1 settembre 2011

QUANDO SI DIVENTA ADULTI?

Posted in affari miei, figli tagged , , a 5:33 pm di marisamoles

È una domanda che credo di non essermi mai posta. Ero piccola e già volevo essere grande. Ora che sono grande, vorrei essere più piccola. Fa parte del normale corso delle cose. Quando si diventa adulti? Non lo so ma proverò a pensare se mai, nella mia vita, ci sia stato un evento che mi abbia portato a ritenere di essere diventata adulta.

Avevo cinque anni ed ero in vacanza in Sicilia con mia mamma e mia nonna. Ricordo come fosse ieri una borsettina rossa, di quelle con la cerniera e i due “pomoletti” che si chiudono a scatto, come quelli dei portamonete di un tempo. Ero orgogliosa di avere quella borsetta e la tenevo sempre con me, infilavo nel braccio il suo piccolo manico e tanto mi bastava per sentirmi grande.
Un giorno, a casa dei parenti di mia nonna, incontrai una bambina più piccola di me (non troppo, forse nemmeno due anni), figlia di una cugina di mia mamma. Non mi destò nemmeno un po’ di simpatia e ancora meno nel momento in cui mi strappò dal braccio la borsetta rossa, se la infilò nel suo ed esclamò soddisfatta: “Sono grande io!”, con quell’accento siculo che ben conoscevo dal momento che mia nonna nemmeno dopo quarant’anni passati al nord aveva minimamente perso. Eh, già, bastava una borsetta a farci sentire grandi ma lei, in ogni caso, non lo era, era piccola, più piccola di me. Mi ripresi la borsetta assestandole un bel ceffone sulla guancia e dicendole: “No, sei piccola e la borsetta è mia!”.
Ok, il mio gesto non fu elegante né cortese ma io dovevo difendere la mia adultità appena conquistata grazie ad una borsetta rossa … soprattutto dovevo riprendermela.

A tredici anni, ne sono sicura, volevo essere grande. Con i ragazzi mi alzavo l’età, proprio come ora cerco di abbassarmela, specie se il mio interlocutore ad occhio e croce ha quindici anni meno di me. Ora sono adulta, è indubbio, e certe cose non dovrei nemmeno pensarle. Allora, però, la mia crescita precoce era un bel problema: a dodici anni sembrava ne avessi quindici, a quindici potevo passare tranquillamente per una ventenne.
Ricordo che una sera, quand’ero in vacanza a Lignano, avevo ottenuto il permesso di andare in discoteca con mio fratello, sei anni più di me quindi grande abbastanza per andare a ballare. Ero felice ma non avevo fatto i conti con la parte sicula del sangue che scorre nelle vene di mio fratello né con il suo dispotismo per niente illuminato. Arrivati in discoteca, indicandomi una poltrona, mi disse con fare perentorio: “Tu stai ferma là”. Lo guardai come dire “ma sei scemo? Vengo in discoteca e non ballo nemmeno?”. Non so quale interpretazione avesse dato lui al mio sguardo, so solo che se ne andò in pista, lasciandomi là convinto che mai, per nessun motivo al mondo, avrei osato sfidarlo contravvenendo ad un suo ordine.
Tempo cinque minuti e un bel giovanotto (circa vent’anni) mi invitò a ballare. Allora si usava così, non è che ci si lanciasse in pista e si ballasse da sole, non dico i lenti, nemmeno i balli veloci. La cosa che mi colpì in questo inatteso cavaliere fu che mi chiese, con fare cortese: “Signorina, vuol fare quattro salti con me?”. “Signorina”, avete capito? Se quel ragazzo mi aveva apostrofato in tal modo era ovvio che io ero grande e, quindi, me ne potevo fregare altamente dei divieti di mio fratello che non era nemmeno mio padre, tantomeno mia madre, ché era lei, in realtà, quella che dava ordini e imponeva divieti in casa.
Vi risparmio la descrizione della scena che seguì, con mio fratello imbufalito, io incazzata nera ed il cavaliere incredulo nell’ascoltare le parole del despota che diceva “Lei è piccola, non può ballare!”.
Piccola un corno: ero in discoteca, uno mi aveva invitata a ballare, per giunta chiamandomi “signorina”, ero grande. Ero adulta? Mah, non me lo sono chiesta.

Avrò pensato di essere diventata adulta quando ho incontrato il mio primo amore? È probabile ma, se così fosse, ci pensò mia nonna, da vera sicula, a farmi fare i conti con la realtà. Indispettita da questo giovanotto che aveva iniziato a girar per casa, un giorno lo bloccò in atrio e lo aggredì verbalmente dicendo: “Marisa è piccola, la devi lasciar stare, lei deve giocare ancora con le bambole!”. A parte il fatto che con le bambole non giocavo più da anni, a quel tempo era evidente che trovassi molto più interessante “giocare” con i bambolotti … in ogni caso, quelle parole mi catapultarono di nuovo nell’infanzia da cui pareva fosse inesorabilmente vietato allontanarsi. Non ero diventata adulta un bel niente.

