“IL PROF SCATTONE DEVE RIMANERE”, DICONO I GENITORI DEL CAVOUR. MA GLI STUDENTI DI LOTTA STUDENTESCA LO CHIAMANO ASSASSINO


Grazie alla segnalazione della signora Luisa, mamma di un’allieva del professor Giovanni Scattone al liceo Cavour di Roma, che mi ha segnalato un articolo-intervista ad una mamma che definisce il prof un insegnante modello, ritorno sull’argomento affrontato in un post precedente.

Per un uomo che, per omicidio colposo, ha scontato la pena è possibile la riabilitazione? La Legge dice di sì: lui ha i titoli per insegnare e ha il diritto di farlo anche nel liceo frequentato da Marta Russo, la vittima. Comprendo che dal punto di vista morale ciò possa essere discutibile ma il diritto spesso non si sposa con la coscienza. Per questo mi sento di non condannare la decisione del prof Scattone di accettare la nomina come supplente temporaneo di Storia e Filosofia (solo nove ore, tra l’altro) né condividerei la sua scelta di rinunciare alla supplenza solo perché qualcuno non lo vuole, per rispetto alla famiglia Russo.

Sempre grazie alla testimonianza della signora Luisa ho appreso che in verità sono gli altri genitori a volere l’allontanamento di Scattone da quella cattedra. Infatti, a nome delle famiglie degli allievi interessati, la signora Daniela Polito, dichiara che all’unanimità i genitori delle classi IV d e V E vogliono che l’insegnante resti al suo posto.

«Basta polemiche e strumentalizzazioni. Giovanni Scattone è un professore modello, chiediamo insistentemente che resti al Cavour», si legge nell’articolo dell’Ansa che la signora Luisa mi ha segnalato.
Non solo, l’assedio da parte dei giornalisti al liceo cavour è mal tollerato: «Siamo inferociti. Sotto la scuola dei nostri figli – spiega la signora Polito – continua ad essere accampato un esercito di giornalisti ma nessuno ha chiesto il nostro parere, anzi le poche dichiarazioni dei nostri rappresentanti di classe sono state travisate. Invece i nostri figli, dopo un iniziale momento di perplessità, si sono trovati con il professor Scattone veramente molto bene al punto da considerarlo uno dei migliori insegnanti del Cavour».

Se dal punto di vista umano è ben comprensibile lo sgomento della signora Aureliana Russo, mamma della povera Marta, la signora Politi è convinta che la Legge debba prevalere: «Siamo tutti rispettosi del diritto e della legge, che può essere l’unica barra da usare in queste situazioni complicate. Se il professore non ha avuto l’interdizione dai pubblici uffici e ha il diritto di insegnare, allora qualsiasi scuola va bene. Non c’è altro criterio che la legge». (LINK dell’articolo citato)

Di tutt’altro avviso gli studenti legati a Lotta Studentesca: hanno realizzato un blitz contro il liceo esponendo uno striscione che recita “Scattone assassino” e chiedendo al professore di lasciare il suo incarico nella scuola. (vedi articolo de Il Giornale)
Questo a dimostrazione del fatto che ci sono dei ragazzi che riescono ad esprimere delle opinioni con serenità di giudizio – gli allievi del professor Scattone che lo definiscono uno dei migliori docenti del Cavour – e dei loro coetanei che non sanno far altro che sbraitare per mettersi in mostra ed esibire un moralismo tanto plateale quanto ipocrita.

Non a caso anche i genitori sono divisi. Come afferma nel suo commento la signora Luisa: il disagio lo hanno solo quelli che non studiano con il professore, tutti gli altri sono molto tranquilli e quelli che si oppongono alla permanenza di Scattone nel liceo romano sono genitori di studenti di altre classi.

Ringrazio ancora la signora Luisa per la sua testimonianza. Aggiungo solo una cosa: qualche sera fa ho sentito la telefonata della moglie del professore in diretta al Tg1 e mi sono commossa. Lei è disoccupata e il marito ha una cattedra a metà e si sa quanto guadagnano gli insegnanti. Credo che un po’ di umana pietà, in questo caso, non guasti.

DA LEGGERE: Lettera aperta ai genitori di Marta Russo

TEMPO DI AVVENTO


La scorsa domenica è stata, per la Chiesa Cattolica, la prima dell’Avvento. Comunemente, però, si è portati a considerare questo periodo, in cui si attende la celebrazione del Natale, coincidente con i ventiquattro giorni di dicembre che precedono il 25, data che convenzionalmente si identifica con la nascita di Gesù. L’Avvento, però, è un periodo che i Cristiani festeggiano diversamente per quanto riguarda la sua durata.

Per la Chiesa Cattolica, l’Avvento (dal latino adventus che significa “venuta”) inizia la quarta domenica precedente il Natale e può durare, appunto, quattro settimane. Questo secondo il rito romano. Ma in quello ambrosiano, invece, questo periodo di attesa della nascita di Gesù può durare sei settimane e generalmente ha inizio con la prima domenica dopo il giorno di San Martino (11 novembre).

Se ci spostiamo ad Oriente, però, troviamo una periodizzazione ancora più particolare. Per la Chiesa Ortodossa, infatti, l’Avvento dura quaranta giorni, proprio come la Quaresima e, infatti, questo periodo viene chiamato Quaresima del Natale. Il periodo è, dunque, quello che va dal 15 novembre al 24 dicembre ma nel calendario gregoriano si sposta dal 28 novembre al 6 gennaio, questo perché la maggior parte degli Ortodossi celebrano il Natale il 7 gennaio.

Per i Cattolici non ci sono precise prescrizioni (non che io sappia, almeno!) riguardo alla dieta, anche se è tradizione abbastanza diffusa quella di non mangiare carne il giorno della vigilia, il 24 dicembre. Forse questa è un’usanza più meridionale che settentrionale visto che qui a Udine la tradizione vuole che si serva la trippa … Io che sono mezza sicula e mezza napoletana, invece, ho sempre rispettato la tradizione di mangiare il pesce, così come anche il venerdì santo nel periodo che precede la Pasqua e il mercoledì delle Ceneri.

Gli ortodossi, invece, osservano il digiuno cosiddetto invernale, per distinguerlo da quello primaverile in coincidenza con la Quaresima. Nella loro dieta in questo periodo vengono esclusi la carne, le uova, il latte e i suoi derivati. Sembra che una dieta rigida faccia riflettere meglio sul significato profondo della festa del Natale, prassi consolidata anche in altre religioni, se pensiamo, ad esempio al famoso ramadan degli islamici.

