28 gennaio 2013

LA BAMBINA COL TELEFONO

Posted in affari miei, bambini tagged , , , , a 11:18 pm di marisamoles


Io con il telefono ho un rapporto di amore e odio. Certamente l’ho amato molto da adolescente. Almeno quanto lo odio adesso …

Ho passato, come tutti quelli della mia età, l’adolescenza in simbiosi con il telefono. Erano gli anni di quelli a disco, quelli che, per comporre i numeri, li dovevi accompagnare con pazienza dal punto di partenza a quello d’arrivo, il tempo scandito dal rullio del disco, tanto più lungo quanto più alto era il numero.

In casa ne avevamo di tutti i tipi: c’era quello standard, color grigio, in cucina, in sala quello elegante in stile art decò, in studio quello nero professionale e in camera da letto dei miei genitori, prima quello costituito da un unico pezzo, con il disco alla base (il pulsante nel mezzo serviva ad avviare la comunicazione, una volta sollevato, e ad interromperla, una volta riposizionato sul piano), sostituito poi dal modernissimo (a quei tempi) Grillo. L’unico di cui mi ricordi il nome, dovuto al suono che emetteva quando arrivava la telefonata.

Da adolescente lo amavo, dicevo. Passavo ore al telefono, per la disperazione dei miei che pagavano bollette stratosferiche. Ma visto che mio papà lavorava in casa e aveva un unico numero di telefono anche per l’ufficio, ne addossavo a sempre a lui la colpa.

Erano i tempi in cui i genitori esasperati mettevano il famoso lucchetto al disco del telefono. E i figli, immancabilmente, riuscivano a smontare il tutto e a telefonare ugualmente. Mio fratello lo faceva sistematicamente, io no. Non era questione di onestà, il fatto è che lui era effettivamente più intelligente di me (per certe cose) e soprattutto aveva più dimestichezza con la tecnologia. Aveva pure inventato un modo per “trasmettere” le mie telefonate alla radio (nel senso che lui ascoltava la mia voce e quella dell’interlocutore direttamente dall’apparecchio radiofonico), spesso quand’era in compagnia di amici … la carogna!

E se non c’era mio fratello a farmi lo scherzetto, immancabilmente mia madre ascoltava le mie conversazioni semplicemente alzando la cornetta di un altro telefono della casa. Però io me ne accorgevo perché ad ogni alzata di cornetta si sentiva un clic che mi metteva in guardia ed evitavo argomenti strettamente privati così lei si stancava e metteva giù. Un altro clic e la conversazione ritornava intima.

Ricordo ancora la sera in cui mia madre tornò a casa furibonda, gridando che era da due ore che cercava di telefonare ed era sempre occupato. Rimasi indifferente, comodamente sdraiata sul suo letto a parlare con il Grillo (in assoluto il modello che preferivo). Lei no, non rimase indifferente di fronte alla mia indifferenza: si tolse una scarpa e me la lanciò. Non aveva una gran mira ma quella sera doveva essere particolarmente ispirata dalla rabbia perché il tacco della scarpa (avete presente quelle calzature da donna anni ’70 con tanto di zeppa davanti, quelle che stanno tornando di moda ora?) mi colpì in piena testa. Naturalmente il bernoccolo che mi procurò fece piangere più la genitrice di me. Io ero troppo orgogliosa e non volevo nemmeno perdonarla, mentre lei continuava a chiedermi scusa. Ecchecavolo, pensarci prima, no?

Il telefono allora annullava le distanze. Io avevo un moroso che abitava in un’altra città e, dato che ci si vedeva poco, si stava ore al telefono. Sì, ma bisognava rispettare rigorosamente l’orario: dopo le 18 la tariffa era più conveniente, con uno sconto di circa il 40%, anche se in assoluto lo sconto maggiore per le interurbane lo si aveva dopo le 22. La teleselezione era assolutamente vietata nelle altre fasce orarie. Ma al cuor non si comanda, figuriamoci se lo si poteva convincere che alle due del pomeriggio non era il caso di mettersi al telefono con l’amour. Per carità! Allora a volte bastava fare due squilli per far sapere all’altro che in quel preciso istante lo si stava pensando. Altro che gli sms odierni.

