2 GIUGNO: PARATA SÌ, PARATA NO … EPPURE NEL 1976


La festa della Repubblica si sta avvicinando. Il 2 giugno 1946 è una data importante che merita certamente una giornata speciale di festeggiamenti: gli Italiani, per la prima volta a suffragio universale, vennero chiamati alla urne per scegliere, attraverso il referendum, tra monarchia e repubblica. I risultati, comunicati una settimana dopo, manifestarono inequivocabilmente la volontà del popolo di trasformare lo Stato italiano in una Repubblica parlamentare. La proclamazione del nuovo Stato repubblicano ebbe luogo il 18 giugno da parte della Corte di Cassazione.

Da quel lontano dì ogni anno il 2 giugno si festeggia questo evento. Associate a questa data sono le classiche parate militari che anche quest’anno non ci faranno mancare. Eppure, in un momento come questo, dopo gli eventi tragici che hanno interessato, e continuano ad interessare, l’Emilia, specialmente le province messe in ginocchio dal recente sisma, ci si chiede se davvero abbia senso festeggiare un evento lontano, cui nessuno forse partecipa con sentimento patriottico ma piuttosto con spirito vacanziero, quando i fatti attuali, in aggiunta alla già problematica situazione economica in cui versa il Paese, dovrebbero imporre non solo rispetto per le vittime del terremoto ma anche un risparmio di denaro, in vista dei fondi che dovranno essere messi a disposizione della popolazione emiliana. E invece la parata ci sarà. In compenso aumenterà la benzina. Questa è l’Italia!

Il presidente Giorgio Napolitano, in visita proprio in quella terra friulana martoriata dal sisma del 1976, ha orgogliosamente dichiarato: «Mi auguro che, nelle prove che attendono le popolazioni colpite dal terremoto, sia presente l’esempio di come il Friuli si sia risollevato da quella tragedia. È stato un modello che spero possa essere raccolto anche altrove». Però, di fronte alla richiesta di sospendere la parata militare del 2 giugno, il presidente ha risposto che si farà, in ricordo delle vittime del recente sisma e in tono minore. La Repubblica, dunque, va celebrata, in modo sobrio ma la festa non verrà cancellata.

Pare strano davvero che Napolitano abbia, solo ieri, ricordato lo spirito combattivo dei friulani che, senza piangersi addosso ma versando lacrime di dolore per i quasi mille morti, si sono rimboccati le maniche e hanno ricostruito ciò che la natura aveva loro tolto. Pare strano soprattutto che il nostro Presidente non ricordi che, proprio in occasione del sisma del 1976 l’allora ministro della Difesa, Arnaldo Forlani, aveva annullato le celebrazioni del 2 giugno, con la seguente motivazione:

La decisione è stata presa a seguito della grave sciagura del Friuli e per far si che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.

Oggi Forlani ottiene un trionfo postumo e viene preso a modello, nonostante il suo passato politico non sia stato limpido. Addirittura il povero Forlani ha il merito, oggi, di mettere d’accordo un po’ tutti, al di là degli schieramenti politici. La Lega e l’UdV che la pensano allo stesso modo era, come direbbe il buon Alessandro Manzoni, follia sperar.

Peccato che il presidente Napolitano sia “sordo”, e non certo per motivi d’età.

LA “CLASSE” NON È ACQUA … E NEMMENO LA PROF


Venerdì sera sono stata alla cena di matura della mia quinta. A parte il fatto che sono appena rientrata da una tre giorni al mare (e ci voleva proprio!), quindi non ho fatto in tempo a trasferire sul blog le mie emozioni tempestivamente, ma devo dire che questa esperienza non è stata poi molto diversa rispetto all’altra. Quindi, anche se mi impegnassi ora, finirei con lo scrivere un post quasi identico.

