20 settembre 2012

SUL MATRIMONIO IN CHIESA E SUL PREDICARE BENE E RAZZOLAR MALISSIMO

Posted in bambini, donne, famiglia, matrimonio, religione, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , a 10:27 am di marisamoles


Nel blog di Diemme, in questi ultimi giorni, si parla di matrimonio. In particolare, in questo post l’amica difende il matrimonio eterosessuale e, pur rispettando la libera scelta di amare una persona dello stesso sesso, si dichiara contraria ai matrimoni tra omosessuali.

Ora, il mio intento non è quello di esprimere la mia opinione sui matrimoni tra coppie dello stesso sesso (l’ho già fatto qui, non senza suscitare delle polemiche, e, inoltre, ho letto questo post sul blog La 27esimaOra del Corriere alla cui lettura mi sento di rimandare chi mi legge perché lo trovo molto interessante), ma di parlare di matrimonio, per di più religioso. Allora, vi chiederete, perché ho citato l’amica Diemme? Perché lei, non tanto nell’articolo quanto in un commento (che non riesco a trovare, visto che sono tantissimi!), ha dichiarato che secondo il suo parere l’unico matrimonio che meriti tale nome è quello celebrato in Chiesa il quale prevede che due carni diventino una sola, che si diventi l’uno parte dell’altra e che il legame sia indissolubile (questo lo scrive nel post). E’ un’affermazione degna di rispetto ma io personalmente mi chiedo: siamo proprio sicuri che un legame sancito da un sacro contratto, seppur legalmente riconosciuto dallo Stato italiano attraverso il Concordato, si possa definire indissolubile? Insomma, possiamo affermare con assoluta certezza che il matrimonio religioso, al contrario di quello civile, costituisca una sorta di vaccino contro il divorzio? I dati che riguardano separazioni e divorzi sembrano dire tutt’altro.

Quindi, potremmo affermare che, pur con le migliori intenzioni, nel momento in cui si promette fedeltà eterna al proprio partner davanti ad un sacerdote, non si può essere certi che quel legame sia per sempre. Allora, dico io, qualcosa non funziona. E penso al matrimonio dei nostri genitori, delle generazioni che oggi hanno ottanta e più anni. Penso alle coppie che festeggiano i 50 e anche i 60 anni di matrimonio e mi interrogo: forse i nostri “vecchi” erano maggiormente consci di ciò che significa “matrimonio”, ovvero condivisione di gioie e dolori, di responsabilità nei confronti dei figli e della loro educazione e di vita santificata da quel legame indissolubile sancito dal matrimonio celebrato in Chiesa?

La mia risposta è no. E lo dico perché ho visto con i miei occhi matrimoni in cui, nascosta sotto la parvenza di vita felice, si covava un’infelicità immensa, sopportata con grande sacrificio, spesso mentendo a sé stessi, nell’illusione che tutto andasse bene. In realtà nulla andava bene, semplicemente non era nemmeno presa in considerazione la possibilità di una separazione o di un divorzio, in primis per motivi economici (le donne un tempo non lavoravano e dipendevano dal marito che le sostentava e per questo erano debitrici nei suoi confronti di gratitudine eterna, anche quando l’amore era solo un ricordo lontano ed era soppiantato da insofferenza e persino odio), in secondo luogo perché il fallimento del matrimonio era considerato un’onta incancellabile, una macchia destinata a rimanere sospesa su due persone finché morte non le separava.

Forse la mia visione può apparire troppo pessimistica. In parte lo è, non lo nego, come non nego che esistano coppie sposate da vari lustri e ancora molto felici. Sul fatto che lo siano come il primo giorno nutro, però, forti dubbi.

