NOI CHE … CI REGALAVANO I 45 GIRI


Da settimane su Rai 1 sta passando lo spot che annuncia la prossima messa in onda dell’ennesima edizione della fortunata trasmissione, condotta da Carlo Conti, I migliori anni. La formula vincente è molto semplice: una gara tra canzoni famose che hanno segnato un’epoca. Risentire i vecchi successi dagli anni Sessanta ai Novanta (il più delle volte interpretati dagli stessi cantanti o complessi che li hanno lanciati, qualche volta vere e proprie meteore) fa sempre piacere perché in fondo costituiscono la colonna sonora della nostra vita, almeno di chi ha su per giù la mia età. Ricordare, poi, qualche canzone davvero mai dimenticata, legata a momenti particolari come il primo amore e quelli che seguirono, è un’emozione che non lascia indifferenti.

La trasmissione di Conti ha lanciato, inoltre, quella specie di tormentone del “Noi che”, da cui è difficile non rimanere contagiati. Anche se, a dirla tutta, quei “Noi che”, sms raccolti e pubblicati in più volumi, contengono delle sgrammaticature orrende, contagiose pure quelle, tanto che ne ho commessa anch’io una nel titolo di questo post, nonostante abbia messo, per pudore, i puntini di sospensione.

I migliori anni non è, comunque, l’unica trasmissione nata sull’onda della vintage-mania. D’estate, ad esempio, in fascia preserale viene trasmessa Dadada, una specie di Blob versione vacanze.
La mattina mi sveglio molto presto e facendo colazione guardo, sempre su Rai 1, degli spezzoni di Dadada-Speciale musica, in cui viene trasmessa una specie di carrellata di cantanti dei tempi che furono nelle loro apparizioni televisive, molte delle quali in bianco e nero. Qualche giorno fa, di fronte alla tazza di caffè fumante, mi son trovata a ripensare ai 45 giri. I più giovani credo non sappiano nemmeno cosa siano, ma per quelli della mia generazione i 45 giri rappresentano un pezzo di vita.

Ricordo ancora quei “dischetti” (il diminutivo serve a distinguerli dai 33 giri, gli LP) in vinile, neri, con l’etichetta rotonda che correva intorno al foro centrale, le copertine colorate da cui facevo scivolare, con estrema cautela, il disco sul palmo della mano per poi afferrarlo tra il dito indice, nel foro, e il pollice, appoggiato sul bordo, che lo sorreggeva per sistemarlo sul giradischi. E ricordo ancora il mio giradischi Philips, che i miei mi regalarono quando avevo 11 o 12 anni. Di quelli che si usavano allora, quelli che da chiusi sembravano una valigetta, con le casse che formavano il coperchio ed erano facilmente trasportabili. E il braccio che avviava il disco, facendolo girare, sempre che ci si ricordasse di muoverlo delicatamente verso l’esterno, e la puntina che spesso doveva essere cambiata, consumata da ore e ore di ascolto. Di fronte a quella meraviglia della tecnologia, rapita dalla musica, stringendo in mano la copertina del 45 giri preferito, quasi consumata dal continuo maneggiare, passavo molto del mio tempo libero, ai tempi in cui il computer o il telefonino erano lontani mille anni luce dalle nostre menti di adolescenti che, in fondo, si accontentavano di poco.

