29 ottobre 2012

I GIOVANI SECONDO I POLITICI: DA BAMBOCCIONI A CHOOSY, PASSANDO PER SFIGATI

Posted in attualità, famiglia, figli, lavoro, politica, Renato Brunetta tagged , , , , , , , , , , , , a 5:44 pm di marisamoles

In tempi meno sospetti dell’attuale, la prima critica nei confronti dei giovani fu lanciata dall’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nel 2007: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa», proponendo agevolazioni sugli affitti con detrazioni sul reddito. Non se n’è saputo più niente e, a quanto pare, i bamboccioni sono ancora saldamente ancorati alla gonna di mammà e la portafoglio di papà, visto che sono perlopiù disoccupati.

Ritorna a parlar di bamboccioni l’allora ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta nel 2010: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa a diciotto anni per legge!», confessando che pure lui ha convissuto con i genitori fino all’età di trent’anni. (ne ho parlato QUI) Una provocazione, nulla di più.

Ma veniamo a tempi più recenti. Nel gennaio di quest’anno il viceministro dell’Economia Michele Martone se la prende con gli studenti universitari: «Bisogna dare messaggi chiari ai nostri giovani. Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato». Messaggio ricevuto .. segue una valanga di insulti via web.

Rincara la dose il presidente del Consiglio Mario Monti quando, in un’intervista alla trasmissione tv Matrix nel febbraio di quest’anno, critica quella noiosa aspirazione, tutta italiana, al posto fisso: «I giovani devono abituarsi all’idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia! E’ bello cambiare e accettare delle sfide». Segue altra valanga di polemiche e insulti via web. Intanto, sfide o non sfide, la disoccupazione giovanile sfiora il 50%, specie al sud.

Sempre nel febbraio di quest’anno, rimanendo sullo stesso argomento e appoggiando il concetto di giovani bamboccioni convalidato dai suoi predecessori, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri pontifica: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». Be’, certo, con gli stipendi cui possono aspirare i giovani d’oggi, non è facile pagarsi un affitto e le spese fuori casa.

Da ultima, per ora, la signora Elsa Fornero sceglie un termine Very English, ma a quanto pare molto offensivo, per catalogare i nostri ragazzi: «I giovani non siano choosy (schizzinosi) nella scelta del loro primo lavoro». Ne ho parlato QUI E QUI.

Se aggiungiamo che per la maggior parte della gente i giovani sono ignoranti, perché la scuola non insegna nulla, e maleducati, perché i genitori non sanno educarli, mi chiedo: in che mani stiamo consegnando il futuroincerto grazie ai nostri abilissimi, espertissimi, onniscienti e onnipotenti ministri?

[Fonte: Panorama]

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26 ottobre 2012

NEOLAUREATA LAVAVETRI … ALTRO CHE CHOOSY!

Posted in lavoro, Università tagged , , , , , a 8:57 pm di marisamoles

Oggi è stata la giornata delle lauree. Non so altrove, ma qui hanno un’usanza alquanto rozza di far sfilare i neo dottori per la città, abbigliati in modo vario quasi carnascialesco, e li obbligano a fare di tutto: spogliarelli improvvisati, chiedere l’elemosina, suonare e cantare, fare scherzi ai passanti … insomma, una tristezza assoluta. Senza contare che i cortei, che in giornate come queste si incrociano nel centro cittadino che è, se confrontato con altre città ben più grandi, una manciata di metri quadri, hanno tutti un’unica colonna sonora: il canto goliardico (orribile, in verità) che fa “Dottore, dottore, dottore del buso del cu*, vaffa***, vaffa***”.

Ora ditemi se uno, dopo aver studiato anni ed essersi impegnato per migliorare il suo livello culturale prendendosi una laurea, debba subire dal corteo di parenti e amici trogloditi una tale umiliazione. Ogni volta che vedo spettacoli del genere mi indigno e ringrazio il cielo di essermi laureata senza avvisar nessuno, anche perché reduce dalla parotite ( 😦 ) e di aver festeggiato qualche giorno dopo in modo civile e nell’intimità della casa paterna.