Quando penso al telefono a disco, ricordo i giochi radiofonici. In particolare uno, il Cruciverba, trasmesso da una radio privata. Allora io e mia mamma, deposte le armi da guerra, ci cimentavamo in quel gioco ed eravamo davvero delle campionesse. Abbiamo vinto un sacco di cose … peccato che il premio più bello, una tenda canadese, l’ho perso perché non sono andata a ritirarlo in tempo. La mattina avevo dato l’esame orale della maturità e il pomeriggio, presa dai festeggiamenti, me ne sono proprio scordata.

Nei giochi radiofonici, però, non era indispensabile soltanto l’abilità enigmistica. La cosa più difficile non erano le risposte da dare ma trovare la linea libera. Praticamente io componevo tutti i numeri del telefono tranne l’ultimo: quando il conduttore formulava la domanda, relativa a un orizzontale o a un verticale, mollavo il disco e … prendevo la linea. Non sbagliavo un colpo. Provate adesso a fare una cosa del genere con i telefoni a tasti: impossibile, la linea cade nel frattempo e il telefono risulta occupato.

Il mio amore per il telefono subì una breve tregua dai vent’anni alla nascita del primo figlio. Allora, ansiosa com’ero, al più piccolo colpo di tosse del pargolo, telefonavo a tutti: mamma, amiche con bimbi piccoli, pediatri (uno solo? nemmeno per sogno!), marito, cognata … insomma, la bolletta della Sip (allora si chiamava così) era proibitiva. Mio marito non ha mai pensato di mettere il lucchetto né di tirarmi qualche scarpa, fortunatamente. Ma non riusciva a capacitarsi del fatto che io passassi ore al telefono mentre lui se la sbrigava sempre in due minuti, massimo tre. D’altra parte, cos’aveva da raccontare in giro di tanto interessante? Una donna che lavorava, mamma di due figli piccoli e soprattutto lontana dalle amiche del cuore, aveva di certo argomenti di cui non si poteva parlare in due – tre minuti.

Ora, come ho detto, il telefono non rientra nelle miei simpatie. Ora c’è il cellulare e certamente è una comodità non indifferente. Ma il mio generalmente sta chiuso in borsa, o spento o acceso per giorni, e se cambio borsa il più delle volte mi scordo di trasferirlo da una tasca all’altra. A volte lo lascio silenzioso così non mi accorgo nemmeno se qualcuno mi chiama e le sento ogni volta che marito o figli sono costretti a chiamare sul fisso perché costa di più. Fosse per me il fisso lo abolirei del tutto.

Insomma, tutto questo gran discorso per dire che la bimba nella foto sotto il titolo sono io, con in mano quella cornetta che è quasi più grande di me. Mia mamma dice che potevo avere circa un anno e mezzo ed ero già una gran chiacchierona. Se poi consideriamo che anche nella foto del gravatar ho un telefono in mano (e circa un anno più), da piccola dovevo avere un grande amore per le conversazioni telefoniche. Forse avrei avuto un futuro come telefonista. Avevo un mestiere in mano senza saperlo.

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L’Abbecedario dello Terapeuta – C come Colpa –

Posted in psicologia tagged , , , a 4:12 pm di marisamoles

Ho scelto di rebloggare questo bel post di Marzia Cikada perché penso piacerà a molti – a me piace tantissimo -, soprattutto all’amica Diemme che ogni tanto parla del senso di colpa sul suo blog. Quanto a me, la lettura mi ha fatto ritornare in mente quello che disse, molti anni fa, una psicologa ad un corso che si teneva nel mio liceo: “Ognuno di noi si porta appresso un intero tribunale in cui siamo tutto: giudice, giuria, difesa, pubblica accusa e imputato”. Ovviamente con l’intenzione di convincerci che nessuno è perfetto, che sbagliare è umano e che lasciarsi sopraffare dai sensi di colpa è del tutto inutile, visto che cerchiamo in ogni caso di difenderci dalle accuse anche se non siamo quasi mai in grado di arrivare ad un’assoluzione con formula piena.

22 gennaio 2013

CINGUETTII DIETETICI

Posted in affari miei, dieta, donne, salute, web tagged , , , , , , , , a 7:08 pm di marisamoles

dietaUn gruppo di ricercatori dell’Università della Carolina del Nord ha condotto uno studio su due gruppi di persone obese sottoposte a un regime alimentare sano, dotandole di uno smartphone, dotato di una app per monitorare i progressi attraverso Twitter. Ai due gruppi sono stati poi mandati ogni tre giorni dei podcast con le indicazioni su come ottimizzare la propria dieta e con alcuni obiettivi da centrare.