Come sa bene chi è vissuto all’epoca dei 45 giri, di solito erano dei “singoli” (come si usa dire ora) estrapolati dai Long Playing, ovvero i 33 giri, e servivano a lanciarli. Due soli brani: la canzone su cui l’etichetta discografica contava maggiormente e il lato B (espressione oggi usata per intendere ben altro), cioè il pezzo inciso sul “retro” del disco. Spesso accadeva che il lato B avesse un enorme successo, proprio come il lato A. Ricordo, ad esempio, Porta Portese che costituiva il lato B della canzone che lanciò definitivamente Claudio Baglioni, allora giovane dalle buone speranze, sul mercato discografico: Questo piccolo grande amore (1972). Forse non tutti sanno che in origine il lato B di questo 45 giri era Caro padrone (pezzo molto meno noto) ma in breve tempo il disco fu ritirato e sostituito, nel lato B, dal pezzo più noto che fece conoscere all’Italia intera il caratteristico mercato delle pulci romano.
Per non parlare del successo di Poster, lato B del “singolo” Sabato Pomeriggio (1975), un altro pezzo intramontabile di Baglioni. La mia canzone preferita del cantautore romano è, però, E tu (1974), uscita con il lato B Chissà se mi pensi, pezzo destinato a rimanere nella memoria di tanti adolescenti, ormai uomini e donne di mezza età (bruttissima espressione ma reale, purtroppo), ma amata anche dai più giovani perché Baglioni ancora la canta (o almeno la cantava fino a poco tempo fa) durante i concerti. Perché, siamo onesti, i cantautori come lui, che conobbero la celebrità negli anni Settanta, vivono di rendita … nel senso che gli album successivi non ottennero uguale fama.

I 45 giri costituivano, allora, il regalo tipo per i compleanni. Si organizzavano i festini in casa, per la felicità di mamma e papà che, molto spesso, venivano sbattuti fuori di casa senza pietà, e gli invitati si presentavano regolarmente alla porta con l’inconfondibile pacchetto quadrato e piatto. Il problema erano i doppioni … non mancavano mai, però c’è da dire che i cambi nei negozi erano semplici: nessuno chiedeva lo scontrino fiscale!

Talvolta gli amici, quelli della “compagnia”, facevano la colletta e comperavano il 33 giri. Regalo sempre gradito, per carità, ma non è che andassi matta per gli LP, a meno che non fossero quelli di Lucio Battisti che adoravo. Solo un album (come si dice ora) non mi è piaciuto più che tanto: America Latina. L’ho apprezzato qualche anno dopo e lo dovetti ricomprare perché, nel frattempo, l’avevo scambiato con Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd.

Una sola volta capitò che un solo invitato mi portasse come regalo un 33 giri. Era un mio compagno di liceo, parecchio snob, figlio di un avvocato molto noto in città. Doveva per forza distinguersi dagli altri e farmi un dono costoso che mi facesse chiaramente capire quanto lo studio legale del padre (che lui ha, ovviamente, ereditato) fosse importante. Ricordo che mi regalò l’LP di Sandro Giacobbe, Signora mia. Non so quanti ne abbiano ricordo, so che la canzone ora, per la tematica che affronta, potrebbe riportare un episodio comune, ma allora era decisamente scandaloso: un ragazzo giovane che si innamora perdutamente della madre della sua ragazza.
Argomento a parte, la canzone non era male, almeno a me piaceva.

Ritornando ai 45 giri, c’è un ricordo che mi lega ad una persona in particolare, un’amica speciale: Emy. In realtà io la chiamavo la “signorina Emy” (per inciso, zitella) e le davo del Lei. Perché avevo ricevuto una buona educazione e non è che dessi del tu a chiunque, come usano fare i bambini d’oggi. Un’amicizia straordinaria che mi ha accompagnato dall’infanzia all’adolescenza ed è continuata, seppur meno assidua, durante l’età adulta.
Credo si sia capito che, mentre io la conobbi che ero una bambina, la signorina Emy era già una donna attempata, più o meno sessantenne, anche se a me, piccina com’ero, sembrava proprio vecchia vecchia. La incontrai al caffè di una piazza triestina, dove mamma e nonna mi portavano nella bella stagione. Io ero una bambina molto timida e solitaria; il fatto di avere un fratello più grande e una mamma più attenta alle esigenze di sua madre che non a quelle della figlia, ha acuito questa mia caratteristica di bimba sognatrice, spesso autoriflessiva ma poco espansiva.
Emy mi colpì perché faceva le parole crociate, seduta al tavolino del caffè, sotto la tenda che riparava dal sole. Non fu un caso, credo. Anche mia mamma viveva in simbiosi con la Settimana Enigmistica, anche se quasi esclusivamente nei periodi di vacanza.
Piano piano riuscii a conquistare il cuore di una donna che a me sembrava una vecchietta, per nulla bella (le “mie” donne erano talmente belle che nessuna poteva reggere il confronto!), con il volto un po’ equino e i baffi che le spuntavano radi sotto il naso, seguiti da qualche accenno di barbetta sul mento, i capelli mezzi bianchi mezzi neri perennemente in disordine e le unghie mordicchiate, almeno quanto l’estremità della matita che usava per i cruciverba e che stringeva tra i denti nell’atto di chi cerca ispirazione. Ora, probabilmente questa immagine è condizionata dall’età che avevo allora, fatto sta che Emy era più intelligente che bella. Molto di più.

