LA BAMBINA COL TELEFONO


Io con il telefono ho un rapporto di amore e odio. Certamente l’ho amato molto da adolescente. Almeno quanto lo odio adesso …

Ho passato, come tutti quelli della mia età, l’adolescenza in simbiosi con il telefono. Erano gli anni di quelli a disco, quelli che, per comporre i numeri, li dovevi accompagnare con pazienza dal punto di partenza a quello d’arrivo, il tempo scandito dal rullio del disco, tanto più lungo quanto più alto era il numero.

In casa ne avevamo di tutti i tipi: c’era quello standard, color grigio, in cucina, in sala quello elegante in stile art decò, in studio quello nero professionale e in camera da letto dei miei genitori, prima quello costituito da un unico pezzo, con il disco alla base (il pulsante nel mezzo serviva ad avviare la comunicazione, una volta sollevato, e ad interromperla, una volta riposizionato sul piano), sostituito poi dal modernissimo (a quei tempi) Grillo. L’unico di cui mi ricordi il nome, dovuto al suono che emetteva quando arrivava la telefonata.

Da adolescente lo amavo, dicevo. Passavo ore al telefono, per la disperazione dei miei che pagavano bollette stratosferiche. Ma visto che mio papà lavorava in casa e aveva un unico numero di telefono anche per l’ufficio, ne addossavo a sempre a lui la colpa.

Erano i tempi in cui i genitori esasperati mettevano il famoso lucchetto al disco del telefono. E i figli, immancabilmente, riuscivano a smontare il tutto e a telefonare ugualmente. Mio fratello lo faceva sistematicamente, io no. Non era questione di onestà, il fatto è che lui era effettivamente più intelligente di me (per certe cose) e soprattutto aveva più dimestichezza con la tecnologia. Aveva pure inventato un modo per “trasmettere” le mie telefonate alla radio (nel senso che lui ascoltava la mia voce e quella dell’interlocutore direttamente dall’apparecchio radiofonico), spesso quand’era in compagnia di amici … la carogna!

E se non c’era mio fratello a farmi lo scherzetto, immancabilmente mia madre ascoltava le mie conversazioni semplicemente alzando la cornetta di un altro telefono della casa. Però io me ne accorgevo perché ad ogni alzata di cornetta si sentiva un clic che mi metteva in guardia ed evitavo argomenti strettamente privati così lei si stancava e metteva giù. Un altro clic e la conversazione ritornava intima.

Ricordo ancora la sera in cui mia madre tornò a casa furibonda, gridando che era da due ore che cercava di telefonare ed era sempre occupato. Rimasi indifferente, comodamente sdraiata sul suo letto a parlare con il Grillo (in assoluto il modello che preferivo). Lei no, non rimase indifferente di fronte alla mia indifferenza: si tolse una scarpa e me la lanciò. Non aveva una gran mira ma quella sera doveva essere particolarmente ispirata dalla rabbia perché il tacco della scarpa (avete presente quelle calzature da donna anni ’70 con tanto di zeppa davanti, quelle che stanno tornando di moda ora?) mi colpì in piena testa. Naturalmente il bernoccolo che mi procurò fece piangere più la genitrice di me. Io ero troppo orgogliosa e non volevo nemmeno perdonarla, mentre lei continuava a chiedermi scusa. Ecchecavolo, pensarci prima, no?

Il telefono allora annullava le distanze. Io avevo un moroso che abitava in un’altra città e, dato che ci si vedeva poco, si stava ore al telefono. Sì, ma bisognava rispettare rigorosamente l’orario: dopo le 18 la tariffa era più conveniente, con uno sconto di circa il 40%, anche se in assoluto lo sconto maggiore per le interurbane lo si aveva dopo le 22. La teleselezione era assolutamente vietata nelle altre fasce orarie. Ma al cuor non si comanda, figuriamoci se lo si poteva convincere che alle due del pomeriggio non era il caso di mettersi al telefono con l’amour. Per carità! Allora a volte bastava fare due squilli per far sapere all’altro che in quel preciso istante lo si stava pensando. Altro che gli sms odierni.

