BASTA UNA LEGGE CHE VIETI IL BURQA PER TUTELARE LE DONNE MUSULMANE?


La proposta di legge, approvata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che prevede il divieto per le donne musulmane di indossare il burqa o il niqab fa ancora discutere. (ne ho già parlato QUI)

PRO E CONTRO. Senza affrontare la questione dal punto di vista politico, vorrei soffermarmi sulle antitetiche posizioni a favore o contro questa proposta.
Da una parte c’è chi sostiene che con questa legge si otterrebbe la giusta tutela della dignità delle donne, spesso costrette a coprirsi il volto per la precisa volontà dei mariti o dei padri.
Dall’altra parte, c’è chi invece è convinto che nessuna legge potrebbe mai imporre alcunché alle donne islamiche perché, siano esse costrette ad indossare i capi di abbigliamento “incriminati” o li indossino per libera scelta, si chiuderebbero in casa piuttosto che mostrarsi a viso scoperto.
Di questo avviso è Riccardo Noury che firma un intervento sul blog sui diritti umani che nasce dalla collaborazione tra Amnesty International e il Corriere della Sera (LINK):

Anziché sostenere i diritti delle donne, un divieto generalizzato di indossare il velo integrale rischia di violare i diritti di chi sceglie liberamente di portarlo, senza contribuire significativamente a proteggere coloro che lo fanno contro la loro volontà e che, in questo modo, rischierebbero un isolamento ancora maggiore: le donne che attualmente indossano il velo integrale potrebbero essere ulteriormente confinate in casa, avere meno possibilità di lavorare o studiare e di accedere ai pubblici servizi. Orhan Pamuk, nel suo libro secondo me più bello, “Neve”, ha raccontato la tensione sociale e le conseguenze, in alcuni casi mortali, scaturite dal divieto di indossare il velo integrale nei luoghi d’istruzione.

Questo è ciò che temo anch’io e ho già espresso i miei dubbi su questa possibile legge in altri post.

IL PROBLEMA SICUREZZA. Un discorso completamente diverso è quello relativo alla sicurezza.
Un mio lettore, Alfio, commentando il post in cui si parlava di una mamma che aveva spaventato i bambini dell’asilo frequentato dal figlio presentandosi all’ingresso coperta dal burqa (LINK), ha scritto:

Entrano tre soggetti in una banca vestiti col niqab nero. Metti anche che all’ingresso ci sia una donna che in una stanza chiusa e vietata ai maschi verifica la loro identità a viso scoperto. Queste poi se ne stanno tutte e tre nella banca a viso coperto ed una di loro fa una rapina. Come la mettiamo?
Chi indossa il casco o si veste da Arlecchino a Carnevale si toglie il casco o la maschera quando entra in un ospedale o in una banca. A mio parere l’unica ragione che può giustificare la copertura integrale è data da condizioni di salute più o meno gravi che la rendono necessaria.

Be’, diciamo che queste osservazioni prendono in esame un caso abbastanza estremo. Ad ogni modo il problema sicurezza è reale perché dietro un burqa o un niqab potrebbe nascondersi anche un terrorista in procinto di piazzare una bomba e non ci sarebbe alcun modo di verificare chi relamente si nasconda dietro quel capo d’abbigliamento.
Fantascienza? Non troppo, secondo me. Piuttosto l’obiezione più comune di quanti manifestano contrarietà nei confronti della proposta di legge avanzata in Commissione è che le donne che nel nostro Paese girano completamente velate sono poche decine.