Verso mezzogiorno, ho assistito ad uno spettacolo mai visto prima. All’altezza di un semaforo c’era il solito gruppetto di persone che attorniavano la sfigata di turno, con la sua bella corona d’alloro ma vestita con un orribile miniabito fucsia, parrucca color ciclamino, tutta imbrattata e con una spugna in mano. Ferma ad attendere il verde, ho lanciato uno sguardo fulminante ai simpatici personaggi che attorniavano la neo dottoressa e a lei, che già stava dirigendosi verso la mia auto, ne ho lanciato un altro a metà tra la commiserazione e la rabbia. Lei ha cambiato subito rotta e si è avvicinata all’automobile vicina alla mia, guidata da un uomo, ha lavato il parabrezza e si è presa pure la mancia.

Ho abbassato il finestrino e ho gridato: e dopo la Fornero dice che siete choosy! Se non fosse scattato il verde l’avrei immortalata e avrei mandato la foto alla signora ministro.

24 ottobre 2012

RINCORRI I TUOI SOGNI? NON ESSERE CHOOSY!

Posted in famiglia, figli, lavoro tagged , , , , , , , , , , , , a 8:54 pm di marisamoles


Vita dura per i nostri giovani. Il mondo del lavoro è sempre meno aperto a tutti, figuriamoci nei confronti dei giovani che hanno speso anni della propria vita a studiare, si sono sacrificati, hanno rincorso i loro sogni e poi? Poi, qualcuno si permette di dire che se non accettano qualsiasi lavoro sono choosy (schizzinosi, visto che siamo in Italia è del tutto inutile fare i saputelli usando una parola inglese che è conosciuta forse dal 10% degli Italiani mentre il 100% sa che cosa significhi “schizzinoso“).

Non entro nel merito dello straparlare della signora (mi scuserà se non la chiamo ministro?) Fornero. Mi permetto, però, di osservare che i suoi figli certamente non hanno mai avuto bisogno di essere schizzinosi. Andrea fa il regista e credo che abbia proprio realizzato un sogno, visto che fare il regista non è come fare il salumiere, il commesso o l’ambulante al mercato ortofrutticolo. Uno fa il regista perché gli piace. La figlia Silvia è Professore Associato in genetica medica presso l’Università di Torino (dove, guarda caso, insegnano mamma e papà) e responsabile della ricerca alla HuGeF (Istituto di ricerca scientifica fondato dalla Compagnia di San Paolo, di cui, guarda caso, era vicepresidente la signora Elsa Fornero).

Vabbè, non tutti hanno la fortuna di realizzare i propri sogni e di godere di corsie preferenziali. Ma credo che in un momento di crisi come questo, sia difficile anche per un piccolo imprenditore sistemare un figlio. La situazione è così drammatica che non solo i giovani non riescono ad ottenere un lavoro (non dico realizzare un sogno) ma a volte i loro genitori si trovano disoccupati da un giorno all’altro o in cassa integrazione o esodati. E vi pare che di fronte alla crisi generale un giovane possa fare lo schizzinoso?

Da leggere la testimonianza di Giovanna, ventottenne laureata in Lettere, riportata dal Corriere nel blog Solferino28: uno stipendio di 600 euro al mese e un sogno realizzato a metà. Da leggere anche i commenti, soprattutto quelli di chi ritiene inutile laurearsi in Lettere, inutile rincorrere un sogno, scegliendo di studiare ciò che piace. Perché, evidentemente, si rischia di passare per choosy se non si studia ciò che conviene. E cosa potrebbe essere conveniente studiare oggigiorno? E poi, come ricorda anche Vecchioni nello spot, coperto di polemiche, sulla scuola pubblica (ma girato in una scuola privata tedesca a Milano): studio deriva da studium latino che significa anche “amore“. Aggiungerei che significa pure “impegno” e come si fa ad impegnarsi al meglio facendo ciò che non piace ma è conveniente?

16 ottobre 2012

PAOLO VILLAGGIO OFFENDE I FRIULANI: CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE DELLA QUERELA PRESENTATA DALLA FILOLOGICA

Posted in Friuli Venzia-Giulia, libri, lingua tagged , , , , , , , , a 8:49 pm di marisamoles

Non poteva che finire così: il pm Marco Gallina chiede alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trento l’archiviazione della querela per diffamazione presentata dal presidente della Società Filologica Friulana, Lorenzo Pelizzo, nei confronti del popolare comico Paolo Villaggio per aver adoperato, nel proprio libro, Mi dichi, «affermazioni offensive della reputazione dei friulani, travalicando i limiti della satira e diffamatorie della cultura e della lingua friulane».