Quando penso al telefono a disco, ricordo i giochi radiofonici. In particolare uno, il Cruciverba, trasmesso da una radio privata. Allora io e mia mamma, deposte le armi da guerra, ci cimentavamo in quel gioco ed eravamo davvero delle campionesse. Abbiamo vinto un sacco di cose … peccato che il premio più bello, una tenda canadese, l’ho perso perché non sono andata a ritirarlo in tempo. La mattina avevo dato l’esame orale della maturità e il pomeriggio, presa dai festeggiamenti, me ne sono proprio scordata.

Nei giochi radiofonici, però, non era indispensabile soltanto l’abilità enigmistica. La cosa più difficile non erano le risposte da dare ma trovare la linea libera. Praticamente io componevo tutti i numeri del telefono tranne l’ultimo: quando il conduttore formulava la domanda, relativa a un orizzontale o a un verticale, mollavo il disco e … prendevo la linea. Non sbagliavo un colpo. Provate adesso a fare una cosa del genere con i telefoni a tasti: impossibile, la linea cade nel frattempo e il telefono risulta occupato.

Il mio amore per il telefono subì una breve tregua dai vent’anni alla nascita del primo figlio. Allora, ansiosa com’ero, al più piccolo colpo di tosse del pargolo, telefonavo a tutti: mamma, amiche con bimbi piccoli, pediatri (uno solo? nemmeno per sogno!), marito, cognata … insomma, la bolletta della Sip (allora si chiamava così) era proibitiva. Mio marito non ha mai pensato di mettere il lucchetto né di tirarmi qualche scarpa, fortunatamente. Ma non riusciva a capacitarsi del fatto che io passassi ore al telefono mentre lui se la sbrigava sempre in due minuti, massimo tre. D’altra parte, cos’aveva da raccontare in giro di tanto interessante? Una donna che lavorava, mamma di due figli piccoli e soprattutto lontana dalle amiche del cuore, aveva di certo argomenti di cui non si poteva parlare in due – tre minuti.

Ora, come ho detto, il telefono non rientra nelle miei simpatie. Ora c’è il cellulare e certamente è una comodità non indifferente. Ma il mio generalmente sta chiuso in borsa, o spento o acceso per giorni, e se cambio borsa il più delle volte mi scordo di trasferirlo da una tasca all’altra. A volte lo lascio silenzioso così non mi accorgo nemmeno se qualcuno mi chiama e le sento ogni volta che marito o figli sono costretti a chiamare sul fisso perché costa di più. Fosse per me il fisso lo abolirei del tutto.

Insomma, tutto questo gran discorso per dire che la bimba nella foto sotto il titolo sono io, con in mano quella cornetta che è quasi più grande di me. Mia mamma dice che potevo avere circa un anno e mezzo ed ero già una gran chiacchierona. Se poi consideriamo che anche nella foto del gravatar ho un telefono in mano (e circa un anno più), da piccola dovevo avere un grande amore per le conversazioni telefoniche. Forse avrei avuto un futuro come telefonista. Avevo un mestiere in mano senza saperlo.

L’Abbecedario dello Terapeuta – C come Colpa –

Ho scelto di rebloggare questo bel post di Marzia Cikada perché penso piacerà a molti – a me piace tantissimo -, soprattutto all’amica Diemme che ogni tanto parla del senso di colpa sul suo blog. Quanto a me, la lettura mi ha fatto ritornare in mente quello che disse, molti anni fa, una psicologa ad un corso che si teneva nel mio liceo: “Ognuno di noi si porta appresso un intero tribunale in cui siamo tutto: giudice, giuria, difesa, pubblica accusa e imputato”. Ovviamente con l’intenzione di convincerci che nessuno è perfetto, che sbagliare è umano e che lasciarsi sopraffare dai sensi di colpa è del tutto inutile, visto che cerchiamo in ogni caso di difenderci dalle accuse anche se non siamo quasi mai in grado di arrivare ad un’assoluzione con formula piena.

