18 novembre 2012

IL PRANZO DELLA DOMENICA

Posted in affari miei tagged , , , , , , , , , a 6:07 pm di marisamoles

Ricordo che, quand’ero bambina, il pranzo della domenica a casa mia era un vero e proprio rito.
Il cuoco di casa è sempre stato mio papà che, da napoletano, è pure una buona forchetta. Non dico che passava la notte fra il sabato e la domenica a girare il ragù (come fa la protagonista di Sabato domenica e lunedì dell’insuperabile De Filippo), ma comunque per tutta la settimana pensava al pranzo della domenica. La spesa si faceva all’ultimo momento – non era ancora l’epoca dei surgelati e del congelatore domestico, noi avevamo un vecchio frigorifero Fiat e io mi chiedevo perché non avesse le ruote e il volante 😦 – e si sceglieva il pezzo di carne migliore per preparare il brasato al barolo oppure il branzino più fresco, con l’occhio vispo, per cuocerlo al forno. E poi le verdure, quelle di stagione, e la frutta che faceva la sua bella figura nella fruttiera che avevo dipinto personalmente in quarta elementare. Il primo non era mai elaborato, poteva andar bene anche una semplice spaghettata con la salsa di pomodoro, l’unica cosa che ha sempre preparato mia mamma, con la foglietta di basilico fresco, un tocco di verde che si tuffava nel rosso che, unito al bianco della cipolla, ne faceva un piatto patriottico.

A casa mia la domenica c’era sempre aria di festa. Persino d’estate, quando passavamo la giornata al mare, il pranzo veniva rigorosamente portato da casa. Tramezzini o panini? Sacrilegio! Allora si andava al mare in compagnia e ognuno portava qualcosa da dividere con gli altri: ricordo ancora le lasagne al forno della zia e le melanzane impanate di mio papà. L’unica cosa che davvero sopportavo a malincuore era la lunga attesa di ben tre ore prima di poter fare il bagno.

Il pranzo della domenica era quasi sempre allargato: venivano gli zii e i cugini oppure gli amici di mamma e papà. L’arte culinaria del babbo era ben rinomata e nessuno si perdeva l’occasione di un buon pranzetto. L’unica cosa che non si preparava a casa era il dolce, almeno finché non ho imparato io a fare le torte. Ebbene sì, io ero (e sono) la pasticcera di casa. Ma allora o lo portavano gli ospiti oppure si andava nella migliore pasticceria triestina (chiamata La bomboniera, soprannominata la boutique del dolce, chissà perché …) e si tornava a casa con il bel vassoio di pasterelle.

Ecco, questa era l’atmosfera che si respirava da me quand’ero piccola. Ora le mie domeniche le passo a lavorare.
La mia giornata oggi è iniziata alle sei (ormai ho la sveglia incorporata e pure la domenica mi alzo all’ora di sempre). Alle sette ero già con il ferro da stiro in mano. Alle nove ho iniziato a correggere i compiti (quelli non mancano mai di allietare le mie domeniche!). Alle undici e mezza mi sono preparata per andare al supermercato perché ieri sera ero in giro con la mia amica del sabato (insegnante anche lei e, come me, troppo occupata durante la settimana per permettersi di andare a zonzo) fino a tardi e non sono riuscita a fare la spesa.

Andare al supermercato la domenica è una cosa che proprio non sopporto. Avrei potuto anche farne a meno, non saremmo morti di fame, ma era finito il latte, sicché … sono tornata a casa con due borse piene e pesantissime. Guai a dire: ho bisogno solo del latte. Si dovrebbe girare tra gli scaffali bendati … Vabbè, mi sono detta, così domani evito di fare la spesa.

Da quando sono a dieta, stare davanti al fornello per me è diventata una tortura. Il 90% di quello che cucino è destinato agli altri, dunque non c’è proprio soddisfazione. Quindi, per pranzo oggi ci saremmo arrangiati come tutti gli altri giorni. Ma non si devono fare mai i conti senza l’oste: alle dodici e trenta arriva mio figlio con la fidanzata. Memore del fatto che a casa dei miei un pranzo o una cena, anche senza preavviso, si rimediano sempre, ho chiesto: vi fermate a pranzo? Non ci hanno pensato più di due secondi. Ho ringraziato il cielo che i supermercati siano aperti pure la domenica.

Non ho preparato nulla di speciale ma non siamo morti di fame. Ho imparato bene l’arte di arrangiarmi … alle quattordici era già pronto il caffè.
Avevo comperato dei bocconcini di tacchino (che in origine volevo preparare domani con calma) e li ho cucinati con il vino bianco e il marsala. Ho benedetto l’invenzione della pentola a pressione. Non capirò mai perché ci siano tante persone prevenute che si rifiutano di utilizzarla. A me viene tutto benissimo, compreso il ragù che tutti elogiano, salvo storcere il naso quando dico che lo cucino mezz’ora nella pentola a pressione.
Per primo ho rimediato dei fusilli alla norma. Qualche giorno fa avevo comperato un preparato di Cannamela, incuriosita perché non l’avevo mai provato. È venuto un sugo buonissimo … l’ho solo assaggiato perché la mia dieta non contempla sughi elaborati.
Per contorno non sapevo che fare perché non avevo patate da friggere (con quelle non si sbaglia mai), l’insalata la lasciano a me perché dicono che sono la capra di casa, le zucchine non riuscivo a prepararle in poco tempo … mi sono ricordata di una busta di polenta rapida ai funghi che mio marito ha comperato tempo fa. Pronta in cinque minuti et voilà, il pranzo è pronto.

Ovviamente, tempo per fare una torta neanche a parlarne. Ma in frigorifero ho sempre una scorta di crema al cioccolato, tiramisù e profiteroles in vaschette monoporzione. A casa mia si divertono un sacco a mangiarsele sotto il mio naso …
Ognuno ha scelto il dessert che preferiva e si è alzato da tavola bello sazio … tranne me, logicamente. Io, vergognandomi di presentarmi a tavola con la mia solita terrina di insalata e tonno, praticamente non ho mangiato, salvo l’assaggio di pasta e due bocconcini di tacchino da cui avrei dovuto tenermi alla larga perché ci avevo messo un po’ di burro. Pazienza, il mio colesterolo se ne farà una ragione.

Certo, pensando ai miei vecchi pranzi della domenica non c’è proprio paragone. Ma almeno posso dire che l’industria alimentare risolve qualsiasi esigenza per i pranzi improvvisati. Anche queste sono soddisfazioni.

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