Da noi, invece, nei giorni che precedono la celebrazione della nascita di Cristo il rito più diffuso è quello dell’acquisto dei regali (onde evitare la corsa affannosa degli ultimi giorni) e l’assaggio di panettoni e pandori – ma anche di altri dolci tipici come il torrone, ad esempio -, che danno bella mostra di sé nei supermercati e nelle pasticcerie già ai primi di novembre.

E che dire dei calendari dell’Avvento in cui, sotto ciascun giorno di dicembre, dal 1° al 24, si celano i gustosi cioccolatini che ai bimbi piacciono un sacco? Io ricordo che i miei figli ne avevano due – anche perché il mio tentativo di imporre la divisione di uno solo, mangiando un cioccolatino a testa un giorno sì e uno no, fallì miseramente – ma immancabilmente saltavano qualche data e così si rimpinzavano in sol colpo di cioccolato al latte con conseguenti eruzioni cutanee … Per non parlare di quella volta in cui ebbi la brillante idea di appendere uno dei due calendari sopra il radiatore, per sfruttare un chiodo già pronto. Il malcapitato, vedendosi sciogliere i cioccolatini in mano, sbraitava perché quelli di suo fratello erano intatti.

Bei ricordi! Mi rendo conto che quando i miei figli erano piccoli questi giorni avevano un significato diverso. Ora è solo un periodo di superlavoro, visto che il “quadrimestre” finisce il 22 e che … be’, il resto ve lo racconto la prossima volta. 😉

[fonti: Wikipedia e Orientecristiano.com]

IL PROFESSOR SCATTONE SAREBBE SCOMODO OVUNQUE

Il 9 maggio 1997, all’interno della Città Universitaria, veniva uccisa con un colpo di pistola la studentessa di Giurisprudenza Marta Russo. Fu un caso che catturò l’interesse dei media e di cui si parlò per anni, anche se forse non con la stessa morbosità con cui vengono seguiti oggi, sui giornali e nelle trasmissioni televisive, i casi di cronaca nera. Le indagini furono complesse e portarono, grazie anche all’ausilio di sofisticati – per quei tempi – mezzi tecnologici, prima all’individuazione del luogo da cui il proiettile impazzito era partito, poi all’identificazione dei responsabili dell’increscioso “incidente”: Giovanni Scattone fu condannato per omicidio colposo, Salvatore Ferraro per favoreggiamento.

Giovanni Scattone (classe 1968), di cui si ritorna a parlare in questi giorni sulla carta stampata e nei servizi dei tg, ai tempi dell’omicidio della studentessa ventiduenne era assistente di Filosofia del Diritto, giovane laureato dalle belle speranze. Oltre al conseguimento di un dottorato e all’esperienza di ricerca maturata alla Sapienza, ha svolto attività di studio e ricerca anche presso l’Istituto Benincasa di Napoli e la European Academy of Legal Theory di Bruxelles. Ha completato inoltre un Master in storia moderna e contemporanea ed è abilitato all’insegnamento della storia e della filosofia. È stato ricercatore universitario a contratto e dal 2005 insegna nei licei statali. Così si legge nel curriculum pubblicato sul suo sito.

Dopo aver scontato la pena detentiva di cinque anni e quattro mesi, Scattone è ritornato un uomo libero. Inoltre, la Cassazione ha cancellato l’interdizione dai pubblici uffici quindi è a tutti gli effetti un docente (abilitato) di Filosofia.

Qual è il problema? Da settembre insegna nello stesso liceo, il Cavour, frequentato da Marta Russo per tre anni. La madre della studentessa uccisa ora si dice scandalizzata. «All’inizio dell’anno la madre di una alunna del Cavour mi telefonò sconvolta – racconta Aureliana Russo – per dirmi la novità: Scattone insegnava lì. Mi disse che volevano fare qualcosa per protestare, ma poi non ho più sentito nessuno. Del resto con chi me la potrei prendere? Con l’ultima sentenza Scattone non è più interdetto dai pubblici uffici, quindi… Capisco che si debba guadagnare il pane ma dovrebbe fare un altro mestiere. Dopo un delitto così atroce, lui non può essere un educatore di giovani; proprio lui non può insegnare filosofia. In tutte le scuole dove è andato ad insegnare i genitori si sono ribellati ma non hanno potuto far niente. È la legge».

Pare che anche gli altri docenti si sentano alquanto a disagio ad averlo come collega. Ma lui, a tutti gli effetti, può insegnare. Se è vero che ha i titoli per farlo, se è vero che da anni lo fa senza il clamore di questi giorni, se è vero che la sua domanda di supplenza temporanea era in regola e che il dirigente l’ha accolta secondo la Legge, se è vero che anche lui ha diritto ad avere di che vivere (considerato anche il fatto che ai tempi fu condannato, assieme a Ferraro, a pagare un risarcimento di un milione di euro alla famiglia Russo), se è vero, a quanto dicono i suoi studenti – che ai tempi dell’omicidio non erano nemmeno nati – che è un docente bravo e preparato, perché gridare allo scandalo? Solo perché quest’anno è stato nominato in quel liceo? Per gli altri licei il professor Scattone era perfettamente adatto come educatore? Solo per quello in cui aveva studiato Marta Russo non lo è?

Anche Tecla Sannino, dirigente scolastico del Cavour ammette che Scattone, dal punto di vista legale, ha tutte le carte in regola: «Pur partecipando al dolore della famiglia di Marta Russo, e condividendo la perplessità dell’opinione pubblica, in qualità di dirigente scolastico e in qualità di rappresentante legale dell’istituto, sono tenuta a rispettare la sentenza della Cassazione e le normative vigenti che prevedono nomine di docenti supplenti secondo le graduatorie provinciali, curate dall’Ufficio ambito territoriale». Pur ammettendo che la presenza del professore crei un certo disagio.

