31 luglio 2012

LEGARSELA AL DITO

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , a 6:18 pm di marisamoles


Per iniziare, una curiosità: “legarsela al dito”, modo di dire che oggi sta a significare “non scordare un torto subito”, ha origini bibliche. Nel Vangelo di Matteo, infatti, si riferisce l’antica usanza di portare in mano una qualunque cosa per ricordarsi di qualcos’altro. La tradizione vuole che il detto sia passato attraverso i secoli, arrivando addirittura all’anello di fidanzamento che simboleggia una dolce promessa da non scordare. (FONTE)

Fatta questa premessa, veniamo al dunque, anzi no, devo fare un’altra premessa.

Generalmente io non sono una che se la lega al dito. Innanzitutto, cerco di capire le ragioni degli altri quando credo di aver subito un torto. Dico “credo”, perché l’apparenza delle cose spesso è molto diversa dalla realtà,. A volte c’è bisogno di interpretarle nel modo corretto, le cose. Troppo raramente questo sforzo non lo si fa, per cocciutaggine, forse, o anche solo per pigrizia. O semplicemente perché si è proprio convinti di aver capito, anche quando la nostra interpretazione dei fatti, o piuttosto il pregiudizio che ci porta a dare una determinata spiegazione ad un fatto, è del tutto errata.

La verità è che siamo ben pronti ad attaccare subito, spesso per difenderci o per difendere il nostro punto di vista, meno propensi ad aspettare il momento buono. Siamo istintivi e ben poco riflessivi. Dico “siamo”, e non è un plurale maiestatis, intendendo un difetto che accomuna non pochi di noi. Magari non è una pratica diffusa, forse accade poche volte, non la maggior parte, ma sono convinta che tutti noi agiamo così, poco o molto che sia.

Ora davvero vengo al dunque.
In questi anni da blogger (ormai ho vinto ogni resistenza a definirmi tale!) ho “incontrato” molte persone. Conoscenze o amicizie virtuali, s’intende. Alcuni di questi incontri sono durati pochi istanti (il tempo di un commento ad un post, botta e risposta), altri si sono consolidati nel tempo e sono diventati delle belle amicizie. È successo, a volte, di “rompere” con qualcuno ma mai senza dare spiegazioni o senza stare a sentire le ragioni dell’altro. Se queste ragioni non mi hanno convinta (sò de coccio, lo so), ho “rotto” definitivamente, senza attaccare, senza aggredire verbalmente, senza serbar rancore, senza imbestialirmi anche quando ne avrei avuto ben donde perché pubblicamente insultata (non sul mio blog, ovviamente, ma su quello della “controparte”). Questi sono rischi che si corrono e chi si mette in piazza, sul web che è appunto un luogo pubblico, lo sa bene.

Io, però, non me la lego al dito. Nel senso che se le persone che mi hanno offesa o hanno fatto una grave mancanza nei mie confronti, si scusano, sempre che la loro “amicizia” o semplice frequentazione m’ispiri, io non me la prendo. Amici come prima forse no, almeno non subito. Diciamo che in questi casi faccio la sostenuta …

A volte succede che qualcuno che, per motivi suoi, non ha piacere di lasciare un commento sui miei blog mi scriva un’e-mail. A me fa sempre piacere, naturalmente, e rispetto la privacy, se le persone in questione non vogliono mettersi in piazza.
Mi è capitato, qualche mese fa, di incontrare per e-mail una persona con cui ho scambiato qualche messaggio su un argomento su cui mi premeva avere un parere tecnico, in modo da non scrivere scemenze sul blog. Sottolineo, però, che non sono stata io a cercare questa persona ma sono stata contatta. Nei mesi i messaggi, pochi in verità, sono sempre stati cortesi … non siamo mai arrivati al “tu” e, trattandosi di persona molto più anziana di me, non ho ritenuto di dover forzare la mano.

Dopo un silenzio, da parte sua, piuttosto lungo, ho ricontattato questa persona, semplicemente per sapere come stava e per avere notizie su un progetto di cui mi aveva parlato. Mi è sembrato un gesto carino. Infatti, fu molto gradito da parte sua e mi rispose subito. Poi, per i motivi che non sto qui a spiegare ma di cui ho dato un preciso e dettagliato resoconto a questa persona, non ho risposto tempestivamente.

