LIBRI: “I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI” di ERRI DE LUCA

Erri De Luca, napoletano classe 1950, è uno scrittore e giornalista che ha al suo attivo più di cinquanta titoli tra romanzi e saggi, raccolte di poesie, opere teatrali e traduzioni. Da Giorgio De Rienzo, critico letterario del Corriere della Sera, è definito “lo scrittore del decennio”. Uno scrittore che inizia a pubblicare tardi, a quarant’anni, e nei suoi romanzi raccoglie spesso ricordi di vita passata, specie quelli relativi all’infanzia trascorsa all’ombra del Vesuvio da cui appena diciottenne si allontana per motivi di lavoro. Prima di dedicarsi alla narrativa De Luca svolge svariati lavori e partecipa attivamente alla vita politica degli anni Settanta, in pieno fermento postsessantottino.

I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli, 2011) mi ha colpito per la frase di copertina: “Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro”, tuttavia la decisione di leggere questo breve ma intenso romanzo è stata determinata da ciò che ho letto sulla quarta: “… Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accade il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano”. Il fascino irresistibile, almeno per me, dell’etimologia non mi lascia scelta: quel libro è mio.

È la storia di un bambino di dieci anni – l’autore stesso – che al mare, d’estate, incontra una ragazzina di poco più grande e rimane colpito da lei. Non sa se è amore, piuttosto è crescita, quella interiore perché il corpo rimane sempre indietro.

La guardavo e mi accorgevo che era così. Era una donna, la prima che emergeva da quella folla che non mi interessava. Altre volte ho riavuto la sorpresa di una donna che avanzava verso di me e il resto intorno andava fuori fuoco. (pag. 59 dell’edizione economica 2012)

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava. (pagg. 101-102 )

L’estate di cinquant’anni prima vede il ragazzino immerso nel mondo semplice dei pescatori campani, nella curiosità di leggere per imparare a vivere, nell’abilità con cui trova le soluzioni ai cruciverba e ai rebus. L’estate di un ragazzino solitario che vede nella ragazzina del nord, sua vicina di spiaggia, la stessa voglia di isolarsi, immersa nella lettura, noncurante dei giochi stupidi dei coetanei. Per questa affinità tra i due, il fatto che lei scelga proprio lui e non altri, magari più svegli e già in preda ai primi turbamenti d’amore, scatenerà la lotta tra due mondi così diversi dalla quale lui, con l’aiuto di lei, che lo tiene per mano, uscirà vincitore.

È anche un’estate passata lontana dal padre, emigrato in America in cerca di lavoro. Un’estate fatta di decisioni difficili dalle quali il bambino cerca di stare lontano, pur consapevole che la “perdita” del padre (ma in realtà la sua lontananza) avrebbe avuto su di lui delle conseguenze irreparabili:

Crescere senza di lui? Sarei venuto storto, avrei cercato di appoggiarmi a un muro come un rampicante che altrimenti striscia. (pag. 92)

E così la narrazione continua intrecciando ricordi lontani, quelli di un bimbo che vuole crescere ma il suo corpo no, e quelli più vicini, di un uomo che deve fare ancora delle scelte, a volte difficili. Il tutto condito dalle splendide immagini della vita laboriosa dei pescatori dell’isola, delle cose semplici come gli spaghetti al pomodoro e basilico e la pizza alla marinara, i cui odori e profumi sembrano uscire dalle parole stesse del racconto.

Lo stile di De Luca è, infatti, molto lirico, seppur semplice e a volte vicino al parlato, senza tuttavia scivolare spesso nella parlata napoletana, se non per evocare immagini particolarmente colorite. Una lettura gradevole, certamente non impegnativa. Un romanzo che, pur nella sua scorrevolezza e bellezza non banale, non può essere considerato un esempio di alta letteratura.