Da parte sua il professore si dichiara pronto ad andarsene, qualora gli venga offerta un’altra opportunità: «Farei volentieri un altro lavoro – dichiara – sicuramente non insegnerò sempre al Cavour perché non ho nemmeno una cattedra ma soltanto piccole supplenze qua e là. Conosco le lingue, ho studiato anche in altri campi e non escludo di potermi trasferire all’estero. Ho pensato più di una volta di raggiungere mio fratello negli Stati Uniti, ma il momento non è dei migliori. Comunque non ho una posizione rigida: tutto quello che è possibile fare per la maggior tranquillità di tutti, lo farò. E se il Provveditorato è favorevole, sono disponibile a qualsiasi altra soluzione equivalente. Quando mi hanno dato la nomina, se avessi saputo che era il liceo di Marta Russo avrei rinunciato».

Poco credibile appare, tuttavia, che non fosse al corrente che in quel liceo avesse studiato Marta Russo. A quel tempo si parlò diffusamente di questo caso, entrando nei dettagli della vita privata di tutti i protagonisti. Diciamo che forse se n’è dimenticato. Ma il punto è che ovunque vada, è inevitabile che si porti appresso un fardello difficile da dimenticare. Ovunque vada, sarà sempre un docente scomodo.

Lui si è sempre dichiarato innocente ma è stato condannato. Anche se al processo non vennero mai fuori delle prove concrete, solo indizi. Si trattò, dissero, di un gioco, uno stupido gioco, una specie di prova di coraggio. Scattone aveva, allora, 29 anni, non era certo un ragazzino. Ma errare è umano, anche se quell’errore costò la vita ad una ragazza innocente che inconsapevolmente andò incontro ad un destino atroce. Se poi dobbiamo credere alla funzione riabilitativa e non solo punitiva del carcere, il professor Scattone ha tutto il diritto di insegnare. Certamente lui per primo ha la consapevolezza di essere oggetto di critiche, di dar adito a sospetti, a giudizi gratuiti sulla sua persona che, però, si basano su ciò che era e non su ciò che è adesso. Adesso è un docente di Filosofia al Liceo, sa fare il suo lavoro, i suoi allievi sono contenti – le famiglie no ma non è la prima volta che accade -, perché mai dovrebbe cambiare mestiere o emigrare?

[fonti: LINK 1 e LINK 2]

ORTOGRAFIA E POLITICA: L’ESILARANTE REPLICA DELL’ONOREVOLE BIANCOFIORE AL GIORNALISTA STELLA

Non so quanti abbiano seguito, sulle pagine de Il Corriere, il match tra Gian Antonio Stella, giornalista, e Michaela Biancofiore, deputato della Repubblica. Il motivo del contendere? Gli errori, anzi, orrori ortografici che l’onorevole avrebbe commesso in uno scritto di natura non ben precisata.

Secondo il giornalista, una che scrive strafalcioni del genere dovrebbe rifare la seconda elementare. Gli errori-orrori segnalati nel pezzo sono così descritti:

Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà», «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l’amantide religiosa». Creatura che, con l’apostrofo lì, è ignota in natura. Insomma: un disastro.

Senza contare la bizzarria con cui, in un altro testo, la Biancofiore avrebbe scritto (congiunzione copulativa negativa):

«senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori…». [LINK dell’articolo]

Be’, al di là della poco elegante presa in giro fatta da un giornalista, Stella, in nome di una categoria professionale che di errori ortografici e sintattici ne compie in abbondanza tutti i santi giorni (basta leggersi una qualsiasi testata giornalistica per trovarne almeno un paio quotidianamente), la replica, al cui sacrosanto diritto la Biancofiore si appella, pubblicata in una lettera al direttore sempre sulle pagine de Il Corriere, è a dir poco esilarante.

L’onorevole, mortificata a buon diritto per la costante persecuzione che sostiene di subire dal 2003 da parte del giornalista Gian Antonio Stella, con un livore giustificabile solamente con motivazioni personali, che peraltro l’onorevole dice di ignorare, in tal modo – e in nome della madre, ex insegnante, che ha seguito il suo percorso scolastico nonché in memoria del padre e degli insegnanti (tra cui un’allieva del grande poeta Ungaretti) che hanno contribuito alla sua formazione – si giustifica per gli errori commessi:

Di tutto ciò che riporta Stella nel suo pezzo patchwork pubblicato sul Corriere di mercoledì 23 novembre, la sola questione degli accenti merita una spiegazione, per i lettori, per i miei elettori e per i miei colleghi e amici. […] Ho scritto un po’ con l’accento sulla o, è vero, non come lo vedete ora, perché chiunque usi un computer sa che si trovano le lettere già accentate e che per mettere l’accento di lato devi fare tre mosse con la mano molto poco pratiche quando si scrive in velocità. E così è valso per altri casi. Sarei stata ignorante se avessi scritto «un apostrofo po’» non come era evidente a chiunque non fosse animato da pregiudizi faziosi, l’aver messo accenti certamente fuori posto ma dettati dalla comodità delle nuove tecnologie. Chiunque possieda un iPad può provare in questo istante a scrivere «ne» con l’accento e si troverà un «ne apostrofato». Il resto sono refusi di stampa dovuti ai programmi dei computer che tutti coloro che li usano regolarmente sanno che correggono automaticamente gli scritti facendoti incappare in facili errori.

Segue poi un excursus sui suoi successi scolastici che risparmio ai miei lettori.
Comprendo lo stato d’animo, posso anche capire che l’essere pubblicamente accusata di scrivere peggio di una scolaretta di seconda elementare non sia esattamente un complimento e possa far inca****e chiunque, ma io mi chiedo: si rende conto, l’onorevole Biancofiore, che quello che ha scritto per giustificare i suoi errori – attribuendoli alla videoscrittura e alla fretta, come se fosse una giusificazione plausibile – non ha alcun senso? Cosa significa: per mettere l’accento di lato devi fare tre mosse con la mano molto poco pratiche quando si scrive in velocità? L’accento di lato? Che bestia è? L’accento grafico da sempre sta sopra la vocale tonica. Di lato? Semmai l’apostrofo sta di lato – espressione che, in ogni caso, aborro – e per apporlo di seguito alla vocale o di po’ basta semplicemente digitare il tasto o e poi quello dell’apostrofo, senza fare alcuna particolare acrobazia.