Proprio domenica stavo pensando di scrivere e sono stata preceduta da una mail aggressiva e accusatoria. Mi si diceva, senza mezzi termini – anzi, l’oggetto della mail era proprio questo – che ero un’ingrata. Oddio, ho pensato, che ho fatto? Perché dovrei essere grata a questa persona? Non ho chiesto mai un favore, ho ricevuto delle informazioni che comunque non avevo chiesto, non si è trattato di alcun favore se non quello di prender parte ad una discussione esattamente come avviene nei post, all’interno dello spazio commenti, solo in via confidenziale. Se vogliamo chiamarlo favore per cui devo esprimere eterna gratitudine …

Insomma, per farla breve, ho subito risposto alla mail ricevuta, mantenendo un tono cortese ed educato, spiegando le mie ragioni, scusandomi, pure se non ho capito bene perché dovessi profondermi in scuse, solo perché non ho risposto tempestivamente alla mail precedente? E poi, se vogliamo, l’unico epiteto che al limite mi sarei potuta meritare sarebbe stata “maleducata”, ma ingrata? Non ho esternato tutto ciò, sia chiaro, nella mail. Ho pensato che il contenuto del messaggio potesse bastare a chiarire l’equivoco. Mi sbagliavo assai.

Non ho ricevuto risposta. D’altra parte la persona in questione mi aveva invitata a cancellare il suo contatto dalla rubrica. Io mi ero permessa di andare contro la sua volontà, anche se per una giusta causa: mica dovevo accettare senza fiatare delle accuse ingiuste! E poi dovevo pur spiegare i motivi del mio silenzio.
Ma la persona in questione evidentemente la pensa diversamente. Io, ingrata e maleducata, ho osato scrivere anziché precipitarmi a cancellare il suo indirizzo e-mail …

Ora mi chiedo: perché se l’è legata al dito?
Ritornando alla spiegazione del detto, che torto ho fatto a questa persona?
Non rispondere ad un’e-mail tempestivamente è un torto?
Cercare di spiegare le proprie ragioni è in qualche modo offensivo?
Usare un tono educato e gentile in risposta ad una mail accusatoria, è forse questo il torto? Dovevo incassare le accuse e starmene zitta? Battermi il petto e dire mea culpa?

Io non so rispondere.

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29 luglio 2012

ESTATE, TEMPO DI ABBANDONI. VITTIME NON SOLO I CANI, ANCHE I FIGLI … CON PASSAPORTO SCADUTO

Posted in cronaca, famiglia, figli tagged , , , , , , , , , a 5:12 pm di marisamoles

L’hanno lasciata là da sola, ad appena due anni, in mezzo al via vai frenetico di un aeroporto polacco nel periodo delle ferie. Solo dopo qualche tempo il personale si è reso conto di quell’abbandono così assurdo e ha allertato le forze dell’ordine.

Una coppia polacca in procinto di partire per le vacanze, resasi conto che la bambina più piccola aveva il passaporto scaduto, l’ha abbandonata presso il banco informazioni dell’aeroporto di Katowice ed è corsa al gate, temendo di perdere l’aereo, assieme al figlio maggiore. Una leggerezza che non ha giustificazioni. Anche se i due individui – chiamarli genitori è un insulto per chi riveste questo ruolo con amore e dedizione – hanno dichiarato di aver avvertito dei parenti che avrebbero dovuto recarsi in aeroporto a prelevare la figlioletta.

Il procuratore distrettuale ha aperto un’inchiesta. I due rischiano fino a cinque anni di prigione.

Spero che venga tolta a questi irresponsabili la patria potestà non solo sulla piccola ma anche sul figlio più grande.

L’estate è tempo di vacanze e, purtroppo, di abbandoni. Ma di solito sono i cani o i gatti ad essere abbandonati. Per evitare ciò c’è stata, tempo fa, una campagna di sensibilizzazione che diceva più o meno: “Se abbandoni il tuo animale la vera bestia sei tu“. Che non si rinunci alle ferie e si abbandoni un figlio ha dell’inverosimile. Peggio degli animali.

