27 febbraio 2012

IN UNA FICTION SU RAI 1 RIVIVE WALTER CHIARI, FINO ALL’ULTIMA RISATA E OLTRE

Posted in spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , a 4:53 pm di marisamoles


Già osservando i trailer che da settimane vanno in onda su Rai 1, a tutte le ore, confesso che mi sono commossa. Non solo per la straordinaria somiglianza dell’attore che ne interpreta il ruolo, Alessio Boni, ma anche e soprattutto per la commozione di “rivedere” sullo schermo televisivo il mitico Walter Chiari.

Per chi ha la mia età e ha “vissuto” in prima persona la tv degli anni 60-70, con i suoi varietà che potevano davvero definirsi tali, la fiction, di cui ieri sera è andata in onda la prima puntata, rappresenta un momento commovente di rievocazione attraverso un personaggio che sapeva conquistare il pubblico televisivo. Un comico sui generis, se vogliamo, con quella capacità di ridere spontaneamente ma in modo discreto, mai sguaiato, accompagnata dall’ironia e dal ghigno, a volte sardonico, che l’attore Boni ha saputo riprendere alla perfezione e quella voce da trombone che sembra impossibile possa rivivere, uscendo dalle labbra di un attore che ha spesso un tono molto più delicato e sommesso.

Per sua stessa ammissione, Alessio Boni ha studiato meticolosamente il personaggio, attraverso la visione di ore ed ore di materiale televisivo. Complice anche la consulenza del figlio che Chiari ebbe da Alida Chelli, Simone Annicchiarico – conduttore televisivo, attualmente in onda il sabato sera, affiancato da Belen Rodriguez, nel programma di Canale5 “Italia’s got talent” – che compare in un cammeo all’inizio del film, ne è uscita una fiction credibile, un buon prodotto che rende merito alla poliedricità del personaggio Chiari e allo stesso tempo rappresenta la vita sospesa tra commedia e dramma dell’uomo Walter.

Insomma, a me è piaciuta anche se le vere protagoniste, almeno nella prima parte, sono state le donne: dalla “compagna” degli esordi Sophie (interpretata da Karin Proia), colei che scoprì il talento comico dell’allora operaio all’Isotta Fraschini, passando attraverso Lucia (interpretata da Caterina Misasi) che lo accompagna nei primi passi sulla via del successo, fino ad Alida (interpretata da Dajana Roncione) che diventerà sua moglie, nonché la madre del suo unico figlio, e lo accompagnerà nei difficili momenti del carcere. E poi la grande amicizia con Valeria (interpretata da Bianca Guaccero), l’innamorata che saprà farsi da parte vedendo il “suo” Walter attorniato da splendide donne, come Ava (interpretata da Anna Drijver), l’unico grande amore della sua vita, per sua stessa ammissione.

Walter Chiari sapeva far ridere senza essere volgare, lo sapeva fare puntando sull’espressività oltre che sulla parola, mai triviale. Se penso ai comici di oggi, quelli di Zelig o di Colorado Caffè, che puntano sul linguaggio scurrile per suscitare il riso, comprendo che forse oggi la comicità di Chiari può essere considerata obsoleta. Eppure le gag con Carlo Campanini, quelle di “Vieni avanti Cretino”, e la scenetta del famoso quanto inesistente sarchiapone sono rimasti nella storia della tv. Potranno mai i comici moderni far parlare di sé anche a distanza di trenta-quarant’anni?

http://video.google.com/videoplay?docid=-4488094706737567824

[foto da tvblog]

AGGIORNAMENTO DEL POST

Confesso che a me la seconda puntata della fiction su Walter Chiari non è piaciuta un granché. MI sembra si sia insistito un po’ troppo sul dramma di una star, ormai prossima al declino, che non riesce a cambiare nemmeno di fronte al fallimento. Non conosco tutti i risvolti della travagliata vita del comico veronese, ero solo una ragazzina quando fu travolto dallo scandalo della cocaina che lo danneggiò non solo nella vita professionale ma anche e soprattutto in quella personale.
Tutto ciò, senza nulla togliere alla bravura di Alessio Boni che, se vogliamo, è stato ancora più grande nella seconda parte del film, rappresentando Chiari in bilico tra dramma e commedia, quella che per lui, nonostante tutti, ancora caratterizzava la sua vita.

Rimango un po’ male, però, nel leggere la critica di Aldo Grasso, con il quale mi trovo quasi sempre d’accordo, pubblicata sulle pagine de Il Corriere, con un titolo che suscita quantomeno perplessità: La caricatura di Walter Chiari, una sofferenza guardarla.
Il critico televisivo, una delle voci più autorevoli in quest’ambito, esordisce con queste parole:

Per chi ha profondamente amato Walter Chiari, l’artista più che l’uomo, la biografia interpretata da Alessio Boni è stata una vera sofferenza. Per dire l’accuratezza con cui hanno lavorato gli sceneggiatori: quando viene arrestato nel 1970 dalla Guardia di Finanza per spaccio di droga e portato in carcere, Chiari-Boni grida: «Questa non è giustizia, è giustizialismo». Ora in quell’anno, come attestano i dizionari, con «giustizialismo» si definiva la dottrina politica del presidente dell’Argentina Perón. Ma è tutto così, alla ricostruzione si è preferito la caricatura.

Credo che in questo caso Grasso abbia cercato un po’ il pelo nell’uovo. Ma la sua è una stroncatura convinta, dato che continua: Fino all’ultima risata» è una rivisitazione superficiale e maldestra. E dire che con tutto il materiale di repertorio che esiste su uno dei più grandi entertainer dello spettacolo italiano era quasi impossibile costruire una fiction così brutta. Ci sono riusciti.
Fortunatamente almeno assolve l’attore protagonista, pur trovando nella sua interpretazione un diffettuccio: L’unico a salvarsi è Alessio Boni, fin troppo, però, sprofondato nella parte.