E come spiega l’errata grafia del ? Chiunque possieda un iPad può provare in questo istante a scrivere «ne» con l’accento e si troverà un «ne apostrofato». Io non possiedo un iPad ma sulla tastiera del pc per scrivere correttamente non devo far altro che digitare la n quindi, tenuto premuto il ditino sul tasto della maiuscola, digitare la é. Molto più complicato – e per nulla attribuibile a quel cattivaccio dell’iPad che corregge automaticamente come gli pare – è scrivere, come evidenziato da Stella, “n’è” perché implica che si debba digitare la n poi premere il tasto dell’apostrofo seguito da quello della è. In nessun caso, credo, se si digita viene fuori l’obbrobrio scritto dalla Biancofiore.

A questo punto, non mi resta che consigliare all’onorevole la lettura della Pagina “Come si scrive?” sul mio blog laprofonline. Senza offesa, naturalmente.

DA “SUPER MARIO” AL “MONTI PHYTON”: IL WEB SI SCATENA


Imperversa il “Monti Phyton”: dalle banche al privato, SuperMario oggetto di freddure irriverenti. Alla faccia della sua compostezza.

di Vittorio Macioce per Il Giornale

L’ultima è questa. «Monti è talmente istituzionale che quando è nato si è congratulato con la madre». Oppure questa. «Nella squadra di governo Di Paola, Cancellieri, Severino, Terzi, Fornero, Balduzzi, Clini, Milanesi, Giarda. L’unico precedente simile è il Foggia di Zeman». Eccolo. Il premier bocconiano, con la sua truppa di professoroni, si sta lentamente guadagnando le attenzioni della satira. È il segno che ormai è davvero uno che conta. Che ci vai a fare a Palazzo Chigi se nessuno racconta barzellette su di te? Neppure una battuta, uno straccio d’aforisma. È come un giapponese che viene in Italia senza macchina fotografica. Non ha visto nulla.

Mario Monti è il vicino di casa che spunta inaspettato da chissà quale quartiere lontano. Nessuno lo conosce davvero bene, ma intanto lo salutano, sorridono, è un signore tanto distinto, davvero a modo, sembra una così brava persona. Intanto lo studiano,s’incuriosiscono, chiedono che fa. E’ un professore, anzi di più un rettore, scrive sul giornale, va tutti i giorni a messa e la domenica lavora. Ma in tv? No, no, in televisione non tanto. Ecco così che piano piano in Italia si va sviluppando la «monteide», la narrazione del meraviglioso mondo del professor Monti, pardon rettore, e si inseguono gli aforismi, le battute di spirito, gli aneddoti, le curiosità, le manie, i caratteri del personaggio. Il nuovo vicino di casa è ormai uno di noi. Sappiamo già quasi tutto quello che c’è da sapere. Non l’essenziale, ma i contorni gustosi. Il rettore è un loden verde. È british, parla english,legge economist, passa in Goldman, sente Obama, vede Merkel, saluta Sarkò. Il rettore è austero e serio, ma con la freddura in tasca quando serve. È europeo, tanto europeo, molto europeo, solo la macchina è italiana perché fa rappresentanza. Monti consulta, Monti provvede, Monti stravede. Monti ha un biglietto d’ingresso pronto per il Quirinale. E intanto nei bar, negli uffici del quartiere, sul web, sui social network cominciano a raccontarlo così, un po’ sfottendolo, come si fa con le vecchie conoscenze. Il professore, pardon rettore, ovverosia il premier, è ormai uno di noi, quasi un amico. Si scherza sull’età. Dicono. «Monti ha cancellato il ministero della gioventù. E ora al suo posto che c’è? Il ministero del “Ai miei tempi!”». Mario Monti è un predestinato. Arriva lui e i mercati scappano. Questo ci hanno raccontato e all’inizio gli italiani ci stanno credendo. Si sforzano. È un parafulmine. Subito arriva la battuta, questa davvero bella e sottile. «La crisi del ’29 fu risolta annunciando che nel ’43 sarebbe nato Monti». Micidiale.

La popolarità dei ministri non è certo quella di uno Scilipoti. Così qualche sferzata sul «chi è chi» dei vari professori è quasi scontata. Malignità. «La lista dei nuovi ministri dà un nuovo significato alla frase “ Lei non sa chi sono io”». Su Facebook un ragazzo scrive: «Mercati ancora incerti dopo la presentazione del nuovo governo. Certo, ci vuole un po’ di tempo a cercare su Wikipedia tutti quei nomi».

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[immagine da questo sito]

FIORELLO EROE DELLA PATRIA. O FORSE IL GRANDE FRATELLO HA STUFATO

Faccio una premessa: ieri sera non ho guardato la tv. Non ho visto, dunque, né il nuovo spettacolo di Fiorello né il Grande Fratello, reality che, secondo me, ha fatto la sua stagione e interessa sempre meno. Tant’è che l’auditel ne ha spietatamente decretato il tonfo.

Diciamolo: la Rai con Il più grande spettacolo dopo il week-end, il nuovo show di Rosario Fiorello, ha un po’ sparato sulla Croce Rossa, come si suol dire. Il GF era già colpito, forse non serviva affondarlo. Puntare, poi, su un anchorman come lo spassoso siculo non era proprio necessario. Anche perché fiction piuttosto mediocri, come quelle trasmesse nelle settimane scorse, per contrastare il reality Mediaset, avevano già fatto crollare lo share del GF ai minimi storici.

Quindi, due sono i casi: o Fiorello è una specie di eroe della patria, assoldato per difendere la nazione … ops, volevo dire la tv di Stato, dal nemico, oppure molto più semplicemente il Grande Fratello ha stufato. Ormai, dopo undici edizioni, la dodicesima potevano anche risparmiarcela. Così magari la Marcuzzi si dedicava di più alla figlioletta, come tutte le mamme “normali” che si godono la maternità e sono ben felici di non lavorare per un po’.

Io opterei per il primo caso. E mi chiedo: al posto di Mario Monti, non potevano nominare Presidente del Consiglio Rosario Fiorello?

DIO C’È


Mi rendo conto di quanto sia impegnativo il titolo di questo post in cui sto per raccontare quello che mi è successo di recente. Mi rendo perfettamente conto anche di quanto sia difficile toccare un tasto delicato come la fede, affidando i propri pensieri ad un blog ma, nello stesso tempo, sapendo bene che queste pagine non sono quelle di un diario segreto e che quello che sto per dire potrà incontrare qualche dissenso o suscitare non poche perplessità.
Nonostante tutto ho deciso di scrivere, forse per convincere più me stessa che chi avrà la bontà o l’interesse di leggere questo articolo.