Brie Turner-McGrevy, la capo-ricerca, ha osservato che chi ha pubblicato più tweet ha perso più peso, fino ad arrivare alla diminuzione dello 0,5 per cento del peso corporeo ogni 10 tweet. Ovviamente il risultato dipende non, come avevo pensato leggendo l’occhiello di questo articolo pubblicato sul Corriere, dalle calorie che si disperdono cinguettando, bensì dalla motivazione che deriva dalla condivisione.

Un esperimento del genere si può fare con il blog? Pare di sì, almeno stando al tentativo fatto qualche tempo fa dall’amica Diemme. E non solo di condivisione si tratta: come lei stessa ammette, la motivazione che deriva dal condividere con delle persone che hanno il nostro stesso problema porta inevitabilmente all’assunzione della responsabilità. In altre parole, si prende un impegno, ci si impone di registrare tutti i progressi (ma anche le fasi di stallo e i regressi, perché no?) in tutta sincerità. Quindi allo stesso tempo si può pensare a un atto di fiducia.

E’ evidente, infatti, che non abbiamo dei video-blog quindi nessuno, o quasi sa, come siamo fatti. Io potrei mentire dicendo che indosso la 38 (ahahah!) ma alla fine a quale pro? La mia taglia rimane la stessa (che poi non è proprio malaccio … attualmente la 44 mi sta un po’ larga) e mentire agli altri non gioverebbe di certo alla mia linea né alla mia dieta.

Insomma, avrei preferito che l’occhiello dell’articolo non fosse ingannevole e di certo sarebbe bello poter dimagrire stando al pc. Purtroppo la vita sedentaria è nemica della dieta, quindi credo che questi cinguettii dietetici siano una specie di specchio per le allodole.

Prima di tutto bisogna credere in quello che si fa, al di là dell’impegno che si prende con altre persone, magari dei perfetti sconosciuti che si sentono in sintonia solo perché hanno un problema comune. Poi, al di là di quelli che possono essere i consigli dietetici e lo scambio di impressioni riguardo alle diverse esperienze (cosa, tra l’altro, che mi fa pensare ai corsi pre-parto in cui non ha un’importanza relativa la condivisione), sarebbe tanto meglio spegnere il pc (o lo smartphone) e andarsi a fare una bella camminata veloce per un’oretta al giorno. Meglio ancora sarebbe la palestra ma, almeno per me, diventa una tortura se la si considera un obbligo e non un piacere. Una bella passeggiata, invece, fa bene alla salute in generale, non solo alla dieta. Ancora meglio se si possiede un cane … sarà lui, in questo caso, a decidere il passo e di solito gli amici quadrupedi vanno belli spediti, anche se fanno le soste di tanto in tanto.

21 gennaio 2013

IL PARTO NON E’ ROBA DA UOMINI

Posted in Uomini e donne tagged , , , , , , a 8:53 pm di marisamoles

Volevano provare i dolori del parto, anzi, del travaglio. I conduttori di una trasmissione olandese, Dennis Storm e Valerio Zena, hanno fatto da cavia per Proefkonijnen, un programma di prove estreme, sottoponendosi, per due ore, a delle scariche procurate da elettrodi collegati all’addome, di intensità sempre maggiore. In altre parole, sono stati torturati da forti crampi che dovevano simulare le contrazioni del travaglio.

I due uomini hanno iniziato l’esperimento ridendo, ma ben presto il sorriso si è tramutato in urla di dolore. Valerio non ce la fa e sospende l’esperimento mentre Denis resiste per tutto il tempo. Hanno definito l’esperienza “un dolore enorme”.

E no, cari maschietti, non ci siamo. Innanzitutto, generalmente un travaglio non dura due ore ma molte di più. I dolori all’inizio sono sopportabili ma poi … pensate a quelle poverette che hanno travagli lunghissimi di ore ed ore. E poi, per quanto forti possano essere stati i crampi provocati dagli elettrodi, non credo proprio sia qualcosa di minimamente paragonabile ai dolori del parto.

In ultimo, a me hanno insegnato al corso preparto che urlare, oltre a non servire a un bel niente, fa sprecare un sacco di energie. Infatti, non ho urlato neanche un po’, tanto meno nell’ultima fase, quella espulsiva. E lì vi volevo … Anche se è vero che il tutto dura ben poco, se non ci fosse quella gioia unica di vedere la propria creatura uscire dal ventre, si potrebbe pensare di essere in punto di morte.