[notizia e foto da Il Corriere]

28 luglio 2012

OLIMPIADI: SCHWAZER RINUNCIA ALLA 20 KM DI MARCIA. SI È FATTO UNA SCORPACCIATA DI PINGUÌ

Posted in Satyricon, sport tagged , , , , , , , a 2:09 pm di marisamoles


L’atleta italiano (per modo di dire) Alex Schwazer ha comunicato che non parteciperà alla 20 km di marcia del 4 agosto. Ufficialmente si è beccato un raffreddore. Per me, invece, ha fatto indigestione di Pinguì

Stai a vedere che la schermitrice Valentina Vezzali a metà gara sente un po’ di fame e si mangia un Kinder Cereali

Oddio, e se Federica Pellegrini si fa un’indigestione di Pavesini?

27 luglio 2012

LIBRI: “BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE” di ALESSANDRO D’AVENIA

Posted in film, libri tagged , , , , , , , , , , , , , a 7:16 pm di marisamoles

Bianca come il latte rossa come il sangue (Mondadori 2010) è il primo romanzo del giovane professore-scrittore siciliano Alessandro D’Avenia. Un successo editoriale, il suo, forse giunto inatteso, ma che rappresenta un faro che illumina la notte buia della narrativa contemporanea. Perché non basta saper scrivere bene – e molti scrittori non sanno fare nemmeno questo -, è necessario entrare nel cuore di chi legge; non basta avere qualcosa da dire ma bisogna saperlo fare rendendo il lettore partecipe delle vicende ma soprattutto delle emozioni che animano i personaggi, creando quasi un unicum diegetico tra autore, narratore e lettore. Queste sono le peculiarità del giovane siciliano.

Lo stile di Alessandro è curato ma non dotto, a volte ricercato ma non retorico e il linguaggio sa adattarsi molto bene ai personaggi. La lettura è gradevole e avvincente allo stesso tempo. È un libro fresco, sprizza giovinezza ma non si abbassa a descrivere situazioni degradanti, che spesso i giovanissimi vivono perduti tra sesso, droga, alcol e azioni al limite della legalità. D’Avenia non utilizza, come altri narratori tipo Moccia, lo strumento letterario per far breccia nei cuori degli adolescenti servendosi del turpiloquio o delle situazioni da sballo, per intenderci.

La narrazione è in prima persona, espediente che rende ancora più coinvolgente la lettura perché è attraverso gli occhi del protagonista che scopriamo il suo mondo, è attraverso il suo cuore che ci sentiamo partecipi delle sue stesse emozioni, della sua felicità e del suo dolore.
Leonardo, detto Leo, è un ragazzo di sedici anni come tanti, con le sue passioni, il calcetto e la musica, le sue amicizie (Silvia e Niko) e l’amore (Beatrice, la “rossa”) che prepotentemente fa capolino nella sua vita trasportandolo in un vortice di emozioni che a volte lo fanno sentire piccolo piccolo, indifeso, incapace di gestirle. In sella al suo bat-motorino si sente un dio, quasi volesse calpestare il mondo che non gli piace così com’è per ricrearlo e plasmarlo a suo piacimento. Ma deve fare i conti con una realtà che non può cambiare, foriera di gioie ma anche di dolori. Con l’aiuto dell’amica Silvia e in particolare del suo prof di storia e filo (abbreviazione di filosofia, naturalmente) cerca di rincorrere un sogno che però si sgretola di fronte agli eventi imprevedibili della vita.

Leo odia la scuola, la considera una perdita di tempo, le ore passate in classe sono quasi un tormento ma, seppur inizialmente riluttante, si lascia a poco a poco conquistare dalle lezioni “fuori programma” di quel professore di storia denominato il Sognatore e considerato, come tutti i suoi colleghi, uno sfigato, uno dei tanti. Però quelle lezioni “fuori programma”, che Leo considera le migliori che il prof sia capace di inventare, lo conquistano. Proprio al Sognatore Leo chiede aiuto per capire quale sia il suo sogno e come riuscire a realizzarlo, perché non sa proprio come fare.
Ecco cosa gli dice il prof quando Leo gli chiede “Come si fa a trovare il proprio sogno?”:

“Cercalo.”
“Come?”
“Poni le domande giuste.”
“Che vuol dire?”
“Leggi, guarda, interessati … tutto con grande slancio, passione, studio. Poni una domanda a ognuna delle cose che ti colpiscono e appassionano, chiedi a ciascuna perché ti appassiona. Lì è la risposta al tuo sogno. Non sono i nostri umori che contano, ma i nostri amori.”
Così mi ha detto il Sognatore. Come gli vengono in mente certe frasi lo sa solo lui. Devo trovare ciò che mi sta a cuore. […]
Provo a seguire il metodo del Sognatore: devo partire da quello che so già. Mi sta a cuore la musica. Mi sta a cuore Niko. Mi sta a cuore Beatrice, mi sta a cuore Silvia, mi sta a cuore il mio motorino, mi sta a cuore il mio sogno che non conosco. (pag. 52, edizione economica 2012)

