25 aprile 2012

DISCORSO DI NAPOLITANO PER IL 25 APRILE 2012: “BISOGNA CONTINUARE A RIEVOCARE E TRASMETTERE LA STORIA” E CITA GIACOMO ULIVI

Pubblicato in: attualità, politica, storia tagged , , , , , a 7:58 pm di Marisa Moles

Historia magistra vitae dicevano gli antichi. A volte, però, gli insegnamenti della storia vengono dimenticati, specie se si tratta di non ricommettere errori del passato. Quel “sbagliando si impara” tramandato dalla memoria popolare spesso non serve ad evitare che gli errori vengano ricommessi. Si sbaglia e si continua sulla strada dell’errore.

Il discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della festa della Liberazione, deve far riflettere. Particolare attenzione il Presidente ha prestato proprio all’insegnamento della storia. Ricordando che l’8 settembre 1943 l’Italia rischiò di ritornare divisa e rimanerci per sempre, Napolitano ha detto: bisogna continuare a rievocare e trasmettere la storia.

La storia non è costituita soltanto da eventi, anche da uomini che hanno combattuto per la libertà, per difendere le proprie idee e i propri ideali. Quel pezzo di storia che oggi abbiamo festeggiato ha visto protagonisti anche dei giovani che si aspettavano un futuro migliore e invece sono morti portandosi nella tomba tante speranze, tra cui quella di cambiare il mondo. E’ il caso, ad esempio, di Giacomo Ulivi, diciannovenne studente di giurisprudenza, condannato a morte e fucilato nella Piazza Grande di Modena il 10 novembre 1944. Richiamando le parole di questo giovane, Napolitano ha affermato: se fu possibile far rinascere l’Italia, lo fu perché in moltissimi – sull’onda della Liberazione – si avvicinarono alla politica, non considerandola qualcosa di ‘sporco’, ma vedendo la cosa pubblica come affare di tutti e di ciascuno. E invece oggi cresce la polemica, quasi con rabbia, verso la politica. E si prendono per bersaglio i partiti, come se ne fossero il fattore inquinante.

Il discorso del presidente non poteva che prendere questa direzione. Oggi noi Italiani siamo sfiduciati e credo sia difficile, almeno dal punto di vista politico, sperare che le cose migliorino. Ma siamo sicuri che la colpa sia tutta della politica? Siamo certi che, se la situazione è degenerata a tal punto, sia solo per colpa dei politici che si sono approfittati del potere affidato loro, in fiducia, dai milioni di italiani che si sono recati alle urne e li hanno eletti? Non intendo in questa sede fare un discorso politico (soprattutto perché immagino che la prima obiezione a questo mio semplice pensiero possa avere come argomento la legge elettorale che ha impedito, in sintesi, al popolo di scegliere chi mandare al parlamento), non l’ho mai fatto né mai lo farò. Dico sempre che la politica non mi interessa e credo che questo sia l’atteggiamento di molti. Allora mi chiedo: non sarà forse anche un po’ colpa nostra se le cose sono degenerate fino a tal punto?

Rileggendo le parole di Giacomo Ulivi, scritte nella lettera d’addio agli amici prima di essere fucilato, trovo che le sue riflessioni siano attualissime. Ve le riporto perché possiate riflettere anche voi.

Cari amici,

dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo nei nostri mali. Qui sta la nostra colpa: come mai, noi Italiani, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? che cosa abbiamo creduto? creduto grazie al cielo niente, ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente. Questa ci ha depredato e questo è il lato più roseo io credo. Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale, la mentalità di molti di noi. Credetemi la “cosa pubblica” è noi stessi. Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo insomma.

E se ragioniamo il nostro interesse e quello della cosa pubblica finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perchè da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassioniamo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete voluto più sapere!

Giacomo Ulivi, 19 anni, studente di giurisprudenza.

Il passo è tratto dal libro Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, edito da Einaudi. Ringrazio Alessandro D’Avenia, che ne ha parlato in un post sul suo blog, e la sua lettrice Maria Rita Tarantino che ha ricordato, in un commento, che lo stesso Ulivi è stato citato nel discorso del presidente Napolitano.

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2 commenti »

  1. espress451 ha detto,

    Quel “credetemi la cosa pubblica è noi stessi” è non solo attuale, ma esemplare di fronte a tanta decadenza. Triste pensare che tali uomini siano passati come meteore lasciandoci altri soggetti sulla scena italiana. Soggetti che quando leggono “cosa pubblica” pensano sia normale farla propria.
    A presto, Ester.

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  2. marisamoles ha detto,

    «Soggetti che quando leggono “cosa pubblica” pensano sia normale farla propria.»

    Condivido. Purtroppo si inizia dalle cose piccole e poi … si prende gusto. Sto pensando, ad esempio, a quelli che lavano la macchina nel cortile condominiale con l’acqua che pagano tutti. Succedeva anche qui da me e fin da subito ho detto ai miei figli, allora piccoli, quando mi chiedevano perché mai andassi all’autolavaggio a pagamento, che quello che è di tutti non si può considerare proprio.
    Chissà come li avranno educati a casa i nostri politici.

    A presto.

    Mi piace


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