Ma allora quando si diventa adulti? Forse al compimento dei diciotto anni? Nossignori. I genitori, con la frase di rito “Finché stai in casa con noi e ti manteniamo, fai quello che ti diciamo noi”, mettono subito le cose in chiaro. L’età adulta non è una conquista semplice, non sta scritto su nessuna carta che a diciotto anni si diventa adulti. Maggiorenni sì, adulti no. Non ancora.

Forse si diventa adulti quando si inizia l’università (oppure si va a lavorare). Io devo averlo pensato, quella volta sì. Mi misi in testa di andare a studiare “fuori sede”, nonostante le proteste dei miei che continuavano a ripetere “con tutte le facoltà che ci sono qua, l’unica che non c’è dovevi scegliere?”. Alla fine, due anni dopo, ritornai a casa con la coda tra le gambe. Avevo vissuto l’ebbrezza dell’indipendenza e non mi era piaciuta un granché. Se ritornando nel “nido” mi sentivo meglio, era evidente che avevo ancora bisogno di protezione. Un adulto questo bisogno non lo sente, o no?

Il matrimonio è una tappa importante nella vita delle persone. Forse bisogna sposarsi per sentirsi adulti? Mah, non lo so. Io ero decisamente giovane, ma ora che ci si sposa dopo i trent’anni, molti addirittura mettono su casa a quaranta … insomma, trovandomi al mio fianco un marito ero diventata adulta o no? Certo, se si pensa al carico di responsabilità che la vita di coppia (non necessariamente il matrimonio) comporta, si dev’essere per forza adulti. Ma se ripenso all’ultima sera del viaggio di nozze, quando vidi il mio viso abbronzato dal sole delle Baleari riflesso nello specchio del bagno, in albergo, e ricordo che quasi ebbi l’impressione di trovarmi di fronte un’immagine sconosciuta, un volto spaventato da ciò che mi attendeva alla fine di quello che in definitiva poteva essere un viaggio qualunque ma non lo era, perché a casa mi attendeva una vita sconosciuta, quella di moglie … e quella domanda “Ce la farò?” che non poteva avere risposta, non immediata, almeno, allora posso escludere che quella volta io mi sentissi davvero adulta.

C’è un momento in cui ebbi la certezza di sentirmi adulta, almeno questa è la sensazione che suscita in me il ricordo: quando seppi di aspettare il mio primo bambino. Stavo per diventare madre, ormai ero davvero una persona adulta. Il peso della responsabilità di proteggere una creatura del tutto indifesa, che ancora non aveva una vita autonoma e dipendeva in tutto da me, mi fece sentire di colpo un’altra persona. Una donna che stava per cambiare la propria vita. Un’adulta. Ora sì, lo ero.
Ma la maternità può capitare anche a quindici anni oppure a cinquanta: una quindicenne non può essere un’adulta e una cinquantenne lo è già da un bel po’.

Allora non posso che concludere, sperando di non aver annoiato a morte chi legge, con la certezza che il sentirsi adulti non sia legato ad un’età in particolare ma ad una situazione che determina in noi la convinzione che qualcosa è cambiato. Senza riti di passaggio, come si usa ancora presso certe popolazioni tribali, senza celebrazioni come sono soliti fare alcuni popoli (i Colombiani, ad esempio, non festeggiano i diciotto anni delle ragazze ma i sedici, se non sbaglio, e le ritengono donne a tutti gli effetti, quindi adulte), senza nulla di definito ed oggettivamente osservabile: si diventa adulti quando si ritiene di poter essere socialmente accettati come adulti.

A questa conclusione dev’essere arrivato mio figlio piccolo ieri. Avevo ritirato la posta dalla cassetta e, come sono solita fare, l’ho distribuita per casa a seconda del destinatario: quella di mio marito in soggiorno, la mia nello studio, quella del primogenito sul comodino e quella di suo fratello sulla scrivania. Non faccio troppo caso al tipo di lettere e messaggi pubblicitari che arrivano. Ci ho fatto caso solo quando il mio “piccolo” (21 anni) è arrivato in studio da me, tenendo in mano una lettera contenente la proposta di abbonamento a Sky, e mi ha detto: “Mamma, sono diventato adulto se quelli di Sky mi propongono un abbonamento”.

La risposta era così semplice, perché non ci avevo pensato?

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