TRA SAN NICOLÒ, BABBO NATALE, GESÙ, L’ALBERO E IL PRESEPE … SANT’AMBROGIO RESISTE ANCORA

sant'ambrogio interno
In queste ultime settimane, com’è logico, i post più apprezzati di questo blog sono stati quelli a tema natalizio. La curiosità dei lettori è stata rivolta, in particolare, a San Nicolò e Babbo Natale, a Gesù bambino e alla sua nascita, all’albero di Natale e al presepe. La cosa che mi ha stupito maggiormente, però, è stata la “tenuta” di un vecchio post che avevo scritto in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e che non tocca affatto un tema natalizio, anche se è pur sempre rivolta ad un santo: si tratta del post in cui ho commentato la poesia di Giuseppe Giusti Sant’Ambrogio.

Con le sue 15.395 visualizzazioni questa lirica che ho sempre amato mi ha permesso di scoprire quanto sia ancora ricordata e apprezzata dalle persone che più o meno hanno la mia età e che, come me, l’hanno studiata a scuola, perlopiù a memoria, e mai dimenticata.

Ho deciso, quindi, di riproporne il testo, rimandando alla lettura del commento che ne ho fatto cliccando QUI.

SANT’AMBROGIO di GIUSEPPE GIUSTIgiusti

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo.

5 pensieri riguardo “TRA SAN NICOLÒ, BABBO NATALE, GESÙ, L’ALBERO E IL PRESEPE … SANT’AMBROGIO RESISTE ANCORA

  1. Con questa poesia mi hai riportato indietro di 45 anni! Ero in terza media quando la studiammo ,memoria e composizione.
    Che nostalgia!
    Un abbraccio Marisa
    liù

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  2. Mi é capitato di vivere una giovinezza a contatto di « soldati sottomessi a dura disciplina » tanti anni fa. Quel tipo di « lezzo » di cui parla il Giusti mi pare ancora di sentirlo, e, strano, mi provoca solo nostalgia.
    Questa poesia – con le sue parole che certo Giusti non immaginava cosi’ profetiche : …”quest’odio, che mai non avvicina…giova a chi regna dividendo, e teme popoli avversi affratellati insieme” (due guerre mondiali sono state necessarie per affratellarci in questa Unione Europea oggigiorno cosi’ criticata…) – è una delle prime che ho ascoltato. Non a scuola, me la recitava mio padre. Marisa quanti ricordi mi fai saltar fuori, cosi’, a fine anno…non so se ti devo ringraziare…

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  3. @ Liù

    Io credo di averla studiata già alle elementari ma non ne sono sicura. Quel che è certo, non ne avevo capito il significato profondo.
    Un abbraccio anche a te e buona giornata.

    @ Alberto

    E certo che mi devi ringraziare! 😉
    La memoria è il patrimonio più grande che noi uomini abbiamo. Un uomo senza memoria è un uomo senza storia.

    Davvero ci sono, in questa lirica, degli “sprazzi” di attualità. Mi piace ancora di più, così come il tuo graditissimo commento.

    Au revoir.

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  4. Ti ringrazio anch’io. Penso che sia una poesia molto significativa e mi dispiace che oggi non si studi più. Anch’io da adolescente ho studiato poesie di cui allora non ho capito il significato profondo ma poi,negli anni,mi sono ritornate in mente e talvolta mi hanno anche aiutato a superare difficoltà della vita

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  5. @ lilipi

    Credo che, al contrario di ciò che accade per i romanzi, le poesie vadano lette e rilette più volte, non necessariamente studiate (anche perché, onestamente, ritengo che l’analisi del testo, così caldamente incoraggiata dalle indicazioni nazionali e propinata con falsa convinzione da noi docenti, alla fine “uccida” la poesia 😦 ), ma comunque richiedano una profonda riflessione per essere comprese. E poi anche tanta pazienza … 😉

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