Ora, non vorrei che i miei attuali allievi si offendessero: loro sono diversi, è vero, ma quando li si vede al di fuori dell’aula scolastica, tutti belli ed eleganti, i sentimenti che animano una “vecchia” prof che, a dispetto dei 4 in latino che non ha mai fatto mancare loro, ha un cuore grande così, sono sempre quelli. Vedere dei ragazzi che fino al mattino erano seduti ai loro banchi, con le magliette e i jeans sempre uguali, come stereotipati, e poi osservarli mentre si muovono, sorridono, chiacchierano, urlano, allegri nei loro begli abiti, le ragazze con i tacchi vertiginosi (un’invidia pazzesca!), le scollature, le schiene scoperte, le acconciature curate, i ragazzi in giacca e cravatta (non tutti, ma tutti comunque diversi rispetto a quei tipi sonnacchiosi che mi guardano dal banco troppo stretto, che quasi li fa sembrare dei giganti) … insomma, è uno spettacolo emozionante.

In una cosa, però, questi miei studenti che fra poco dovrò salutare, perché non sarò io ad accompagnarli all’esame di stato (e mi dispiace un sacco), si sono distinti. Gli altri, qualche anno fa, mi avevano incoronata “poeta vate”, in virtù del mio talento poetico giovanile, ed avevano trascritto su una “pergamena” un mio vecchio componimento in versi; i miei allievi di adesso, invece, mi hanno dedicato una poesia che se non mi ha emozionata a tal punto da scoppiare in lacrime è stato solo per l’imbarazzo provato di fronte alle colleghe presenti che, diciamolo, un pochino di invidia devono averla provata. Per non parlare delle rose – rosse, naturalmente – che hanno donato a me sola … Insomma, posso garantire che l’emozione c’è stata e continua ad esserci ogni volta che rileggo quelle parole di stima. Anche se, come ho detto loro, a leggerle pare che io non abbia fatto altro, in quella classe, che insegnare il bon – ton. Posso assicurare che non è così anche se, effettivamente, non posso assicurare che tutti abbiano davvero imparato quello che ho loro trasmesso con tanta passione.

Soprattutto posso assicurare che, se è vero che mi hanno apprezzata anche per la mia eleganza (e di ciò sono sinceramente e positivamente colpita), è anche vero che almeno un elegantiae arbiter, visto che il Latino gliel’ho insegnato e di Petronio abbiamo parlato recentemente, nella poesia ce lo potevano pure mettere.

GRAZIE, COMUNQUE, RAGAZZI!

P.S. Per leggere bene il testo della poesia, cliccare sull’immagine.

MINISTRO FORNERO, LA RINGRAZIO

Fermo restando che «quello dei dipendenti pubblici non è un mercato, perché ha regole diverse» l’auspicio del ministro del Lavoro Elsa Fornero è che «qualcosa di simile a ciò che abbiamo fatto per i dipendenti privati, relativamente alla possibilità di licenziare, sia inserito nella delega per i dipendenti pubblici».

La possibilità di applicare le nuove norme sul licenziamento anche al settore pubblico potrebbe arrivare però in un momento in cui le risorse disponibili per la pubblica amministrazione sono in forte diminuzione. (LINK)

Ministro Fornero, la ringrazio. Qualche mese fa, grazie alla sua riforma delle pensioni, ho appreso che dovrò lavorare fino al 2027 prima di andare in pensione.

Se mi licenzia, ho risolto almeno quel problema.

SCRITTORI (FORSE) SI NASCE, LETTORI SI DIVENTA

Non amo i romanzi di avventura. Non sono mai riuscito a terminarne uno. Stevenson mi annoia, per non dire di Verne. Persino il grande Conrad mise a dura prova i miei nervi infantili.

Così inizia un articolo autobiografico di Alessandro Piperno, pubblicato su Il Corriere.

Non c’è nulla di male, intendiamoci, se uno scrittore, piuttosto noto e che, a parer mio, rappresenta uno dei pochi esemplari in via d’estinzione tra la fauna scrittoria attuale, confessa di non essere stato attratto dal piacere per la lettura fin dalla più tenera età. Insomma, scrittori forse si nasce ma lettori si diventa. Al di là degli stimoli che in casa e a scuola si possono ricevere, non è detto che ci si appassioni alla lettura. Se si ha a disposizione, ad esempio, una biblioteca paterna come quella di Leopardi, non è scontato che vi passino ore ed ore durante la giovinezza, emulando il poeta recanatese. Anzi, è molto più probabile che si finisca per odiare quella biblioteca e quei libri così a portata di mano. A volte il gusto della ricerca è molto più appassionante.