Io e lei, da maggio a settembre, giocavamo assieme ed eravamo inseparabili. Se per un motivo o un altro mia mamma non poteva andare al caffè, io piangevo disperata e so che Emy, se non mi vedeva, si dispiaceva moltissimo. La sorella era un’insegnante elementare e fu la mia amica a consigliare a mia mamma la scuola elementare da farmi frequentare e le indicò il nome della maestra migliore. Sempre lei suggerì la sezione in cui iscrivermi alla scuola media e consigliò quella del ginnasio perché conosceva l’insegnante di Lettere (allora al ginnasio aveva tutte le materie, una quindicina di ore alla settimana), donna molto brava e buonissima.

Ma perché mai, il ricordo di quest’amica speciale è legato ai 45 giri? Perché la signorina Emy, ad ogni compleanno, mi lasciava il suo regalo nel negozio di dischi che allora si trovava in Viale XX settembre, il più vicino a casa sua. Ovviamente, non essendo un’esperta di musica giovanile, si lasciava consigliare dalla commessa che la indirizzava immancabilmente verso il successo del momento. Io, puntuale, ogni anno, il giorno in cui compivo gli anni (sempre che non cadesse di domenica o lunedì … allora i negozi non erano sempre aperti) mi presentavo al negozio e ritiravo il mio bel pacchetto. Bastava dicessi il mio nome e da sotto il bancone saltava fuori il mio 45 giri.
Quello che ricordo con maggior piacere è “Gioco di bimba”, suonata dal complesso delle Orme. Una canzone stupenda, anche se allora, era il 1972, non comprendevo bene il senso del testo. Ma la musica è meravigliosa e ricordo anche benissimo la copertina del disco: un dipinto strano (che era poi lo stesso della copertina dell’ LP “Uomo di pezza”), opera del pittore Walter Mac Mazzieri.

Ecco, questi sono i miei ricordi legati ai 45 giri (che, tra l’altro, custodisco gelosamente in cantina). Spero, con il mio racconto, di aver suscitato anche in voi, che leggete, delle emozioni. Almeno una piccola parte di quelle che ho provato io scrivendo queste righe e riascoltando i brani attraverso il “mago” You Tube. La bacchetta magica delle fate protagoniste delle fiabe ora è un semplicissimo mouse e la formula magica è un banale click.

I tempi cambiano … le emozioni restano.

UNIVERSITÀ E MERITO: SIAMO DONNE, OLTRE LA TESTA C’È DI PIÙ


Una scorciatoia hot per superare il test d’ammissione all’Università. Ben il 57% delle donne non la disdegnerebbe, secondo un’indagine condotta tra 16.128 ragazzi di tutta Italia da UniversiNet.it, il portale italiano per la preparazione gratuita ai test di ammissione, al quale ogni anno si collegano oltre 450 mila studenti delle superiori, per esercitarsi gratuitamente con i test assegnati gli anni precedenti.

Anche i maschietti non sono da meno: il 39% si dichiara pronto ad incontri sessuali per superare i test. Pagare “in natura”, inoltre, è sempre meglio che mettere la mano al portafoglio per ottenere una raccomandazione. Eh, già, con la crisi …

Se poi ci chiediamo quanti siano gli studenti che confidano sulla loro preparazione, quindi sullo studio, per superare i test d’ammissione nei diversi atenei italiani, scopriamo che la percentuale è minima: il 12%.