C’è molto di Alessandro nel Sognatore: c’è la passione per la scuola, l’attenzione per i giovani e le loro problematiche, la voglia di capire il mondo degli adolescenti guardandolo a volte attraverso i loro stessi occhi, altre volte con l’esperienza di chi sa quello che per essi è ancora ignoto.
È un insegnante che crede nel valore formativo della scuola, che non riserva ad essa il solo compito di istruire, trasmettendo nozioni. È un prof che valuta, perché questo è il suo lavoro, ma non giudica. E magari premia anche chi non ha studiato perfettamente la lezione ma ha dimostrato di saper ragionare: Proprio per questo Leo alla fine lo considera un mito.

Non sa risolvere i problemi, quel professore, ma sa aprire gli occhi e far scoprire il mondo ai giovani come Leo. Soprattutto è uno disposto a credere in loro.

Mi lascia lì come un babbeo inebetito. Mi dà già le spalle. Sono spalle esili, ma forti. Spalle di un padre. […] Ho gli occhi rossi di pianto, sono senza forze, svuotato, eppure sono il sedicenne più felice della Terra, perché ho una speranza. Posso fare qualcosa per recuperare tutto: Beatrice, Silvia, amici, scuola … A volte basta la parola di qualcuno che crede in te per rimetterti al mondo. (pagg. 149-150)

C’è molto di Alessandro docente in questo romanzo. Non solo nelle citazioni dotte ma anche nella scelta dei nomi. Beatrice è colei che alla fine, pur inconsapevolmente, salverà Leo. Proprio come la Beatrice dantesca, colei che per il poeta fiorentino incarna la salus, la salvezza, appunto.
Beatrice è il rosso, il colore dei suoi capelli e del sangue che scorre nelle vene, e allo stesso tempo il bianco della vita:

Beatrice continua a non venire a scuola.
Non c’è neanche alla fermata al pomeriggio.
Le miei giornate sono vuote.

Sono bianche, come quelle di dante quando non vede più Beatrice.

Non ho niente da dire, perché quando non c’è l’amore le parole finiscono.

Le pagine diventano bianche, manca inchiostri alla vita. (pag.51)

Bianca come il latte rossa come il sangue non ha una trama scontata, per più di due terzi della narrazione si ha l’impressione di conoscere il finale, quello delle belle favole, dell’ “e vissero felici e contenti”. Ma il bianco e il rosso, filo conduttore dell’intero romanzo, non sono due colori messi lì a caso. Il rosso può essere gioia, può essere il colore dell’inchiostro che solca le pagine bianche della vita scrivendo una trama che non è mai prevedibile, mai scontata. Ma rosso è anche il sangue, il sacrificio.

Io normalmente ignoro le recensioni dei libri che voglio leggere, proprio perché spesso ne svelano la trama, l’evolversi delle vicende, qualche volta anche il finale. Oppure perché, quando la trama è intessuta sul dolore, passa la voglia di leggere, specie se la lettura si profila tutt’altro che di evasione.
Anche in questo caso mi sono accostata al romanzo di Alessandro, il cui blog da qualche mese seguo, senza saperne quasi nulla, con la voglia di scoprire. Avevo già letto il suo secondo romanzo, Cose che nessuno sa, e devo dire che, nonostante i molti tratti in comune e lo stile ineguagliabile, si tratta di due romanzi diversi, unici. Devo anche ammettere che Bianca come il latte rossa come il sangue mi è piaciuto molto di più.

Dall’opera prima di Alessandro D’Avenia si sta girando a Torino il film prodotto da Lux Vide e Raicinema e diretto da Giacomo Campiotti. Luca Argentero vestirà i panni del prof Sognatore e Filippo Scicchitano quelli di Leo, Aurora Ruffino sarà invece Beatrice. Alessandro ha collaborato alla sceneggiatura.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

26 luglio 2012

MAMME CINQUANTENNI: ADESSO E’ IL TURNO DI ALESSANDRA MARTINES

Posted in bambini, donne, famiglia, figli, vip tagged , , , , , , , , , , , , a 5:30 pm di marisamoles

ATTENZIONE: ALESSANDRA MARTINES E’ DIVENTATA MAMMA DI HUGO IL 26 OTTOBRE SCORSO. LEGGI QUI.

