L’Abbecedario dello Terapeuta – C come Colpa –

Ho scelto di rebloggare questo bel post di Marzia Cikada perché penso piacerà a molti – a me piace tantissimo -, soprattutto all’amica Diemme che ogni tanto parla del senso di colpa sul suo blog. Quanto a me, la lettura mi ha fatto ritornare in mente quello che disse, molti anni fa, una psicologa ad un corso che si teneva nel mio liceo: “Ognuno di noi si porta appresso un intero tribunale in cui siamo tutto: giudice, giuria, difesa, pubblica accusa e imputato”. Ovviamente con l’intenzione di convincerci che nessuno è perfetto, che sbagliare è umano e che lasciarsi sopraffare dai sensi di colpa è del tutto inutile, visto che cerchiamo in ogni caso di difenderci dalle accuse anche se non siamo quasi mai in grado di arrivare ad un’assoluzione con formula piena.

7 pensieri riguardo “L’Abbecedario dello Terapeuta – C come Colpa –

  1. Tranquilla! Non sia mai che io contribuisca ad un incremento di sensi di colpa. 😉

    Sapessi i miei …. considerato anche che sono terribilmente indietro con le repliche ai commenti di qualche post. 😦

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  2. Rieccomi.
    Direi che non soffro di particolari sensi di colpa, nel senso che sicuramente mi piacerebbe fare più cose, ma non posso per limiti umani, perché mi devo guadagnare da vivere, e allora davvero, se la colpa è essere umani, con solo due braccia e due gambe e giornate di 24 ore non c’è scampo per nessuno!

    Diciamo che, più che sentirmi in colpa, ci sono cose che mi dispiacciono, per esempio che Sissi abbia avuto, nei primissimi anni della sua vita, una madre sfiancata e nervosa, mi spiace che abbia passato troppo tempo da sola, ma d’altra parte, l’alternativa qual era?

    Ho un forte rammarico per non aver aiutato una mia amica in un momento di difficoltà economiche, ma io stavo peggio di lei, col mutuo alle stelle, e comunque ci siamo sempre, reciprocamente, aiutate come abbiamo potuto, lei col suo tempo e io con qualche soldo.

    Altro ora non mi viene in mente, avrei dovuto capire la disperazione di mio padre e avere più pazienza, ma è una colpa non avere a 10 anni la visione che si ha a 50?

    Ecco, tornando indietro, col senno del poi, forse qualcosa la farei diversamente, ma senza quel senno… difficile.

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  3. Ho appena letto un libro sul senso di colpa, che mi è piaciuto molto. Questo
    Il senso di colpa ci pervade quando dentro di noi abbiamo un super io troppo forte, che pretende troppo da noi. Berne lo chiama “Genitore normativo”, e si forma dentro di noi in un modo molto complesso. Purtroppo i genitori, in buona fede, tendono a colpevolizzare i figli per poterli manipolare, e il libro che ho linkato lo spiega molto bene. I risultati di questi atteggiamenti sono spesso deludenti, lo posso dire per esperienza. I miei genitori, se non rendevo a scuola, mi facevano sentire in colpa, scatenando in me solo blocchi psicologici. Ho cominciato a rendere quando ho capito che dovevo studiare per me, penso che molti studenti si trovano anche oggi in situazioni simili. Con le mie figlie ho usato il metodo inverso, non le ho mai e poi mai fatte sentire in colpa per un cattivo voto e i risultati si sono visti, sono sempre state bravissime a scuola.

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  4. Ho finito di leggere in questo momento l’articolo linkato da te, e mi era sfuggito il fatto che suggerisce lo stesso libro che ho appena finito di leggere. Fatalità!

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  5. @ Diemme

    Errare è umano, dicono. Quanti sbagli si vorrebbe correggere con il senno di poi? Sicuramente tanti ma l’importante è riuscire a separare l’incompiuto (per motivi più o meno gravi) dall’errore grave, limitando i sensi di colpa.

    Sembra strano ma io non ho quasi mai sensi di colpa proiettati nel passato, quanto quelli che vivo nel presente, quasi quotidianamente. E spesso l’errore non insegna nulla. 😦

    @ maryonn

    Grazie per aver segnalato anche tu quel libro (repetita iuvant! 🙂 ) . Credo sia interessante anche per noi insegnanti.

    @ melodiestonate

    Secondo me il senso di colpa non è mai percepito allo stesso modo dalle persone. Fa parte della personalità di ognuno, c’è chi ne è oppresso, altri ne sono indifferenti. Penso ad un’amicizia finita e mi rendo conto che da parte mia non riesco a sentirmi in colpa per ciò che ho detto o fatto, ma dall’altra parte non è mai stato manifesto un qualche senso di colpa (e di ragioni ce ne sarebbero a bizzeffe!) probabilmente perché non c’è una grande sensibilità né c’era stata forse una grande amicizia. Allora mi chiedo: se io non ho nulla o quasi da rimproverarmi, perché dovrei sentirmi responsabile per la fine di un’amicizia che non è dipesa da me?

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