Si era detto che Simone Annicchiarico, il figlio che Chiari ebbe da Alida Chelli, è stato uno dei consulenti della fiction e che con la sua supervisione era stata messa in scena la vita del padre. Ebbene, sempre dalle pagine de Il Corriere, anche Annicchiarico non risparmia le critiche che lasciano di stucco, puntando il dito sulla seconda parte in particolare:

La seconda parte, dico: quello non è Walter Chiari. […] La prima parte è Walter, la seconda è Lenny Bruce. Se nella prima puntata l’85 per cento delle cose sono vere e il restante 15 è romanzato, nella seconda è esattamente il contrario: l’85 per cento è inventato.
E continua: È un iper-mega-romanzo. Ne esce fuori un uomo fallito, dominato da brutti demoni, mentre lui era di un’allegria contagiosa, aveva un sacco di persone intorno. Tutto il contrario di quello che si è visto lì.

Di fronte a queste esternazioni viene spontaneo chiedersi: e allora, quale ruolo ha avuto Simone nella realizzazione della fiction? Anche nei titoli d’apertura era messo bene in evidenza il suo nome e cognome, accompagnati dalla didascalia: con la consulenza di …
Le uniche parole di elogio le riserva ad Alessio Boni che, pur essendo stato strepitoso, non era l’unico bravo attore nella fiction: Alessio Boni è straordinario, da fargli un monumento per quanta dedizione ha messo nel personaggio.

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22 febbraio 2012

UN MILIONE

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MI PIACE FESTEGGIARE IL MILIONE DI VISITE SU QUESTO BLOG IN COMPAGNIA DEL SIGNOR BONAVENTURA CHE HA ACCOMPAGNATO, CON LE SUE AVVENTURE (ED IL PREMIO DI 1 MILIONE CHE REGOLARMENTE SI AGGIUDICAVA), LA MIA INFANZIA E TUTTA LA MIA ADOLESCENZA.

GRAZIE A TUTTI I LETTORI PER QUESTO TRAGUARDO CHE SOLO POCHI MESI FA MI SEMBRAVA UN SOGNO.

GRAZIE DI CUORE.

21 febbraio 2012

IL MIO MARTEDI’ MAGRO. ALMENO I RICORDI NON INGRASSANO

Posted in affari miei, bambini, tradizioni popolari, Trieste tagged , , , , , , , , , , , , , a 5:05 pm di marisamoles


Ed eccoci arrivati all’ultimo di Carnevale: il martedì grasso che invita agli eccessi, soprattutto culinari, in vista del periodo di “magra”, cioè la Quaresima, che ci accompagnerà fino a Pasqua. Ma perché l’aggettivo “grasso” è scelto per identificare le due giornate più importanti della settimana di Carnevale, ovvero il giovedì e il martedì?

L’etimologia della parola sembra aver origine da carnem levare, locuzione latina che indica l’assenza della carne nell’alimentazione a partire dal mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima. In origine, infatti, per tutto questo periodo si usava togliere dalla mensa (parola latina che indica la tavola imbandita) la carne, tutta. Poi, però, tale limitazione è stata ridotta ai soli venerdì di Quaresima, anche se qualcuno tende quantomeno ad astenersi dal consumo di carne di maiale per tutto il periodo. Dipende da quanto si è ligi nel rispettare la tradizione cattolica. Ricordo, ad esempio, lo sguardo inorridito di mia suocera quando, ad un pranzo domenicale in periodo quaresimale, si trovò di fronte un piatto a base di carne suina. Lo rifiutò, con la cortesia che la contraddistingueva, adducendo non so quale pretesto, ma io compresi subito la gaffe fatta in assoluta buona fede. Non era, insomma, mia volontà mancarle di rispetto.

Se pensiamo alle prescrizioni alimentari “imposte” (sarebbe meglio dire “suggerite” perché poi ognuno fa un po’ come gli pare) dalla Chiesa, siamo portati a credere che il Carnevale abbia origini cristiane. In realtà pare abbia visto la luce in età ben più antiche, risalendo alle feste pagane come le dionisiache greche e i saturnali romani. Lo scopo di tali riti era quello di sovvertire l’ordine lasciandosi andare al caos e agli eccessi (non solo a tavola, per altro…). Non a caso i culti antichi erano legati alla primavera, periodo di rinascita, e il Carnevale stesso acquisisce, in un certo senso, una dimensione metafisica, in cui l’uomo si trova quasi sospeso tra cielo e terra, in stretto contatto con il sovrannaturale. Le stesse maschere, in fondo, rappresentano la volontà di trovare un contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, basti pensare all’origine di una delle maschere più note, quella di Arlecchino, che è in realtà legata all’oltretomba, una sorte di demone di cui si conservano i tratti nella maschera seicentesca con quel ghigno nero nel quale pare riconoscibile il resto di un corno perso dal diavolo nel suo aspetto più umanizzato.