CINGUETTII DIETETICI

dietaUn gruppo di ricercatori dell’Università della Carolina del Nord ha condotto uno studio su due gruppi di persone obese sottoposte a un regime alimentare sano, dotandole di uno smartphone, dotato di una app per monitorare i progressi attraverso Twitter. Ai due gruppi sono stati poi mandati ogni tre giorni dei podcast con le indicazioni su come ottimizzare la propria dieta e con alcuni obiettivi da centrare.

Brie Turner-McGrevy, la capo-ricerca, ha osservato che chi ha pubblicato più tweet ha perso più peso, fino ad arrivare alla diminuzione dello 0,5 per cento del peso corporeo ogni 10 tweet. Ovviamente il risultato dipende non, come avevo pensato leggendo l’occhiello di questo articolo pubblicato sul Corriere, dalle calorie che si disperdono cinguettando, bensì dalla motivazione che deriva dalla condivisione.

Un esperimento del genere si può fare con il blog? Pare di sì, almeno stando al tentativo fatto qualche tempo fa dall’amica Diemme. E non solo di condivisione si tratta: come lei stessa ammette, la motivazione che deriva dal condividere con delle persone che hanno il nostro stesso problema porta inevitabilmente all’assunzione della responsabilità. In altre parole, si prende un impegno, ci si impone di registrare tutti i progressi (ma anche le fasi di stallo e i regressi, perché no?) in tutta sincerità. Quindi allo stesso tempo si può pensare a un atto di fiducia.

E’ evidente, infatti, che non abbiamo dei video-blog quindi nessuno, o quasi sa, come siamo fatti. Io potrei mentire dicendo che indosso la 38 (ahahah!) ma alla fine a quale pro? La mia taglia rimane la stessa (che poi non è proprio malaccio … attualmente la 44 mi sta un po’ larga) e mentire agli altri non gioverebbe di certo alla mia linea né alla mia dieta.

Insomma, avrei preferito che l’occhiello dell’articolo non fosse ingannevole e di certo sarebbe bello poter dimagrire stando al pc. Purtroppo la vita sedentaria è nemica della dieta, quindi credo che questi cinguettii dietetici siano una specie di specchio per le allodole.

Prima di tutto bisogna credere in quello che si fa, al di là dell’impegno che si prende con altre persone, magari dei perfetti sconosciuti che si sentono in sintonia solo perché hanno un problema comune. Poi, al di là di quelli che possono essere i consigli dietetici e lo scambio di impressioni riguardo alle diverse esperienze (cosa, tra l’altro, che mi fa pensare ai corsi pre-parto in cui non ha un’importanza relativa la condivisione), sarebbe tanto meglio spegnere il pc (o lo smartphone) e andarsi a fare una bella camminata veloce per un’oretta al giorno. Meglio ancora sarebbe la palestra ma, almeno per me, diventa una tortura se la si considera un obbligo e non un piacere. Una bella passeggiata, invece, fa bene alla salute in generale, non solo alla dieta. Ancora meglio se si possiede un cane … sarà lui, in questo caso, a decidere il passo e di solito gli amici quadrupedi vanno belli spediti, anche se fanno le soste di tanto in tanto.

IL PARTO NON E’ ROBA DA UOMINI

Volevano provare i dolori del parto, anzi, del travaglio. I conduttori di una trasmissione olandese, Dennis Storm e Valerio Zena, hanno fatto da cavia per Proefkonijnen, un programma di prove estreme, sottoponendosi, per due ore, a delle scariche procurate da elettrodi collegati all’addome, di intensità sempre maggiore. In altre parole, sono stati torturati da forti crampi che dovevano simulare le contrazioni del travaglio.

I due uomini hanno iniziato l’esperimento ridendo, ma ben presto il sorriso si è tramutato in urla di dolore. Valerio non ce la fa e sospende l’esperimento mentre Denis resiste per tutto il tempo. Hanno definito l’esperienza “un dolore enorme”.

