ISABELLA FERRARI, LA PUBBLICITÀ DEI REGGISENI E LA COERENZA

Il nuovo spot di una nota marca di lingerie ha, da qualche giorno, una testimonial d’eccezione: Isabella Ferrari. L’attrice, che si avvia verso la cinquantina, sfila seminuda, coperta solo da un brasiliano nero, in un’enorme camera da letto, raggiunge il comò, prende in mano un reggiseno bianco, si specchia e poi indossa un reggiseno nero. Meno male! Ero preoccupata: slip neri con reggiseno bianco non si possono guardare.

Poi la scena cambia: a bordo piscina, di nuovo seminuda, la Ferrari lascia andare sul filo d’acqua il reggiseno nero. Il tutto mentre il suo uomo, lo stesso che ad inizio spot se ne sta sdraiato sul lettone (non è dato sapere cosa i due abbiano fatto prima, comunque lei non se lo fila per nulla), si allontana da lei. Dulcis in fundo, il “motto” dello spot: per chi si ama. Eh, già, perché la narcisa Isabella, che sbandiera ai quattro venti di non aver fatto ricorso al chirurgo estetico né a photoshop, e si vede, a meno che proprio photoshop non le abbia fatto sparire l’ombelico, si accontenta dello specchio e dei suoi slip, visto che abbandona anche il reggiseno come lo straccio d’uomo con cui si accompagna, si fa per dire.

Uno spot come tanti altri, per carità. Di certo non più “scandaloso” di quello di un noto jogurt che, una volta mangiato, ci sembra di far l’amore con il sapore. Per chi si accontenta va bene pure quello. Almeno in questo caso, essendo la pubblicità incentrata su un capo di lingerie, la nudità non disturba, almeno non quanto quel poveraccio d’uomo che non viene degnato nemmeno di uno sguardo, se non all’inizio e alla fine, ma proprio di sfuggita.

Lo scandalo vero sta, però, nel fatto che la Ferrari, attrice «di sinistra», impegnata in film con Nanni Moretti, come Caos calmo in cui la scena di sesso hot è decisamente realistica, per non dire porno, musa teatrale di Marco Travaglio, si è lasciata coinvolgere nel movimento neofemminista del «Se non ora quando», tuonando contro la mercificazione del corpo delle donne.

Proprio a difesa delle sue scelte, diciamo così, artistiche, l’attrice osserva: «In un’epoca di svendita del corpo siamo tutti un po’ nauseati, ma una donna ha comunque il diritto di vestirsi e svestirsi, di innamorarsi e amare e io voglio stare in tutto questo nella sua pienezza, nella complessità dell’essere femminile che sento di avere, mentre le donne che usano solo il corpo hanno un linguaggio povero, riduttivo».

Quindi, le veline e attricette senza arte né parte, quelle, per intenderci, ospiti dell’Olgiatina, meritano tutto il disprezzo, mentre lei …

Stefano Filippi, su Il Giornale, commenta così, alla fine del suo articolo:

«Insomma, una velina che si spoglia è nauseante, mentre se lo fa un’attrice reduce dal Palasharp e che magari legge Kant fino a notte fonda è arte, e la scena (censurata) di sesso bollente con Nanni Moretti in Caos calmo è espressione di cultura.

Forse non è la stessa Isabella Ferrari che, quando ancora si chiamava Fogliazza, fu eletta Miss Teenager a 15 anni, a 16 si fidanzò con il cinquantenne Gianni Boncompagni e divenne famosa con i film dei Vanzina e i fotoromanzi. Anche lei ha usato la bellezza per fare carriera rinnegando poi il passato. Oggi la Ferrari sfoggia conformismo intellettuale, fa i girotondi, recita con registi à la page, calca i teatri leggendo brani di Indro Montanelli assieme a Marco Travaglio, manifesta contro i tagli ai fondi per lo spettacolo, fa la testimonial del Fatto Quotidiano, addita come miti femminili la Magnani e la Mangano. Ma alla fine, se gli [sic] chiedi perché si spoglia, risponde come una valletta qualunque che deve lanciare un calendario: «Il corpo femminile è nudo, principalmente».