Lei è bellissima, semplicemente. Di certo non dimostra gli anni che ha, non so se per merito suo o del chirurgo estetico. Ma a prima vista sembrerebbe solo opera di madre natura.

Cinquant’anni non li ha ancora, per la precisione ne ha solo quarantanove. Un matrimonio fallito alle spalle, niente popò di meno che con Claude Lelouch che di anni ne ha ben ventisei di più. Una figlia, Stella, che ora ha tredici anni ed è nata dall’unione con il regista. Ora, però, è arrivato per questa bellissima donna il momento del riscatto: un compagno che ha vent’anni di meno di lei e un figlio in arrivo.

Alessandra Martines, che ha esordito come ballerina ed ora è un’attrice piuttosto affermata sia al cinema che alla televisione, sia in Italia sia in Francia, sua patria d’adozione per matrimonio, diciamo così, mostra orgogliosa, sulla copertina di Vanity Fair (dallo stesso sito è tratta anche la foto di Alan Gelati) in edicola questa settimana, il suo pancione di cinque mesi. E giura che non ha fatto nulla per forzare la natura, solamente ha fatto tanto l’amore.

Lui, l’uomo fortunato, è un attore e si chiama Cyril Descours, ventinove anni appena compiuti. Immagino che per questa gravidanza, che entrambi hanno fortemente voluto, come testimonia l’attrice, non si sia sacrificato molto. Posso anche supporre che sia al settimo cielo, come ogni futuro papà, e che non pensi all’avvenire, ai suoi vent’anni in meno della compagna che, seppur bellissima, non può fare alcun patto con il diavolo né far invecchiare il suo ritratto al suo posto, come fece Dorian Gray. Insomma, i vent’anni che dividono la splendida Alessandra e l’aitante Cyril ci sono, ci saranno, rimarranno per sempre. La giovinezza, però, no.
Come sostiene la dottoressa Vegetti Finzi, è vero che la vita media si è allungata, è vero che si vive di più ma purtroppo si prolunga la vecchiaia piuttosto che la giovinezza.

Chi mi conosce sa che sono fermamente contraria a queste gravidanze oltre il tempo limite. Non mi sento, però, di unirmi al coro di chi, fra i lettori della rivista on line, non crede che Alessandra sia rimasta incinta in modo naturale. E perché no? Una volta le gravidanze in “tarda età” capitavano, con tutti i rischi connessi per la salute del feto. Quando nascevano, questi bimbi erano semplicemente chiamati “figli della menopausa“. E di certo l’epiteto non era motivo d’orgoglio per la madre.

Ora le cose sono cambiate e l’età media in cui si mette su famiglia si sta spostando sempre più in là. Non voglio ripetermi, quindi rimando alla lettura degli altri post in cui ho trattato l’argomento, riferendomi ad altre mamme attempate come la Parisi, la Nannini o la Bellucci, ma anche madri comuni che hanno avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli più vicino ai sessant’anni che ai cinquanta. Ma questo caso almeno è un po’ diverso, per l’età del papà. Tra vent’anni questo bambino avrà una madre di quasi settant’anni ma un padre ancora decisamente giovane. insomma, un po’ di equilibrio c’è anche se la situazione, a pare mio, non è delle migliori.

La Martines non è stupida e sa bene di aver attirato molte critiche, come del resto le altre vip che l’hanno preceduta. La prima critica riguarda la differenza di età con il compagno, la seconda la decisione di diventare madre a quarantanove anni. Lei ribatte che, finché stava con l’ex marito, molto più grande di lei, nessuno aveva nulla da eccepire, E su questo le do ragione perché bisognerebbe superare il tabù dei toy boy. Ormai, specie nel mondo dei vip, è quasi la regola. Però, se ci pensiamo bene, molti anni fa qualcuna aveva osato, sposando un uomo molto più giovane di lei: Paola Borboni. Il destino volle che lei sopravvivesse al giovane marito. Quando si dice ironia della sorte …