Il quadro è alquanto avvilente. Colpa della corruzione dei costumi che dilaga in quest’Italia ormai decisamente sgangherata o della scuola che non riesce ad alzare il livello di autostima dei ragazzi che si diplomano negli istituti superiori? La mia domanda è provocatoria, lo so, ma è onesta. Io, come prof, mi metto sempre in discussione anche se sono pronta a mettere la mano sul fuoco che nessuno dei miei allievi preferirebbe una scorciatoia hot ad una seria preparazione.

I tempi sono cambiati, è vero. Ricordo che quand’ero una studentessa universitaria, due docenti ronzavano attorno ad una mia compagna: uno, alla prima advance, s’è beccato un sonoro ceffone e non ci ha più provato. La ragazza, bellissima e bravissima, è uscita con il 110 e lode, naturalmente.

Come dite? L’altro docente? Be’, quello se l’è sposato. 🙂

[LINK della fonte]

I CENTESIMI DI EURO? MEGLIO BUTTARLI …

Un parroco lucano durante l’omelia invita i fedeli a non utilizzare le monetine da 1 o 2 centesimi di euro per le offerte: non le vuole, le butta via. Scoppia la polemica, com’era prevedibile, e don Domenico corregge il tiro: non le butta ma con le monetine non può certo pagare i tremila euro del nuovo impianto Enel deciso dalla Curia.

Ma davvero i centesimi non servono? Prendiamo gli scontrini del supermercato: la somma da pagare non è mai tonda e, se è vero che si usa sempre più frequentemente il bancomat o la carta di credito, è anche vero che, pagando in contanti, il resto in centesimi non manca mai.
E che dire dell’importo dovuto per il pieno di benzina? Quando mai è tondo tondo? E, poi, son finiti i tempi de “il resto mancia”: con quel che costa far rifornimento!

Ci sono degli Sati nell’euro-zona che hanno eliminato, più o meno legalmente, i centesimi, almeno l’1 e il 2. La Finlandia fin da subito, con regolare decreto, l’Olanda dal 2004 non conia più centesimi di piccolo taglio e in Belgio non circolano più, senza neppure una decisione formale.

In Italia, tuttavia, le monetine continuano ad essere coniate e utilizzate regolarmente: dall’introduzione della moneta unica ad oggi, circolano 6 miliardi e 700 milioni di pezzi dei tre piccoli tagli di centesimi, 2 miliardi e 600 milioni per la monetina da 1 centesimo, 2 miliardi e 200 milioni per quella da 2 centesimi e infine 1 miliardo e 900 milioni per i 5 centesimi. Il valore nominale è enorme: circa 165 milioni di euro, ovvero il 45% delle monete della valuta euro battute per ordine del ministero dell’Economia.

Le monetine in Italia godono, dunque, di ottima salute e, secondo me, non è vero quel che si dice e cioè che la maggior parte viene buttata nei cassetti e lì dimenticata.
Uno “spreco” che si aggirerebbe sui 5 miliardi di euro. Credo che a tutti quelli che , come me, hanno vissuto gli anni Settanta, questo discorso possa essere associato all’endemica carenza di “spiccioli” delle lire che obbligava i commercianti ad arrotondare i resti con caramelle e gettoni telefonici (che valevano allora circa 100 lire, per poi passare a 200 verso la metà degli anni Ottanta). E sono convinta che molti ricorderanno i mitici “miniassegni” che fecero la loro comparsa nel dicembre del 1975, proprio per risolvere il “problema” dei resti. Avevano un valore nominale di 50, 100, 150, 200, 250, 300 e 350 lire. Ne circolarono oltre 800 tipi diversi per un ammontare stimato in oltre 200 miliardi di lire e sparirono sul finire del 1978, quando il Poligrafico dello Stato fu finalmente in grado di sopperire alla mancanza di spiccioli aiutato dall’inflazione che in quel periodo era elevatissima. (fonte: Wikipedia).