Tornando al discorso iniziale, la triste constatazione del fallimento di numerose unioni, comprese quelle benedette in Chiesa, deve far riflettere soprattutto sul senso della Fede. Io credo che essa faccia la differenza, credo che le coppie che iniziano il cammino insieme, con la benedizione del sacerdote e la protezione divina, in cui fermamente credono, siano in qualche modo più felici. Ma sono dell’idea che questo tipo di coppie siano davvero rarissime in quanto, la maggior parte delle volte, il matrimonio religioso è preferito a quello civile perché la location, per usare un termine molto in voga, è più bella di una fredda sala comunale, perché l’abito bianco con il velo e tutto il resto è ancora una prerogativa delle nozze religiose, perché molte famiglie si aspettano questo dai figli e non si possono deludere certe aspettative, perché in fin dei conti sposarsi in Chiesa non implica delle responsabilità maggiori di un matrimonio civile, tanto poi si divorzia ugualmente. Insomma, non credo proprio, anche se mi farebbe molto piacere, di poter condividere l’opinione di Diemme.

Pensando alla mia esperienza, ho scelto il rito religioso perché ci credevo e, anche se con fasi alterne, ero praticante. A me nessuno ha chiesto perché avevo scelto di sposarmi in Chiesa, lo si dava per scontato. Ritengo che oggi questa domanda bisognerebbe non solo rivolgerla agli sposi ma sarebbe necessario che se la rivolgessero loro stessi. Un tempo, come ho detto, non era così difficile credere in quella scelta, anche se i casi della vita potevano portare comunque verso la rottura. Oggi non è più così e i fatti mi danno ragione.

Un’indagine condotta dal dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’università di Udine ha rivelato che, tra le 620 persone (312 uomini e 308 donne, età media 30 anni) che dal 2010 al 2011 hanno frequentato il corso di preparazione al matrimonio religioso, ben il 68% ha dichiarato di avere alle spalle una convivenza più o meno lunga con il/la futuro/a sposo/a. Il periodo medio di fidanzamento è di cinque anni e mezzo, metà passato sotto lo stesso tetto.

Ora, non vorrei sembrare bigotta, ma mi pare che questi dati siano in netta contraddizione con i dettami della Chiesa. Non solo: appena un giovane su quattro si definisce cattolico praticante. Ne deduco che nella maggior parte dei casi la scelta del matrimonio religioso abbia poco a che fare con la Fede. Senza contare che più della metà degli intervistati ha ammesso di aver frequentato il corso pre-matrimoniale solo perché obbligatorio e una parte, seppur minima, di essi si è dichiarata non credente. Mi viene da pensare che questa quota comprenda quelli che, per non dare un dispiacere al proprio partner, accetta la celebrazione di un rito che gli è del tutto indifferente. Allora vien da chiedersi: su quali presupposti si basa un’unione sacra se lo è effettivamente solo per uno dei due sposi?

Mi riallaccio, quindi, a quanto osservato in precedenza: ritengo che un matrimonio celebrato in Chiesa sia effettivamente destinato a durare tutta la vita nel momento in cui la decisione di iniziare un percorso assieme e proseguire nel cammino coniugale con l’assistenza della Fede sia condivisa da entrambi i coniugi. Mancando questo presupposto, il matrimonio religioso non ha un valore diverso rispetto ad una unione civile. Infatti, quando la coppia scoppia, non c’è promessa sacra che tenga: si divorzia ugualmente. Dirò di più: non è nemmeno molto diverso dalla convivenza, se la scelta viene fatta con senso di responsabilità, assumendosi tutti gli oneri che la vita a due comporta. (ne ho parlato qui)

Non voglio dilungarmi però c’è ancora un punto su cui è necessario soffermarsi a riflettere: l’educazione dei figli. La coppia sposata in Chiesa ha degli obblighi anche morali nei confronti della prole: per coerenza si battezzeranno i figli e si contribuirà, assieme ai catechisti, all’educazione religiosa. Ma siamo sicuri che ciò avvenga davvero? Personalmente mi sono assunta questa responsabilità (con scarso successo, ahimè) ma sempre da sola, nel senso che mio marito latitava. Eppure è nato e cresciuto in una famiglia religiosissima, finché ci sono riuscita, l’ho trascinato in Chiesa la domenica, ma per il resto posso dire che lui non sia stato un buon esempio per i bambini da questo punto di vista.