Nonostante la Chiesa non vedesse di buon occhio la tendenza ai bagordi per tutto il periodo di Carnevale, questa tradizione su molto seguita fin dal Rinascimento. Nella Firenze medicea, ad esempio, si organizzavano sfilate mascherate su grandi carri chiamati “trionfi” (da cui deriva tutt’oggi la tradizione dei carri in molte località della nostra penisola, anche se forse la più nota è Viareggio, ma non è l’unica), accompagnate da canti e balli. Lo stesso Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico, fu autore della Canzone di Bacco e Arianna, un vero inno alla giovinezza e al piacere che da essa deriva:

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco ed Arïanna,
belli, e l’un de l’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza
. (QUI potete leggere l’intero testo)

Tornando alle tradizioni culinarie, il Carnevale è soprattutto caratterizzato dalla preparazione dei dolci: credo che in tutte le regioni si preparino i crostoli (però ci sono nomi diversi per indicare queste sfoglie sottili e dorate: cenci, frappe, galani, chiacchiere …) e vari tipi di frittelle (a Trieste le chiamiamo fritole). A casa mia, quando il livello di colesterolo nel sangue era ancora nei limiti, si usava consumare un dolce tipico napoletano: gli struffoli. Buonissimi! Al solo ricordo mi lecco i baffi … si fa per dire.
Essendo io una golosa glucosiodipendente, non prendo nemmeno in considerazione i piatti salati ma presumo che ce ne siano di tipici. Se qualcuno vuole postare qualche ricetta, faccia pure. Anzi, mi farebbe molto piacere anche se, ahimè, non potrò gustare alcun piatto. Per me la Quaresima è iniziata subito dopo l’Epifania (guarda caso in concomitanza con le prime esposizioni in vetrina dei crostoli e delle frittelle, da parte dei fornai che, nemmeno finite le feste natalizie già pensano a Carnevale. D’altronde, i panettoni iniziano a venderli a settembre …). L’ipercolesterolemia (dovuta, secondo me, alla mia stupidità che mi ha suggerito di andare a fare le analisi il 7 gennaio perché dopo ricominciava la scuola …) mi ha imposto la dieta rigida che mi porterà alla rinuncia delle classiche scorpacciate di dolci. Non solo, visto che la dieta normalmente fa diventare egoisti (non compero più, infatti, i dolci nemmeno per gli altri … si arrangino e se li comprino da soli!), non preparerò, come ero solita fare, né crostoli né fritole. Perché mai dovrei fare tanta fatica senza poter nemmeno assaggiare il prodotto del sudore della mia fronte? Insomma, stare a dieta significa anche rinunciare a farsi del male.
Ecco, quindi, spiegato il titolo del post.

E ora veniamo alle maschere. Io, per la verità, non ho mai amato vestirmi in maschera. Nemmeno nella mia famiglia era sentita questa tradizione, visto che per il mio primo Carnevale a scuola, in prima elementare, mia madre pensò bene di spedirmi in grembiulino come tutti gli altri giorni. Non vi posso nemmeno dire come mi sentii vedendo tutte le altre bambine (la mia era una classe solo femminile!) vestite con abiti meravigliosi in perfetta sintonia con il reddito pro capite familiare. Ero in una classe di gente decisamente benestante. Io e un’altra scolara (me la ricordo bene, nome e cognome che celerò nel rispetto della privacy) eravamo le uniche senza costume. La maestra, quindi, pensò bene di non farci sentire diverse in occasione della foto di gruppo e ci impose di indossare delle maschere. Le uniche disponibili erano quelle dei sette nani, creature che, guarda un po’, non mi erano troppo simpatiche se non altro perché avevano schiavizzato quella poveretta di Biancaneve. Già da piccola, evidentemente, ritenevo che le mansioni domestiche spettassero a uomini e donne in ugual misura, forse perché mio padre, con la sua disponibilità, mi aveva fatto credere che tutti i mariti dovessero essere come lui. Ah, che brutto esempio! Non sono sicura di aver subito un trauma più grosso quando fui costretta dalla maestra ad indossare la maschera di Cucciolo, per la famosa foto, (d’altra parte la mia compagna di sventura fu obbligata a mascherarsi da Brontolo il che mi portò a considerare che almeno in quella occasione potessi ritenermi fortunata), oppure quando, crescendo, mi resi conto che il mio adorato e disponibilissimo papà non era la norma bensì l’eccezione.

Uscii indenne da quel primo Carnevale, con l’intima speranza di non essere costretta a mascherarmi negli anni a venire. Non avevo fatto i conti con l’orgoglio ferito di mia madre: non sia mai che mia figlia si presenti un’altra volta a scuola senza costume! Fu così che l’anno successivo scelsi, senza troppo entusiasmo, la maschera di damina. Avete presente quegli abiti con gonna a diciotto strati, che impediva una camminata decente, parrucca bianca con boccoli e neo posticcio vicino alle labbra? Ecco, proprio quel tipo di costume. Lo odiai nel momento stesso in cui quel simpaticone di mio fratello, visto che allora ero leggermente sovrappeso, mi ribattezzò damona (che poi a Trieste è ai limiti dell’insulto!). Roba da non uscire di casa ma siccome ero una bambina docile e ubbidiente, uscii e andai mesta alla festa di Carnevale organizzata dalla zelante maestra che fu ben contenta di non dover procurare alle scolare “povere” le maschere dei nani di Biancaneve.

Andò meglio l’anno successivo: spinta dalla precoce – anche se imposta – passione per la lirica, chiesi a mia mamma, sarta provetta, la confezione di un costume alquanto insolito: volevo travestirmi da Mimì de La Boheme. Non avevo a mia disposizione una fata come Cenerentola ma mia mamma, che le mani di fata le aveva allora e le ha tutt’oggi, confezionò un abito meraviglioso, in velluto blu con una bordura in finto pelo bianco, manicotto compreso. Dalla tradizionale cuffia uscivano, in bella mostra i boccoli naturali perché nel frattempo ero riuscita a convincere la genitrice a lasciarmi crescere i capelli. Il mio fisico si era assottigliato e anche mio fratello non ebbe nulla da eccepire. L’orgoglio di mia madre fu salvo, mio fratello si salvò da uno schiaffone -nel frattempo ero anche cresciuta e a mio fratello non riconoscevo più alcun diritto della primogenitura, tanto meno quello d’insultarmi – ed io presi gusto a travestirmi per Carnevale.