Ora qualcuno potrebbe pensare (come è successo in occasione della pubblicazione dei post precedenti) che la mia sia tutta invidia. E perché mai dovrei essere invidiosa? Sono quasi coetanea della Martines, ho un figlio che ha solo cinque anni meno del bel Cyril e devo dire onestamente che non saprei che farmene di un ragazzo così giovane (tutt’al più di un quarantenne …). In secondo luogo, i miei figli li ho fortemente voluti prima dei trent’anni e sono felice di averli grandi e di essere giovane, di sentirmi giovane. Onestamente sto bene così. Solo l’idea di trovarmi catapultata tra pannolini e poppate, notti insonni e giretti in città con il passeggino, mi fa rabbrividire. Mia madre aveva più o meno la mia età quando è diventata nonna. A questo punto il prossimo poppante che terrò tra le braccia, che però non m’imporrà notti insonni, cambio pannolini e pappette, sarà mio nipote.

Onestamente, con i tempi che corrono, spero il più tardi possibile.

La bella Alessandra faccia un po’ come vuole. Certo, con il suo reddito il discorso è molto diverso. E ora qualcuno certamente dirà che “ne faccio sempre una questione di soldi“. Sì, certo. I soldi non faranno la felicità ma aiutano molto. Chi può negarlo? Forse chi li ha.

23 luglio 2012

FORSE VI SEMBRERÒ RAZZISTA

Posted in attualità, donne, lavoro, religione, società tagged , , , , , , a 6:10 pm di marisamoles

Più volte ho detto, nei post e nei commenti di questo blog, che noi Italiani, per non sembrar razzisti, alla fine ci discriminiamo da soli. Oppure gridiamo allo scandalo se qualcosa di sconveniente accade ad uno straniero e magari non spenderemmo una parola per difendere un nostro connazionale. Ma siamo fatti così.

Prendiamo il caso, ad esempio, di un extracomunitario che perda il lavoro (ovviamente senza una giusta causa) o dei bambini stranieri che, non pagando la mensa, rimangano senza un pasto caldo a scuola. Sono cose che, giustamente, ci fanno inorridire. Ma prendiamo, sempre per fare un esempio, il caso di un lavoratore straniero, di religione musulmana, che si licenzia dal posto di lavoro (in un hotel di Venezia, non uno qualsiasi, addirittura il Danieli, dove svolgeva mansioni di facchino, presumibilmente con uno stipendio di tutto rispetto ben arrotondato da generose mance) – non viene licenziato, badate bene – perché non tollera che il suo superiore, la persona da cui debba prendere ordini, sia una donna.

Prendiamo il caso, ancora, di questo lavoratore di fede islamica, che notoriamente relega le donne ad un ruolo subordinato, che poi viene riassunto con la garanzia che, accanto alla donna sua superiore, avrà sempre un uomo che gli darà disposizioni. In questo caso, se dico che questa è una discriminazione bella e buona, nei confronti della persona di sesso femminile che ha tutti i diritti di dare degli ordini, se questa è la sua funzione all’interno dell’hotel, ma anche nei confronti di chiunque altro, italiano o meno, avrebbe avuto tutti i diritti di essere assunto al posto del facchino dimissionario, posso essere considerata razzista?

Se sì, devo dire onestamente che non me ne importa un fico secco.

QUI la stessa notizia riportata da Il Gazzettino, quotidiano veneto.

22 luglio 2012

RACCOLTA DIFFERENZIATA

Posted in attualità tagged , , , , , , a 6:25 pm di marisamoles

Nell’immagine: un triciclo a motore carico di plastica riciclabile lungo una strada di Tajiuan, nella provincia cinese di Shanxi. (foto da vanityfair]

La prossima volta che qualcuno si lamenta per quattro bottiglie di plastica da portare nel cassonetto sotto casa, vada pure ad abitare in Cina!

LIBRI: “FOSSE ‘A MADONNA!” di LUCIANO DE CRESCENZO

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Fosse ‘a Madonna (Mondadori, 2012) è l’ultima fatica letteraria dell’ingegnere-filosofo-scrittore-regista,, insomma di quella figura poliedrica che di nome fa Luciano e di cognome De Crescenzo. Chi mi segue sa che è uno dei miei preferiti e che ho letto quasi tutti i suoi libri. Ciò che mi ha sempre affascinata dello scrittore napoletano è il suo amore per i miti greci e per i personaggi omerici cui ha dedicato tanti libri. Fosse ‘a Madonna, anticipato da Tutti i santi me compreso, uscito lo scorso anno, segna una svolta nell’attività letteraria di De Crescenzo che, come già avvenne per altri titoli a carattere autobiografico in cui esprime al massimo il suo legame con la città natale, Napoli, lasciata molti anni fa, ma solo come luogo di residenza, per Roma (uno dei più noti è Così parlò Bellavista, che è anche il suo primo romanzo, oppure Sembra ieri o quello più propriamente autobiografico Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, citato anche in Fosse ‘a Madonna), mette da parte le antiche leggende pagane per immergersi nel mondo reale, benché animato da santi e personaggi cristiani.