I fatti risalgono all’ottobre dello scorso anno (ne ho parlato QUI). Nonostante il libro di Villaggio fosse uscito da alcuni mesi, qualcuno in Regione si accorge che il comico ironizza sul popolo friulano usando dei termini poco carini:

[…] i friulani, che per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di merda e l’abitudine di ruttare violentemente. (pagina 42)

Immediata fu allora la reazione del Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia, Renzo Tondo, che fin da subito minacciò di querelare Villaggio per diffamazione. Poi le acque si calmarono. Chi non perdonò affatto per l’infelice uscita il popolare comico fu il presidente della Società Filologica Friulana, Lorenzo Pelizzo, che nel maggio di quest’anno ha sporto querela per diffamazione (ne ho parlato QUI).

La vicenda, che ha suscitato non poche polemiche, ha avuto dunque la conclusione che un po’ ci si aspettava. Dal Trentino ci arriva, tuttavia, una riflessione preziosa da parte del pm Gallina. Secondo costui, infatti, Villaggio si compiace di lasciarsi influenzare dal giudizio negativo sui friulani espresso, secoli fa, dall’illustre autore del De Vulgari Eloquentia: Dante Alighieri. (cosa su cui ho espresso i miei dubbi nel primo articolo linkato, in quanto Dante disprezzava pure il toscano …)
«Per il resto, con linguaggio certamente scurrile, l’autore altro non fa che riprendere stereotipi ormai consunti e come tali nemmeno più offensivi, secondo cui i friulani (in ciò di regola accomunati ai veneti e ai trentini) hanno una particolare propensione al bere, il cui abuso, notoriamente, provoca alito pesante», osserva Gallina.

Ma il magistrato non si ferma a queste osservazioni assai bonarie. Continua con una sorta di excursus sulla letteratura nostrana, mescolando arditamente, a mio parere, scrittori triestini e friulani. «Fortunatamente è di diffuso sapere – afferma Gallina – come il duro giudizio del padre della lingua italiana non abbia impedito che Trieste divenisse dapprima uno dei principali centri della cultura mitteleuropea dando i natali a scrittori quali Italo Svevo e Umberto Saba, successivamente che detta città e la poco popolosa terra friulana abbiano dato i natali a taluni tra i più importanti scrittori e poeti italiani contemporanei, fra cui Carlo Sgorlon, Fulvio Tomizza e Pierluigi Cappello». Quanto a Pasolini, egli gli attribuisce il merito di aver reso giustizia al friulano che è universalmente accettato come lingua: «Più che dialetto, una lingua straniera – per il vero di oggettiva e difficile comprensione -, utilizzata tuttavia “non come espediente letterario o formale, da sfruttare per aggiungere colore”, ma con il rispetto che si riserva a una cultura da difendere e da salvare dall’aggressione di una barbarie massificata».

Ora, non è il caso di perdersi in sottigliezze facendo notare che il triestino con il friulano ha ben poco da spartire. Riesce a passarci sopra lo stesso Pelizzo che, pur deluso dall’archiviazione del caso, apprezza il fatto che la Magistratura della Repubblica riconosca al friulano non soltanto la dignità di lingua, ma anche il rispetto che ad essa deve essere riconosciuto, cosa che considera un fatto di assoluta attualità e rilevanza.

Che dire? Forse la reazione della Filologica è stata un tantino esagerata. Forse sarebbe stato davvero il caso di soprassedere e farsi una risata, a denti stretti, senza incriminare Villaggio. Anch’io, in un primo momento, mi sono sentita offesa (pur non essendo friulana, per solidarietà, se non altro, vivendo qui da tanti anni), però effettivamente l’ironia del comico è stata di bassa lega e davvero la cosa poteva passare sotto silenzio. Se non altro avrebbe confermato che Villaggio non sa più cosa dire e farebbe meglio a tacere.