POCHE MA LIBERE DI SCEGLIERE? Chissà perché nei commenti di noi occidentali, siamo portati a ritenere una costrizione l’utilizzo del burqa o del niqab. E’ un dato di fatto che l’uso di questi capi non è prescitto dal Corano e non ha alcun legame con la religione. E’ piuttosto un’usanza trasmessa di generazione in generazione. Può capitare, tuttavia, che una donna islamica decida di indossare il burqa anche se le donne di casa non lo portano.
Una mia lettrice, Hajar, qualche tempo fa, commentando un post in cui si parlava dell’intervento della Santanchè in difesa del Crocifisso nelle aule scolastiche (LINK), ha scritto:

Sono una ragazza di 21anni vivo in italia da piu di 15anni, ho frequentato tutte le scuole qui, sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non mi ha obbligato nessuno anzi mio marito non voleva neanche che io lo mettessi… ma ho indossato il burqa perchè è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante. Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i cittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente […]

LA CULTURA C’ENTRA POCO E ANCHE L’ESEMPIO MATERNO NON E’ DETERMINANTE. Può una ragazza islamica di diciassette anni, con una madre che si è battuta per l’integrazione e la libertà delle donne musulmane e orgogliosamente manifesta la sua emancipazione, incoraggiata a sua volta dalla madre stessa poco attenta alle prescizioni religiose, decidere di indossare il velo? Ok, il velo non è un burqa o un niqab ma è pur sempre un indumento che contrassegna l’appartenenza ad una religione e ne connota un certo estremismo. Ma anche un velo può disorientare una madre che non capisce né condivide la scelta della figlia semplicemente perché lei, madre, credeva di essere un modello per la figlia adolescente.
Questa è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto. sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?

(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

INTERPRETARE NON SIGNIFICA CAPIRE. Ecco, questa è la vera riflessione che tutti dovremmo fare. Le donne di sinistra, accanite sostenitrici della legge che vieti il burqa, secondo me interpretano a modo loro delle ragioni che forse le donne musulmane non condividono. Ritengono di sostenere una legge giusta, in nome della tutela della dignità delle donne e della loro emancipazione dagli uomini di cui sono “schiave”. Credono che le donne che portano il burqa siano incapaci di ragionare con la propria testa, rispettando la volontà degli uomini e seguendo l’esempio delle donne più grandi. Interpretare, però, non significa capire. Limitiamoci, dunque, a sostenerla perché ci sembra una giusta legge a tutela della sicurezza di tutti. Ma non merita nemmeno che ci sforziamo di capire le motivazioni di una scelta; noi donne occidentali, sia laiche sia cattoliche, siamo troppo lontane da quel mondo che nemmeno una madre musulmana “emancipata” può comprendere, quando si tratta di una scelta personale della propria figlia.

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3 thoughts on “BASTA UNA LEGGE CHE VIETI IL BURQA PER TUTELARE LE DONNE MUSULMANE?

  1. Ciao Marisa. Confesso che sono intimidita dalla tua capacità di scrivere. Per forza si direbbe, sei una prof e chi può scrivere meglio di una prof. Ma non è così non sempre è sufficiente essere una prof, occorre saperlo essere e saperlo fare.
    Dopo questa parentesi che non è una sviolinata, ma una sincera constatazione, vorrei chiederti, a propositio dell’argomento del velo islamico, come mai in quella società, o in quella religione, o in quel sentire, non c’è una naturale evoluzione.
    Ricordo che mia nonna, quando andava in chiesa, si metteva il velo! Si copriva i capelli, con un delizioso velo ricamato che conservo ancora.
    Poi anche questo velo è sparito.
    Ancora, dopo che una donna aveva partorito, doveva essere ricevuta in chiesa con una preghiera speciale, con in mano la candela benedetta il giorno della candelora, il 2 febbraio. Si riteneva che il parto avesse intaccato la purezza della donna, forse perchè, per generare aveva dovuto “fare l’amore”.
    Erano usanze, è vero, nel Vangelo queste cose non stanno scitte, eppure venivano imposte.
    Ora se non sta scritto nel Corano che le donne debbono coprirsi totalmente, come mai in quella fede, le usanze non trovano un’adeguata evoluzione dei tempi?
    Io sono un po’ cattiva e dico perché fa comodo a quel mondo maschilista.
    Grazie Marisa della tua pazienza, ma torno a dire, la tua capacità induce a fare domande.
    Ciao.