E no, cari maschietti, non ci siamo. Innanzitutto, generalmente un travaglio non dura due ore ma molte di più. I dolori all’inizio sono sopportabili ma poi … pensate a quelle poverette che hanno travagli lunghissimi di ore ed ore. E poi, per quanto forti possano essere stati i crampi provocati dagli elettrodi, non credo proprio sia qualcosa di minimamente paragonabile ai dolori del parto.

In ultimo, a me hanno insegnato al corso preparto che urlare, oltre a non servire a un bel niente, fa sprecare un sacco di energie. Infatti, non ho urlato neanche un po’, tanto meno nell’ultima fase, quella espulsiva. E lì vi volevo … Anche se è vero che il tutto dura ben poco, se non ci fosse quella gioia unica di vedere la propria creatura uscire dal ventre, si potrebbe pensare di essere in punto di morte.

Il parto, in definitiva, non è roba da uomini. Né mai lo sarà.

[Fonte: Vanity Fair]

STIPENDI PUBBLICI: 5000 EURO AL MESE ALL’ASSESSORE … E SI LAMENTA

segantiNella puntata della trasmissione di La 7 “L’aria che tira” del 16 gennaio è andato in onda un servizio sui costi della politica in Fvg. L’inviata dell’emittente è a Trieste e sta intervistando il presidente del Consiglio regionale Maurizio Franz su questi temi quando irrompe nella stanza Federica Seganti (Assessore regionale alle attività produttive, delegato alla polizia locale e sicurezza, NdR): “Ma avete idea di quel è il mio cedolino paga? 5 mila euro su 12 mensilità e senza preavviso di licenziamento“, esclama l’assessore leghista cercando di far capire alla giornalista che il suo stipendio è basso. “Ma non sta riprendendo vero?”, chiede davanti alla telecamera accesa. Tutto registrato, tanto che Seganti poi si è rifiutata di farsi intervistare sulle modalità con cui gestisce i contributi dell’assessorato di cui è responsabile, tra cui l’assegnazione di fondi per pubblicizzare i prodotti tipici locali negli aeroporti, a scapito dei finanziamenti a realtà come Film Commission che portano milioni di euro nel territorio, come si denuncia nel servizio. Al rientro in studio (tra gli ospiti anche Sergio Rizzo autore de “La Casta”) la conduttrice Myrta Merlino commenta: “Sono basita, ma dove crede di vivere quella signora?“. di Gianpaolo Sarti per Il Piccolo.

GUARDATE IL VIDEO: MERITA.

Io non commento. E non perché non ho tempo, non ho proprio parole.

[immagine dal Messaggero veneto]

AGGIORNAMENTO DEL POST, ORE 21

LA SEGANTI SU FACEBOOK SI SCUSA … QUANTO MENO DICE: “LASCIATEMI SPIEGARE”.

Io ho lasciato che si spiegasse ma non mi ha convinta nemmeno un po’.

NON COMMENTO MA … I LIKE

Il post è del novembre 2011. Nulla è cambiato, da allora. Solo che quest’anno abbiamo deciso (dico, noi docenti al collegio) di far terminare il quadrimestre il 19 gennaio anziché prima di Natale. Pensavo fosse un vantaggio, in realtà sono stata sommersa dai compiti a dicembre e lo sono anche ora. Il fatto è che quattro classi e cinque materie con scritto e orale (tre Italiano e due Latino) fanno la differenza. Mi chiedo come passassi il tempo fino a qualche anno fa, quando noi di Lettere avevamo al massimo due classi.
Al contenuto del post aggiungo le scuse rivolte a chi nel frattempo ha commentato senza ricevere risposta. Pazientate, vi prego. Arriverò, prima o poi arriverò.
Un abbraccio a tutti.

Marisa Moles's Weblog


Cari lettori e webamici,

è un momento di grande lavoro per me. Le giornate corrono veloci e invece di riuscire a togliermi di mezzo qualche pacco di compiti, finisce che nel frattempo sulla scrivania si accumulino altri pacchi. 😦
In più, le riunioni pomeridiane non agevolano certo il lavoro di correzione.