[fonte: Messaggero Veneto]

14 ottobre 2012

BAMBINO TRASCINATO VIA DA SCUOLA: PERCHE’ IO STO CON L’ISPETTRICE

Posted in cronaca, famiglia, figli tagged , , , , , , a 3:15 pm di marisamoles

Finora mi sono astenuta dal commentare qui la vicenda accaduta a Cittadella, che vede protagonista un bambino di dieci anni conteso dai due genitori e il suo allontanamento dalla madre, avvenuto a seguito di una sentenza del Giudice e portato a termine, in modo assai discutibile, alla fine di una mattinata scolastica. L’ho fatto, però, intervenendo con svariati commenti sul blog di Diemme e di Pino Scaccia, nonché sulle pagine de Il corriere on line.

Se ho deciso di scriverne qui ora è perché sono letteralmente esterrefatta dalle minacce, anche di morte, lanciate sul web, nei più disparati siti, all’ispettrice di polizia, la più alta in grado la mattina di mercoledì davanti alla scuola frequentata dal bambino.
Nel video girato dalla zia del minore si sente l’ispettrice che, pressata dalle domande della zia stessa, la quale per tutta la durata delle riprese continua ad insultare con vari epiteti tutti i presenti, rei di aver eseguito un’operazione voluta da un giudice, dice: “Io sono un ispettore di polizia lei non è nessuno”. Battuta infelice, forse, ma che va correttamente interpretata e contestualizzata.

Chi ha guardato il video ha rivolto in particolare l’attenzione sulle scene, certamente drammatiche, in cui si vede il bimbo prelevato con la forza in primis dal padre e, in second’ordine, da alcuni agenti in borghese che evidentemente cercavano di aiutare il genitore ma soprattutto di evitare che il piccolo si facesse male. L’attenzione sull’ispettrice è stata focalizzata esclusivamente per la frase già riportata e subito condannata. Forse, però, bisognerebbe porre attenzione allo stato d’animo di quella donna che, evidentemente, non si aspettava che gli eventi precipitassero. Eventi di cui si sentiva responsabile, per il suo grado, ma dai quali probabilmente era toccata in quando madre.

Scarsa attenzione, forse, è stata prestata anche alle domande della zia che voleva sapere perché non c’era stata la sospensiva dell’esecuzione della sentenza. Cosa che, in quanto parente del bambino ma non genitrice, non aveva alcun diritto di chiedere. L’ispettrice, visibilmente provata, con la frase incriminata, e interpretata quasi come un abuso di autorità, voleva semplicemente dire: “io sono un’ispettrice di polizia e sto facendo il mio lavoro, lei non è nessuno, nemmeno la madre del bambino, mi sta facendo domande cui non posso rispondere e ci sta insultando tutti da mezzora ed è proprio ora che la smetta”. Mi pare che, considerando la sua posizione e nel suo stato d’animo, così può essere interpretata la sua riposta.

La cosa che più fa indignare, secondo me, è che tutti si sono scagliati contro la polizia, prima ancora di sapere che chi ha usato violenza sul bambino è stato proprio il padre, e che il capo della polizia Manganelli si sia profuso immediatamente in scuse, senza un preventivo accertamento sullo svolgimento dei fatti, lasciandosi trasportare dall’onda d’indignazione mediatica che il fatto aveva provocato.

Come ho scritto altrove, confermo la mia posizione: la zia ha fatto male a riprendere il tutto ma soprattutto a mandare il video a “Chi l’ha visto?”. Ha suscitato tanto clamore per una vicenda privata, come ce ne sono tante, purtroppo, senza pensare che proprio lei con questa mossa ha sommato violenza alla violenza nei confronti del nipote. Non lo sostengo solo io, ho sentito testimonianze di psicologi e pedagogisti che la pensano esattamente in questo modo.

Qualcuno dice: meno male che c’era la zia altrimenti tutto sarebbe passato sotto silenzio. Io replico: perché, il clamore mediatico serve davvero a risolvere una questione delicata come questa? Girare un video e darlo in pasto all’opinione pubblica gioverà al piccolo Leonardo? Forse può essere una testimonianza della violenza del padre nei confronti del figlio e, quindi, un punto a suo sfavore, nella causa di affidamento della potestà genitoriale. Ma all’episodio hanno presenziato in tanti, le testimonianze ci sarebbero state comunque. Quel video, invece, aggiunge poco o nulla ai fatti, in particolare, offre delle prove inconfutabili sul comportamento della zia e del nonno del bambino che, infatti, sono stati denunciati per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Una sorta di boomerang, insomma. Purtroppo non indolore nemmeno per il bambino.