Vi risparmio l’elenco delle maschere scelte negli anni successivi. Alle medie, tuttavia, non c’era l’insana abitudine di presentarsi a scuola in maschera, così potei rifarmi alle feste del sabato che venivano organizzate negli ambienti della Società Ginnastica Triestina dove studiavo danza classica.
Ricordo, in particolare, una volta in cui mi vestii da hippy, con tanto di parrucca alla Minnie Minoprio e pantaloni viola a zampa, anzi, zampissima. Poco originale, tuttavia, visto che correvano gli anni Settanta …

Al liceo un anno volli emulare Anna Oxa, famosa allora per il recente debutto al Festival di Sanremo con l’abbigliamento punk. Cantava Un’emozione da poco, una delle sue canzoni più belle in assoluto. Io quell’anno indossai un completo nero da uomo, giacca e pantaloni, stile Blues Brothers, con camicia bianca e cravattino nero. ma la cosa che più mi esaltò fu il trucco, pesantissimo, e le unghie dipinte di nero. Indossai questa mise in un’occasione importante: una festa a casa del sindaco – suo figlio era mio compagno al liceo -, anzi nella villa del Comune che costituiva la sua residenza. Un’emozione non da poco, tutto sommato.

Sempre all’epoca del liceo risale un’altra maschera che sembrava preannunciare il destino da futura prof di storia antica: mi travestii da Poppea, discussa moglie di Nerone. Diciamo che madre natura non mi aveva dotato dell’attributo fondamentale, riconducibile al nome Poppea (per quello devo ringraziare i miei due figli che, magicamente, hanno involontariamente provocato una mastoplastica additiva naturale e soprattutto gratuita), ma il vestito, sempre confezionato da mia mamma, era fantastico. Certamente poco adatto al clima invernale, tipico del Carnevale nel nostro emisfero, soprattutto i calzari infradito che costrinsero mia mamma a modificare il piede dei collant in modo da evitare di indossarli senza calze.
Si potrebbe pensare che la mia scelta fosse dettata da un amore incondizionato nei confronti degli antichi Romani, di quel popolo la cui lingua avrei poi insegnato. Nossignori. In realtà, l’idea mi venne leggendo un fotoromanzo – sì, avete letto bene – imprestatomi dalla mia compagna di classe Nilla, grande appassionata del genere. In un episodio, infatti, di uno dei mitici numeri della Lancio, la protagonista era travestita da Poppea, proprio in occasione di una festa di Carnevale. Per chi pensa che la lettura dei fotoromanzi sia prerogativa delle femmine stupide e incolte, vi informo che la mia compagna di liceo era in assoluto la più brava della classe. Fu solo questo il motivo per cui mia madre non ebbe nulla da obiettare sulla mia lettura appassionata dei fotoromanzi, prima di allora assolutamente criminalizzati a casa mia.


Quando conobbi mio marito, appena finito il liceo, lo portai sulla cattiva strada … della maschera carnevalesca. Lui non sentiva poi tanto trasporto per le carnevalate ma per amor mio si sottopose a varie torture, trucco compreso. Come la volta in cui scegliemmo – ma dovrei dire scelsi, in tutta onestà – di travestirci da Pierrot e Pierrette. Mia madre, ancora una volta, fu l’artefice di un travestimento meraviglioso (quello di mio marito, più modesto, per par condicio fu opera di mia suocera): seguendo il mio consiglio, riutilizzò un vecchio tutù da danza, quello romantico (il che significa lungo) bianco, confezionando la parte superiore con del raso nero, con tanto di bottoni-pon pon bianchi. Il tradizionale cappello a cono in testa, mentre mio marito – allora fidanzato – portava la cuffia nera, il trucco bianco con lacrima finta e la maschera fu pronta. In assoluto la migliore che abbia mai indossato.

Per finire, ricordo anche quella volta in cui ci travestimmo da Charleston: lui con lo smoking di mio fratello (vistosamente corto, dato che tra i due vi sono circa venti centimetri di differenza), mantella, cilindro e bastone; io con abito nero frangiato, originale anni Venti -imprestatomi da un’amica di mamma -, parrucca a caschetto bionda, con tanto di pennacchio incorporato, bocchino e sigaretta, calze nere con cucitura dietro e mantellina in marabù. L’unico problema fu la temperatura rigidissima e la bora che soffiò per giorni, tanto che per aver osato fare una passeggiata in centro (cosa che allora si faceva di rito), mi buscai una bella infreddatura per iniziare degnamente la Quaresima pentendomi amaramente per aver troppo osato.

Ora dovrei passare ad illustrare gli innumerevoli carnevali dei miei figli. Credo, però, di avervi tediato abbastanza, per cui rimando l’argomento al post carnevalesco del prossimo anno.
Mi dispiace non poter postare alcune delle foto “di famiglia” ma il mio pc è rotto e quindi non posso usare lo scanner. Penso che la cosa faccia felice mio marito-Pierrot.

Buon ultimo di Carnevale a tutti e, mi raccomando, mangiate anche per me.