Cos’è la fede? Mah, direi una parte di noi (sempre che si sia credenti, ovvio). Non ci chiediamo se la fede c’è o non c’è, allo stesso modo in cui non facciamo tanto caso al cuore che batte, a meno che non si verifichino situazioni tali da non poter fare a meno di ascoltare il suo battito. Allo stesso modo, respiriamo senza chiederci se, come, quando i polmoni pompano aria. Ma loro continuano il loro instancabile lavoro per permetterci di vivere.
Con la fede è lo stesso. Lei se ne sta lì buona buona, la maggior parte del tempo, poi all’improvviso ci dà dei prepotenti segnali della sua esistenza. Così come quando un infartuato si rende conto che il suo cuore non lavora come dovrebbe o uno che sta per affogare realizza che i suoi polmoni vorrebbero lavorare a dovere ma non sono in condizione di farlo.

Il preambolo è stato un po’ lungo, lo so, ma era necessario.
L’educazione religiosa me la sono fatta da me. Io sono un’autodidatta della fede, non ho avuto nessun modello da seguire in famiglia. Sono sempre stata una trasgressiva, in tutto e per tutto, trasgressiva anche in modo del tutto insospettabile. I miei non andavano a messa, io sì. Forse da piccola avevo lo spirito missionario, speravo di poter trascinare anche la mia famiglia sulla strada della Verità.

Da figlia ho fallito ma da madre ho cercato nel miglior modo possibile di trasmettere ai miei figli la fede, attraverso l’esempio. Missione ancora più impossibile, però mi sono impegnata tanto, ma tanto, forse troppo perché alla fine ho ottenuto l’effetto contrario. Quando mi sono resa conto che da sola avevo iniziato questo percorso di fede e da sola mi ero ritrovata come da bambina, ho pensato che forse la religione non facesse per me. Piano piano, constatando il mio fallimento e osservando la gioiosa armonia che traspirava dalle famigliole unite alla messa domenicale, ho semplicemente smesso di fare le solitarie uscite della domenica mattina. Complice anche la delusione che ho avuto nel rendermi conto che certi sacerdoti non hanno nemmeno un briciolo di quella carità cristiana che io, laica, dimostravo nei confronti delle persone care. Ho, dunque, capito che non divorziavo dalla fede. Stavo rompendo con la chiesa, convinta più che mai che proprio lei e i suoi ministri fossero la rovina della religione.

Ho vissuto due anni senza chiedermi dove fosse finita la mia fede. Non ero più certa di averla, in effetti, ma in cuor mio non riuscivo a rassegnarmi ad aver perduto quello per cui fin da bambina avevo combattuto, sfidando la mia stessa famiglia. Ma la mia fede era là, nel suo angolino, pronta a darmi dei segnali che non avrei fatto fatica ad interpretare.

Veniamo, dunque, a quel che è successo qualche giorno fa (a quest’ora credo che i lettori siano curiosi di saperlo!).

Ora di cena. Uno dei miei figli, il primogenito, manca all’appello. Penso ad un ritardo, anche se so che di solito avverte. Passa il tempo, chiedo al fratello se per caso l’abbia avvertito del ritardo oppure l’abbia avvisato che non sarebbe venuto a cena (di solito i messaggi se li scambiano fra di loro perché non li pagano). Mio figlio dice che non ne sa niente.
Il tempo passa e, nonostante sappia perfettamente che i miei figli, entrambi, mi ritengano un’ansiosa, una che dopo cinque minuti di ritardo inizia a chiamare sul cellulare (come facevano le nostre mamme, poi?), inizio a telefonare. Non raggiungibile. Penso: forse è al cinema e ha il telefono staccato (ormai il ritardo era di circa un’ora), forse mi ha detto che non sarebbe venuto a cena e io non l’ho ascoltato, presa come sempre sono dai miei pensieri. Cercavo di convincermene con scarsi risultati. Meglio passare per una madre rinco che pensare qualcosa di peggio.

Passa un’altra ora. Ogni volta che entro in cucina, vedo la tavola apparecchiata, il suo piatto pronto, ormai coperto, e non mi do pace. Ritelefono: ora il cellulare squilla ma nessuno risponde. Riprovo più volte con lo stesso risultato. Cerco di tranquillizzarmi, ormai dovrei essere convinta di aver capito male, di non averlo sentito mentre mi diceva “ceno fuori”.

Sono sul divano, davanti alla tv, per niente tranquilla. Ora è il mio cellulare a squillare: numero non memorizzato in rubrica. “Sta chiamando dal telefono di altri, sarà rimasto senza soldi oppure la batteria è scarica”, penso. Ma la voce dall’altro capo è una voce che nessuna madre vorrebbe mai sentire, una voce sconosciuta che si rende inconsapevolmente partecipe della disperazione di una persona altrettanto sconosciuta. “Polizia stradale” e a quelle parole mi sembra di morire, ora sì che sento il cuore che batte, mi pare che scoppi, e il respiro, be’ quello mi manca, mentre affogo nella disperazione del dubbio. Alle parole “incidente” e “pronto soccorso” credo che i battiti del cuore e il respiro siano gli ultimi della mia vita.

Corriamo, io e l’altro mio figlio. Guida lui, io non sono in grado, tremo come una foglia. Durante il tragitto eccola, la mia fede sopita ma non scomparsa nel nulla. Prego e prometto che ricomincerò il mio cammino di cattolica credente e praticante se a mio figlio non è successo nulla di grave, di irreparabile.

Al pronto soccorso lo vedo sulla barella. È sveglio. La prima cosa che gli chiedo è se muove le gambe. Mi dice di sì, mi dice che ha battuto la testa e forse ha un dito rotto. Mi dice che gli hanno fatto tutti gli esami, nelle tre ore in cui io credevo che fosse al cinema, credevo di essere completamente rinco, credevo di non essere una buona madre che ascolta i suoi figli quando le parlano.
Poi lui mi dice “mi dispiace” e scoppia a piangere. E io rispondo che a me no, non dispiace per nulla di vederlo sano e salvo. “La macchina è distrutta” fa lui, continuando a piangere. Mentre gli asciugo le lacrime e trattengo a stento le mie, cercando di mostrarmi forte per far forza a lui, ma continuando a tremare come una foglia, gli dico che della macchina non me ne frega niente, che lei è distrutta ma lui no, ed è questo che importa.