8 ottobre 2012

TAGLIARSI I CAPELLI E ALTRE STORIE

Posted in affari miei, bambini, donne tagged , , , , , , , , , a 10:49 pm di marisamoles

Quand’ero piccola mia mamma mi costringeva a tenere i capelli corti (potete sincerarvi che non mento guardando il mio avatar). Io li odiavo, li volevo lunghi, non volevo assomigliare a un maschiaccio, accidenti.
Il motivo per cui la genitrice non voleva lasciarmeli crescere è molto semplice: pigrizia. In realtà lei diceva che i capelli lunghi erano impegnativi, bisognava star lì ore ad asciugarli e lei non aveva tempo.

Il tempo. Ecco, quando chiedevo qualcosa che non voleva concedermi, mia mamma trovava sempre la scusa del tempo. Eppure non lavorava, ovvero lavorava in ufficio con mio papà, con orario non flessibile, di più. In pratica faceva quel che voleva e mio papà non fiatava mai. Quando il discorso “lavoro” non reggeva, allora diceva che non aveva tempo perché doveva star dietro a mia nonna. Dunque, vediamo: quando avevo nove anni mia nonna ne aveva settantatré. Ora mia madre ne ha nove di più … se le dicessi che devo star dietro a lei si offenderebbe pure.

Mia nonna, di salute cagionevole, questo è vero, è sempre vissuta con mia mamma. Quando i miei si sposarono, lei, durante il viaggio di nozze, si trasferì in casa loro. Fu un viaggio più breve del previsto. I miei, essendosi sposati all’inizio di gennaio, scelsero come meta la Liguria perché, dicevano, lì c’era un microclima particolare che faceva sembrare l’inverno una primavera calda e accogliente. Trovarono nubifragi, freddissimo, mia madre si beccò l’influenza con 40 di febbre. Quando si dice il destino … Mia nonna al tempo aveva cinquantasette anni, un età in cui normalmente non si necessita dell’ospitalità di figlia e genero. Ma lei era così, lei senza la figlia non poteva vivere, era una povera vedova (povera, mica tanto) e aveva bisogno di compagnia. Evidentemente si portava appresso il retaggio della sua sicilianità per cui non stava bene che una donna vivesse da sola. Si fosse risposata, magari.

Torniamo ai capelli. Dunque, il braccio di ferro tra me e mia mamma durò qualche anno. Quando ne ebbi nove, raggiunta l’età della ragione, ovvero l’età in cui ero convinta di aver ragione io e non mia mamma, le dissi: “Ti prometto che non ti chiederò mai nulla, non avrò mai bisogno di aiuto per lavarmeli e asciugarmeli, ma fammeli crescere, ti prego”. Riuscii ad intenerire mamma con la complicità del morbillo.

A quei tempi le malattie infettive richiedevano riposo a letto per almeno quindici giorni. Ho semidistrutto il mangiadischi Geloso e un’intera collezione di fiabe sonore, quelle in cui ogni disco si chiudeva con la canzoncina:
A mille ce n’è
nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me
nel mio mondo fatato per sognar

Chi se le ricorda?
Vabbè, lasciamo perdere la nostalgia e andiamo avanti. Dopo due settimane di letto, dunque, mi alzai e notai che i capelli si erano notevolmente allungati. Oddio, il notevolmente deve essere interpretato a misura di bimba. In ogni caso, la convinsi. Ricordo che per controllare la crescita dei capelli mi specchiavo in tutte le vetrine e tenevo la testa reclinata da una parte per farli sembrare più lunghi. Ora come ora mi stupisco di essere stata così scema da piccola. Be’, l’importante è non esserlo ancora.

Una ballerina con i capelli corti non s’è mai vista. Questa era stata l’argomentazione con la quale avevo convinto mia mamma. A quel tempo, infatti, studiavo danza classica. Smisi a dodici anni, causa problemi ai piedi, e fino a quell’età non tagliai più i capelli. Ricordo la soddisfazione che mi dava essere scelta dalla mia mastra Crudelia (in realtà si chiamava Cornelia ma era una vera e propria Crudelia) come modella per acconciature da far vedere alle compagne.