Il parto, in definitiva, non è roba da uomini. Né mai lo sarà.

[Fonte: Vanity Fair]

17 gennaio 2013

STIPENDI PUBBLICI: 5000 EURO AL MESE ALL’ASSESSORE … E SI LAMENTA

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, lavoro, politica, televisione tagged , , , , , , , , , a 6:58 pm di marisamoles

segantiNella puntata della trasmissione di La 7 “L’aria che tira” del 16 gennaio è andato in onda un servizio sui costi della politica in Fvg. L’inviata dell’emittente è a Trieste e sta intervistando il presidente del Consiglio regionale Maurizio Franz su questi temi quando irrompe nella stanza Federica Seganti (Assessore regionale alle attività produttive, delegato alla polizia locale e sicurezza, NdR): “Ma avete idea di quel è il mio cedolino paga? 5 mila euro su 12 mensilità e senza preavviso di licenziamento“, esclama l’assessore leghista cercando di far capire alla giornalista che il suo stipendio è basso. “Ma non sta riprendendo vero?”, chiede davanti alla telecamera accesa. Tutto registrato, tanto che Seganti poi si è rifiutata di farsi intervistare sulle modalità con cui gestisce i contributi dell’assessorato di cui è responsabile, tra cui l’assegnazione di fondi per pubblicizzare i prodotti tipici locali negli aeroporti, a scapito dei finanziamenti a realtà come Film Commission che portano milioni di euro nel territorio, come si denuncia nel servizio. Al rientro in studio (tra gli ospiti anche Sergio Rizzo autore de “La Casta”) la conduttrice Myrta Merlino commenta: “Sono basita, ma dove crede di vivere quella signora?“. di Gianpaolo Sarti per Il Piccolo.

GUARDATE IL VIDEO: MERITA.

Io non commento. E non perché non ho tempo, non ho proprio parole.

[immagine dal Messaggero veneto]

AGGIORNAMENTO DEL POST, ORE 21

LA SEGANTI SU FACEBOOK SI SCUSA … QUANTO MENO DICE: “LASCIATEMI SPIEGARE”.

Io ho lasciato che si spiegasse ma non mi ha convinta nemmeno un po’.

16 gennaio 2013

NON COMMENTO MA … I LIKE

Posted in affari miei, amicizia, lavoro, scuola, web tagged , , , , a 9:50 pm di marisamoles

Il post è del novembre 2011. Nulla è cambiato, da allora. Solo che quest’anno abbiamo deciso (dico, noi docenti al collegio) di far terminare il quadrimestre il 19 gennaio anziché prima di Natale. Pensavo fosse un vantaggio, in realtà sono stata sommersa dai compiti a dicembre e lo sono anche ora. Il fatto è che quattro classi e cinque materie con scritto e orale (tre Italiano e due Latino) fanno la differenza. Mi chiedo come passassi il tempo fino a qualche anno fa, quando noi di Lettere avevamo al massimo due classi.
Al contenuto del post aggiungo le scuse rivolte a chi nel frattempo ha commentato senza ricevere risposta. Pazientate, vi prego. Arriverò, prima o poi arriverò.
Un abbraccio a tutti.

Marisa Moles's Weblog


Cari lettori e webamici,

è un momento di grande lavoro per me. Le giornate corrono veloci e invece di riuscire a togliermi di mezzo qualche pacco di compiti, finisce che nel frattempo sulla scrivania si accumulino altri pacchi. 😦
In più, le riunioni pomeridiane non agevolano certo il lavoro di correzione.

Quando riesco a scrivere qualcosa, lo faccio in fretta e non come vorrei. Alla fine, mi pare cosa assai sensata non scrivere nulla.
Faccio i salti mortali tra un blog e l’altro dei miei amici, leggo in fretta gli articoli ultimogeniti (mi piace un sacco quest’espressione adottata dall’amica Diemme!), ma non sempre riesco a commentare come mi piacerebbe fare.