Passa la notte in ospedale, gli infermieri mi mandano via con molta dolcezza, mi dicono che lui è sotto osservazione e che io ho bisogno di riprendermi, di riposare. L’altro figlio mi convince a tornare a casa e mi riporta dal fratello il giorno dopo. Lui è tranquillo, dolorante ma sereno. Fra poche ore tornerà a casa.

L’incidente che la polizia stradale al telefono aveva definito “piccolo” in realtà è stato uno di quelli che semina la morte, come tanti cui assistiamo guardando i servizi al telegiornale. Mio figlio è vivo e relativamente acciaccato per puro miracolo. Io ci credo.
Non aveva bevuto, stava tornando a casa a cena, alle sette e mezza di sera. Si sentiva stanco, quello sì. Ma non ricorda nulla di quel che è successo e forse questo è un bene.

Quante volte io e mio marito l’abbiamo rimproverato per aver voluto comprare una macchina nuova, superaccessoriata. Ora mi rendo conto che proprio quell’automobile gli ha salvato la vita.
Ecco, forse qualcuno a questo punto dirà che Dio esiste e si chiama Airbag. Io, però, preferisco pensare che Dio esista e si chiami Amore.

[immagine: “Mani giunte in preghiera” di Albrecht Dürer, da questo sito]

NON COMMENTO MA … I LIKE


Cari lettori e webamici,

è un momento di grande lavoro per me. Le giornate corrono veloci e invece di riuscire a togliermi di mezzo qualche pacco di compiti, finisce che nel frattempo sulla scrivania si accumulino altri pacchi. 😦
In più, le riunioni pomeridiane non agevolano certo il lavoro di correzione.

Quando riesco a scrivere qualcosa, lo faccio in fretta e non come vorrei. Alla fine, mi pare cosa assai sensata non scrivere nulla.
Faccio i salti mortali tra un blog e l’altro dei miei amici, leggo in fretta gli articoli ultimogeniti (mi piace un sacco quest’espressione adottata dall’amica Diemme!), ma non sempre riesco a commentare come mi piacerebbe fare.

Per fortuna WordPress ha inventato il “pulsante” Like. Quindi, non commento ma … I like. E’ un modo per far capire ai miei blogamici che magari in una briciola di tempo riesco comunque a passare da loro.

Ai lettori non blogger chiedo scusa. Verranno momenti migliori … come disse una mia amica, riponendo in un cassetto i fermagli, dopo essersi fatta tagliare i capelli cortissimi. 🙂

ALLUVIONE: LE FARNETICAZIONI DEL SINDACO DI GENOVA


Da quattro giorni lo sapeva, il sindaco di Genova. Marta Vincenzi era stata avvisata dello stato di massima allerta per venerdì 4 novembre. Sulla città di Genova si è scatenato un violentissimo nubifragio che in pochi minuti ha seminato morte e distruzione, anche se limitatamente ad una zona della città ligure: via Fereggiano.
Questa mattina il meteorologo di rai 1 ha detto che la quantità di pioggia caduta sul capoluogo ligure in appena cinque minuti è paragonabile a mezzo lago d’Iseo. Sarebbe bastato a trasformare in lago un intero campo di calcio.

Il sindaco ora si difende dicendo che mai si sarebbe potuta prevedere una cosa così, un vero cataclisma. Ma io mi chiedo: a cosa servono gli avvisi della Protezione civile? Eppure, nonostante il monito, la signora sindaco non ha chiuso le scuole. L’ha fatto a tragedia consumata, guarda un po’.

Sarà un caso, ma le vittime, sei in tutto, erano bambini e mamme che andavano a prendere i figli a scuola, a parte l’edicolante Evelina che svolgeva la sua attività proprio nella via del disastro.
Se il sindaco avesse fatto chiudere le scuole, cinque delle sei vittime non ci sarebbero state. Ma Marta Vincenzi si difende ancora: non ricordo le parole esatte ma più o meno ha detto che se le scuole fossero state chiuse, i bambini e i ragazzini si sarebbero trovati magari nelle macchine dei nonni che avrebbero dovuto accudirli. Ah, be’ certo: tutti scemi i nonni genovesi!

Qualcuno difende l’operato della Vincenzi dicendo che se avesse imposto la chiusura delle scuole, si sarebbe potuto parlare di interruzione di pubblico servizio. Ma stiamo scherzando? Chi ragiona in questo modo pensa solo agli insegnanti, i soliti fortunati che, pur stando a casa, vengono pagati. Lo stesso avviene per la sospensione delle attività didattiche in occasione delle elezioni. Come se fossero i docenti a chiedere di non andare al lavoro. E poi, se avesse voluto, il sindaco avrebbe potuto, se non chiudere le scuole, sospendere le attività didattiche con l’obbligo di servizio per il personale. Mettere a repentaglio la vita di bambini e ragazzi è da criminali. I grandi possono comunque difendersi.

Nelle interviste radiotelevisive il sindaco ha anche accusato i cittadini di menefreghismo. Ha dichiarato che da tempo era stato diffuso un vademecum sul comportamento da assumere in caso di allerta. Ma i genovesi se ne sono infischiati. Come se fosse possibile non uscire di casa per andare al lavoro – altrimenti avrebbe dovuto ordinare la sospensione di ogni attività pubblica – o per andare a prendere i figli a scuola, visto che le lezioni si sono tenute regolarmente.

Insomma, i cittadini di Genova, che l’abbiano votata o meno, chiedono le dimissioni del sindaco. Tenuto anche conto del fatto che l’amministrazione che presiede la Vincenzi non si è preoccupata di provvedere alla manutenzione di torrenti e canali, come avrebbe dovuto. Naturalmente la Vincenzi si difende dichiarando di aver speso 6 milioni di euro solo per mettere in sicurezza il Fereggiano, ripulendo l’alveo. Ma i genovesi non le credono.
Ha pensato bene, la signora sindaco, di cavarsela dando istruzioni ai concittadini su come affrontare una calamità naturale. Troppo facile!

Per lunedì è stata proclamata una giornata di lutto cittadino e il sindaco ha reso noto che, naturalmente, le spese dei funerali saranno a carico del Comune. Bontà sua.

Non mi resta che pregare e invitare tutti voi che leggete queste mie righe di sfogo a rivolgere un pensiero alle sei vittime di questa tragedia annunciata. Temo, purtroppo, che non sarà l’ultima.