Anche il battesimo è una consuetudine accolta senza pensare realmente al suo significato. E lo è a tal punto che anche i figli dei conviventi e delle coppie sposate civilmente spesso sono battezzati. Su questa scelta concordo: viviamo in un mondo in cui la religione, nonostante l’approccio assai discutibile, ha ancora il suo peso. Ricordo che qualche anno fa, in occasione della nascita del suo primo bambino, cercai di convincere mia nipote, sposata solo civilmente, a battezzare il bimbo. “Si sentirà diverso”, le dicevo, “quando alle elementari verrà a sapere che i suoi compagni faranno la Comunione, con feste e regali che lui non riceverà”. Lei mi rispose: “Gli spiegherò che la diversità non ha solo lati negativi e che essere diversi non significa essere peggiori”. Ora le devo dare ragione perché lei ha agito secondo coerenza, non accettando le imposizioni di consuetudini che non sente proprie.

A questo punto mi chiedo perché si celebrino ancora matrimoni in Chiesa quando nella vita della maggior parte degli sposi Dio è un’entità sconosciuta e assolutamente indifferente e i precetti della Chiesa non costituiscono più alcun punto di riferimento. Molto meglio la coerenza, indipendentemente dal fatto che un’unione sia più o meno duratura. Se dopo un periodo di convivenza si sceglie il matrimonio, forse sarebbe meglio optare per il rito civile.

Mi vengono in mente, a questo proposito, le parole del cardinale Carlo Maria Martini, recentemente scomparso, pronunciate durante un’intervista raccolta da Padre Georg Sporschill, un confratello gesuita: “La Chiesa è indietro di 200 anni. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore.”

Il cardinale aveva a cuore particolarmente la questione della sessualità. Diceva che questa Chiesa troppo rigida e stanca ha bisogno di un rinnovamento. Un uomo di ampie vedute, non c’è che dire. Lui aveva capito che molti giovani e molte famiglie sono lontani dalla Chiesa, pur conservando interiormente una qualche parvenza di Fede, perché consci di non seguire i suoi dettami antiquati. E aveva capito che non ci si può aspettare che le nuove generazioni si accostino ai precetti religiosi che presuppongono una visione della vita così ristretta, ma che forse sarebbe necessario che la Chiesa vada loro incontro.

Senza voler sembrare irriverente, potrei dire che se Maometto non va alla montagna … Se non altro ci sarebbe più coerenza in certe scelte, senza predicare bene e razzolar malissimo.

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15 commenti »

  1. Diemme said,

    Cara Marisa, non mi pare che tu non sia d’accordo con me, visto che io condivido totalmente questa tua analisi.

    Probabilmente sono stata io a non essermi spiegata e comunque, per matrimonio religioso, non intendevo certo “in Chiesa”, visto che oltretutto con la Chiesa non ho proprio nulla a che scompartire.

    Intendevo piuttosto il senso religioso del matrimonio, il senso solenne dell’impegno, e su questo mi ripromettevo di scrivere qualcosa, anche sulla spinta di un’altra blogger in forte crisi matrimoniale.