C’è un episodio, risalente a quel periodo, che non dimenticherò mai. In classe avevo un compagno senza capelli. Non ho mai capito che malattia avesse e se fosse nato così, fatto sta che non aveva nemmeno le ciglia e le sopracciglia. Con grande stupore lo incontrai molti anni dopo all’università e aveva la barba. Fu proprio quell’incontro ad aver risvegliato un aneddoto che riguarda i miei capelli, la sua calvizie e la mia prof deficiente.
Io avevo i capelli lunghissimi, come è facilmente intuibile non avendoli tagliati per tre anni. Un giorno, di punto in bianco e senza alcuna spiegazione logica, la mia prof di Italiano, rivolgendosi al mio compagno, gli disse: “Coraggio, Angelo, che quando la Moles si taglia i capelli ti faremo un bel parrucchino”. Il gelo calò in aula. Oggi come oggi la prof come minimo si beccherebbe una bella lettera di richiamo e dovrebbe pubblicamente chiedere scusa ai genitori del povero Angelo. Ma erano altri tempi.
Quando lo incontrai all’università, dieci anni dopo, fu lui a notarmi per primo. Ricordo che stavo china sui libri (come sempre!) in sala di lettura. Lui arrivò da dietro e mi picchiettò sulla spalla. Mi voltai e prima ancora di salutarmi mi disse: “Ma lo sai che stai già perdendo i capelli?”. Ecco la vendetta consumata a freddo, attendendo il momento propizio. Avrebbe dovuto vendicarsi della prof, però.

Insomma, fino a dodici anni i miei capelli ignorarono la funzione delle forbici. Ma poi la mia compagna di banco si fece un taglio con un bel ciuffo davanti e io lo volli. Lei era una che, tanto per dire, se voleva un taglio particolare andava espressamente a Milano da Vergottini. Fui fortunata a non amare particolarmente i tagli del gran coiffeur ma quel taglio che volli imitare lei se lo fece fare da un anonimo parrucchiere triestino quindi potei facilmente sfogare il mio istinto di emulare in ogni cosa la mia compagna di banco.
Il risultato fu alquanto deludente: non avevo tenuto conto che lei in testa aveva quantomeno due milioni di capelli in più dei miei. Mentre il suo ciuffo svolazzava allegramente sulla sua fronte sbarazzina, il mio sembrava una specie di scopa in saggina, per giunta consunta dall’uso.

Di una cosa ero superconvinta: mai e poi mai mi sarei fatta tagliare i capelli corti. Non avevo messo in conto che il mio solito istinto di emulazione mi avrebbe spinta a dire alla parrucchiera (quella fissa da un po’ di anni): “taglia, taglia pure”. Lei aspettava quel momento da così tanto tempo … Ne uscii con un taglio tipo punk, con la parte superiore della capigliatura tutta sparata in alto. Mettendo via i fermagli che, seppur raramente usavo per raccogliere la lunga chioma, ripensai alla frase pronunciata dalla mia amica: “Li metto via per tempi migliori” e mi chiesi come mai la mia soddisfazione non fosse pari alla sua.

Io con i capelli lunghi mi sentivo più io. Non c’è nulla da fare. Non solo mantenni la promessa fatta a mia madre ma divenni anche un’esperta coiffeur. Me li lisciavo, li arricciavo, usavo i bigodini o la spazzola e il phon, a volte anche il ferro caldo. I miei capelli stavano come volevo io. Erano docili, decisamente. Ci fu un periodo in cui andavo persino a dormire con i bigodini di gommapiuma in testa. Al solo pensiero inorridisco. Soprattutto mi chiedo come facessi a dormire. Di certo è la giovinezza che fa fare queste cose.

Avevo, e ho tuttora, un talento unico. Ma fin da piccola, quando acconciavo i capelli delle bambole o giocavo a fare la parrucchiera con mia cugina. E la feci davvero, la parrucchiera, anche se solo per un mese. Fu un’esperienza unica che ancora ricordo con rimpianto.
Appena finito il liceo, visto che mi sarei iscritta a Lingue, chiesi ai miei, come regalo per la maturità, un viaggio in Inghilterra. A un patto, però: niente corsi di lingua, ne ho fatti così tanti, voglio lavorare perché così sono costretta a parlare l’inglese con persone vere e non con insegnanti che si sforzano di farsi capire perché sanno che non sei loro connazionale.
Arrivammo a un accordo: sì ma vai dove diciamo noi. Da notare che ero maggiorenne ma ugualmente dovetti assoggettarmi alla volontà dei miei. Si misero in contatto con dei conoscenti che mi trovarono un lavoro e mi ospitarono a casa loro per un mese.

