10 settembre 2012

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA: VOI VE LO RICORDATE?

Posted in bambini, famiglia, figli, scuola, Trieste tagged , , , , , , , a 3:40 pm di marisamoles


Ricordo ancora il mio primo giorno di scuola. Intendo il primo giorno in cui ho varcato il cancello della scuola elementare (oggi detta primaria), perché non ho avuto la fortuna di frequentare l’asilo (ovvero la scuola materna, oggi detta “dell’infanzia”).

Ricordo l’atrio dell’edificio, enorme ai miei occhi di bimba seienne. Con quel busto di bronzo raffigurante un uomo a me sconosciuto (e che comunque è rimasto tale per tutti i cinque anni di frequenza), cui era intitolata la scuola. Ferruccio Dardi. Sì, perché allora le scuole avevano un nome, ciascuna il proprio. Ora ci sono gli istituti comprensivi e di norma le scuole vengono identificate con il nome della via o della piazza in cui è ubicata quella da cui dipendono tutte le altre. Se fosse stata in vigore questa consuetudine anche allora, la mia scuola si sarebbe chiamata “di via Giotto“, il che mi sarebbe parso vantaggioso perché almeno di Giotto avevo sentito parlare. Non che conoscessi le sue opere, intendiamoci, ma conoscevo benissimo i “suoi” pastelli.

Ricordo tutti i bambini, femmine a destra e maschi a sinistra (le classi erano rigorosamente formate in base al sesso, i maestri avevano solo maschi, le maestre solo femmine), ciascuno accompagnato dalla mamma. I papà a quei tempi tenevano altro cheffà. Davanti al busto del Dardi più conosciuto (il meno conosciuto era il mio pediatra che, però, non aveva intitolata alcuna scuola e poi a me stava sinceramente antipatico, non che quel busto bronzeo mi stesse più simpatico, intendiamoci), in piedi, con atteggiamento militaresco, stava il direttore, che allora si chiamava così, non dirigente scolastico come ora. Eppure aveva il potere di zittire tutti. Oggi, invece, i dirigenti scolastici non hanno il potere di zittire gli allievi, figuriamoci i genitori. Zittiscono, però, molto bene i docenti. Da ciò si intuiscono i rapporti di forza nella scuola italiana moderna.

Non ricordo il discorso del direttore. Ero troppo intenta a guardare le altre mamme. La mia era indubbiamente bellissima ma a me sembrava decisamente troppo vecchia. Aveva allora 35 anni, 36 da compiere a dicembre, ma le altre erano tutte più giovani, la maggior parte non arrivava a 30 anni. Altri tempi, decisamente.

Non ricordo nemmeno il passaggio dall’atrio enorme all’aula. Ho un vuoto di memoria. Immagino fossi sotto scorta della maestra, so solo che in quell’aula alle mamme non fu permessa l’entrata. Io non me ne curai, nel senso che non vedevo l’ora di iniziare la scuola ed ero sicura che non avrei minimamente sentito la mancanza della mamma. Volevo essere indipendente. Purtroppo compresi ben presto che continuavo a dipendere da qualcuno: la maestra era severa, dettava legge e soprattutto disegnava circonferenze minacciose con la sua bacchetta mentre ci spiegava per bene tutti i doveri che frequentare la scuola elementare comportava. Di diritti nemmeno se ne parlava, ovviamente. Nemmeno quello di fare la pipì quando scappava perché bisognava attendere la bidella (ora collaboratrice scolastica) in quanto da sole al bagno non ci potevamo andare. Erano i tempi in cui tutti conoscevano la barzelletta di Pierino che, avuto il divieto di andare ai servizi e interrogato dalla maestra su dove si trovasse il lago di Garda, rispose: “Sotto il mio banco, signora maestra”. Chi almeno una volta aveva avuto il divieto di andare a fare la pipì quando c’era la necessità impellente non rideva mai.