Capisco che il mio aspetto sedentario possa autorizzare chiunque a immaginarmi precocemente invischiato con carta, inchiostro, fumanti tazze di tè. La verità è che a dodici anni sguazzavo nel tiepido mare dell’analfabetismo di ritorno. I miei sogni di gloria, del tutto convenzionali, si esaurivano in qualche prodezza calcistica o canora. Così prosegue la sua confessione lo scrittore romano, classe 1972.

A dodici anni è più che umano nutrire altri interessi e non essere dei topi da biblioteca. Anch’io a quell’età avevo mille altri interessi, pur coltivati per la maggior parte in ambito culturale, sicché non sarebbe onesto definirmi, rispetto a quei tempi, un’analfabeta di ritorno. Ricordo che un anno prima avevo ricevuto in regalo per il mio compleanno un libro per bambine sceme dal titolo Il birichino di papà. Lo accantonai, trattenendo a stento il disgusto e diprezzo per un dono che, nella classifica dei regali più graditi, stava decisamente all’ultimo posto. Mi trattenni solo perché quel dono proveniva da un ragazzino che mi piaceva assai. Poi realizzai che sicuramente non l’aveva acquistato, nonché scelto, lui ma la sua mamma, quindi non ebbi alcuna remora nell’accantonare quel libro esprimendo liberamente il mio disgusto e il mio disprezzo.
Lo lessi solo qualche anno più tardi. Il primo libro in assoluto che letteralmente divorai fu Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, ma solo perché seguivo la serie televisiva. Dovevo avere circa tredici anni, se non ricordo male.

Piperno, nel seguito del suo racconto, spiega in che modo si era accostato alla lettura: dopo una delusione amorosa, avendo il ragazzino indetto una specie di sciopero della fame come forma di protesta nei confronti dell’insensibile Viola che aveva ignorato le sue attenzioni, arrivò in soccorso il padre che si presentò in camera sua con un libro e con fare perentorio gli disse: “leggilo“.

Che sciocchezza! L’idea che una cosa pallosa come un libro potesse liberarmi del grumo di desiderio frustrato che mi strozzava l’esofago mi sembrava un insulto. Tuttavia c’era un non so che di familiare nel ragazzino in copertina. Oggi so che si trattava di un quadro di Modigliani intitolato Il figlio del portinaio. Eppure nessuna delle cose che so oggi è in grado di restituirmi l’empatia che mi colse alla sprovvista la prima volta che incrociai quel mesto sguardo di ragazzo. Tutto mi accomunava a lui: solitudine, indolenza, inessenzialità.

Il libro si intitolava “Il segreto”. L’autore era anonimo. Per la precisione Anonimo Triestino. Una specie di inno al mistero. Oh, ecco finalmente un mistero attraente. Il mistero di quel ragazzino senza nome con un segreto da custodire, ovvero il mio stesso mistero, il mio stesso segreto.

Quindi l’attenzione del giovanissimo Alessandro alle prese con la prima delusione d’amore fu catturata dall’immagine di copertina e dal ritrovarsi in quel fanciullo. Il tutto fa pensare che a volte il titolo di un libro non sia l’unica cosa in grado di catturare l’attenzione, né lo scrittore, in questo caso addirittura senza nome. Allora, quando ogni residua resistenza, pur tenace fino a quel momento, si allenta, si prende il libro, lo si sfoglia, quasi ostentando indifferenza, si legge l’introduzione, forse pensando che la lettura del tutto si esaurisca nella rapida scorsa di quella parte. E invece – almeno a Piperno è successo questo – si prosegue. Lo scrittore si sofferma in particolare sulla dedica:

Tutto il turbamento che mi comunicò questa introduzione non era niente a confronto del terremoto emotivo prodotto in me dalla dedica del libro e dal suo incipit.

«A Bianca, nel cui costante pensiero le ho scritto, dedico queste pagine, perché si meravigli, e sorrida di tanta fanciullaggine, e provi forse un po’ di rimpianto».