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine Pierrot e Pierrette da questo sito]

19 febbraio 2012

CELENTANO A SANREMO: PREDICATORE SENZA SAIO MA CON UN ABITO ARMANI DA 15MILA EURO

Posted in Festival di Sanremo, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , a 6:05 pm di marisamoles

Più penso che si debba voltare pagina – ormai Sanremo è finito, basta con sermoni, farfalline, slip invisibili, vincitori discutibili … – e meno mi trattengo dallo scrivere post su quest’ultima kermesse musicale, si fa per dire, che ha fatto parlare tanto di sé, come nelle migliori tradizioni sanremesi.
Complice l’influenza, ho avuto modo di sorbirmi tutte e cinque le serate del festival e ho tempo per leggere su più testate giornalistiche i commenti all’indomani della finale. Molte notizie impongono una riflessione; tra le tante, ne scelgo una che ha come argomento centrale, guarda un po’, gli interventi di Adriano Celentano sul palco dell’Ariston.

Non starò qui a parlare dell’intervento di ieri (poteva scusarsi con chi ha precedentemente offeso ma non l’ha fatto, ce ne dobbiamo fare una ragione), non tirerò fuori, per l’ennesima volta, la questione del compenso esorbitante richiesto (e francamente non me ne frega niente se poi l’ha dato in beneficenza, sono anche soldi miei e se voglio aiutare chi ha bisogno non devo certo rendere conto al signor Celentano), non ho nemmeno alcuna intenzione di criticare i suoi sermoni su Dio e il Paradiso (se proprio vuole sapere com’è, si legga la Commedia di Dante, anche l’Inferno già che c’è, ma non lo chieda ai preti perché loro non sono né San Paolo né Enea e nemmeno Dante stesso, nell’Aldilà non ci sono stati. E’ chiaro?!). Niente di tutto questo (non so se avete notato la falsa reticenza … sto parlando della figura retorica, ovviamente). Voglio solo fare una riflessione scaturita dalla lettura di una notizia in cui si riporta il costo dell’abito di scena di fra’ Celentano da Galbiate: 15mila euro. Sì sì, proprio 15.000 (metto gli zeri così rende meglio l’idea).

Il predicatore sanremese ha, infatti, preteso un abito confezionato su misura per lui da Armani per la modica cifra di 15mila euro. Ciò mi impone una duplice riflessione: sull’effetto dell’abito e sul suo costo.

Io credo che con quella cifra una famiglia di tre persone possa campare alla grande per un intero anno. Certo, gli abiti se li dovrebbero acquistare al mercato, senza strafare (10 euro per capo, non di più e non troppo spesso). Perché mai, caro Adriano, non sei andato tu al mercato per acquistare un abito sottocosto e non hai aggiunto quei 14.900 (con 100 euro al mercato ti rifai il guardaroba, comunque) euro alle altre migliaia di euro che hai preteso come compenso e che hai poi destinato alla beneficenza?

La seconda riflessione è sull’abito. Quando l’ho visto, devo dirlo sinceramente, ho pensato: “Vieni qui, caro Adriano, che vediamo se c’è qualche vestito vecchio di mio marito che magari te lo regalo!”. Insomma, volevo fare anch’io un po’ di beneficenza. Nello stesso tempo, tuttavia, ho ammirato la coerenza di quest’uomo: stai predicando Dio e Gesù e ti vesti in modo dimesso perché vuoi dare l’esempio. Più che giusto. Un saio sarebbe stato meglio ma l’abbigliamento scelto mi è sembrato adeguato.

Quando ho letto il costo di quel capo di abbigliamento, sono rimasta letteralmente senza parole. Ok, non è che di alta moda me ne intenda, ma sono cresciuta sentendo mia madre che diceva (e continua a dirlo): non è prezioso l’abito che indossi ma il modo in cui lo indossi. Tradotto in parole semplici: anche lo straccetto da 10 euro sta bene a chi lo sa portare. E devo dire che, oltre ad essere una perla di saggezza della mia mamma, questa è anche una mia grande fortuna. Me ne rendo conto quando ricevo i complimenti dalle colleghe che sono firmate dalla testa ai piedi.

Per concludere la mia riflessione, posso affermare che il detto “l’abito non fa il monaco” calza perfettamente in questo caso. Si è mai visto un monaco in Armani?

Se volete conoscere gli altri sprechi del festival, leggete QUA.

SANREMO 2012: UN DUE TRE … EMMA! LE COPERTINE DI “TV SORRISI E CANZONI”

Posted in Amici, canzoni, Festival di Sanremo, spettacolo, televisione tagged , , , , , , , a 4:03 pm di marisamoles

FEBBRAIO 2009

FEBBRAIO 2010

FEBBRAIO 2012

IN ATTESA DELLA COPERTINA DI SORRISI. 😉

Mi rendo conto che il mio giudizio sia ininfluente ma giusto per fare un commento: a me Emma non piaceva prima e non piace nemmeno adesso. Il televoto l’ha premiata, come volevasi dimostrare, ma non significa che la sua fosse la canzone più bella del Festival. A me sono piaciuti di più Renga e la Zilli. Oltre a Pierdavide, naturalmente. Ma come ha fatto notare qualcuno, Emma ha più fans.