Una curiosità particolare me l’ha destata il titolo. Che siano citati i pesci mi sembrava normale, visto che fin dalle prime pagine il mondo in cui il racconto è calato è quello dei pescatori. Ma non capivo il nesso tra il contenuto della narrazione e gli occhi dei pesci. Finché, al momento del primo bacio fra i due ragazzini, lei non lo rimprovera perché non chiude gli occhi. E continuerà a farlo in seguito:

“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.” (pag. 112)

Allora il titolo va letto come se tra l’articolo e il nome si formasse una sola parola di tre sillabe con l’accento sulla penultima. Ipèsci non chiudono gli occhi. I bambini di dieci anni, che in poche settimane d’estate assistono ad una crescita interiore a scapito di un corpo che rimane indietro, , li devono proprio chiudere gli occhi, quando baciano.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

MA CAPITANO TUTTE A ME?

Dopo l’impatto scioccante con la e-mail di un ormai ex webfriend, in cui mi rimproverava aspramente di non aver risposto tempestivamente ad una sua precedente, dandomi dell’ingrata, un altro edificante episodio ha vivacizzato la settimana che sta per terminare.
Questa volta non si tratta di e-mail ma di una telefonata.

Premessa: avevo deciso di andare al mare venerdì in giornata. Mi tratteneva un po’ questo caldo insopportabile e temevo che nemmeno in spiaggia si potesse godere di un po’ di fresco. Visto che, tra l’altro, quando vado al mare non prendo mai l’ombrellone ma il lettino in riva e praticamente non sto mai all’ombra (so che non dovrei … ma mi spalmo la crema protezione 20 ogni ora!).
Guardo le previsioni su Internet, un sito infallibile, e vedo che per tutta la giornata è prevista una brezza abbastanza sostenuta. Evvai! dico esultante. Però non mi fido e penso all’amica di mamma. Lei per me è una semplice conoscente, nel senso che non la frequento e mi limito a brevi conversazioni sotto l’ombrellone. Lei ha una casa al mare quindi decido di telefonarle per chiederle se in questi giorni si sta bene in spiaggia o si muore dal caldo anche là. Aspetto le nove meno dieci di sera e la chiamo a casa.

Come d’abitudine, anche se effettivamente non sempre è necessario (l’amica di mamma vive da sola quindi se risponde la telefono dev’essere lei per forza), appena sento una voce dall’altro capo del filo, prima ancora di presentarmi, chiedo “Buona sera, è la signora …?“. Lei (perché è lei, al 100%), seccata risponde “No, non sono la signora …!” e butta giù la cornetta. Rimango come un’imbecille e fisso la mia cornetta quasi fosse incredula quanto me e volesse condividere il mio stato d’animo di assoluta desolazione.

Telefono a mia madre e racconto l’accaduto. “vabbè, dice, lo sai com’è fatta. Avrà pensato che fosse una del call center, capita anche a me …. no, non butto mai giù la cornetta ma dico che non m’interessa e taglio corto”. Ok, replico, ma io non ho avuto modo di presentarmi, avesse aspettato qualche secondo ….”. Mamma dice che bisogna portar pazienza, che la sua amica è un po’ rinco. Belle amiche! penso senza commentare.

Venerdì vado al mare comunque. “Chemmefrega, penso, se non mi ha dato ragguagli sul tempo. Mi fido di Internet”. Effettivamente la giornata è stupenda: soffia un venticello gradevolissimo, non si suda quasi, l’acqua è stranamente pulita … l’amica di mamma è sotto l’ombrellone e faccio finta di nulla. “Mi vedrà e verrà lei se vuole”. Passa la mattinata, passa un bella fetta del pomeriggio, è quasi ora di tornare a casa. L’amica di mamma è sempre sotto il suo ombrellone, non mi ha vista, o ha fatto finta di non vedermi, in ogni caso decido che non è da persone educate andare via senza salutarla. Ma perché, mi chiedo, devo essere così educata, IO?

Mi avvicino alla tipa (come dicono i miei figli), saluto e inizia la solita breve conversazione. “Si sta bene, davvero una giornata splendida …” e così via. Non le dico che ho telefonato la sera precedente e, prima di congedarmi, mi fa:

Peccato che tu abbia preso il lettino, la mia amica, quella con cui condivido l’ombrellone, non c’è per tutta la settimana”.

Non si preoccupi, io sto bene sul bagnasciuga …”

“Ma la prossima volta avvisami, no? Mi telefoni la sera prima così ti dico se è libero il lettino oppure no …”

“?????”