BRAVI RAGAZZI!


Ai miei studenti di quinta

La vostra avventura al liceo si è conclusa. Finiti gli esami ed esposti i voti sui tabelloni credo che vi possiate finalmente godere le meritate vacanze. Così non avrete più motivo di invidiare la mia abbronzatura che, faticosamente, ho conquistato facendo la spola tra Udine e Grado giusto nel periodo dei vostri esami.

La nostra conoscenza è stata breve, ma non così tanto da non lasciare alcuna traccia nella mia mente. Innanzitutto il mio pensiero ritorna a undici mesi fa, quando una mattina di agosto ricevetti la telefonata del preside e, con mia somma sorpresa, mi fu comunicato che avrei avuto una quinta. Tutto mi sarei aspettata meno che ritrovarmi in commissione d’esame a fine giugno 2011. Ma d’altra parte il bello del mio lavoro è che ci si imbatte in ragazzi sconosciuti che fin da subito diventano una “proprietà”: non si dice forse “i miei allievi”?

Ricordo ancora il mio primo ingresso nella vostra classe e quell’impressione, così strana, di trovarsi in mezzo ad un deserto. “Tutti qui?”, fu la mia prima domanda. Sì, tutti lì. Pochi, pochissimi rispetto ai numeri cui mi sono abituata in questi anni. Subito pensai ai vantaggi di quel numero così esiguo di studenti: potrò interrogarli spesso. Niente di più sbagliato! Eh già, perché con il programma rimasto terribilmente indietro, alla fine ho fatto un tour de force e voi vi siete approfittati senza alcun ritegno delle mie difficoltà a gestire l’avanzamento del programma con le interrogazioni: o l’uno o le altre, tutto non si può.

Una classe strana, la vostra. Una specie di porto di mare: arrivi e partenze e poi nuovi arrivi ed altre partenze, e poi ancora arrivi e partenze … così tutti gli anni. Studenti e docenti. Mai vista una cosa simile.
“Un incarico di fiducia” fu quello affidatomi dal preside. Che poi è una di quelle belle frasi che si dicono nell’atto di scaricare una patata bollente.
Una sfida? Forse, ma certamente non decisa da me. Una di quelle cose che si fanno perché quando si è in ballo, tocca ballare.

Così è iniziata la nostra avventura insieme. Con quelle risposte negative ad ogni mia domanda. “Avete studiato questo?”, “No”. “Vi ricordate quest’altro?”, “No”. “Mai sentito parlare di questo?”, “No”. Tutto no, sempre no. E quello sguardo, di molti ma non di tutti, sconfortato rivolto verso di me. “Non ce la faremo mai”, avrete pensato. O forse l’ho pensato solo io.
Quante volte vi ho detto che non dovevate crearvi l’alibi di non sapere qualcosa perché nessuno ve l’aveva spiegato? (che poi, ad essere onesti, era solo la vostra memoria un po’ vacillante) Quante volte ho ripetuto che non serve a nulla fare le vittime? L’unica cosa da fare era rimboccarsi le maniche e l’abbiamo fatto, io un po’ più di voi, a dire la verità.

“I compiti? Non serve che li correggiamo, prof, tanto solo pochi li fanno. Perdiamo solo tempo, andiamo avanti”. Questa è stata la cosa che più mi ha offesa, mi ha fatta sentire inutile. “Che ci sto a fare qui se non mi danno retta?”, mi sono più volte chiesta. Potevo solo spiegare e fare qualche domanda qua e là per rendermi conto che lo studio per molti di voi era solo un optional. Quando avete studiato? Solo per le prove scritte e molti di voi nemmeno in quelle occasioni. “Cosa aspettate per studiare? Avete un esame … o ce l’ho io?”, un giorno urlai per smuovervi un po’. “Siamo grandi abbastanza, ci organizzeremo”, ha risposto una di voi, centuplicando la mia rabbia e quel senso di impotenza che non mi ha quasi mai abbandonata per tutti i mesi passati assieme.

Già, siete grandi abbastanza. E con ciò? Anche i grandi hanno bisogno di una guida, hanno bisogno di imparare, di confrontarsi, di misurare le proprie capacità … anche i grandi non finiscono mai di imparare e, quelli più saggi, sanno di non sapere, come amava ripetere Socrate. Ma voi no, ad ascoltare un consiglio nemmeno ad ammazzarvi.

“Siamo grandi abbastanza, ci organizzeremo” è la frase che mi è risuonata nel cervello pochi istanti prima dell’inizio del “tema” e si è ripresentata puntualmente all’inizio degli orali. E, caspita, se vi siete organizzati. Al di là delle più rosee aspettative.
Certo ci sono stati dei momenti di panico, da parte mia, durante i colloqui. Formulavo le domande e cercavo di immaginare cosa frullasse in quel momento nella testa di ciascuno di voi. “Questa la so” oppure “Porca miseria proprio questo mi doveva chiedere che ho studiato altro” oppure “Non ne ho la più pallida idea ma qualcosa tirerò fuori”, a seconda della vostra preparazione o dell’abilità di togliersi dai guai.
E ascoltandovi pensavo “Oh, meno male, questa la sa” oppure “Mi pare di non averla azzeccata ….” o anche “Cavoli, sa pure arrampicarsi sugli specchi”.