[la foto di Emma è di Frezza La Fata per Sorrisi]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 20 FEBBRAIO 2012

ECCO LA COPERTINA DELL’EDIZIONE SPECIALE IN EDICOLA OGGI.
L’immagine di copertina è stata scattata alle 3.10 di sabato notte/domenica mattina nella redazione sanremese di Sorrisi all’Hotel Royal. Nel giornale troverete tutto quello che non si è visto in tv di conduttori, cantanti e ospiti (Celentano compreso). Inoltre, i giudizi di Arisa alla quale abbiamo chiesto di esprimere, alla “X Factor”, un parere sui colleghi in gara come se fossero dei debuttanti in cerca di gloriaCONTINUA A LEGGERE >>>

18 febbraio 2012

L’ALTRO SANREMO: SIMONA ATZORI, UNA DONNA SPECIALE CON LE ALI AL POSTO DELLE BRACCIA

Posted in donne, Festival di Sanremo tagged , , , , a 6:39 pm di marisamoles

Ha aperto la quarta serata del Festival di Sanremo con una danza sublime, leggera come una farfalla. Una ballerina speciale, accompagnata dalla musica altrettanto sublime del violinista David Garret. In un Sanremo che ricorderemo più per la volgarità e l’esibizionismo di certe vallette e di certi ospiti, l’apparizione di Simona Atzori, ballerina senza braccia, è come una perla rara, preziosa e bella nella sua diversità.

Nel tanto parlare di vestiti con spacchi vertiginosi, di donne belle che fanno le statuine, recitando una parte senza alcuna arte, senza nemmeno conoscere la lingua italiana, presentatrici improvvisate di un festival della canzone italiana sempre più in declino, non tanto d’audience quanto di stile, una donna come Simona dovrebbe bastare per mettere a tacere tutte quelle persone – perlopiù donne esse stesse- che urlano indignate contro l’utilizzo del corpo femminile in tv.

Anche l’Atzori ha esibito il suo corpo, un corpo mutilato, sì, perché privo di braccia, ma un corpo impreziosito dalle ali invisibili che accompagnano la danza di una ragazza straordinaria, per capacità e per carattere. Non so quante al suo posto avrebbero avuto il coraggio di scegliere un percorso artistico, quello del ballo, dove il corpo ha sempre il posto d’onore, dove qualsiasi imperfezione (dal collo del piede alla lunghezza delle gambe al perfetto allineamento di braccia e gambe nell’arabesque) è considerata un grave handicap nella carriera di una danzatrice. Eppure Simona senza braccia riesce a trovare un equilibrio perfetto (cosa difficilissima, credetemi, in mancanza delle braccia) nelle evoluzioni con le gambe, tanto da sembrare mossa davvero da un paio di ali invisibili. A chi le chiede come faccia a ballare in modo così armonioso, lei risponde di avere le ali al posto delle braccia.

Oggi, per tutta la giornata, in tv si è continuato a parlare della farfallina di Belen e dei suoi slip invisibili (ne ho parlato anch’io, ahimè, ma prima di ricordare lo spettacolo straordinario offerto da questa ragazza), oltre che delle canzoni che hanno più chance di vincere. Pare che Simona e il suo ballo d’apertura della quarta serata del festival siano già dimenticati. L’ho vista ospite solo in una trasmissione: “A sua immagine”, settimanale di cultura religiosa. Forse non è stato un caso.

E’ proprio vero che da persone come Simona si comprende come ciò che Dio crea non sia mai imperfetto. Dinnanzi a creature come lei si ha quasi l’impressione che gli imperfetti siamo noi che abbiamo due braccia ma non un paio di ali per sentirci davvero liberi.

INVITO A LEGGERE QUESTO BEL CONTRIBUTO DI CLAUDIO ARRIGONI PER IL CORRIERE

EFFETTO SANREMO: VANNO A RUBA GLI “STRAPLESS PANTY”, SLIP INVISIBILI DI BELEN

Posted in donne, Festival di Sanremo tagged , , , , , , , a 5:18 pm di marisamoles


Dopo aver appurato che sotto lo svolazzante vestito azzurro e rosa (a proposito: due tinte che mettevo sempre assieme nei disegni dell’asilo!) Belen Rodriguez avesse gli slip, pare che il dubbio amletico di molte donne – non più degli uomini – ora sia: ma che tipo di slip aveva addosso che nemmeno le si vedevano?

Ecco, dunque, svelato il mistero: si tratta degli strapless panty, prodotti da una ditta californiana, la Shibue Couture di Huntington Beach, in vendita on line. Jenny Buettner, amministratore delegato di Shibue Couture, spiega che questo tipo di microslip invisibile è stato brevettato anche per essere utilizzato sui set fotografici e cinematografici nelle scene di nudo. La stessa Elisabetta Canalis, che a Sanremo è stata la “compagna” di Belen nel ruolo di valletta, aveva utilizzato gli strapless panty nella campagna pubblicitaria della Peta ((People for the Ethical Treatment of Animals, la maggiore associazione americana per la protezione degli animali), il cui slogan era “meglio nuda che con una pelliccia addosso”. Che li abbia consigliati lei a Belen?

Dalla ditta californiana si viene a sapere che tra giovedì e venerdì gli ordini dall’Italia si sono moltiplicati e che se lo scorso anno sono stati venduti 110mila paia di strapless panty, si prevede che per il 2012 la cifra sarà quadruplicata.

Quindi, grazie a Belen questa azienda farà affari d’oro. Peccato, però, che non sia italiana, in questo momento di stasi economica.

Tuttavia mi chiedo: ci sono davvero tante donne italiane così desiderose di mostrare farfalline in giro? Ma forse si tratta solo di un’emergenza carnevalesca: chissà, magari a Carnevale si travestono tutte da Lady Godiva. Spero almeno che per i cavalli si rivolgano ad allevatori italiani.

[LINK della fonte]

SANREMO 2012: TRA BATTUTE DA CASERMA E FARFALLINE, LA DECADENZA DI UN FESTIVAL

Posted in canzoni, donne, Festival di Sanremo tagged , , , , , , , , a 12:38 pm di marisamoles


Pubblico di seguito, e solo parzialmente, la lettera aperta che la redazione del blog La 27esima Ora, de Il Corriere on line, ha indirizzato a Gianni Morandi. 

