me come realmente sono, mi vedo diversa da come mi vedono gli altri, penso sempre di essere più brutta di quanto mi si faccia credere. Mi sento pirandelliana stasera. Avete mai letto Uno nessuno e centomila? Oggi mi sento Moscarda, anzi, mi sono sempre sentita un po’ Moscarda.

Insomma, ai tempi mettevo la minigonna (anche ora, di tanto in tanto, ma un po’ meno corta di allora). Un giorno ero al bar con una collega, ragazza alquanto graziosa. Arriva il segretario, uomo detestabile e detestato molto dalla sottoscritta, in compagnia di un impiegato, persona gentile e amabile. Il segretario guarda me e la mia collega (dovrei dire: guarda le gambe mie e della mia collega) ed esclama, rivolto all’impiegato ma con un tono di voce decisamente alto per essere uno scambio privato di battute: “Ecco le gambe più belle del liceo“. Io e la mia collega ci siamo guardate e con la coda dell’occhio ho visto il povero impiegato che arrossiva. L’altro se la rideva che era un piacere … solo per lui, naturalmente.
Ma che c’entra tutto questo con il pannello della cattedra di cui parla De Luca? Nulla, ma volevo fosse chiaro che, se pensavo che nessuno si curasse di me, mi sbagliavo. Le mie gambe non passavano inosservate, evidentemente.

Ma arriviamo alla cattedra, anzi no, c’è un preambolo e una precisazione da fare. Quanto a quest’ultima, le cattedre (che erano sempre quelle dall’anno di fondazione della scuola, quindi avevano una settantina d’anni) erano proprio quelle di cui parla de Luca, quelle con il pannello davanti che aveva la funzione di impedire ai ragazzi la visuale della parte inferiore del corpo di chi vi stava seduto. Il pannello, tuttavia, non copriva interamente il davanti della cattedra, lasciava uno spazio sotto di circa 20 cm, forse 30. Non ho la percezione delle misure.

Arriviamo al preambolo che poi, in pratica, ci porta dritti dritti all’episodio in questione, si fonde con esso.
Ricevimento genitori. Arriva una mamma, mi squadra da capo a pie’, mormora appena un cenno di saluto, si siede davanti a me ed esordisce: “Ecco perché vuole sempre venire mio marito a parlare con Lei! Ma mio figlio mi ha avvertito, sa? Sono venuta io, oggi!”. Io rivolgo alla signora uno sguardo perplesso, non ci capisco nulla, che c’entra il marito e che le ha detto il figlio? La signora, nonostante mi si legga in faccia che non so di cosa stia parlando, prosegue il discorso assolutamente noncurante ed evidentemente fiduciosa nella mia perspicacia. Insomma, dovevo capirlo da me perché il marito non l’aveva mai mandata a colloquio.
“Non si è mai chiesta – continua la mamma – perché a mio figlio cada continuamente l’astuccio con le penne?“. Il figlio è in primo banco ed effettivamente l’astuccio gli cade almeno tre volte in un’ora. Mi viene da rispondere “se ha un figlio scemo, signora …” ma non è nel mio stile. Preferisco giustificare il fatto attribuendo ogni responsabilità al banco troppo piccolo e poco profondo. Quei banchi di una volta, in formica verde, quelli che avevano ancora il posto per il calamaio. Lo Stato, si sa, non ha mai soldi da destinare alla scuola e le suppellettili, almeno 20 anni fa, lasciavano a desiderare.
“Nossignora! – replica la genitrice – Non ha mai fatto caso che gli cade solo quando porta la gonna?”.
Ok, ho capito. Che stupida! Perché non l’avevo mai capito prima? Forse perché non ho mai pensato che le mie gambe potessero destare interesse a dei ragazzini di 15 anni. Avrò pure avuto vent’anni in meno, ma non credevo si potesse arrivare a tanto solo per vedere le gambe della prof seduta in cattedra.

Termino il racconto. I miei ragazzi di prima sono divertiti. Ma soprattutto mi chiedono cosa sia successo al figlio di quella mamma. Nulla, perché? In fondo non ha fatto niente di male, non ha mica smontato il pannello della cattedra!
Faccio fatica a tenerli buoni ed è cosa rara visto che basta poco per zittirli.
Inizia la lezione vera. Accavallo le gambe, tanto c’è il pannello. Tanto indosso i jeans, che stupida!
Tanto ho vent’anni in più. Ancora più stupida.

UNA POESIA PER LA MAMMA

con mamma nonna a firenze
Mamma! Mammina mia!

Sei bella come una stella,

sei la più buona, sorridi sempre

e il tuo sorriso va nei miei occhi.

Hai una voce dolce che io sempre sento.

Io ti amo molto mamma

e non ti lascerò mai!

Questa poesia devo averla scritta quand’ero in prima o seconda elementare. L’ho riscoperta di recente grazie a mia mamma che ha ritrovato, nel tipico scatolone dei ricordi, un mio vecchio quaderno con la raccolta di poesie che amavo scrivere da bimba.

Vabbè, non è che sia un capolavoro poetico, ma almeno ci provavo. Poi devo aver smesso quando, raggiunta l’età della ragione, ho capito di non avere talento con i versi. Però da ragazzina scrivevo canzoni, accompagnandomi con la chitarra.

La fotografia sotto il titolo ritrae le femmine di casa Moles: mia mamma, la nonna ed io, con gli immancabili capelli corti e con il caschetto da fare invidia a Caterina Caselli. Sarà per quello che ho il broncio?

Siccome, però, mia mamma era bellissima davvero, e lo è tuttora, ma nella fotografia (scattata in occasione di un viaggio a Firenze) non è venuta bene, ne posto un’altra qua sotto che rende maggiormente merito alla sua bellezza.

mamma firenze

Ed ora, anche se la domenica della Mamma sta passando in fretta (e inosservata, almeno a casa mia … i figli latitano!), faccio gli AUGURI A TUTTE LE MAMME, TUTTE BELLISSIME, BUONISSIME, SORRIDENTI E CON LA VOCE DOLCE!