TATUAGGI IN ORO: LA MODA DELL’AUTUNNO 2011. IO SO CHI LI HA INVENTATI …

ATTENZIONE: questo post era stato scritto all’inizio di settembre e pubblicato in forma privata in attesa dell’ok da parte dell’intervistato, ovvero l’inventore dei tatuaggi in oro. Visto che da allora ho atteso invano un suo cenno di assenso, ho deciso di pubblicarlo ugualmente, assumendomi la responsabiltà di ciò che ho scritto (specie nella parte dedicata all’intervista).
Buona lettura
!


In una nota canzone, tra i brani inseriti nella colonna sonora di un’altrettanto famosa pellicola cinematografica, la divina Marilyn cantava: Diamonds are a girl best friends. Senza aver l’ardire di contraddirla, un gioiello d’oro può anche bastare. Ancora meglio se lo si può cambiare anche tutti i giorni, o almeno una volta alla settimana. Sono impazzita? Assolutamente no. E per poter sfoggiare gioielli diversi con tale frequenza non è necessario essere delle ereditiere o aver sposato un uomo ricco, magari brutto e vecchio (bleah) come sognava Marilyn. Da oggi è sufficiente un tatuaggio in oro zecchino.

Già da un po’ nelle varie reti televisive imperversa un nuovo spot di una nota catena di gioiellerie. La testimonial è la bellissima Ilary Blasi che, detto fra noi, non avrebbe alcuna difficoltà nel cambiare un gioiello d’oro o di platino al giorno e potrebbe pure permettersi una cascata di diamanti da fare invidia a Marlilyn. Eppure lei, con voce sensuale ed estremamente convincente, al termine dello spot, mormora: “Puoi permetterti di tutto, anche l’oro sulla pelle”, sfoggiando uno skin jewel (questo il vero nome dei tatuaggi) sul braccio abbronzato.

È la novità dell’autunno e sembra che il clima sia favorevole al lancio dei tattoo in oro 24 carati o in argento che hanno una durata variabile fino quattro giorni, a seconda della pelle; le applicazioni sono monouso e totalmente anallergiche e atossiche. Sul decolleté, sul braccio, sulla schiena, sulla caviglia … non c’è che l’imbarazzo della scelta e a prezzi davvero modici: il bellissimo tattoo che sfoggia Ilary Blasy nella foto, Flower Instinct, vi costerebbe 29,90 Euro in oro 24 carati, e 19,90 in argento. Ma ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche.

Fin qui questo post può sembrare uno dei tanti scritti sull’argomento, con l’intento di fare pubblicità ad un prodotto innovativo e di sicuro impatto. E invece io sono in grado di fare uno scoop … oddio, proprio scoop no, ma comunque posso svelarvi chi c’è dietro questa invenzione, quale mente (anzi, menti) ha partorito un’idea davvero geniale. E soprattutto quanto conti lo studio di giovani ricercatori universitari, a volte così bistrattati e additati come i “cocchi” dei loro docenti, e quale ruolo attivo abbia l’università nel nuovo mondo imprenditoriale fatto da giovani scienziati che non ingrossano le file dei cervelli in fuga, anche se di tanto in tanto un periodo all’estero lo devono passare. Ma poi ritornano ed è quello che importa.

Il tatuaggio in oro (ma può essere realizzato anche in argento e altri materiali preziosi) nasce in una piccola azienda universitaria triestina: la Genefinity S.r.l. Fondata nel 2006 da un gruppo di ingegneri dei materiali, con lo scopo di integrare i diversi tipi di competenze necessarie alla realizzazione di processi industriali basati sull’impiego di film sottili, ha ormai al suo attivo numerosi premi, l’ultimo dei quali ricevuto a Roma, dalle mani del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lo scorso 14 giugno. Si tratta del “Premio dei Premi” per la categoria “Innovazione nel settore dell’Università e della Ricerca Pubblica”, istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il secondo vinto in soli due anni. La Genefinity, inoltre, come azienda spin-off dell’Università di Trieste ha ricevuto, nel 2010, il Premio Start Up dell’anno, risultando la migliore esperienza aziendale tra tutte le start-up avviate nel 2006 per fatturato e numero di brevetti. Da non sottovalutare, poi, l’età dei giovani imprenditori, tra i trenta e i quarant’anni, che li ha spinti ad “osare” e investire la somma vinta, 15mila euro, in uno stage di ricerca negli Stati Uniti, culminato con la costituzione di una propria controllata americana, Alloro Inc. A Silicon Valley, dove si concentra un terzo degli investitori nel settore dei biosensori, i giovani ingegneri hanno potuto perfezionare l’idea dei tatuaggi in oro, impiegando una tecnologia speciale che consente la realizzazione di film sottili, inizialmente utilizzata per un kit di analisi genetica, in ambito cardiologico. Dalla salvaguardia della salute la Genefinity è passata all’esaltazione della bellezza femminile attraverso i Gold Sin, Skin Jewels.

L’equipe è attualmente costituita da quattro ingegneri dei materiali.
Uno dei soci fondatori è Stefano Maggiolino che io conosco bene in quanto da piccolo lo tenevo sulle ginocchia e quando è cresciuto lo stressavo con le lezioni estive di latino: lui è il mio nipotino, anzi, nipotone visto che nel frattempo è cresciuto non poco. A lui vorrei rivolgere qualche domanda su quest’idea geniale dei tatuaggi in oro.

M. La vostra azienda è costituita da un team: l’idea è venuta ad uno di voi o l’avete “partorita” tutti assieme?

S. La storia è molto interessante. Un anno e qualche mese fa eravamo in viaggio di lavoro in giornata a Torino e insieme al mio collega, il dott. Ing. Nicola Scuor che è anche presidente della nostra società, abbiamo iniziato a pensare ad eventuali applicazioni della nostra tecnologia per realizzare biosensori in altri ambiti e ci è venuta l’idea dei tatuaggi. Senza perdere tempo, il giorno dopo abbiamo iniziato a svilupparli fino al punto da scrivere un brevetto.

M. Quanto è contato lo studio, in questa invenzione, e quanto l’intuizione geniale, quel guizzo che a volte capita ma a volte no, nemmeno dopo anni e anni di studio?