Ora io mi chiedo perché mai i centesimi di euro debbano sparire, visto che ce ne sono in abbondanza e considerato anche che spesso il costo del conio supera il valore nominale delle monetine.
Quanto al parroco, è comprensibile lo sfogo, anche perché star lì a contare gli spiccioli è un’operazione lunga e noiosa. Certamente per arrivare a 3000 euro ci vorrà un bel po’ di tempo, oltre che di pazienza, ma anziché buttarli, li porti nei bar, nelle panetterie o nei supermercati dove certamente sapranno farne buon uso.

[LINK dell’articolo]

VASCO A RIPOSO PER DUE MESI: FINE DI UNA ROCKSTAR E INIZIO DI UN SOCIAL ROCKER?

Due mesi di riposo assoluto: questa la prognosi emessa dall’equipe medica della clinica privata del bolognese in cui, per l’ennesima volta in due mesi, Vasco Rossi è stato ricoverato. Macchia o non macchia, massa o non massa, pare che la terapia prescritta non faccia effetto, che la rockstar non dorma la notte per i dolori fortissimi allo sterno (legati al problema della frattura della costola?) e che abbia assoluto bisogno di riposo. Non deve muovere nemmeno un dito per due mesi, ha annunciato la portavoce del Blasco nazionale, Tania Sachs.

I fan sono addolorati e prendono d’assalto la villa di Zocca, dove Vasco ha trascorso la convalescenza, e l’ingresso della clinica Villalba. Ormai sono rassegnati: i concerti già programmati e sold out da tempo (quello di sabato a Torino, del 2 settembre a Udine, del 6 a Bologna e dell’11 ad Avellino) non si faranno. Né potranno vedere il loro idolo a Venezia il prossimo 5 settembre dove, al Festival del Cinema, sarà presentato Questa storia qua, il film sulla vita di Vasco, girato da Alessandro Paris e Sibylle Righetti.

C’è, dunque, da chiedersi se per riposo assoluto s’intenda anche l’impossibilità di chiacchierare con i fan sulla sua pagina di FB, pigiando i tasti del suo pc (non deve muovere un dito, figuriamoci due!). Proprio ora che, in previsione di smettere i panni da rockstar (di certo non casuale, nonostante le smentite successive all’annuncio), aveva iniziato la sua carriera da social rocker

[foto da questo sito]

A PROPOSITO DELLA PATRIMONIALE: CARI CALCIATORI, SE MI E’ CONCESSO, VERGOGNATEVI!


Di solito non sono così esplicita, tanto meno nei titoli dei post. Ma in questa circostanza non riesco a trattenermi, specialmente se penso che, essendo statale, su di me potrebbero gravare degli oneri non da poco in seguito alla manovra finanziaria del 13 agosto scorso.

Se è vero ciò che scrivono i giornali, mi chiedo con quale coraggio i calciatori osino protestare sulla patrimoniale che colpisce i redditi alti (oltre i 90mila e i 150mila euro lordi), minacciando scioperi, e conseguente slittamento dell’inizio del campionato (tanto a me che me frega!), e chiedendo che la famosa tassa venga pagata dalle società di calcio, per non sborsare di tasca loro. Poverini, quale indegna richiesta proviene dallo Stato italiano!

Di fronte a queste esternazioni (sempre che siano vere e correttamente interpretate) le reazioni sono diverse. C’è ad esempio il ministro Calderoli che propone di far pagare il doppio della patrimoniale ai calciatori, visto che protestano. Ora, io raramente condivido le proposte leghiste, non per partito preso, ovvio, ma perché quelli della Lega hanno una particolare fantasia e le sparano proprio grosse, a volte. Ma almeno ‘stavolta il ministro Calderoli lo abbraccerei, nonostante non sia affatto il mio tipo, e lo bacerei dal momento che ha definito i calciatori “la casta dei viziati“.