Signora maestra, certo. La mia era nubile quindi dovevamo rivolgerci a lei con “signorina maestra”, ché l’età non contava, contava il fatto che non avesse conosciuto uomo. E le davamo del lei, non come i bambini di oggi che si prendono delle confidenze con gli adulti a partire dal primo giorno di scuola materna.

Ricordo anche un enorme albero di cachi che si ergeva quasi fino al terzo piano dell’edificio. Quando nel passaggio dal pianerottolo fra il secondo e il terzo la sua chioma iniziava a scomparire, togliendoci alla vista i suoi meravigliosi frutti arancione, significava che eravamo arrivati quasi all’aula, per iniziare la nostra giornata di lezione. Non so perché ma non sopporto i cachi, eppure la scuola mi è sempre piaciuta.

Ricordo anche il grembiulino (certo, allora era obbligatorio mentre ora sembra quasi dittatoriale la proposta di farlo indossare ai bambini, roba da fascisti, insomma), bianco con il fiocco a quadretti bianchi e blu. Ogni sezione aveva il suo fiocchetto, così ci distinguevamo tutti/e e se qualcuno combinava qualche guaio, si sapeva subito almeno a quale sezione apparteneva. Roba che i Ris ci facevano un baffo.

E voi, come ve lo ricordate il primo giorno di scuola? Avete voglia di raccontarmelo?

[nell’immagine: un angolo del cortile della mia vecchia scuola da questo sito]

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20 commenti »

  1. Diemme said,

    Bellissimo questo tuo viaggio nella memoria, che poi è un viaggio in un’epoca ben diversa dall’attuale, usi e costumi che i nostri figli si sognano, e bellissima l’idea di chiamarci tutti a raccolta a raccontare.

    Io di me ricordo poco o niente, ma sicuramente parteciperò, e voglio raccontare anche quello di mia figlia di primo giorno di scuola (per la verità, tanti primi giorni…).

    Se manco all’appello, o come dire, se entro un paio di giorni, tre al massimo, non avrò fatto il mio dovere, vienimi a tirare le orecchie e a richiamarmi all’ordine, sei autorizzata!

    Voglio anche scrivere due righe sul mio blog per allargare l’invito a partecipare a questa tua iniziativa, ma al momento sono sotto pressione (ma va?) e pure di pessimo umore causa Attila (ma rivà?).

    Un abbraccio.

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  2. marisamoles said,

    Non ti preoccupare, ti do tempo fino all’età pensionabile. 😉

    Contraccambio l’abbraccio.

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  3. lilipi said,

    Io ricordo molto poco: a scuola mi accompagnò papà perchè mia madre era impegnata con mio fratello, di 6 mesi. Siccome eravamo in un paese, la scuola era piccola,con due sole prime classi,cioè una maschile e una femminile Neppure io avevo frequentato la scuola materna ed ero timidissima e molto confusa; mi sedetti al primo banco perchè mi sembrò che la maestra mi avesse indicato quel posto,ma in seguito ho avuto il dubbio che non fosse così.La maestra era sposata, anziana,autorevole senza essere autoritaria,brava.In poco tempo mi ambientai così bene con le compagne ,che la prima volta che mio padre andò a parlare con la maestra questa gli disse(ma scherzando):”Era meglio quando era timida!”

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  4. Diemme said,

    100 anni? Mi servirà molto meno! 😆

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  5. Diemme said,

    Io non ricordo il primo giorno delle elementari, forse della materna, per quanto sia stata facilitata dal fatto che la pioniera era stata mia sorella, di due anni più grande, nella cui stessa classe andai.

    La mia maestra elementare pure era “signorina”, ma sempre chiamata “signora maestra”, ed era dolcissima, molto brava, e adorava noi bambini (me di più 😉 ).

    Le classi, che ve lo dico a fare, maschili e femminili separate, il mondo dei maschi era (e così sarebbe rimasto per tutta la vita 😉 ), un mondo lontano e ignoto.