Osservavo i vostri sguardi, a volte fissi negli occhi dell’esaminatore altre volte vaganti qua e là. E le vostre mani, dita che si attorcigliavano o che giocavano con il ciondolo di una collanina o di un bracciale o che entravano ed uscivano dalle tasche dei pantaloni (lunghi, per i maschi, non bermuda!) oppure arrotolavano le maniche della camicia, quasi andaste alla ricerca, attraverso i gesti più disparati, della giusta ispirazione.

Alla fine ce l’avete fatta, tutti. Avete dimostrato davvero di essere grandi e pronti per proseguire il vostro cammino. L’esame è stato il vostro ma anche un po’ il mio: vi ho dato molto, anche se non tutto quello che avrei voluto (l’anno è stato un po’ travagliato per me), ho seminato e ho raccolto anche se un po’ in ritardo. Diciamo che era una coltivazione autunnale, non estiva. Ha richiesto dei tempi più lunghi ma il raccolto è stato buono. Non ottimo, è vero, ma buono sì, abbastanza per essere soddisfatti, voi ed io.

Così finisce la nostra avventura insieme. Di voi ricorderò certamente le palline colorate che volavano per l’aula durante le mie spiegazioni e quella da tennis sequestrata dalla collega e poi ritrovata nel mio cassetto, con quella scritta che, lì per lì, non avevo bene interpretato. Ma rimarrà comunque nella mia memoria questo esame sui cui esiti pochi avrebbero scommesso … abbiamo vinto la sfida.

Grazie, ragazzi.

[immagine da questo sito]

VU CUMPRA’ IN SPIAGGIA, SOTTO L’OMBRELLONE … GRATIS

Luglio, tempo di mare. Le spiagge, da nord a sud della penisola, cominciano ad essere affollate e anche i Vu cumprà possono trarne profitto. Chi non ha mai comperato un pareo, un telo da mare o un ninnolo dai simpatici e a volte insistenti Vu cumprà? Che poi, diciamolo, un tempo vendevano davvero la merce che proveniva dai loro paesi ma ora la maggior parte degli articoli offerti dagli ambulanti in spiaggia si può facilmente trovare nei grandi store e a prezzi più o meno simili. Insomma, la convenienza forse non c’è ma un po’ ci fanno pena e cerchiamo di aiutarli.

Quello che di solito mi impressiona non poco, quando me ne sto tranquilla sotto l’ombrellone, è vedere questi ambulanti carichi di merce, tra cui tappeti di lana che, con il caldo che fa, rischiano di fargli venire un colpo. E non pensiamo, come al solito, che tanto quelli vengono dall’Africa e al clima torrido ci sono abituati. Fa caldo per tutti e sfiderei qualsiasi italiano o europeo ad andarsene su e giù per la spiaggia, sotto il sole cocente, senza riposarsi nemmeno un po’ né ristorarsi con un bel bagno nell’acqua del mare, alghe velenose, meduse e mucillaggini permettendo. E poi non dimentichiamo che spesso gli alloggi dei Vu cumprà sono privi di tutte le comodità cui siamo abituati noi che, dopo una giornata al mare, a casa ci facciamo una bella doccia.

Insomma, sono persone che lavorano, guadagnano pochissimo e non godono di tutti gli agi che ci possiamo permettere noi, popolo di vacanzieri.
Per venire incontro agli ambulanti in spiaggia il titolare dello stabilimento Vittoria di Marina di Pisa, Alessandro Cordoni, ha creato l’ “Ombrellone del viandante“, contrassegnato da scritte multilingue e i colori della pace. I Vu cumprà avranno, quindi, la possibilità di riposarsi per mezz’ora all’ombra senza pagare nulla. In questo modo, spiega Cordoni, si evitano anche le proteste dei bagnanti che spesso trovano i loro ombrelloni, regolarmente prenotati e pagati, occupati dagli ambulanti alla ricerca di un luogo per difendersi dalla calura e per sedersi un po’.

L’iniziativa è buona e potrebbe essere estesa ad altri stabilimenti balneari. Ma non mancano le proteste di chi ritiene che questo sia un mezzo per favorire l’abusivismo commerciale. A me, onestamente, sembra una protesta sciocca: fino ad ora i Vu cumprà hanno sempre venduto i loro prodotti in spiaggia anche senza poter usufruire dell’ombra gratis. Non sarà certo un ombrellone (a proposito, come sarà effetuato il controllo circa il tempo di permanenza?) a farli lavorare di più.

Il problema vero, a mio modesto avviso, è un altro: questi ambulanti non hanno effettivamente una licenza di vendita e spesso e volentieri la guardia di finanza dà loro la caccia setacciando le spiagge. Non è che questo ombrellone multicolore attirerà meglio l’attenzione degli agenti?

[fonte della notizia e foto: Affari Italiani]