Per fortuna WordPress ha inventato il “pulsante” Like. Quindi, non commento ma … I like. E’ un modo per far capire ai miei blogamici che magari in una briciola di tempo riesco…

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13 gennaio 2013

UN ANNO FA IL NAUFRAGIO DELLA CONCORDIA. IL MISTERO DI DIMITRI CHRISTIDIS

Posted in attualità, cronaca tagged , , , , , , , , , , , , a 3:11 pm di marisamoles

naufragio concordia
Un anno fa la bella addormentata dell’Argentario subì un brusco risveglio. Non fu opera di un bacio quanto di uno schiaffo di cui il Giglio porta ancora i segni: di fronte alle sue rive, al suo incantevole ed intimo porto, non un principe s’inchinò ma un mostro marino che la stringe ancora a sé in un sinistro abbraccio.

Dodici mesi dopo l’isola è meta di una sorta di pellegrinaggio commemorativo. Il ricordo di quella notte, dei pianti di disperazione o di quelli di felicità, delle lacrime e dei sorrisi, delle urla e dei gemiti ha invaso le nostre case provenendo da uno schermo televisivo che, se non altro, ha il merito di conservarne la memoria.

Oggi al Giglio sono ritornati i naufraghi che si sono salvati, i parenti di quelle 32 vittime che sono state meno fortunate delle oltre quattromila persone che ora di quella notte serbano un triste ricordo ma possono raccontare quello che hanno visto, fatto, sentito, detto.

Il naufragio della nave da crociera Costa Concordia fu un evento che fece in breve tempo il giro del mondo. E non semplicemente perché si trattò di un dramma che ha pochi precedenti. A molti ritornò alla mente l’infausto viaggio inaugurale del Titanic il cui centesimo anniversario sinistramente stava per essere ricordato. Allora, però, le vittime furono 1518, su un totale di 2223 passeggeri imbarcati, compresi gli 800 uomini dell’equipaggio. Certo, erano altri tempi ma ora …

Quella notte, più che il numero delle vittime – che veniva aggiornato di ora in ora – portò allo sdegno il comportamento del comandante della nave da crociera: Francesco Schettino. Oltre ad aver cozzato contro uno scoglio delle Scole – parte del quale, andatosi a conficcare sul fianco della nave, ora è stato restituito al mare del Giglio -, sembrò incapace di gestire l’emergenza, perdendo tempo al telefono con i responsabili della Costa, tardando a dare l’allarme, minimizzando l’accaduto anche con la Capitaneria di Porto di Livorno. Infine, abbandonò la nave, volontariamente come sembra, in modo del tutto fortuito come continua a ripetere lui, mentre le operazioni di sbarco dei naufraghi non erano ancora concluse.

Chi ha dimenticato la famosa telefonata che gli fece il Comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Gregorio De Falco, una volta resosi conto dell’immane tragedia? Nessuno. Non foss’altro perché anche in occasione dell’anniversario del triste e luttuoso evento, i telegiornali non fanno che riproporcene la registrazione.

Allora io presi le difese di Schettino perché quella telefonata fu, a parer mio vergognosa. De Falco, dipinto dall’opinione pubblica come un eroe (tanto da essersi guadagnato una medaglia concessa dal Capo dello Stato), si rivolse al comandante della Concordia con un’arroganza, una prepotenza, un tono di biasimo, di rimprovero e di minaccia che non si possono accettare. Dall’altra parte del telefono, un comandante in stato confusionale, comprensibilmente scosso per l’accaduto e certamente conscio dell’immane tragedia che quell’inchino malriuscito (operazione che, tuttavia, Costa non aveva mai sanzionato, lasciando che fosse tacita e innocua pratica abituale) aveva causato, nonché delle conseguenze che avrebbe avuto sulla sua carriera, sulla sua famiglia, sulla sua vita futura.

Chi dipinge Schettino come unico responsabile del naufragio secondo me trascura il fatto che a decretare la sua colpa, senza possibilità di appello, è stata fin da subito la gogna mediatica cui il comandante è stato sottoposto. Certo, lui è il responsabile numero uno ma non l’unico. Prova ne sia che l’inchiesta, ormai conclusa, ha rinviato a giudizio tredici persone. Anche quelli della Costa che, sebbene a scoppio ritardato, hanno scaricato sul comandante ogni responsabilità, negandogli persino la tutela legale e, alla fine, l’hanno licenziato.