    A mia figlia tentai di far fare la primina, perché veramente meritava, ma le capitò una pazza furiosa che era contraria, e il suo scopo principale fu quello di umiliarla e farla sentire fuori posto. Se la prendeva pure con me tramite lei (per esempio dicendole in classe, e davanti a tutti “Ma non lo sa tua madre che questo non è il tuo posto, che qui non ci devi stare?”). La bambina a momenti mi ci si ammalava, e così fui costretta a toglierla, non prima di avergli mandato i carabinieri e averli costretti a restituirmi fino all’ultima lira.

    A questo proposito ricordo che provarono a balbettare un “Parliamone”, ma io con gli occhi di bragia replicai sibilando “Non c’è niente di cui dobbiamo parlare”.

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  6. Ricordo un androne pieno zeppo di persone, tra maestre, mamme, papà e bambini. La direttrice chiamava con il microfono i nomi dei provetti alunni, i quali, una volta presentatisi davanti a lei, sarebbero stati assegnati alle rispettive maestre. Quando udii il mio nome, mi aggrappai alla gamba di mamma (in quel tempo le arrivavo precisa precisa alle ginocchia) con tutta la forza che avevo in corpo e mi rifiutai di andare. In qualche modo mamma deve avermi convinta, perchè ricordo che mi avvicinai alla maestra che mi era stata indicata e ritirai dalle sue mani un petalo di fiore fatto con il cartoncino giallo, il quale recava scritto il mio nome. Mi misi in fila con i bambini che erano già stati chiamati e notai che ognuno di loro stringeva in mano un petalo di cartone con il rispettivo nome. Solo quando entrai in classe capii che quei petali avrebbero dato vita ad un fiore: lo attaccammo alla parete e lo mantenemmo lì fino al giorno in cui non ci cambiarono classe. Lo ricordo vividamente, potrei anche disegnarlo. Non so per quale motivo mi rimase così impresso, sta di fatto che quando ripenso al mio primo giorno di scuola (scuola elementare, ho dimenticato di scrivere) mi rivedo con questo petalo in mano, un po’ intimorita ed un po’ confusa, che guardo verso l’alto la direttrice come se dovessi fissare la cima di una montagna, mentre evito abilmente gli sguardi dei miei compagni. Eh sì, sono sempre stata timida, specialmente da piccola. Ora diciamo che la mia timidezza si è trasformata in riservatezza, però non sono una che attacca subito bottone…

    Grazie per questo post, Marisa. Mi ha permesso di rievocare momenti che serbo nel cuore ma che raramente vado a disturbare.

    Un abbraccio

    Scrutatrice

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  7. Elena said,

    Io mi ricordo piccina e intimorita dietro ad un banco che mi sembrava enorme e con una maestra (vecchietta) mooolto severa. Ricordo anche il 1 giorno di scuola di mia figlia…con le lacrime agli occhi!

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  8. espress451 said,

    Mi sembra di vederti, cara Marisa… Quella bimbetta che già in quella foto in bianco e nero al telefono promette uno sguardo curioso sul mondo…
    A presto, Ester.

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  9. marisamoles said,

    @ lilipi

    Li vedo ancora quegli allievi timidi all’inizio che poi si sbloccano … e il mio pensiero è esattamente quello della tua maestra.

    Bel ricordo, grazie.

    @ Diemme

    A proposito di “primine”, in seconda arrivò una bimbetta timidissima (ora ho scoperto che fa l’attrice … chi l’avrebbe mai detto!) che, però, fu accolta benissimo dalla mia maestra. Ma un perché c’era: si trattava della figlia del collega maestro con cui la mia era in grande confidenza (non fraintendere: lei poteva avere 60 anni, lui 35). Quindi, al contrario di ciò che avvenne nella tua scuola, almeno per noi non c’era la netta separazione tra maschi e femmine perché la mia maestra e il maestro -papà spesso facevano lezione a classi aperte. In questo devo dire che erano all’avanguardia. In più, tenere tranquilli una quarantina di bambini apparentemente non era cosa facile. Ma erano anche altri tempi, come s’è già detto.