Un bell’esempio di coerenza, non c’è che dire.

Sapete qual è la cosa che più mi disturba in questo spot? Lo spreco di una canzone bellissima, Per un’ora d’amore dei Matia Bazar, in assoluto una delle mie preferite.

LE PAROLE CHE NON TI HO DETTO

A ROSSANA

Sono giorni che mi tormento e non riesco a trovare le parole per esprimere quello che sento dentro. Proprio io che sono sempre stata più brava a scrivere che a parlare. Io che ho sempre bussato timidamente alla porta del tuo cuore per non disturbare, per non invadere il tuo privato che, a volte, chiudevi con il lucchetto. E io non riuscivo a capire il perché, io che ho ti sempre detto tutto. Ad esempio, sei stata la prima a sapere della mia seconda gravidanza, tenuta segreta a tutti, anche alla mia famiglia. Tu hai vissuto “in diretta” la mia minaccia d’aborto e per prima sei accorsa al mio capezzale. Per prima hai saputo della nascita di Matteo e, sempre per prima, sei corsa a conoscerlo.

Sono tante, troppe, le parole che non ti ho detto. Tante, troppe, quelle che ti ho scritto in lettere mai spedite. Ora mettere nero su bianco quello che sento mi costa molto perché, ancora una volta, mi sembra di non rispettare quella discrezione che hai sempre manifestato ed io non ho mai compreso. Talvolta ho pensato che il tuo silenzio fosse dovuto a questo: non volevi interferenze, volevi cavartela da sola, superare i momenti difficili mettendo in mostra quella forza con la quale hai reagito alle molte avversità che hai dovuto affrontare.

Ho deciso di scrivere queste righe dopo aver ritrovato la fotografia che ci ritrae, orgogliose, con la torta che avevamo preparato. Un pomeriggio intero chiuse in cucina, a ridere e scherzare, soprattutto quando vedemmo lo scarso risultato delle meringhe che avevamo pensato di preparare per non buttare via gli albumi rimasti dalla preparazione del pan di spagna. Ma il risultato finale, quel meraviglioso gâteau, come ti piaceva chiamarlo, ha ricompensato le molte fatiche e messo in secondo piano quel piccolo insuccesso.

Avevamo 22 anni e tutta la vita davanti. Abbiamo condiviso le soddisfazioni nello studio, culminate con le lauree brillantemente superate, i matrimoni, le nascite dei figli, i battesimi, tanti compleanni e tante estati al mare. Io che tentavo di abbronzarmi come te senza capire che la carnagione di una bionda non poteva competere con quella di una mora. Io bionda tu mora, così diverse eppure per certi versi tanto simili.
E poi la condivisione dello stesso lavoro, quella dedizione alla scuola che ci accomunava così tanto, noi diverse ma uguali nell’affrontare l’impegno nelle aule scolastiche.

Quante volte ho pensato che, andate in pensione, avremmo avuto più tempo da dedicarci. Ci saremmo incontrate al Caffè Viennese, come l’ultima volta, davanti ad una tazza di tè fumante e ci saremmo raccontate la vita da nonne, contando i fili d’argento tra i capelli, certamente lunghi perché tu non li avresti mai tagliati e io di sicuro non li taglierò mai più corti come feci allora, per il mio ventiduesimo compleanno.

In tutti questi anni ci siamo perse, ritrovate e poi ancora perse e ritrovate. Lunghi silenzi valevano più di mille parole. O forse ero io ad intepretarli male, quei silenzi. Ma mai, neppure per un momento, la mia vita è scorsa senza sentirti vicina pur se lontana. Nel mio cuore e nella mia mente ci sei sempre stata e vi rimarrai per sempre. Solo che ora sento un vuoto che nemmeno il pensiero di te, dei giorni felici passati assieme, potrà mai colmare.

Sono entrata in un tunnel di dolore e incredulità da cui non so quando uscirò né se ne uscirò.

Ciao amica cara. La “mia” Rossana, per sempre.