A distanza di un anno io non ho cambiato idea. Non ritengo innocente Schettino – e ci mancherebbe! –ma continuo a pensare che le colpe non siano tutte sue e che abbia pure qualche merito nell’aver scongiurato il peggio, salvando la vita forse a decine di persone. Se avesse dichiarato l’abbandono nave in mare aperto, l’approdo per le scialuppe sarebbe stato molto più lento e difficile. Ma non voglio entrare nel merito di questioni che non conosco, di cui non sono esperta. Esprimo solo una mia ipotesi che, tuttavia, un anno fa fu sostenuta e rafforzata dal parere che il Contrammiraglio della CP Salvatore Schiano Lomoriello aveva pubblicamente espresso, condannando energicamente il contenuto e soprattutto il tono assunto da De Falco durante quella telefonata.

Proprio un dettaglio di quella telefonata forse ai più è sfuggito. Non a me. Infatti, ci penso da dodici mesi senza ottenere risposte. Ho atteso pazientemente la conclusione delle indagini e la pubblicazione dei nomi dei rinviati a giudizio e quel nome non c’è. Ne parlarono allora assai poco anche le cronache, eppure si scrissero fiumi di parole, tonnellate di carta furono impiegate per condannare Schettino assai prima che le operazioni degli inquirenti iniziassero, chissà quanti multipli di byte furono impegnati per far girare quella telefonata a livello globale.

De Falco trova Schettino su uno scoglio, apparentemente spettatore incredulo e passivo di una tragedia senza precedenti. Lui salvo, mentre ancora centinaia di persone erano in attesa di lasciare il relitto maledetto, mentre trentadue naufraghi trovavano la morte, imprigionati senza scampo da un mostro marino senza più un comandante. Schettino, però, su quello scoglio non era solo. Lo dice nella telefonata a De Falco: con lui c’era anche il comandante in seconda Dimitri Christidis. Altri ufficiali erano con lui su quello scoglio maledetto, ancor più delle stesse Scole contro cui il gigante del mare aveva cozzato un paio di ore prima. Di certo il comandante era in compagnia anche del suo terzo: Silvia Coronica. L’ufficiale di origine triestina era con Schettino in plancia alle 21 e 45 di quel venerdì funesto. Ed era con lui su quello scoglio. Entrambi in compagnia di Christidis.

La Coronica compare nell’elenco dei rinviati a giudizio, assieme al suo comandante. Dimitri no, eppure anche lui si era dato alla fuga, anche lui pare fosse in plancia al momento dell’impatto con lo scoglio. Ma di Dimitri Christidis si perdono subito le tracce. Ho letto e riletto le cronache di quei frenetici giorni, successivi al 13 gennaio 2012: il suo nome, se escludiamo i primi articoli in cui si descriveva nei dettagli la tragedia della Concordia, è sparito. Non si sa dove, ma certamente non compare nell’elenco dei “colpevoli” (lo virgoletto perché la legge italiana riconosce la presunta innocenza degli imputati).

Misteri a parte, ora io semplicemente mi chiedo come mai Dimirti non sia fra le persone rinviate a giudizio e, soprattutto, perché, visto il suo ruolo ai vertici di comando della nave, nessuno ha pensato di biasimare il suo comportamento mentre tutti hanno condannato Schettino senza pensarci su nemmeno un secondo. Perché?

10 gennaio 2013

ALESSANDRA MARTINES MAMMA A (QUASI) 50 ANNI … MA HUGO E’ NATO IN OTTOBRE!

Posted in attualità, bambini, donne, figli, vip tagged , , , , , , , , , a 7:23 pm di marisamoles

martines mamma
Le voci sul parto della quasi cinquantenne Alessandra Martines si rincorrono sul web da settimane. La notizia, smentita dalla diretta interessata, più quotata è che la ballerina e attrice italiana avrebbe dato alla luce il piccolo Hugo la notte di Natale. Invece, come lei stessa dichiara (almeno secondo quanto riportato da Vanity Fair, cui la Martines aveva concesso un’intervista annunciando il prossimo arrivo del piccolo), il figlio, che è nato dalla relazione con il 29enne Cyril Descours, attore francese, è stato partorito il 26 ottobre scorso.

Sul parto, avvenuto a Parigi, nella stessa clinica in cui Carla Bruni ha dato alla luce la secondogenita Giulia, avuta dall’ex Presidente Nicolas Sarkozy, è stato tenuto il segreto per timore dell’assalto da parte dei paparazzi.