Se oggi, nel trascriverla, mi colpiscono soprattutto la sintassi macchinosa e il lessico ottocentesco, la prima volta che la lessi mi bastò sostituire al nome Bianca quello della mia volubile amata (una sostituzione non troppo difficile visto che anche il suo nome era un colore), per sentire il groppo in gola premere fin quasi a soffocarmi di commozione. Ero certo di essere il solo uomo sulla faccia della terra che potesse capire una dedica del genere. Così romantica, così nostalgica, così piena di magnanimità. Ma allo stesso tempo così subdolamente ricattatoria!

L’immedesimazione: ecco quel quid che si attendeva. Galeotto fu il libro, dunque. Galeotto nel senso che da allora iniziò l’amore per la lettura che non deve essere mai forzato. Amare i libri deve essere una scelta e l’inizio di questo amore non ha data né età. Quando si viene catturati dalla lettura è per sempre, non importa se abbiamo sei anni, e sappiamo a mala pena leggere, o se ne abbiamo sessanta. L’importamte è che sia una scelta spontanea, non una forzatura come la scuola vorrebbe imporre.

La lettura per diletto si distingue, quindi, da quella scolastica. Ciò non significa che non si possa trovare gradevole una lettura imposta, ma che, almeno nella maggior parte dei casi, l’obbligo uccide il piacere se quel piacere non è già insito nel bambino o nell’adolescente alle prese con le letture scolastiche.

Continua Piperno: L’attacco del libro, invece, era decisamente autocelebrativo: «Non c’è dubbio: io fui un bambino precoce». Possibile che quest’uomo mi avesse letto dentro così bene? Fu la prima volta nella mia vita in cui provai risentimento per un autore che mi aveva rubato l’idea per un romanzo. Molti anni dopo, all’università, sarebbero stati parecchi i professori che avrebbero cercato di inculcarmi due principi fondamentali per leggere un libro:
1) Non identificarsi mai con i personaggi.
2) Non confondere mai la vita del Narratore con quella dell’Autore.

Fu l’Anonimo Triestino a donarmi l’antidoto per resistere al veleno di quei dogmi così assennati e meschini.

Quegli insegnamenti, quella raccomandazione a non immedesimarsi, a non provare a vestire i panni di uno dei personaggi, a non confondere la realtà con la finzione … sono proprio questi gli errori da evitare se si vuole davvero provare il piacere della lettura. Cosa c’è di più bello del calarsi nell’atmosfera magica di un libro, del sentirsi parte della vita dei personaggi, del gioire o piangere insieme a loro, dell’ammirare un paesaggio attraverso l’immaginazione ma con la convinzione che il tramite siano gli occhi stessi di quei personaggi? Cosa c’è di più gratificante dell’abbandono completo della realtà, di cui non si percepiscono più odori, immagini, colori, di cui non si sentono più i suoni, nello sfogliare lento o rapido, a seconda dei gusti personali e dell’abilità di ognuno, le pagine che descrivono la vita vera, annullando la nostra nella finzione? E cosa c’è di più gradevole dell’espressione quasi estasiata che assumiamo, alla fine del libro, quando ormai abbiamo già di fronte la quarta di copertina con quei commenti che non abbiamo letto prima (per non esserne influenzati) e che ora continuiamo ad ignorare perché nulla ci può donare quella beatitudine, quel rapimento quasi estatico che abbiamo conquistato con le sole nostre forze, senza imposizione alcuna?

Ecco, quando queste sensazioni, questo distacco dalla realtà sarà originato da una lettura obbligata, allora potrò anche essere d’accordo sul fatto che i giovani debbano essere obbligati a leggere, secondo i gusti personali dei genitori o degli insegnanti.
Certo, capita di affrontare letture poco piacevoli anche se scelte da noi, un errore di valutazione ci può sempre stare, un consiglio dato da un amico può non rientrare nelle proprie preferenze. Però l’importante è che si sbagli da soli.

Mi rendo conto di essermi allontanata dall’articolo di Piperno, soprattutto dallo spirito della sua confessione che è quello del mistero e della scoperta. Per questo invito i lettori a leggerlo per intero al link de Il Corriere.
Quel che mi importava sottolineare era che nessuno deve sentirsi obbligato a leggere e nessuno deve arrogarsi il diritto di costringere alla lettura. In questo condivido appieno i dieci diritti del lettore elencati da Daniel Pennac nel suo Come un romanzo.