    Bellissimo articolo! 😀

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  2. Stelio said,

    E’ tutto un malinteso.
    Parliamoci chiaro,il matrimonio propriamente detto non può che essere religioso, nella più osservante delle accezioni.
    Come diceva quella vecchia pubblicità: basta la parola. Matrimonio deriva da Mater, da cui maternità, Se ne desume che lo scopo ultimo del matrimonio, nonché dovere della donna, è quello di generare figli, mentre quello dell’uomo è di garantirne la sopravvivenza con mezzi adeguati, il patrimonio, da Pater.
    Solamente osservando il precetto religioso “crescete e moltiplicatevi” si può dar forma reale al termine “matrimonio”. Questa concezione del matrimonio è considerata l’unica accettabile tra molti popoli, anche cosiddetti civili, i quali prevedono il ripudio della consorte in assenza di procreazione.
    Nessuna cerimonia laica che sancisca l’unione di due (o più) persone, prevede una tale induzione alla procreazione, e pertanto non può minimamente essere definita un “matrimonio”.
    Bade bene che nel termine “religione” non comprendo solamente ciò che attiene all’adorazione di una o più divinità, bensì anche a tutte le attività umane svolte in cieca osservanza di un simbolo, sia esso una persona, una bandiera, un libro, un partito, un feticcio, un’utopia.
    Perciò anche una rito civile nel quale hanno capitale importanza la burocrazia, la forma, il contratto, l’usanza, il conformismo, è “di fatto” religioso.
    Se le leggi dello stato non prevedono il matrimonio tra due persone dello stesso genere, è perché la “religione” legislativa ha la necessità di rituali e limiti accettati acriticamente, in quanto conformi (presumibilmente) al comune sentire, inventa usanze atte a generare una falsa sensazione di diritto, libertà e autocoscienza, e fine ultimo, di superiorità civile.
    Nella realtà attuale, quella dove le donne (finalmente!) hanno la possibilità di sostenersi, e gli uomini (non tutti) sanno lavarsi un paio di mutande, il matrimonio non dovrebbe essere null’altro che qualcosa di folcloristico, una festa sincera, informale. Basta coi vestiti lunghi (bianchi e neri), cortei, abbuffate, sfarzo, solennità e prosopopea. Niente liste di oggetti inutili obbligatoriamente regalati, niente auguri di felicità eterna (primo, è impossibile, se non addirittura deleteria, secondo, la serenità basta e avanza), niente viaggio di nozze polinesiano o caraibico (che si conoscano prima un po’ meglio e poi che si gustino un bel viaggio per rompere l’inevitabile tran tran), niente promesse velleitarie, niente suggelli di dubbia divinità, niente pretese tribali.
    Allora sì che l’unione di due persone (di qualsiasi genere) sarebbe libera e cosciente, superando (volando in alto) il punto di vista di chi si augura che “due carni diventino una sola, che si diventi l’uno parte dell’altra e che il legame sia indissolubile”. A costoro dico che per raggiungere un tale traguardo carnale basterebbe buttarsi assieme sotto a un Eurostar in piena velocità.
    E’ ovvio che, fin dai tempi dei giuramenti dinnanzi alla statua di Giove, l’istituto del matrimonio è stato intriso di ipocrisia, violenza, interesse, sopraffazione, tradimento. Non per questo, noi, duemila anni dopo, dovremmo perpetrare delle sclerotiche usanze misogine, fossilizzarci in rituali a cui nessuno crede più (e forse mai aveva creduto), continuare a negare la realtà di amori per noi incomprensibili, delegare la fiducia e il rispetto reciproco a istituzioni dogmatiche interessate solamente alla loro sopravvivenza (dorata), continuare a vedere nel matrimonio una cerimonia, mentre in realtà è un processo.
    Quanto alla genitorialità di due (o più) persone dello stesso genere, avremmo di che discutere. Sarebbe il caso di tirare in ballo i padri cronicamente assenti, le madri iperprotettive, i genitori che vogliono un loro clone, quelli distratti da altre cose, la carriera, i soldi, il gioco, le famiglie nelle quali la convivenza è solamente una tregua armata, il genitori protoplasmatici e bidimensionali, gli ambiziosi per procura, quelli violenti, capaci di arrivare fino allo stupro, tutte famiglie rigorosamente eterosessuali, e perciò conformi alle “religioni”, sante o secolari che siano, Mulino Bianco compreso.
    Panta rei…

    🙂

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  3. Diemme said,

    @Stelio: eccezionale veramente! Se un giorno riuscirò a scrivere quel famoso articolo che è nella mia mente su cosa intendevo con solennità del matrimonio, anzi, cosa intendevo per matrimonio religioso, sicuramente riprenderò le tue parole.

    Solo una cosa: che significa “genitori protoplasmatici e bidimensionali”?