Se poi pensiamo che la “casta” sia protetta da chi la rappresenta, sbagliamo di grosso … è proprio il caso di dirlo. Leo Grosso, vicepresidente dell’Aic, l’Associazione italiana calciatori, ai microfoni di Sky Sport 24 ha dichiarato: «La situazione è semplice e chiara, i giocatori sono lavoratori subordinati e in quanto tali rispettano le stesse regole, pagando regolarmente le tasse». Ma c’è un ma: «Sui contratti fatti sulla base dell’accordo vecchio che è scaduto è indicata una cifra lorda e una cifra netta e società e calciatori possono aver stabilito a quale cifra fare riferimento. Se l’accordo fa riferimento al lordo, la tassa è carico del calciatore, se fa riferimento al netto è a carico della società. Se non è previsto nulla, l’inasprimento dell’aliquota grava sul calciatore». Già, ma non sia mai che quando verrà siglato l’accordo nuovo, si cambino le carte in tavola proprio per evitare questo enorme disagio per i poveri calciatori che lo stipendio se lo sudano letteralmente. Peccato, però, che nel tempo libero se la spassino alla grande e si possano permettere tutte gli sfizi che noi comuni mortali nemmeno riusciamo a vedere in sogno.

Il parere dell’esperto, poi, non chiarisce un bel nulla: il noto fiscalista Victor Uckmar afferma che «bisogna vedere come sarà formulata la legge. Se si trattasse di un tributo autonomo non sarebbe coperto dal contratto stipulato tra calciatore è società. Se, invece, si trattasse di un’aggiunta di aliquota all’Irpef, saremmo nel regime dell’Irpef». Quindi l’onere graverebbe sul club. Al di là del parere tecnico, che lascia comunque dei dubbi, Ukmar di suo afferma che «sarebbe un segnale positivo se i calciatori contribuissero a prescindere, visti gli ingaggi che percepiscono».

Ecco, appunto. Accordi o non accordi, leggi o non leggi, sarebbe davvero il caso che contribuissero … a prescindere e la smettessero di protestare. E noi, forse, c’incazzeremmo di meno.

Io propongo una cosa: nel caso i calciatori fossero esonerati dal pagamento della patrimoniale, stadi deserti e tv spenta in occasione delle partite, per la durata dell’intero campionato. Sto vaneggiando?

[fonte: Il Corriere; foto da questo sito]

BASTA UNA LEGGE CHE VIETI IL BURQA PER TUTELARE LE DONNE MUSULMANE?


La proposta di legge, approvata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che prevede il divieto per le donne musulmane di indossare il burqa o il niqab fa ancora discutere. (ne ho già parlato QUI)

PRO E CONTRO. Senza affrontare la questione dal punto di vista politico, vorrei soffermarmi sulle antitetiche posizioni a favore o contro questa proposta.
Da una parte c’è chi sostiene che con questa legge si otterrebbe la giusta tutela della dignità delle donne, spesso costrette a coprirsi il volto per la precisa volontà dei mariti o dei padri.
Dall’altra parte, c’è chi invece è convinto che nessuna legge potrebbe mai imporre alcunché alle donne islamiche perché, siano esse costrette ad indossare i capi di abbigliamento “incriminati” o li indossino per libera scelta, si chiuderebbero in casa piuttosto che mostrarsi a viso scoperto.
Di questo avviso è Riccardo Noury che firma un intervento sul blog sui diritti umani che nasce dalla collaborazione tra Amnesty International e il Corriere della Sera (LINK):

Anziché sostenere i diritti delle donne, un divieto generalizzato di indossare il velo integrale rischia di violare i diritti di chi sceglie liberamente di portarlo, senza contribuire significativamente a proteggere coloro che lo fanno contro la loro volontà e che, in questo modo, rischierebbero un isolamento ancora maggiore: le donne che attualmente indossano il velo integrale potrebbero essere ulteriormente confinate in casa, avere meno possibilità di lavorare o studiare e di accedere ai pubblici servizi. Orhan Pamuk, nel suo libro secondo me più bello, “Neve”, ha raccontato la tensione sociale e le conseguenze, in alcuni casi mortali, scaturite dal divieto di indossare il velo integrale nei luoghi d’istruzione.