    Grazie anche a te per il tuo gradito contributo.

    @ Scrutatrice

    Be’, i tuoi ricordi sono almeno più recenti! Bellissima l’idea del fiore.
    Anche tu timida? Eppure appartieni ad un’altra generazione. Ma è anche vero che in certe situazioni la timidezza, almeno all’inizio, è d’obbligo.

    Grazie a te per il piacevolissimo contributo.
    Un abbraccio e buona notte.

    @ Elena

    Pensavo prima che invece io del primo giorno di scuola dei miei figli non ho ricordi particolari. Ricordo la fotografia che mio marito scattò a noi tre (io e i bambini) sulla scalinata della scuola, credo in occasione del primo giorno del secondogenito: il primogenito aveva un’espressione così seccata che non ho mai capito se il motivo fosse la foto in sé (non gradiva particolarmente mettersi in posa) o il fatto che a lui non l’avessimo scattata la foto di rito. Pensa, non ricordo nemmeno questo! Che mamma smemorata.

    Grazie anche a te per i bei ricordi.

    @ Ester

    Ma davvero nella foto do l’idea di essere curiosa? Effettivamente lo sono sempre stata. Ho amato la scuola fin dall’inizio (anche se ho avuto i miei momenti no, sempre in concomitanza con le varie fasi di crescita) ed è vero, sono sempre stata curiosa di conoscere, di sperimentare, di fare le cose da sola. Guai se qualcuno mi aiutava! A parte i centrini all’uncinetto che, da brave bambine, dovevamo imparare a fare. Lì mi aiutava mia mamma, altrimenti detta “mani di fata”. Alla fine di ogni anno facevamo una mostra in classe, aperta a tutti i genitori, amici e parenti. Io ero sempre molto orgogliosa quando la gente si fermava davanti al mio banchetto ad ammirare le “mie” creazioni. Però sapevo che il merito non era tutto mio.

    Un abbraccio.

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  10. rosalba said,

    io non ricordo molto del mio primo giorno di scuola elementare, ma ricordo che era nella tua stessa scuola. Ricordo anche il nome della mia maestra e proprio in questi giorni sto facendo una accurata ricerca su di lei per sapere che fine ha fatto. Ciao

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  11. Alberto said,

    Io me lo ricordo ma preferirei dimenticarlo… che “fifa” ragazzi !

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  12. Valentino said,

    Cara @Marisa
    Non potrei mai ricordare il primo giorno di scuola senza riportare i miei pensieri verso uno dei più grandi scrittori della mia infanzia. Uno che a me, col mio cuore di bambino faceva tanto sospirare e piangere.