Mamma e papà sono al settimo cielo. La Martines, che avrebbe dovuto partecipare come giurata alla versione francese di Ballando con le stelle, spiega che la falsa data del parto nasce da un equivoco legato proprio alla trasmissione cui, a causa della gravidanza, aveva dato forfait: «L’equivoco si è creato perché durante lo speciale natalizio di Danse avec les stars su TF1, il presentatore Vincent Cerutti mi ha fatto in diretta le congratulazioni per la nascita del bambino. Mi è molto affezionato perché l’anno scorso io stessa ero nella giuria del programma e quest’anno ho dovuto rinunciare proprio a causa della gravidanza».

Auguri, dunque, anche se in ritardo, alla bella mamma e al fortunato papà. Non è il momento delle polemiche quindi mi astengo dal commentare il lieto evento. D’altra parte l’ho già fatto in questo post alla cui lettura rimando chi fosse interessato a conoscere il mio punto di vista su queste mamme attempate … seppur splendide, come effettivamente è Alessandra Martines.

[notizia e foto da Vanity Fair]

7 gennaio 2013

DOLCETTI “RAFFAELLO” LIGHT

Posted in dolci, ricette tagged , , , , a 6:37 pm di marisamoles

Simil raffaello
Ieri ho avuto ospiti a pranzo, per finire in bellezza queste feste (oddio, non ne posso più di mangiare, la mia dieta ha subito una battuta d’arresto e il mio colesterolo credo abbia subito un’ulteriore impennata!). Non avevo il tempo per preparare una torta così ho aperto il frigo, ho dato un’occhiata in dispensa e mi sono inventata questa ricetta, utilizzando quello che avevo. Ne sono venuti fuori dei dolcetti tipo “Raffaello” (quelle delizie della Ferrero) solo che gli ingredienti utilizzati rendono il prodotto sicuramente più light di quello originale.

Ingredienti (per 16 palline):

8 wafer alla vaniglia
150 gr di ricotta
30 gr. di cocco grattugiato + q.b. per la copertura
30 gr. di zucchero semolato (in alternativa va bene anche quello grezzo di canna)
1 cucchiaio di liquore a piacere (io ho usato il nocino fatto in casa … quello avevo!)
16 nocciole intere spellate e tostate
latte q.b.

Preparazione:

Sbriciolare abbastanza finemente i wafer (operazione da fare preferibilmente con il tritatutto) e unirli alla ricotta passata al setaccio mescolando bene. Aggiungere lo zucchero, il cocco e il liquore, amalgamando il tutto. Se il composto risultasse poco compatto, aggiungere il latte sufficiente per ammorbidirlo e renderlo facilmente lavorabile.
A questo punto, prendere con le mani un po’ di composto e inserire la nocciola formando delle palline non troppo piccole ma nemmeno troppo grandi (più o meno della grandezza del “Raffaello” originale), farle rotolare nel cocco grattugiato e sistemarle nei pirottini.
Lasciare i dolcetti nel frigorifero per almeno 2 ore.

Ho visto sul web delle ricette in cui si consiglia l’utilizzo dei wafer alla nocciole e, al posto della ricotta, del cioccolato bianco. L’alternativa dei wafer mi pare buona (in dispensa, però, avevo solo quelli al cioccolato o alla vaniglia e, essendo i dolcetti originali bianchi, ho preferito i secondi). Indubbiamente sostituire il cioccolato bianco con la ricotta rende i dolcetti più light.

Comunque i miei sono venuti davvero buoni. provare per credere!

Naturalmente, non mi è venuta l’idea di fotografare i dolcetti (d’altra parte, non sono mica una food blogger 😉 ). Quindi la fotografia è presa da questo sito dove potete trovare una variante appetitosa di questa ricetta.

LIBRI: “LA DOPPIA VITA DEI NUMERI” di ERRI DE LUCA

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , a 4:23 pm di marisamoles

PREMESSA: questo libretto mi è stato regalato per Natale da una cara amica cui avevo parlato positivamente della lettura estiva di I pesci non chiudono gli occhi.
Più leggo De Luca e più mi rammarico del tempo perso senza averlo letto, di quanto sia mancata nel mio orizzonte librario la sua presenza.
La lettura di questo libriccino è la conferma che l’autore napoletano non riserva sorprese, non delude, ha sempre qualcosa da raccontare e lo fa con estrema piacevolezza. Anche la sua capacità di creare piccoli gioielli narrativi, senza dilungarsi in fronzoli retorici, è sicuramente una dote apprezzabile perché la lettura è gradevole e per nulla pesante. Ci ho impiegato 40 minuti per leggerlo tutto. Ideale per chi non ha troppo tempo e non vuole leggere “a rate” con il rischio di perdere il filo ogni volta.