Si potrebbe pensare che i due ultimi titoli segnino il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, come atto di fede dell’autore, quasi una conversione da terza età. E invece no. De Crescenzo non si definisce credente ma “sperante”. Ecco come descrive la propria posizione nei confronti della fede:

[…] in generale io penso che sono presuntuosi quelli che dicono di avere fede o di non averne. Come si può affermare, senza alcun dubbio, di credere nell’esistenza di Dio, oppure di essere assolutamente certi che non esista? Io preferisco praticare il Dubbio Positivo. Positivo perché ho sostituito il verbo credere col verbo sperare. Io spero che Dio ci sia e ho paura che non ci sia. Dubitando, chiedendomi così spesso se Lui c’è veramente oppure se non c’è nulla, alla fine è come se stessi continuamente in sua compagnia. Più di chi crede fermamente nella sua esistenza e non ci pensa più. (pag. 90)

Ma perché oggetto della sua riflessione è proprio la Madonna, la madre di Gesù? Be’, l’occasione gliela offrono proprio la sua terra, la sua città e i suoi concittadini, con i loro modi di dire che spesso hanno come oggetto proprio i santi (San Gennaro, in primis) e tutti i personaggi della Sacra Famiglia (un’esclamazione tipicamente napoletana, quando si vuole esprimere in un certo senso apprensione o incredulità, è “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria”). Già, perché a Napoli dire “Fosse ‘a Madonna!” (con la dizione all’italiana, come sottolinea lo stesso De Crescenzo, anziché quella più comune in Campania, interessata dal rotacismo, Maronna) è come dire “Lo volesse il cielo!”. Ecco come ce lo spiega l’autore:

Quando un napoletano spera in qualcosa d’importante, ma di molto importante, dice sempre “Fosse ‘a Madonna!”, ovvero: “Lo volesse il cielo!”. Se poi le cose gli andranno davvero bene, il pensiero successivo non potrà che essere un “Lassa fa ‘a Madonna!”, ovvero un ringraziamento inviato direttamente alla madre di Gesù. (pag. 121)

Come si può descrivere questo libro? Non è un romanzo, non è nemmeno un saggio, è più che altro il risultato di una ricerca fatta dall’autore sulla madre di Gesù, partendo dalla tradizione evangelica, passando attraverso l’iconografia e approdando nel bel golfo di Napoli dove il nome di Maria si sente spesso intercalato nella parlata popolare. Ecco che De Crescenzo ci racconta quanto si apprende sulla vita di Maria dai vangeli apocrifi, essendo quelli canonici così scarni di notizie riguardo la Madonna, specie per quanto concerne il mistero della sua verginità. Poi ci accompagna alla scoperta, o riscoperta, naturalmente, delle immagini sacre con annessi miracoli più o meno noti, come ad esempio le Madonne che piangono o che appaiono. E grazie a De Crescenzo scopriamo, almeno io ne ero all’oscuro, che esiste anche una Madonna della ‘ndrangheta, oppure che l‘incantevole cittadina di Positano, che si affaccia su uno dei più bei golfi del meridione, quello di Amalfi, deve il suo nome proprio ad un’immagine “parlante” della Vergine che, trasportata su una nave, invitò i marinai ad approdare e a farla sbarcare su quelle incantevoli coste, con un’insistente invocazione: “Posa, posa”.

In conclusione, un libro che può sembrare insolito, specie se lo si considera scritto da un non credente (ma sperante!), caratterizzato, però, dallo stile ironico di sempre. Un misto tra ricerca storica e tradizioni popolari, arricchito dalla propria esperienza personale e dai ricordi d’infanzia che lo rendono certamente unico.