La meta fu Reading, nel Berkshire. Il salone si chiamava Dorothy, come la titolare. Ma non era una cosa normale, era enorme. Giusto per dare l’idea, lo staff era costituito da una ventina di ragazze, forse più, e quando arrivava una cliente, la titolare che stava alla reception chiamava la lavorante di turno con l’altoparlante.
In un mese imparai a tagliare, fare la tinta e la permanente, oltre che a fare lo shampoo, naturalmente. Quello era il mio incarico principale, visto che non avevo esperienza, ma ogni lunedì nel salone si faceva scuola, così impari anch’io il mestiere che poi misi a frutto con le mie amiche che facevano la fila per taglio e permanente, cosa che allora andava fortissimo.
Anch’io non seppi resistere: tornai in Italia con i capelli alle spalle, ricci ricci. Ebbi anche dei problemi al controllo documenti: l’addetto guardò la foto del documento (capelli lunghi e lisci) , poi guardò me con aria dubbiosa. Gli spiegai il tutto e mi lasciò andare invitandomi a cambiare la foto sul documento. Poiché equivaleva a cambiare la carta d’identità, non gli diedi ascolto e attesi la scadenza naturale. In fondo lui era stato proprio ingenuo: ma come si fa, dico io, a chiedere a una donna di cambiare la fotografia, quando lo sanno tutti che a noi piace cambiare la tinta e il taglio a seconda dell’umore? A me più raramente ma, insomma, lui non poteva saperlo.

Taglio e permanente gratis me l’ero proprio guadagnati. Come facevo lo shampoo io! Ricordo che c’era la domanda di rito: “Have you greasy or dry hair?” (trad: Ha i capelli grassi o secchi?”). Ovviamente la risposta condizionava la scelta del tipo di shampoo. Una volta ero soprapensiero e chiesi a una signora piuttosto in età: “Have you greasy or dirty hair?” (trad: Ha i capelli grassi o sporchi?”). Al ché lei, con la solita flemma inglese, rispose: “If I had clean hair I wouldn’t need to wash them” (trad: “Se avessi i capelli puliti non avrei bisogno di lavarli”). Ogni volta che ci penso, rido.

Avevo un mestiere in mano e non lo sapevo. Quando Mrs Dorothy mi consegnò l’ultima busta paga mi chiese se volessi restare. Lì per lì le avrei anche detto di sì, ma prevalse la nostalgia del mio moroso, ora mio marito, e declinai l’offerta. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stata la mia vita in GB, paese in cui ho sempre sognato di vivere. Ma la mia fissazione per lo studio prevalse sul mestiere assicurato.

Qualcuno dice che un taglio di capelli significhi voglia di cambiamento, come quando si desidera voltare pagina e ricominciare. Visto che i capelli li faccio tagliare due volte l’anno, massimo cinque centimetri, non posso dire di essere una che ha voglia di cambiamenti. Forse anche sì ma so per certo che non voglio tagliare i capelli corti.
Una volta, doveva essere all’inizio degli anni Novanta, la titolare del negozio in cui acquistavo le scarpe per i bambini mi vide con un nuovo taglio di capelli e mi chiese: “Si è fatta l’amante?”. La guardai con gli occhi spalancati, inorridita. Ora che ci penso, se dovesse dirmelo adesso probabilmente la guarderei con lo sguardo afflitto che dice “magari …”. Tuttavia, allora ci rimasi male. Lei poi mi spiegò, quasi scusandosi, che altre clienti le avevano confidato di aver trovato un amante e, casualmente, avevano tagliato i capelli. Ma guarda un po’ se son cose da dire a una che vende scarpe!