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  2. @ speradisole

    Intanto grazie per l’apprezzamento. Al di là della mia capacità di scrivere (che dipende dalle giornate, mica sono tutte uguali! 😦 ), quello che mi interessa è che si apprezzino le cose che scrivo. L’argomento in questione è tutt’altro che facile da trattare e le domande che fai non hanno una risposta. Bisognerebbe entrare nel loro mondo e capirci qualcosa. Quello che assolutamente non bisogna fare è giudicare o criticare. Io non mi permetterei mai di dire ad una donna musulmana, velata o meno, che è una stupida perché si lascia sottomettere.

    A voler essere dei buoni fedeli, di qualsiasi religione, ci vuole un grande impegno e soprattutto coerenza. Mi è capitato di chiedere ad un islamico come mai alcuni dei suoi “amici” bevessero tranquillamente alcolici. Lui mi ha chieso se fossi credente. Gli ho risposto di sì. Poi mi ha chiesto se andassi tutte le domeniche a messa. Gli ho riposto di no. “Ecco, – ha replicato – è la stessa cosa: tu sai che devi andare a messa eppure non ci vai sempre; noi sappiamo che non dobbiamo bere alcolici, eppure ogni tanto li beviamo”. A voler essere dei buoni fedeli non c’è alcuna differenza fra le due religioni, la cattolica e la musulmana. Semplicemente noi crediamo che loro non concepiscano nemmeno di trasgredire, mentre noi possiamo farlo, essendo pienamente coscienti di “peccare”.

    Tu dici che ci sono usanze che non sono prescrizioni trasmesse dai Vangeli. E’ vero, ma è anche vero che la Chiesa stessa, con il passare degli anni, ha chiuso un occhio su certe cose (il capo velato della donna), molto meno su altre (la contraccezione, ad esempio). Secondo me quello che manca nel mondo islamico è una guida universale come per noi è il papa. Non che sia indispensabile ascoltarlo, del resto Dio stesso ci ha dotati di libero arbitrio. Ma laddove manca una guida, la religione è amministrata, diciamo, in modo periferico e tra le varie aree del mondo musulmano spesso c’è una differenza notevole. Anche nel Cristianesimo, se ci pensi, si sono prese strade diverse: pensiamo agli Ortodossi o ai protestanti.

    Per quanto riguarda le donne, c’è una presa di coscienza della loro identità e dignità solo in alcune parti del mondo islamico e soprattutto nelle famiglie di emigrati che si sono trovate di fronte modelli e stili di vita differenti che hanno condizionato la loro vita. Ma secondo gli intergralisti tutti quelli che si discostano dal “Verbo” coranico e dalle tradizioni che sono state tramandate nei secoli, non sono dei buoni seguaci di Maometto. Così ci sono dei bravi mariti che rispettano la moglie e delle brave mogli che non approfittano della libertà acquisita, mentre gli stessi bravi mariti e mogli non sono considerati dei buoni musulmani dagli integralisti.

    Non è un argomento facile, ripeto. E nemmeno è semplice riuscire ad instaurare un dialogo con certe persone. Ricordo che anni fa a scuola era intervenuta in classe una mediatrice proveniente dal Marocco che aveva esordito dicendo: “Siamo tutti musulmani. Anche voi. Non sapete di esserlo perché vi hanno indottrinato in un certo modo. Tutto l’universo è musulmano perché si sottomette a Dio. L’uomo (dal punto di vista biologico) è musulmano, ma Dio gli ha dato la possibilità di scegliere: può essere musulmano o no”. Ho preso gli appunti e ho riportato fedelmente le sue parole. In due ore di “lezione” credi forse ci sia stato un dibattito, uno scambio di opinioni? Assolutamente no.

    Scusami se mi sono dilungata e ora ringrazio te per la tua pazienza.

    Alla prossima.

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