Mi piace concludere con una frase dell’indimenticabile Massimo Troisi: «Io non leggo libri. Perché loro sono in tanti a scrivere, io sono uno a leggere. Non ce la posso fare». Ed effettivamente in Italia si scrive tanto e si legge poco. Che sia anche colpa delle letture imposte agli studenti?

[immagine da questo sito]

Falcone lo ricordo così, con il sorriso

Per commemorare Giovanni Falcone lascio la parola a Pino Scaccia che, molto meglio di quanto potrei fare io, ci lascia un ricordo di questo grande uomo che non temeva nulla e nessuno.
Voglio solo ricordare una sua frase: “La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine”.
Mi chiedo solo: quando?

La Torre di Babele

Il giorno di Capaci stavo a Mosca. Ricordo che fu uno choc anche per i russi: la notizia ebbe ampio risalto. Con Falcone avevo fatto appena in tempo ad avere un minimo di rapporto. Dopo averlo inutilmente inseguito a Palermo, me l’ero ritrovato faccia a faccia a Oslo. Era il principale relatore in un convegno sulla droga e non mi lasciai sfuggire l’occasione rara di intervistarlo. Mi colpì di lui la pacatezza. Parlava piano, guardandomi negli occhi, ma ogni parola era un macigno. In due minuti mi regalò un’analisi lucida e concreta sulla piovra. Aveva idee chiarissime e il coraggio per portarle avanti. Come hanno ricordato anche all’Fbi fu il primo a intuire, molto prima della globalizzazione, che la lotta al crimine doveva essere universale, senza confini. Era sicuramente un passo avanti tutti gli altri, forse perché veniva dalla Kalsa, un quartiere dove non era facile scegliere da che parte…

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LA CAMPANELLA NON SUONA PIÙ PER MELISSA

laprofonline


Chi era Melissa Bassi? Fino a ieri lo sapevano solo i suoi compaesani, i parenti, gli amici, i professori e le compagne di scuola. Quel microcosmo che gravita attorno alla vita dei nostri ragazzi. Oggi sappiamo tutti chi era Melissa: una sedicenne, una ragazza come tante altre, con i suoi sogni, le speranze, i progetti per il futuro. Ha conosciuto l’amore, Melissa? Pare di sì, c’era un fidanzatino, un amore appena sbocciato. Di sicuro ha conosciuto l’amore di mamma e papà, delle persone care, di tutti quelli che aveva conquistato con il suo sorriso, con la sua bontà.

Melissa ieri mattina, come tutti i giorni, stava andando a scuola. Cosa può temere una ragazzina di sedici anni, mentre si appresta a varcare il portone del suo istituto, ad entrare nella sua classe, mentre conta i passi che la separano da quelle quattro mura che, accanto a quelle di casa, rappresentano…

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BUON COMPLEANNO A VOI, AMATI JEANS


Il 20 maggio 1873 vennero brevettati, negli Stati Uniti d’America, i mitici pantaloni, amati da molte generazioni e tuttora di gran moda: i blue jeans. Per la precisione, il brevetto fu depositato a San Francisco da Levi (nato Loeb) Strauss e Jacob Davis (nato Youphes). I neosoci decisero che il marchio «Levi’s and Jacob’s» era troppo lungo, quindi scelsero il più breve Levi’s, da allora e per sempre sinonimo dei pantaloni di tela blu di cui si celebra il 139° compleanno. Un’età che il capo di abbigliamento più venduto al mondo di certo non dimostra.

Il tessuto dei jeans, simile al Denim (di Nimes) ma più leggero, nasce a Genova. Si tratta di un tipo di fustagno molto resistente e leggero. Dal nome Gènes (Genova in francese) viene chiamato jean o jeane ed è già presente sul mercato europeo sin dalla fine del Medio Evo, mentre la sua trasformazione in pantalone da lavoro è da far risalire all’800, quando viene utilizzato per gli scaricatori del porto.

Probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato che quest’umile pantalone da lavoro avrebbe avuto un successo planetario. A partire dal 1850 che il termine jeans viene utilizzato per identificare non il tessuto ma un determinato modello di pantaloni. Il modello di pantaloni lanciato dai soci Levi Strauss e Jacob Davis aveva cinque tasche e si era rivelato particolarmente adatto ai cercatori d’oro. Dopo circa un secolo, dagli anni ’40 del ‘900, i jeans diventano, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, un capo di gran moda.

Oggi i jeans si indossano a tutte le età ed hanno le fogge più varie: larghi, stretti, a zampa sul fondo (stanno tornando di moda), a sigaretta, a vita bassa o bassissima, strappati, consumati, rattoppati … Il colore tipico dei jeans, blu scuro, ormai non è che una delle molteplici varietà di tinte in cui vengono prodotti questi pantaloni. Più o meno colorati, vengono prodotti e messi in vendita già lavati e poco importa se portandoli si sbiadiscono o in certe parti si consumino più che in altre. I jeans vanno vissuti e sono ancora più belli quando dimostrano i segni dell’età. Anzi, talvolta maggiormente apprezzati sono proprio quelli che escono direttamente dalla fabbrica consumati. Così non ci dobbiamo nemmeno dar la pena di farlo noi portandoli.

Dal lontano dì in cui i Levi’s sono comparsi sul mercato, non c’è casa di moda che non li abbia in catalogo. Certo, i prezzi sono diversi a seconda della firma. Ma ci si può accontentare anche di un paio anonimo se li sappiamo portare.


Ma i jeans hanno anche una storia da raccontare. Nei Paesi dell’ex area comunista, non so per qual motivo, non venivano prodotti o venduti. Negli anni Settanta a Trieste ci fu un vero e proprio boom economico favorito dall’arrivo in massa, ogni sabato, dei cittadini della ex Jugoslavia che ne compravano in quantità “industriali”, con il probabile intento di rivenderli clandestinamente nel loro Paese.
A quei tempi fecero affari d’oro i venditori ambulanti che avevano le loro bancarelle in piazza Ponterosso, sul canale che dalle rive porta alla chiesa di Sant’Antonio Vecchio. Increduli di fronte alle richieste esagerate di quel tipo di merce, i venditori iniziarono a specializzarsi nella vendita dei jeans e divennero ricchissimi. La prosperità economica li portò a costruirsi le ville sull’altopiano carsico o sull’incantevole strada costiera dalla quale si accede alla città giuliana. Ville che fino a quel momento erano un’esclusiva dei ricchi industriali e professionisti triestini.

Come sempre capita, questo boom ebbe anche i suoi risvolti negativi: presi dall’euforia dei nuovi acquisti, gli slavi (in dialetto sciavi, parola che effettivamente veniva usata con un certo disprezzo dai triestini inorriditi da un’invasione che veniva paragonata ad un’orda barbarica) spesso abbandonavano per strada, ovunque capitasse, i loro pantaloni per indossare i jeans nuovi di zecca. La città durante il sabato si trasformava ed era realmente invivibile. Gli slavi bivaccavano sul sagrato della chiesa di Sant’Antonio, il cui ingresso principale si affaccia su una bella scalinata, creando non poco disagio ai passanti.

Con il trascorrere degli anni, specialmente dopo la caduta del muro di Berlino, questa invasione è andata sempre più scemando. Così ora i triestini possono godersi la loro vita tranquilla, caratterizzata da una certa ripetitività – le “vasche” in Viale, la passeggiata sul Corso, il caffè in piazza Unità d’Italia -, e il loro shopping in santa pace. Del boom economico, però, non è rimasta neppure l’ombra e tutto a causa dei jeans che ora vengono prodotti e venduti ovunque.

Gli anni sono passati anche per me. Non sono più la ragazzina viziata che faceva fare chilometri ai genitori per poter acquistare, prevalentemente in Veneto, i jeans Fiorucci, i preferiti. Ma quei pantaloni tanto amati occupano sempre lo spazio privilegiato nel mio guardaroba. Strappati o meno, con le borchie o con gli strass, blu scuri o chiari, loro continuano ad essere sempre i miei amati jeans.

[fonti: Il Corriere e thisismyworld; immagine sotto il titolo da questo sito]