A proposito di scarpe, anche se non c’entra nulla con i capelli, questa la devo raccontare. Mia suocera per gli onomastici dei miei figli regalava sempre le scarpe. Per dire la verità, le andavo a comprare io, anche perché l’acquisto non era dei più facili, e poi mi dava la quota spesa. Ad un certo punto, forse pensando che io spendessi un po’ troppo (la cifra si aggirava sulle 100mila lire a paio), iniziò a darmi la cifra che lei pensava fosse la più onesta per un paio di scarpe per bambini: 50mila lire. La prima volta che mi trovai in mano la busta con la quota tanto arbitrariamente stabilita, il mio secondogenito mi chiese se con quei soldi avrei comprato le scarpe per lui, visto che era ormai tradizione che la nonna facesse quel tipo di regalo. Incautamente mi lasciai sfuggire un “Con i soldi della nonna compriamo una scarpa sola” così lui, non appena rivide la nonna, mostrandole soddisfatto le scarpe nuove, esclamò: “Con i tuoi soldi abbiamo comprato una scarpa, l’altra l’ha pagata la mamma”. L’avrei ucciso seduta stante.

Insomma, dai capelli siamo finiti ai piedi. Be’, fino alle caviglie non li ho mai fatti crescere, come Lady Godiva, e devo dire che, finita l’estate, mi sforzo di convincermi che sia arrivato il momento di tagliare i capelli. Non che ne abbia voglia. Non c’è nessuna novità in arrivo, nessun cambiamento, tutto come prima o forse anche peggio. Ma è arrivato il momento perché, come diceva mia nonna, “Se non vuoi sembrare Maria Maddalena penitente, vatteli a tagliare”. Sento ancora la sua vocina … da lassù.

2 ottobre 2012

IL CASO ENZO TORTORA IN TV E LO SPOT INFELICE

Posted in pubblicità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , a 6:57 pm di marisamoles

Non so chi di voi abbia visto la fiction in due puntate sul caso di Enzo Tortora, il popolare presentatore accusato e condannato ingiustamente per associazione camorrista e spaccio di stupefacenti. Anzi, so per certo che l’ha visto Quarchedundepegi perché ne ha parlato in questo suo post. Dice che l’ha rattristato e che l’ha fatto riflettere sulla Giustizia italiana. Condivido pienamente. Non ho trattenuto le lacrime quando, verso la fine, è stato trasmesso uno spezzone originale della puntata di Portobello che il conduttore ha affrontato da uomo libero, dopo l’assoluzione in Appello, confermata in seguito dalla Cassazione. Purtroppo, come si sa, breve fu la sua vita in seguito, troppo breve per godersi appieno la libertà agognata e per poter dimenticare i mesi di carcere seguiti dagli arresti domiciliari che gli furono concessi per sopraggiunti problemi di salute. Dopo quell’esperienza si ammalò di tumore per spegnersi all’età di sessant’anni.

Bravo Ricky Tognazzi, protagonista e regista, ma brava anche Carlotta Natoli, più portata forse per i ruoli comici ma nella sua interpretazione dell’amatissima sorella di Tortora, Anna, ci ha offerto una prova d’attrice al di sopra delle più rosee aspettative.

Non voglio dilungarmi troppo sulla fiction che mi è piaciuta ma non è stata il massimo. Ho apprezzato di più, se devo essere sincera, la miniserie su Walter Chiari interpretata magistralmente da Alessio Boni. Tognazzi mi è sembrato un po’ modesto, o forse dipende dal fatto che, come lui stesso ha dichiarato, non era sua intenzione imitare Tortora ma farne una sua personale reinterpretazione a beneficio dei giovani che non conoscono la sua storia.

Le vicissitudini giudiziarie del popolare presentatore sono invece ben note a noi adulti. Sembra incredibile che sia stato architettato un piano ad hoc, con la complicità dei maggiori capi camorra, ai danni di una persona onesta, apparentemente senza alcun motivo.
Come si ricorderà tra i principali accusatori di Tortora c’era il camorrista “pentito” Giovanni Melluso, detto “Gianni il bello”, lo stesso che nel 1985 accusò Walter Chiari di spaccio di cocaina, assieme al cantautore Franco Califano. Il popolare comico e presentatore venne prosciolto in istruttoria.

Insomma, lo stesso Melluso segnò la vita di due grandi della tv italiana.

Non so se avete fatto caso, ma alla fine della fiction su Tortora, lo sponsor era … calzature Melluso.

Ma come si fa, dico io, ad accettare che una ditta omonima del principale accusatore di Enzo Tortora sponsorizzi la miniserie in due puntate? Una scelta davvero infelice.

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