Questo è ciò che temo anch’io e ho già espresso i miei dubbi su questa possibile legge in altri post.

IL PROBLEMA SICUREZZA. Un discorso completamente diverso è quello relativo alla sicurezza.
Un mio lettore, Alfio, commentando il post in cui si parlava di una mamma che aveva spaventato i bambini dell’asilo frequentato dal figlio presentandosi all’ingresso coperta dal burqa (LINK), ha scritto:

Entrano tre soggetti in una banca vestiti col niqab nero. Metti anche che all’ingresso ci sia una donna che in una stanza chiusa e vietata ai maschi verifica la loro identità a viso scoperto. Queste poi se ne stanno tutte e tre nella banca a viso coperto ed una di loro fa una rapina. Come la mettiamo?
Chi indossa il casco o si veste da Arlecchino a Carnevale si toglie il casco o la maschera quando entra in un ospedale o in una banca. A mio parere l’unica ragione che può giustificare la copertura integrale è data da condizioni di salute più o meno gravi che la rendono necessaria.

Be’, diciamo che queste osservazioni prendono in esame un caso abbastanza estremo. Ad ogni modo il problema sicurezza è reale perché dietro un burqa o un niqab potrebbe nascondersi anche un terrorista in procinto di piazzare una bomba e non ci sarebbe alcun modo di verificare chi relamente si nasconda dietro quel capo d’abbigliamento.
Fantascienza? Non troppo, secondo me. Piuttosto l’obiezione più comune di quanti manifestano contrarietà nei confronti della proposta di legge avanzata in Commissione è che le donne che nel nostro Paese girano completamente velate sono poche decine.

POCHE MA LIBERE DI SCEGLIERE? Chissà perché nei commenti di noi occidentali, siamo portati a ritenere una costrizione l’utilizzo del burqa o del niqab. E’ un dato di fatto che l’uso di questi capi non è prescitto dal Corano e non ha alcun legame con la religione. E’ piuttosto un’usanza trasmessa di generazione in generazione. Può capitare, tuttavia, che una donna islamica decida di indossare il burqa anche se le donne di casa non lo portano.
Una mia lettrice, Hajar, qualche tempo fa, commentando un post in cui si parlava dell’intervento della Santanchè in difesa del Crocifisso nelle aule scolastiche (LINK), ha scritto:

Sono una ragazza di 21anni vivo in italia da piu di 15anni, ho frequentato tutte le scuole qui, sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non mi ha obbligato nessuno anzi mio marito non voleva neanche che io lo mettessi… ma ho indossato il burqa perchè è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante. Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i cittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente […]

LA CULTURA C’ENTRA POCO E ANCHE L’ESEMPIO MATERNO NON E’ DETERMINANTE. Può una ragazza islamica di diciassette anni, con una madre che si è battuta per l’integrazione e la libertà delle donne musulmane e orgogliosamente manifesta la sua emancipazione, incoraggiata a sua volta dalla madre stessa poco attenta alle prescizioni religiose, decidere di indossare il velo? Ok, il velo non è un burqa o un niqab ma è pur sempre un indumento che contrassegna l’appartenenza ad una religione e ne connota un certo estremismo. Ma anche un velo può disorientare una madre che non capisce né condivide la scelta della figlia semplicemente perché lei, madre, credeva di essere un modello per la figlia adolescente.
Questa è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto. sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?