    “Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione Baretti a farmi inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente che il bidello e la guardia civica duravan fatica a tenere sgombra la porta. Vicino alla porta, mi sentii toccare una spalla: era il mio maestro della seconda, sempre allegro, coi suoi capelli rossi arruffati, che mi disse: – Dunque, Enrico, siamo separati per sempre? – Io lo sapevo bene; eppure mi fecero pena quelle parole. Entrammo a stento. Signore, signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne, serve, tutti coi ragazzi per una mano e i libretti di promozione nell’altra, empivan la stanza d’entrata e le scale, facendo un ronzio che pareva d’entrare in un teatro. Lo rividi con piacere quel grande camerone a terreno, con le porte delle sette classi, dove passai per tre anni quasi tutti i giorni. C’era folla, le maestre andavano e venivano. La mia maestra della prima superiore mi salutò di sulla porta della classe e mi disse: – Enrico, tu vai al piano di sopra, quest’anno; non ti vedrò nemmen più passare! – e mi guardò con tristezza. Il Direttore aveva intorno delle donne tutte affannate perché non c’era più posto per i loro figliuoli, e mi parve ch’egli avesse la barba un poco più bianca che l’anno passato. Trovai dei ragazzi cresciuti, ingrassati. Al pian terreno, dove s’eran già fatte le ripartizioni, c’erano dei bambini delle prime inferiori che non volevano entrare nella classe e s’impuntavano come somarelli, bisognava che li tirassero dentro a forza; e alcuni scappavano dai banchi; altri, al veder andar via i parenti, si mettevano a piangere, e questi dovevan tornare indietro a consolarli o a ripigliarseli, e le maestre si disperavano. Il mio piccolo fratello fu messo nella classe della maestra Delcati; io dal maestro Perboni, su al primo piano. Alle dieci eravamo tutti in classe: cinquantaquattro: appena quindici o sedici dei miei compagni della seconda, fra i quali Derossi, quello che ha sempre il primo premio. Mi parve così piccola e triste la scuola pensando ai boschi, alle montagne dove passai l’estate! Anche ripensavo al mio maestro di seconda, così buono, che rideva sempre con noi, e piccolo, che pareva un nostro compagno, e mi rincresceva di non vederlo più là, coi suoi capelli rossi arruffati. Il nostro maestro è alto, senza barba coi capelli grigi e lunghi, e ha una ruga diritta sulla fronte; ha la voce grossa, e ci guarda tutti fisso, l’un dopo l’altro, come per leggerci dentro; e non ride mai. Io dicevo tra me: – Ecco il primo giorno. Ancora nove mesi. Quanti lavori, quanti esami mensili, quante fatiche! – Avevo proprio bisogno di trovar mia madre all’uscita e corsi a baciarle la mano. Essa mi disse: – Coraggio Enrico! Studieremo insieme. – E tornai a casa contento. Ma non ho più il mio maestro, con quel sorriso buono e allegro, e non mi par più bella come prima la scuola. ”

    Edmondo de Amicis, Primo giorno di scuola.

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  13. keypaxx said,

    Primo giorno di scuola?!? ma è stato… secoli fa.
    ;-P
    Però lo rammento bene; ansia, timore, senso di smarrimento… tutte cose che, bene o male, in misura minore o maggiore, si affrontano sempre con le novità della vita.
    Un sorriso a te per la giornata.
    ^___^

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  14. marisamoles said,

    @ Rosalba

    Ma che piacere incontrare una triestina che ha frequentato la mia stessa scuola!
    La mia maestra si chiamava Alberta ed era già piuttosto anziana allora. So che è scomparsa da molto tempo.

    Torna a trovarmi, se ti va. 🙂

    @ Alberto

    Dai, racconta. Sono curiosissima! 🙂

    @ Valentino

    Ora dirò una cosa che farà scandalizzare tutti: non ho mai letto completamente il libro Cuore … mi sono sempre stufata prima di arrivare a metà. So che per una prof è una grave lacuna, cercherò di rimediare. 😉

    Grazie per il brano che hai voluto riportare.

    @ keypaxx

    Anche il mio è stato secoli fa, non ti preoccupare. Forse anche più secoli per me che per te. 😉

    Ma ero l’unica a non essere intimorita e in ansia?!

    Un sorriso anche a te. Grazie per essere passato di qua e buona giornata.

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  15. Trutzy said,

    Ciao, anche io indossavo il grmbiulino e la mamma mi ci faceva dei ricamini vicino al colletto!