Quando riesco a scrivere qualcosa, lo faccio in fretta e non come vorrei. Alla fine, mi pare cosa assai sensata non scrivere nulla.
Faccio i salti mortali tra un blog e l’altro dei miei amici, leggo in fretta gli articoli ultimogeniti (mi piace un sacco quest’espressione adottata dall’amica Diemme!), ma non sempre riesco a commentare come mi piacerebbe fare.

Per fortuna WordPress ha inventato il “pulsante” Like. Quindi, non commento ma … I like. E’ un modo per far capire ai miei blogamici che magari in una briciola di tempo riesco…

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UN ANNO FA IL NAUFRAGIO DELLA CONCORDIA. IL MISTERO DI DIMITRI CHRISTIDIS

naufragio concordia
Un anno fa la bella addormentata dell’Argentario subì un brusco risveglio. Non fu opera di un bacio quanto di uno schiaffo di cui il Giglio porta ancora i segni: di fronte alle sue rive, al suo incantevole ed intimo porto, non un principe s’inchinò ma un mostro marino che la stringe ancora a sé in un sinistro abbraccio.

Dodici mesi dopo l’isola è meta di una sorta di pellegrinaggio commemorativo. Il ricordo di quella notte, dei pianti di disperazione o di quelli di felicità, delle lacrime e dei sorrisi, delle urla e dei gemiti ha invaso le nostre case provenendo da uno schermo televisivo che, se non altro, ha il merito di conservarne la memoria.

Oggi al Giglio sono ritornati i naufraghi che si sono salvati, i parenti di quelle 32 vittime che sono state meno fortunate delle oltre quattromila persone che ora di quella notte serbano un triste ricordo ma possono raccontare quello che hanno visto, fatto, sentito, detto.

Il naufragio della nave da crociera Costa Concordia fu un evento che fece in breve tempo il giro del mondo. E non semplicemente perché si trattò di un dramma che ha pochi precedenti. A molti ritornò alla mente l’infausto viaggio inaugurale del Titanic il cui centesimo anniversario sinistramente stava per essere ricordato. Allora, però, le vittime furono 1518, su un totale di 2223 passeggeri imbarcati, compresi gli 800 uomini dell’equipaggio. Certo, erano altri tempi ma ora …

Quella notte, più che il numero delle vittime – che veniva aggiornato di ora in ora – portò allo sdegno il comportamento del comandante della nave da crociera: Francesco Schettino. Oltre ad aver cozzato contro uno scoglio delle Scole – parte del quale, andatosi a conficcare sul fianco della nave, ora è stato restituito al mare del Giglio -, sembrò incapace di gestire l’emergenza, perdendo tempo al telefono con i responsabili della Costa, tardando a dare l’allarme, minimizzando l’accaduto anche con la Capitaneria di Porto di Livorno. Infine, abbandonò la nave, volontariamente come sembra, in modo del tutto fortuito come continua a ripetere lui, mentre le operazioni di sbarco dei naufraghi non erano ancora concluse.

Chi ha dimenticato la famosa telefonata che gli fece il Comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Gregorio De Falco, una volta resosi conto dell’immane tragedia? Nessuno. Non foss’altro perché anche in occasione dell’anniversario del triste e luttuoso evento, i telegiornali non fanno che riproporcene la registrazione.

Allora io presi le difese di Schettino perché quella telefonata fu, a parer mio vergognosa. De Falco, dipinto dall’opinione pubblica come un eroe (tanto da essersi guadagnato una medaglia concessa dal Capo dello Stato), si rivolse al comandante della Concordia con un’arroganza, una prepotenza, un tono di biasimo, di rimprovero e di minaccia che non si possono accettare. Dall’altra parte del telefono, un comandante in stato confusionale, comprensibilmente scosso per l’accaduto e certamente conscio dell’immane tragedia che quell’inchino malriuscito (operazione che, tuttavia, Costa non aveva mai sanzionato, lasciando che fosse tacita e innocua pratica abituale) aveva causato, nonché delle conseguenze che avrebbe avuto sulla sua carriera, sulla sua famiglia, sulla sua vita futura.