Pur non condividendo quanto sentito a proposito dell’esibizione del corpo delle donne come insulto nei confronti del sesso debole (ormai non più tale), poiché ritengo che quel tipo di esibizione sia una libera scelta e non rappresenti la totalità delle donne, condivido lo spirito della lettera.
Con rammarico mi chiedo se la tv, specie quella di Stato, debba abbassarsi a mettere in scena, su un palco che dovrebbe essere principalmente dedicato alle canzoni in gara (è o non è un festival della canzone?), siparietti di dubbio gusto con protagonisti personaggi noti cui viene data carta bianca, per attirare l’attenzione del pubblico televisivo. Se le canzoni non bastano a fare share, allora forse è il caso di calare definitivamente il sipario del teatro Ariston di Sanremo.

Caro Morandi,
è la prima volta che ci capita come blog 27esima ora di scrivere una lettera aperta a qualcuno. Lo facciamo con lei per spiegarle quel che non ci è piaciuto di questo Festival. Pur in una cornice tradizionale, il palco di Sanremo da oltre 60 anni dà ospitalità al talento e alla bellezza femminili. In una sequenza di scenografie fatte di fiori, luci, sorrisi semplici, all’Ariston è andata in scena una rappresentazione popolare del rapporto tra uomini e donne in Italia. Un Paese che ancora insegue quella che viene chiamata “maturità di genere”: l’equilibrio nel rapporto tra i sessi, la consapevolezza della propria diversità e complementarietà. Da Gigliola Cinquetti ad Alice, da Anna Oxa a Laura Pausini a Giorgia, i successi al femminile hanno composto in qualche modo la colonna sonora delle conquiste avvenute e dei cambiamenti in arrivo. Il nostro titolo per tutti: Quello che le donne non dicono, Fiorella Mannoia, 1987, premio della critica.

Questa volta non è andata così. Questa volta – con i sermoni decadenti di Celentano e il vestito svolazzante di Belén Rodriguez – il Festival è apparso un passo indietro rispetto al Paese di cui è stato a lungo uno specchio più leale: ci siamo trovate rinchiuse in una scatola machista e stereotipata, soffocate da una sceneggiatura vecchia, troppi sottintesi, troppe battute da caserma. La questione, lo avrà capito, è legata (anche) alla farfallina. Ma la questione non è la farfallina e neppure chi si è divertita a ostentarla. La signora Rodriguez ama giocare con il proprio corpo, fa consapevolmente la parte della donna oggetto, provoca gli uomini (e le donne). Il punto è che attorno a quel tatuaggio è stata costruita l’intera serata, la farfalla ha fatto ombra persino a Celentano: e resterà il simbolo dell’edizione 2012.

Sotto il vestito ognuno può metterci (o non metterci) quel che vuole. Il problema è piuttosto se una donna viene invitata sul palco a fare la valletta, dando per scontato che sotto il vestito non abbia null’altro che carne da mostrare. CONTINUA A LEGGERE >>>

15 febbraio 2012

IL SANREMO DA BIG DI PIERDAVIDE CARONE: UN “PICCOLO AMICO” CRESCIUTO

Posted in Amici, canzoni, Festival di Sanremo, Maria De Filippi, spettacolo, talenti, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , , a 5:58 pm di marisamoles

Lui un Sanremo l’ha già vinto, in fondo: nel 2010, infatti, Valerio Scanu, ex di “Amici” come lui, ha conquistato il podio con “Per tutte le volte che”, canzone scritta proprio da Pierdavide Carone. Allora, però, aveva solo potuto vedere il festival alla tv, essendo ancora in gara nel talent di Maria De Filippi. Non aveva modo, allora, di assaporare il clima festivaiolo, apprezzare il profumo del successo in prima persona.

Pierdavide è un ragazzo semplice, modesto. Buon cantautore e discreto interprete. Nella canzone “Nanì”, con cui partecipa all’attuale edizione del festival di Sanremo e in cui si è esibito, in coppia con Lucio Dalla che dirigeva l’orchestra, ha dato mostra di essere cresciuto. Il pezzo forse non convince – troppo Dalla style per i miei gusti – ma l’interpretazione di Pierdavide, approdato sul palco direttamente con i Big, convince. Al di là del testo che vuole narrare una storia d’amore tra un giovane ragazzo e una prostituta e che sembra voglia colmare il vuoto lasciato da Povia, non in gara quest’anno, e le sue provocazioni.

Insomma, sono ormai lontani i tempi in cui, ancora concorrente di “Amici”, Pierdavide commentava così il suo primo Sanremo da autore: Quando mi nominano divento stupido. Essere nominato assieme a quel mostro sacro della canzone d’autore italiana, già veterano del festival, non può che fargli piacere. Altro che stupido!

In bocca al lupo, allora. Dovrà vedersela con la compagna di avventura nel talent della De Filippi, Emma Marrone, data per favorita. Ma non credo che Carone si preoccupi più di tanto per questo.

14 febbraio 2012

SANREMO 2012: L’APERTURA VOLGARE E INSULSA DI LUCA E PAOLO. MA IL PEGGIO DOVEVA ANCORA ARRIVARE … CON CELENTANO

Posted in canzoni, Festival di Sanremo tagged , , , , , , a 9:08 pm di marisamoles

Forse pensavano di essere a Zelig. Ma il canale era sbagliato.

La rivisitazione di “Uomini soli” dei Pooh, deludente e piena di volgarità. Per nulla divertente. Fa solo tanta pena.