(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

INTERPRETARE NON SIGNIFICA CAPIRE. Ecco, questa è la vera riflessione che tutti dovremmo fare. Le donne di sinistra, accanite sostenitrici della legge che vieti il burqa, secondo me interpretano a modo loro delle ragioni che forse le donne musulmane non condividono. Ritengono di sostenere una legge giusta, in nome della tutela della dignità delle donne e della loro emancipazione dagli uomini di cui sono “schiave”. Credono che le donne che portano il burqa siano incapaci di ragionare con la propria testa, rispettando la volontà degli uomini e seguendo l’esempio delle donne più grandi. Interpretare, però, non significa capire. Limitiamoci, dunque, a sostenerla perché ci sembra una giusta legge a tutela della sicurezza di tutti. Ma non merita nemmeno che ci sforziamo di capire le motivazioni di una scelta; noi donne occidentali, sia laiche sia cattoliche, siamo troppo lontane da quel mondo che nemmeno una madre musulmana “emancipata” può comprendere, quando si tratta di una scelta personale della propria figlia.

LE FESTE DEL 2012: 29 APRILE, 6 MAGGIO E 3 GIUGNO


Nella manovra finanziaria appena varata dal governo è stato deciso di “abolire” le festività laiche spostandole alla domenica successiva. Salve, almeno per ora, le festività religiose concordatarie, definite in un trattato internazionale col Vaticano, mentre nel mirino del governo ci sono finiti anche i santi patroni delle città, pure loro spostati. Praticamente si salveranno solo i patroni della capitale, i santi Pietro e Paolo, la cui festività cade il 29 giugno, che, come, il Natale e l’Assunzione (ovvero, Ferragosto), è indicata in un accordo con la Santa Sede.

Calendario alla mano, festeggeremo la “liberazione” il 29 aprile, la festa dei lavoratori il 6 maggio e quella della repubblica il 3 giugno, posticipata di un solo giorno. Sono feste che personalmente avrei abolito anche senza manovre finanziarie ma tant’è …

Ora i più giovani sgraneranno gli occhi: quand’ero studentessa si festeggiava anche l’11 febbraio, data significativa in quanto ricorre l’anniversario dell’apparizione di Nostra Signora di Lourdes, in ricordo della Conciliazione, ovvero la firma dei cosiddetti Patti lateranensi (1929), tra papa Pio XI e Mussolini, con cui si concludeva l’annosa Questione Romana, sorta all’indomani della breccia di Porta Pia (20 settembre 1870). Non solo: c’era anche un’altra festa laica, 1l 4 novembre, che ricordava l’anniversario della vittoria nella Prima Guerra Mondiale e in cui si celebrava anche la festa delle Forze Armate.

Ma nemmeno le feste religiose, in passato, erano considerate intoccabili: per un periodo, credo negli anni ’80, le vacanze natalizie duravano di meno: si ritornava sui banchi di scuola il 2 gennaio in quanto la festa dell’Epifania era stata spostata alla domenica successiva. L’esperimento durò poco per le proteste degli studenti e delle famiglie. Noi docenti ci siamo sempre distinti per lo spirito di adattamento.

Ora, il problema non è festeggiare o meno un evento del passato. Quello vero è che, spostando la data, la festa perde ogni significato. Che senso ha festeggiare il 25 aprile al 29, il 1° maggio al 6 e il 2 giugno al 3? E poi io avrei una domanda per il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: come la mettiamo con il calendario scolastico già fissato, sia a livello nazionale sia regionale?

LEGGI ANCHE L’ARTICOLO CORRELATO: LA MANOVRA DI FERRAGOSTO E LA SCUOLA: I PENSIONAMENTI SLITTANO DI UN ANNO

AGGIORNAMENTO DEL POST, 16 AGOSTO 2011

Scusate, dicono che il 2 giugno forse rimane dov’è (visto che cade di sabato e disturba poco) e che le altre feste potrebbero essere anticipate: il 25 aprile al 23 e il 1. maggio al 30 aprile (LINK). A parte il fatto che a casa mia mi hanno insegnato che le feste si posticipano e non si anticipano (per questioni di superstizione, credo), ma anche fosse, che differenza fa? M’immagino già un bel ponte di fine aprile! 🙂

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