Chi dipinge Schettino come unico responsabile del naufragio secondo me trascura il fatto che a decretare la sua colpa, senza possibilità di appello, è stata fin da subito la gogna mediatica cui il comandante è stato sottoposto. Certo, lui è il responsabile numero uno ma non l’unico. Prova ne sia che l’inchiesta, ormai conclusa, ha rinviato a giudizio tredici persone. Anche quelli della Costa che, sebbene a scoppio ritardato, hanno scaricato sul comandante ogni responsabilità, negandogli persino la tutela legale e, alla fine, l’hanno licenziato.

A distanza di un anno io non ho cambiato idea. Non ritengo innocente Schettino – e ci mancherebbe! –ma continuo a pensare che le colpe non siano tutte sue e che abbia pure qualche merito nell’aver scongiurato il peggio, salvando la vita forse a decine di persone. Se avesse dichiarato l’abbandono nave in mare aperto, l’approdo per le scialuppe sarebbe stato molto più lento e difficile. Ma non voglio entrare nel merito di questioni che non conosco, di cui non sono esperta. Esprimo solo una mia ipotesi che, tuttavia, un anno fa fu sostenuta e rafforzata dal parere che il Contrammiraglio della CP Salvatore Schiano Lomoriello aveva pubblicamente espresso, condannando energicamente il contenuto e soprattutto il tono assunto da De Falco durante quella telefonata.

Proprio un dettaglio di quella telefonata forse ai più è sfuggito. Non a me. Infatti, ci penso da dodici mesi senza ottenere risposte. Ho atteso pazientemente la conclusione delle indagini e la pubblicazione dei nomi dei rinviati a giudizio e quel nome non c’è. Ne parlarono allora assai poco anche le cronache, eppure si scrissero fiumi di parole, tonnellate di carta furono impiegate per condannare Schettino assai prima che le operazioni degli inquirenti iniziassero, chissà quanti multipli di byte furono impegnati per far girare quella telefonata a livello globale.

De Falco trova Schettino su uno scoglio, apparentemente spettatore incredulo e passivo di una tragedia senza precedenti. Lui salvo, mentre ancora centinaia di persone erano in attesa di lasciare il relitto maledetto, mentre trentadue naufraghi trovavano la morte, imprigionati senza scampo da un mostro marino senza più un comandante. Schettino, però, su quello scoglio non era solo. Lo dice nella telefonata a De Falco: con lui c’era anche il comandante in seconda Dimitri Christidis. Altri ufficiali erano con lui su quello scoglio maledetto, ancor più delle stesse Scole contro cui il gigante del mare aveva cozzato un paio di ore prima. Di certo il comandante era in compagnia anche del suo terzo: Silvia Coronica. L’ufficiale di origine triestina era con Schettino in plancia alle 21 e 45 di quel venerdì funesto. Ed era con lui su quello scoglio. Entrambi in compagnia di Christidis.

La Coronica compare nell’elenco dei rinviati a giudizio, assieme al suo comandante. Dimitri no, eppure anche lui si era dato alla fuga, anche lui pare fosse in plancia al momento dell’impatto con lo scoglio. Ma di Dimitri Christidis si perdono subito le tracce. Ho letto e riletto le cronache di quei frenetici giorni, successivi al 13 gennaio 2012: il suo nome, se escludiamo i primi articoli in cui si descriveva nei dettagli la tragedia della Concordia, è sparito. Non si sa dove, ma certamente non compare nell’elenco dei “colpevoli” (lo virgoletto perché la legge italiana riconosce la presunta innocenza degli imputati).

Misteri a parte, ora io semplicemente mi chiedo come mai Dimirti non sia fra le persone rinviate a giudizio e, soprattutto, perché, visto il suo ruolo ai vertici di comando della nave, nessuno ha pensato di biasimare il suo comportamento mentre tutti hanno condannato Schettino senza pensarci su nemmeno un secondo. Perché?