Quelli del pubblico che applaudono sono pagati?

E’ un Festival della canzone o sono io che ho sbagliato programma?

Scusate, sono febbricitante. Forse sono io che ho sbagliato canale. Anzi, forse è meglio che vada a nanna.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 15 FEBBRAIO 2012

Non ce l’ho fatta. La curiosità era tanta e sono rimasta davanti all tv. Fra un sonnellino e l’altro sono riuscita a sentire qualche canzone … una più brutta dell’altra. Sembra quasi che il meccanismo del televoto del pubblico in sala si sia inceppato per una sorta di ribellione contro un festival che alle canzoni lascia ben poco spazio. Anche i cantanti hanno protestato, soprattutto contro gli show connessi che sembra la facciano da padrone. Tanto che le esibizioni dei cantanti in gara appaiono come dei siparietti estemporanei. Che sia il definitivo tramonto del festival musicale più famoso sul pianeta Terra? Che si stia avvicinando inesorabilmente la fine del mondo, in perfetta linea con le previsioni Maya?

Sembra che tutto trami contro questa manifestazione che di canoro ha ormai ben poco. L’indisposizione della bella Ivana (piccola mia, permettimi, io a scuola stamattina ci sono andata nonostante la febbre di ieri sera! E’ mai possibilie che a 19 anni un acciacco di cui io, che potrei essere tua madre, soffro spesso, ti blocchi a tal punto da dare forfait?), il guasto tecnico che ha annullato la gara dei big, l’arrivo miracoloso delle sostitute Belen ed Elisabetta …
Insomma, che San Valentino si sia offeso con San Remo visto che il festival ha oscurato la festa degli innamorati?

Chi ha letto l’articolo ieri sera, si sarà accorto che ho fatto un’aggiunta al titolo. Eh sì, perché l’esordio di Luca e Paolo sembrava il peggio del peggio. Ma il peggio reale doveva arrivare con Celentano. Non solo per il suo monologo (durante il quale, lo confesso, ho pure dormicchiato) ma soprattutto per lo scenario apocalittico che ha preceduto il suo intervento. E rieccoli i Maya e la loro profezia …

Non commento il monologo del molleggiato ma lascio la parola ad una persona più autorevole di me che è stata pure presa di mira da Celentano: Aldo Grasso.

Joan Lui è convinto di predicare meglio dei preti. Ma nel ruolo di profeta salva Italia ne vogliamo solo uno, due sono troppi:
o Monti o Celentano.
Dopo ieri sera ho scelto definitivamente. Ogni anno il Festival di Sanremo ci mette di fronte a un tragico dilemma: ma davvero questo baraccone è la misura dello stato di salute della nazione? E se così fosse, non dovremmo preoccuparci seriamente? C’è stato un tempo in cui effettivamente il Festival è stato specchio del costume nazionale, con le sue novità, le sue piccole trasgressioni, persino le sue tragedie. Ma tutto ha un tempo e questo (troppo iellato) non è più il tempo di Sanremo o di Celentano, se vogliamo rinascere. Monti o Celentano? Se davvero il nostro premier vuole compiere il titanico sforzo di cambiare gli italiani («l’Italia è sfatta», con quel che segue), forse, simbolicamente, dovrebbe partire proprio dal Festival, da uno dei più brutti Festival della storia. Via l’Olimpiade del 2020, ma via, con altrettanta saggezza, anche Sanremo, usiamo meglio i soldi del canone. O Monti o Celentano. O le prediche del Preside o quelle del Re degli Ignoranti contro Avvenire e Famiglia Cristiana.

Non mi preoccupa Adriano, mi preoccupano piuttosto quelli che sono disposti a prenderlo sul serio. E temo non siano pochi. Ah, il viscoso narcisismo dei salvatori della patria! Ah, il trash dell’apocalissi bellica! Cita il Vangelo e bastona la Chiesa, parla di politica per celebrare l’antipolitica: dalla fine del mondo si salva solo Joan Lui. Parla di un Paradiso in cui c’è posto solo per cristiani e musulmani. E gli ebrei? Il trio Celentano-Morandi-Pupo assomiglia a un imbarazzante delirio. A bene vedere il Festival è solo una festa del vuoto, del niente, della caduta del tempo e non si capisce, se non all’interno di uno spirito autodistruttivo, come possano essersi accreditati 1.157 giornalisti (compresi gli inviati della tv bulgara, di quella croata, di quella slovena, di quella spagnola, insomma paesi con rating peggiore del nostro), come d’improvviso, ogni rete generalista abbassi la saracinesca (assurdo: durante il Festival il periodo di garanzia vale solo per la Rai), come ogni spettatore venga convertito in un postulante di qualcosa che non esiste più. Sanremo è il Festival dello sguardo all’indietro (anni 70?), dove «il figlio del ciabattino di Monghidoro» si trasforma in presentatore, è il Festival delle vecchie zie dove tutti ci troviamo un po’ più stupidi proprio nel momento in cui crediamo di avere uno sguardo più furbo e intelligente di Sanremo (più spiritosi di Luca e Paolo quando cantano il de profundis della satira di sinistra), è il Festival della consolazione dove Celentano concelebra la resistenza al nuovo. Per restituire un futuro all’Italia possiamo ancora dare spazio a un campionario di polemiche, incidenti, freak show, casi umani, amenità, pessime canzoni e varia umanità con l’alibi che sono cose che fanno discutere e parlare? Penso proprio di no.

P.S. Mentre scrivevo questo pezzo mi sono arrivati gli insulti in diretta da Sanremo. Ma non ho altro da aggiungere.
(Articolo pubblicato su Il Corriere)

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