Confesso che non è tra i migliori testi di De Crescenzo, almeno tra quelli letti. Una lettura gradevole comunque, in grado di soddisfare anche qualche curiosità … ai credenti o ai non credenti, ma anche a quelli che, come De Crescenzo, possono definirsi speranti.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

21 luglio 2012

SULLE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO UNA LETTURA DA EDUCATORE PER FORMARE I FALCONE E I BORSELLINO DI DOMANI

Posted in attualità, legalità, Legge, libri, scuola tagged , , , , , , , , , , , , a 12:09 pm di marisamoles

Sergio Fenizia, insegnante di scuola primaria e mio lettore, anche se recente “acquisto” fra i followers, mi ha segnalato un suo interessante intervento a proposito del ventennale della strage di Via D’Amelio, pubblicato su Palermotoday.it.

L’articolo è molto originale perché la riflessione dell’autore parte dal commento al romanzo Per legge superiore di Giorgio Fontana.
Fenizia spiega così il suo obiettivo:

A vent’anni dall’evento che commemoriamo oggi, vorrei proporne una lettura fatta con occhi da educatore, una tra le tante che insegnanti come me potrebbero proporre. Soprattutto quest’anno, in cui tante scolaresche d’Italia sono state coinvolte in manifestazioni gioiose (e doverose), c’è il rischio che, nel commemorare uomini e donne che hanno dato la vita per servire la società, si finisca col lasciare negli studenti solo il ricordo di una forte emozione. Ma i nostri studenti hanno anche bisogno di nutrimento per la propria intelligenza, di ragioni profonde per scegliere comportamenti giusti, anche quando non sono di moda.

Notevole, senza dubbio, la convinzione che l’educazione non debba ridursi a mera istruzione che Sergio considera, invece, un’attività più propriamente umana, i cui frutti apprezziamo nella vita ammirevole di tante persone più o meno note.
Da queste considerazioni nasce quello che può essere ritenuto l’obiettivo educativo (che non deve essere confuso con quello didattico) primario dell’istruzione: formare una coscienza critica negli allievi, partendo dalla scuola primaria, che li conduca ad essere cittadini consapevoli nei confronti della legalità. In questo senso, lo stesso ministero dell’Istruzione si sta muovendo da anni attraverso la promozione di attività didattiche nell’ambito della Cittadinanza e Costituzione per tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Come sottolinea Fenizia, ci sono realtà in cui, più che in altre, è necessario che la scuola si muova per conseguire l’obiettivo citato. Una di queste, in relazione alla lotta contro la mafia, è appunto quella palermitana:

In questa prospettiva si muovono le migliori scuole italiane, come quella, palermitana, che nella propria offerta formativa prevede che “I docenti […] si distingueranno per competenza scientifica e per rettitudine nel compimento dei propri doveri, curando di essere con il loro esempio e con il loro contegno maestri di vita oltre che di sapere”. Scuole come queste potranno darci i Falcone e i Borsellino di domani.

Per leggere l’articolo completo, cliccare sul link.
Una lettura che consiglio vivamente a tutti, ringraziando Sergio Fenizia per aver voluto condividere con me e i miei lettori la sua riflessione.

18 luglio 2012

ARRIVA CIRCE … STIAMO FRESCHI!

Posted in attualità tagged , , , , , , , , a 5:03 pm di marisamoles

Io sinceramente non capisco ‘sta mania di dar nomi agli anticicloni o altri fenomeni atmosferici (effettivamente non ci capisco nulla) che interessano la nostra penisola. Eravamo abituati a sentir parlare di uragani e tifoni che sferzano le coste dell’America, con nomi di donne. Quasi a mettere in chiaro che le donne normalmente portano guai …

Noi, invece, siamo più poetici e rimaniamo ancorati, anche meteorologicamente parlando, alla nostra tradizione classica, proveniente dal mondo greco (Minosse, Caronte …) o da quello latino (Scipione, Virgilio …). Non per niente siamo mediterranei.

Ora, dicono i meteorologi, dopo il caldo torrido, ormai smorzato da un’aria più fresca, specie di notte e specie al nord, sta arrivando un nuovo fenomeno atmosferico che ci riporta alla tradizione omerica: è il turno di Circe, un nucleo di aria fresca proveniente dalla Scandinavia, che porterà piogge, temporali e forti venti sul centro nord. Poi, all’inizio della prossima settimana, il clima sarà più fresco ma soleggiato al nord, più temporalesco al sud.

Ora, non vorrei scivolare nella trivialità ma, pensando a Circe, non mi viene in mente nulla di fresco, casomai mi fa pensare che … suderemo come maiali. 🙂

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