la doppia vita dei numeri

L’AUTORE
Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011) e I pesci non chiudono gli occhi (2011). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà (1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011). [dal risvolto di copertina; altre notizie sono riportate nel post linkato]

LA TRAMA
A metà tra narrazione e teatro, tra Pirandello e il grande Eduardo De Filippo. Fin dall’incipit, ovvero dall’introduzione, De Luca non nasconde i suoi “maestri” e dà del teatro una delle più belle definizioni che io abbia mai letto:

Il teatro è un racconto in cui scompare lo scrittore. Non può scrivere: “Era una bella notte di luna”. Lo deve dire uno dei personaggi. Gli avvenimenti sono raccontati e svolti dalle loro voci. Il teatro espelle il narratore dalla pagina, la parola passa in esclusiva a chi la pronuncia. (La doppia vita dei numeri, Feltrinelli, 2012, pag. 9)

E dopo questo inizio pirandelliano, che ricorda i Sei personaggi in cerca d’autore, De Luca esprime l’apprezzamento per il conterraneo De Filippo, pur prendendone, ma solo per umiltà, le distanze:

A che ne stanno i miei conti con Eduardo? In attivo per me, che resto suo incantato spettatore. Non ho presso di lui alcun termine di comparazione e accostamento: ammiro e basta. (ibidem, pag. 14)

Dopo l’introduzione, prende forma sulla carta un testo teatrale in tre parti con due soli protagonisti: un uomo e una donna, due fratelli tra cui domina la divergenza di carattere, due personaggi che nel testo non hanno nome ma vengono semplicemente identificati da un LUI e una LEI.

E’ la notte di Capodanno e in casa si prepara la cena, non un cenone bensì un semplice pasto preparato da LEI e a malavoglia consumato da LUI. Fuori Napoli è in festa e già si prepara ai botti che accoglieranno l’anno nuovo.
Lui, guarda caso, è uno scrittore; schivo di carattere, avrebbe fatto volentieri a meno di quella cena e della compagnia della sorella. Guarda fuori dalla finestra ma preclude alla festa ogni possibilità di entrare nella sua serata di fine anno. Lei è petulante quanto basta, incapace di apprezzare la scontrosità del fratello che, effettivamente, fa a pugni con la gioiosa napoletanità famosa in tutto il mondo.

LEI: La differenza tra me e te sai qual è*? Io voglio bene a Napoli e tu no. Sei sempre stato scarso negli affetti. Tieni la scrittura e metti tutto là dentro. Fuori di quella non vuoi bene a nessuno, neppure a te stesso.
LUI: Non ci ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mio corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua. (ibidem, pagg. 36-37)

Rassegnata a passare il Capodanno con un fratello tutt’altro che socievole, LEI inizia a preparare la tombola, guardata con stupore da LUI che si chiede come si possa giocare a tombola in due. Ma la vera sorpresa sono proprio gli ospiti inattesi. Dai numeri della tombola nascono storie, alcune inventate altre animate dai ricordi, e personaggi che chiedono di avere una parte in questa recita di fine anno.

Dalla magia tutta napoletana della smorfia si crea un racconto stravagante e le premesse di una noiosa serata, contraddistinta dall’incomunicabilità, si allontanano per sempre, accompagnate dai botti che si sentono in lontananza.

La serata a due ben presto si anima di ricordi e presenze amate … quel proposito di “LEI: Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città. Resterà fuori dalla finestra” (ibidem, pagg. 34-35) viene meno grazie alla presenza di altri ospiti. Sarà questa la doppia vita dei numeri.

Lo stile di De Luca è semplice ma delicato. La paratassi che prende il sopravvento sull’ipotassi, la semplicità delle frasi corte e spezzate rendono la lettura veloce e piacevole. Non c’è quasi mai retorica in questo breve testo, la spontaneità ricorda lo stupore tutto pascoliano nel guardare il mondo con occhi di fanciullo.

* Noto, non senza imbarazzo, che nonostante si tratti del libro di uno scrittore famoso e pubblicato da un editore di tutto rispetto, nella pagina citata “qual è” è scritto con l’apostrofo. Mi scuso per la deformazione professionale, ma questo tipo di errore non posso riprodurlo e ritengo sia una vera vergogna ritrovarlo in un romanzo come questo.

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