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  16. Carissima Marisa, davvero una splendida idea questo tuo post, ma anche bello come sei riuscita a riportare quelle tue sensazioni ed esperienze, tanto da farsi leggere come un bel racconto!
    Immagino che tu sia ancora giovane, però rimango stupito da tutti i particolari che riesci a ricordare, perchè io di quel giorno non ricordo proprio nulla e non posso certo far ricostruzioni da come so di esser stato allora, un timido, che all’asilo ci è andato pochi giorni tribolati, che deve sicuramente aver sofferto quel distacco!
    Non è il ricordo di un giorno, ma di un intero anno, ed è l’affetto della maestra e per la maestra, che mi aveva dato tutti 10 in pagella.
    Ma è poco, come lo sono i vari flash di quei cinque anni, episodi a metà fra l’esperienza in classe e quello che avveniva prima e dopo.
    Chissà, dicono che con l’avanzare dell’età si tende a ricordare le cose ed i fatti di gioventù, magari sarà per me la volta buona per ricordare anche questo giorno speciale della mia vita!
    Complimenti per il post cara Marisa, ed ancora buon inizio di scuola!

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  17. maryonn said,

    Non ricordo il mio primo giorno di scuola, ma ricordo benissimo il primo giorno di scuola di mia figlia che ora ha 26 anni. Eravamo emozionate noi mamme, i bambini e la maestra, che iniziava proprio quel giorno ad insegnare.
    Un gran bel ricordo.
    Della mia esperienza delle elementari ricordo la maestra, molto buona e disponibile, aveva l’età di mia nonna ed era signorina.
    Abitava a Venezia e faceva su e giù da Venezia a Mestre ((dove abitavo all’epoca) ogni giorno.

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  18. marisamoles said,

    @ Trutzy

    A parte che è comodo, il grembiulino è pure bello! Brava la tua mamma a personalizzarlo con un ricamo.

    Ciao e buona notte.

    @ Sergio

    Quando vado al supermercato per comprare il latte, esco con una borsa piena e … senza latte! Insomma, sono proprio una smemorata. 😦
    Evidentemente, anche se effettivamente sono ancora giovane (comunque non tanto più giovane di te!), riesco a ricordare meglio eventi del passato piuttosto che le cose più recenti. proprio come i vecchi. 😦 Se tu non ci riesci ancora, sei fortunato.

    Grazie per aver accolto il mio invito. Sono contenta che tu abbia apprezzato il mio post.

    Un caro saluto e buona notte.

    @ maryonn

    Le maestre di un tempo si assomigliavano tutte. Molte non erano sposate proprio per dedicarsi completamente all’insegnamento. Quando ancora era una missione vera e propria.

    Grazie per essere passata a trovarmi. Una abbraccio e buona notte.

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  19. giacco_rimini said,

    16 settembre 1996…..rullini Kodak pieni di fotografie alcune non le abbiamo sviluppate mai perchè non siamo mai arrivati a 36. Ore 8:20,mia “madre” con mio fratellastro nel pancione mi svegliò e mi vestì in fretta e furia e mi portò a scuola già appena in tempo x la Campanella. Poi ci fecero sedere in cerchio e ci fecero cantare ad ognuno una canzone e io cantai “una canzone d’amore” e poi ci presentarono i personaggi del nostro libro dopo le foto di rito. Poi sui banchi ci fecero sedere ed io mi sedetti vicino a uno di quelli ke poi sarebbero stati gli amici ke mi hanno accompagnato tutta la mia vita,anche dopo che nel 2003 mi sono trasferito da Falconara Marittima a Rimini dove vivo ora. Ricordo ke l’altro si divertiva a giocare con le scarpe del mio compagno di banco premendo il tasto ke diceva sempre Bull Boys così ke lo misero il giorno dopo già nell’altra sezione. Oggi sono felicemente fidanzato con una anconetana e mi diverto a raccontare i tempi della scuola e spero un giorno di scriverci un libro

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  20. marisamoles said,

    @ giacco_rimini

    Che bei ricordi! Ora la scuola è quasi finita ma la memoria non ha scadenza. 🙂

    Il difficile non è scrivere un libro, è farselo pubblicare.
    In bocca al lupo!

    Mi piace


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