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  4. lilipi said,

    Penso che un matrimonio sia un atto importante, compiuto da due persone che decidono di condividere la vita. Se gli sposi sono credenti e sentono di appartenere ad una comunità religiosa, si comprende che vogliano esprimere le promesse reciproche davanti a Dio; se così non è, mi sembra più coerente che si sposino solo civilmente, e ciò non toglie nulla al valore
    del loro legame, che deve essere fondato sull’amore inteso non solo come passione,ma anche sul volersi bene reciprocamente, cioè sul volere ciascuno il bene dell’altro: E questo perchè la passione può durare poco o attraversare periodi di crisi, ma si può restare insieme se ci sono altri elementi :la stima, il modo di vedere il mondo e di affrontare la vita…Il matrimonio non è un traguardo, bensì un punto di partenza e dura solo se ci si impegna per tenerlo vivo.Se invece tutto questo appare troppo gravoso, allora è meglio non sposarsi.Purtroppo ancora oggi molti si sposano perchè scambiano per amore quella che è solo un’attrazione fisica; o per paura della solitudine ; o perchè si vogliono dei figli ;o perchè “così fan tutte”; e col tempo i nodi vengono al pettine.Certo a volte falliscono anche unioni nate sotto i migliori auspici, ma sono casi più rari.In ogni caso si dovrebbe riflettere prima di una separazione, specie se ci sono figli,a meno che non ci siano adulterio oppure violenze fisiche e/o psichiche, cioè motivi che rendono un inferno la vita insieme.Credo che l’educazione ad un eventuale matrimonio debba cominciare dalla più tenera età, insegnando a rispettare gli altri e a comprendere i propri sentimenti ed impulsi ; inoltre il “fidanzamento” dovrebbe veramente essere un periodo in cui si dialoga e ci si conosce veramente(spirituamente più che carnalmente). E sarebbe auspicabile “ridimensionare”la celebrazione di un matrimonio,rendendola meno dispendiosa e stressante,così da evitare che siano messi in ombra fattori ben più importanti

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  5. Stelio said,

    @ Diemme
    Il protoplasma è quella sostanza colloidale che costituisce le nostre cellule.
    Bidimensionali perché non hanno spessore.
    In pratica sono degli esseri viventi (protoplasmatici) ma senza gran consistenza, e per giunta evanescenti quanto un’immagine (bidimensionale).
    Visti di fronte sembrano a posto, ma se li guardi di lato oppure ne saggi la resistenza, praticamente non esistono.
    🙂

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  6. Diemme said,

    Ah, capisco… io ci ho fatto un figlio (anzi una figlia) con uno così! :mrgreen:

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  7. marisamoles said,

    @ Diemme

    Sì, lo so che tu con la Chiesa non c’entri nulla. Scusami ma ho scritto “matrimonio in Chiesa” per non ripetere “religioso” (tipica mania delle prof di lettere quella di evitare le ripetizioni lessicali 🙂 ).

    In ogni caso, se intendi per “religioso” qualcosa di solenne, onestamente non vedo nessuna differenza con il rito civile. Almeno per noi Cristiani e Cattolici, il termine fa riferimento ad una serie di precetti che bisogna osservare se ci si considera dei veri credenti. Altrimenti, se non si ritiene che la religione sia una guida per una coppia che vuole definirsi “sposata”, mi sembra incoerente scegliere il rito in Chiesa.

    Questa ero il senso del mio post, senza alcuna intenzione di sminuire il rito civile che impegna allo stesso modo gli sposi. Tant’è che, attraverso il Concordato, il matrimonio celebrato davanti ad un sacerdote è automaticamente valido per lo Stato.

    @ Stelio

    Apprezzo, come sempre, il tuo intervento ma non sarei d’accordo sul fatto che sia “tutto un malinteso”.
    L’etimologia del termine “matrimonio” vale allo stesso modo per il rito religioso e per quello civile. Infatti, anche con il rito civile i diritti e i doveri dei coniugi sono gli stessi, specie per quanto attiene l’art. 143 e 147 del CC.

    Concordo sul fatto che sarebbe ora di dire basta a tutte quelle consuetudini costose che poco hanno a che vedere con la felicità degli sposi.
    Per il resto, come ho detto a Diemme, lo scopo del post era solo quello di mettere in risalto lo scarso valore che i giovani che decidono di sposarsi con rito religioso danno alla Chiesa e ai suoi precetti. La maggior parte non frequenta la chiesa né prima né dopo, così come sono tanti i genitori che accompagnano i figli la domenica a messa fermandosi sull’uscio, affidando la prole comunicanda alla catechista e facendosi un giro in centro per la durata della funzione. Visto con i miei occhi.
    Tanto vale, meglio fare come mia nipote che, seppur cresciuta in una famiglia direi quasi bigotta e avendo fatto lei stessa la catechista, ha deciso di convivere, poi sposarsi solo civilmente, e di non battezzare i figli. Meglio la coerenza che l’ipocrisia.

