AMANDA E RAFFAELE LIBERI … DI GODERSELA


Ormai li chiamiamo per nome, la signorina Knox e il signor Sollecito. Amanda e Raffaele, ex coppia, ex colpevoli ed ora innocenti. Questi strani giri della Giustizia italiana, come quelli di una sorta di ruota della fortuna, che lascia sempre il dubbio, grado dopo grado. Il tribunale condanna, la corte d’Appello assolve … arriverà alla Cassazione il caso Kercher. Ricordiamo almeno una volta la ragazza inglese che è la vera vittima in questa vicenda, “attrice per una notte” uscita tragicamente di scena per lasciar spazio ai protagonisti di questo processo mediatico.

Sono liberi, dunque, Amanda e Raffaele, assolti con formula piena così come, due anni fa, furono condannati al di là di ogni ragionevole dubbio a 26 e 25 anni. Solo un colpevole è rimasto: Rudy Guede, reo di complicità in omicidio. Essì, complice di chi? Di qualche fantasma che solo Meredith a questo punto conosce. Ma lei dalla tomba non parlerà.

I processi in Italia (non solo quelli che riguardano il premier) ormai si celebrano negli studi televisivi o sulle pagine della stampa. Processi mediatici in cui ciascuno di noi, telespettatori o lettori, a seconda del proprio personale punto di vista (o forse, sarebbe meglio dire, a seconda della influenzabilità del giudizio) veste i panni dei giudici togati (quelli di noi che credono di essere “esperti”), della giuria popolare (quelli, meno presuntuosi, che cercano l’appoggio di altri), della pubblica accusa (normalmente i più insicuri, quelli che vedono colpevoli dappertutto) e della difesa (i mancati avvocati). Un gioco di ruolo, nulla di più. Ma i processi veri, quelli che si dibattono nelle aule di Giustizia, dovrebbero dare risposte certe e non sommare dubbi a dubbi.

Quanti dubbi, in questa vicenda. Dubbi sulla personalità di Meredith, descritta da chi la conosceva bene, come una ragazza tranquilla, senza grilli nella testa, una che voleva solo studiare e fare un’esperienza diversa per arricchirsi culturalmente e che, invece, in Italia ha trovato la morte. Ma dalle parole dei suoi “compagni”, tra l’altro frequentati poco, visto che breve è stato il soggiorno della Kercher a Perugia, è emersa un’altra Mez, più libera, diciamo così.

Ancora dubbi sulla personalità dei due ex innamorati, Amanda e Raffaele, che a poche ore dall’assassinio della povera ragazza inglese, se ne stavano abbracciati, intimiditi, spaventati, davanti alla casa degli orrori. E ancora più dimesso il loro atteggiamento nelle aule di Giustizia, quasi recitassero un copione, una parte che dovevano imparare per forza perché finta: quella degli innocenti. E così, udienza dopo udienza, sono apparsi sempre con quell’aria compassata da vittime, tanto vittime da far passare in secondo piano la vera vittima, Meredith. Belli, ricchi, con avvocati di grido che hanno supportato le loro tesi con una superperizia in grado di smontare la relazione della Polizia Scientifica. Gli indizi si sono sgretolati uno ad uno, come quel famoso gancetto ormai ridotto ad un pezzetto di ruggine, trovato troppo tardi, quaranta giorni dopo l’omicidio.

Mentre ieri sera in aula la sentenza è stata accolta con urla e pianti di gioia, baci e abbracci da parte di chi quel processo l’ha vinto (non solo gli imputati ma anche tutto lo staff difensivo dell’uno e dell’altra), e mentre la famiglia di Meredith sembrava impietrita non più solo dal dolore ma anche e soprattutto dall’incredulità, fuori dal tribunale la gente del popolo, quello di una piccola città di provincia che non si è lasciata sfuggire un solo minuto delle ore ed ore dei talk show in cui si è parlato del “delitto di Perugia” (anche solo per sentirsi importanti tant’era l’interesse nei confronti di una città nota quasi solo per i famosi “baci” di cioccolato), gridava: “vergogna, vergogna, vergogna“. Ma “vergogna” per cosa? Per un verdetto scontato che libera due persone già ritenute colpevoli? Ma si sa che la Legge italiana prevede tre gradi di giudizio e che fino al parere della Cassazione non si può mai scrivere la parola “fine” sulle pagine di una storia di dolore e morte. E non è la prima volta che il verdetto della Corte d’Appello capovolge la sentenza di primo grado.
“Vergogna”, forse, per i maldestri rilievi della Scientifica smontati impietosamente da una perizia di parte? Se la Legge lo consente, perché mai si dovrebbe rinunciare ad un’occasione così propizia. O, ancora, “vergogna” per una pubblica accusa che ha incassato i “colpi” di una difesa lautamente pagata da gente ricca? Ma è cosa arcinota che i soldi fanno la differenza. E quel gesto dell’avvocato Bongiorno, quello sfregarsi le mani che forse è sfuggito ai più, sembra dire: “Li abbiamo fregati tutti, li abbiamo”. Spero di sbagliarmi, comunque.
Oppure, in ultimo, “vergogna” per gli inquirenti che, fin dall’inizio, non hanno saputo gestire l’indagine in modo corretto, pasticciando e affidandosi in toto ai rilevamenti della Scientifica che, ormai, hanno sostituito le indagini vere, quelle in cui si usava la testa più che i test.

Io non lo so chi dovrebbe vergognarsi di più. Certamente, qualora il terzo verdetto, quello della Cassazione, dovesse confermare l’innocenza dei due accusati, si dovrebbero vergognare maggiormente i giudici che in primo grado hanno emesso la condanna. Quattro anni di carcere, quando li si sconta a vent’anni, possono sembrare un tempo interminabile. Se si è a posto con la coscienza, poi, quei quattro anni di vita tolti, che nessuno mai potrà restituire né alcun indennizzo, seppur ricco, potrà mai cancellare, pesano come un macigno, quello granitico del torto, dell’ingiustizia.

Ora se la godranno la libertà, Amanda e Raffaele. In ogni caso, sia che la sentenza abbia davvero reso giustizia sia che abbia liberato dei colpevoli furbi.
Da innocenti, ora i due possono contare sull’impatto mediatico, fare un mucchio di soldi concedendo interviste, scrivendo memoriali e attendendo l’equo risarcimento che spetta a chi ha passato quattro anni in galera da innocente. Quanto? Qualche milione? Non so quanto valore possa avere una libertà negata.
Da colpevoli, possono assaporare la libertà di chi ha aspettato ma non invano, con la consapevolezza che, sparendo dalla circolazione, Amanda in America e Raffaele chissà dove, anche se la Cassazione li giudicherà colpevoli per l’omicidio di Meredith, non faranno mai più un giorno di prigione. Quattro anni sono pochi, in questo caso.

Giustizia non è fatta“, ha dichiarato la Pm Manuela Comodi. “Rispettiamo la sentenza ma non comprendiamo“, hanno commentato i familiari della studentezza uccisa.

Anch’io non riesco a comprendere e il dubbio che non l’altro verdetto fosse errato bensì questo rimarrà sempre.