S. In realtà tutto è connesso, studi, guizzo geniale, scelte di vita eccetera. Spiegando un po’ meglio, se il nostro gruppo non avesse fatto l’università, studiato e lavorato nei film sottili, se non ci fosse stata l’opportunità di partecipare ad una Start cup (competizione di business plan), non ci sarebbe nulla né idea né esperienze per svilupparla. Per fare un paragone, al ristorante non basta avere una cucina ben arredata, gli ingredienti di qualità, l’idea del gestore della pietanza, bisogna avere anche il cuoco che sa cucinare, così succede anche nel nostro mondo, non basta avere l’idea, bisogna avere le persone che la sanno sviluppare, i macchinari per realizzarla e le materie prime per produrla. Solo un buon mix di tutto questo può trasformare un’idea in qualcosa di concreto.

M. Il vostro viaggio negli States è risultato fondamentale nella messa a punto di questa tecnologia, già sperimentata in ambito medico, applicata ai tattoo?

S. Il viaggio in California è stato utile per comprendere meglio il modo di fare business negli USA, metodo completamente differente rispetto a quello radicato in Italia. Alla fine dei quasi sei mesi di permanenza abbiamo fondato una società che ora si occupa di vendere la tecnologia per i biosensori alle aziende leader nella produzione dei circuiti flessibili.

M. Siccome sono una prof e mi interessa molto l’ambito-educazione e il modo in cui vengono spese le risorse dello Stato in quest’ambito, ti chiedo: il MIUR finanzia la vostra impresa?

S. Lo Stato e il MIUR non ci hanno finanziato nulla ma, grazie alla presenza dell’Università di Trieste nella compagine sociale, possiamo definirci uno spin off universitario e abbiamo avuto delle agevolazioni per insediarci all’interno dei laboratori. Chiaramente abbiamo avuto dei vantaggi di tipo economico che, con quote di affitto molto contenute, ci hanno permesso di sviluppare per i primi anni le varie tecnologie. D’altra parte nel nostro piccolo abbiamo restituito la cortesia all’Università, finanziando due dottorati di ricerca, facendo da correlatori a diverse tesi permettendo agli studenti di comprendere da vicino come funziona il mondo industriale ecc.

M. Come nasce un’azienda all’interno dell’Università (ho letto che sono quasi quattrocento le aziende come la vostra in Italia) e quali sono le prospettive future?

S. Nel nostro caso tutto è nato da una idea di un nostro collega in cui altri come me hanno creduto, aggregandosi al progetto. Molte volte, sentendo anche le esperienze di altri gruppi, gli spin off nascono in questa maniera, ma moltissime volte non decollano poiché i ricercatori hanno già un buon posto, i professori pure, venendo a mancare, quindi, una buona motivazione. Nel nostro caso abbiamo voluto crederci fino in fondo e abbiamo iniziato a lavorare sia sul progetto ma soprattutto sull’azienda cercando di darle lustro con competizioni nazionali ed internazionali di business plain, vincendo anche qualche bel premio e procurandoci alcune soddisfazioni come il riconoscimento, ritirato per ben due volte, dalle mani del Presidente della Repubblica. Secondo me, le aziende nate nella culla dell’Università hanno ottime possibilità industriali dal punto di vista tecnico, ma poche possibilità dal punto di vista gestionale poiché spesso, o quasi sempre, chi amministra è l’inventore, ricercatore, professore e non è sempre detto che questi abbiano una visione industriale delle aziende. Per noi non è stato molto differente, abbiamo avuto la fortuna che all’interno della compagine sociale e degli amministratori ci fossero delle figure che hanno avuto esperienza lavorativa extra università e che hanno potuto acquisire delle competenze imprenditoriali precedentemente alla fondazione della società.

M. Ho letto che state esportando all’estero i vostri prodotti: quali sono gli Stati più interessati?

S. Ora abbiamo un distributore in Egitto che cura il Medio Oriente e abbiamo dei buoni contatti in corso con India e Canada.

M. Ho visto sul vostro sito che i tatuaggi hanno diversa foggia ed esistono fin da prima dell’uscita sul mercato italiano. Chi ne ha curato il design e qual è il ruolo della catena di gioiellerie? Un semplice distributore con esclusiva? Sai, perché ho letto “la creazione da parte di S.O. dei tattoo in oro ….”

S. I tatuaggi sono nati prima dell’accordo con Stroili, ma abbiamo avuto diverse difficoltà per poter dar credibilità al prodotto e anche per questo motivo in parallelo stavamo cercando dei distributori. Stroili Oro è il nostro distributore in esclusiva per l’Italia, l’azienda usa un suo marchio per la vendita e noi siamo i produttori OEM (Original Equipment Manufacturer). Stroili crede molto al prodotto e sta finanziando una campagna di pubblicità molto importante: questa a noi fa molto piacere poiché abbiamo trovato in loro un giusto partner che crede nel prodotto e si occupa solo della parte di distribuzione e noi della parte tecnica e di produzione. Comunque negli altri Paesi vendiamo con il nostro marchio.

M. Infine, quale futuro per la Genefinity?

S. Bella domanda. Ti dico qual è il mio sogno per Genefinity. A me piacerebbe che la nostra società si sviluppasse e crescesse sempre di più potendo così offrire posti di lavoro a molte persone. Questo fatto mi inorgoglisce molto, in particolar modo quando posso dire che con il nostro lavoro siamo in grado di dare un salario a X persone e quindi mantenere in parte X famiglie. Genefinity è una azienda che si occupa di sviluppo industriale e mi piacerebbe che continuasse in questa direzione, realizzando nuovi prodotti per commercializzarli direttamente o per trovare delle partnership con altre aziende o vendendo i brevetti studiati e sviluppati a terzi. Per ora guardiamo alle strette contingenze giornaliere senza però perdere di vista il domani e il dopo domani.

Bene, io ringrazio Stefano per la sua disponibilità. So che in questo momento, quando il lancio sul mercato dei tatuaggi in oro è imminente, è davvero molto occupato. Lui è uno stakanovista e non si risparmia ma credo che i sacrifici fatti finora saranno ricompensati da un sicuro successo. Auguro a lui e ai suoi colleghi grandi soddisfazioni e un brillante (con i tattoo ma anche con altre invenzioni) futuro.

Per concludere, posto anche il video dell’intervista che Stefano ha rilasciato, lo scorso maggio, a “La meglio gioventù”.

[siti di riferimento: universita.it, pourfemme.it, controcampus.it, goldsinjewels.com]