    @ lilipi

    Condivido pienamente la tua riflessione. L’unica osservazione che mi sento di fare è che non sempre il matrimonio, sia esso celebrato in chiesa oppure in una sala comunale, viene preso alla leggera e non credo che ci sia una reale differenza, in termini di impegno, rispetto, assunzione delle responsabilità tra un rito e l’latro. Il fatto che i matrimoni falliscano è a volte determinato da fattori imprevedibili e, specie quando le coppie non percorrono assieme quel cammino di fede di cui parlo nel post, non c’è vincolo sacro che tenga: la separazione è inevitabile.

    @ Stelio

    Caspita, fosse vivo Pirandello, ne scriverebbe un romanzo. 🙂

    @ Diemme

    😀

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  8. Diemme said,

    Marisa, il matrimonio celebrato con rito cattolico è religioso, ma non è sempre vero il contrario. Scusami, sarò di parte, ma su questa storia religioso=cattolico, credente=cattolico, antiabortista=cattolico, che poi è la tendenza comune di pensiero in Italia sono un po’ urtata, Il cattolicesimo non è LA religione, è UNA religione, una delle tante.

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  9. marisamoles said,

    Cara Diemme, mi dispiace che tu abbia male interpretato il mio pensiero. Sono perfettamente consapevole che la religione cattolica non sia l’unica religione e che i riti nuziali siano presenti in tutte le religioni. Ma io mi riferivo al tema del post, ovvero la poca coerenza che esiste tra il contrarre il matrimonio religioso e l’osservanza della religione cattolica. Solo in quest’ambito era calata la mia riflessione.

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  10. lilipi said,

    Forse non mi sono espressa bene,quindi chiarisco.Anch’io penso che molti affrontino il matrimonio con serietà,sia esso concordatario che solo civile. Però è pur vero che ci sono persone che si sposano senza rendersi conto che il matrimonio,per durare,richiede amore, comprensione e anche sacrifici, qualora sopraggiunga la “cattiva sorte”.Queste persone farebbero bene a non sposarsi e a vivere il loro rapporto senza legami vincolanti,finché dura. Circa le separazioni, è vero che a volte sono dovute al sopraggiungere di fattori imprevedibili, ma in altri casi già prima delle nozze c’erano elementi che rendevano prevedibile una futura separazione e che gli sposi hanno sottovalutato. E,per finire,ecco due detti sull’argomento:”L’amore non è cieco, ma presbite :vede i difetti man mano che si allontana”.”Ci si sposa per scarsa esperienza,ci si separa per scarsa pazienza, ci si risposa per scarsa memoria”.
    Buon fine settimana

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  11. Diemme said,

    Su quello ti do perfettamente ragione, la tua analisi è stata puntuale e perfetta.

    Ho conosciuto gente che ha giurato fedeltà davanti a Dio con l’amante tra gli astanti… e ho detto amante, non ex-amante!

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  12. Alberto said,

    Bé, io sono all’antica, io credo che ci si dovrebbe accoppiare a vita, come i piccioni o i cattolici.
    (ok, ok… non è mia , è di Woody Allen).

    Mi piace

  13. marisamoles said,

    @ Alberto

    Sinceramente il paragone con i piccioni mi fa un po’ senso. Comunque, come si fa a contraddire Woody Allen?

    Mi piace

  14. paolo said,

    Condivido in tutto e per tutto quello che dice lilipi, infatti sono convinto che oggigiorno troppe persone si sposano in chiesa, davanti a Dio, e ribadisco con forza, DAVANTI A DIO, senza sapere quello che stanno facendo.

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  15. marisamoles said,

    @ Paolo

    Credo che fra le righe del mio post si leggesse lo stesso pensiero. Altrimenti mi dispiace, forse non sono stata chiara.

    Grazie per essere passato a trovarmi.

    Mi piace


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