12 giugno 2011

MATRIMONIO O CONVIVENZA: QUAL È LA SCELTA GIUSTA?

Posted in amore, divorzio, famiglia, figli, matrimonio, religione tagged , , , , , , , , , a 11:59 pm di marisamoles


Era da un po’ che ne volevo parlare, ma non avevo mai tempo: ora dirò la mia sulla questione matrimonio o convivenza. Se dovessi scegliere ora, essendo “in età da marito”, o se dovessi scegliere per i miei figli, non ho dubbi: convivenza.

Premetto che sono cattolica, credente (anche se, onestamente, da un paio d’anni la mia fede vacilla, per motivi troppo privati per poter essere spiegati qui), per il momento non praticante ma lo sono stata per lunghissimi anni. Anni in cui, lo ammetto, più di un dubbio ha attanagliato la mia mente, anni in cui il mio rapporto con la Chiesa è stato oscillante, un po’ come l’ossimoro catulliano: odi et amo. Ma, nonostante i miei dilemmi interiori, mi sono spostata in Chiesa. Non perché andasse di moda (più di venticinque anni fa, infatti, matrimoni civili e convivenza erano sicuramente in minoranza), non perché il mio sogno era l’abito bianco con il velo lungo, addobbi floreali, bomboniere, cena di gala … No. È stata una scelta responsabile, meditata, condivisa, anche se mio marito, in verità, con la fede e la Chiesa ha avuto nella sua vita un rapporto molto più oscillante del mio. Ora non ha rapporti del tutto. E qui sta la differenza: io non ho chiuso le porte al Signore, lui sì. Eppure, è lecito osservare, anche lui, come me, ha fatto una promessa davanti a Lui e l’ha rinnovata in occasione delle Nozze d’Argento, sempre davanti allo stesso altare. Ma l’ha fatto, credo, più per far felice me che per soddisfare un suo intimo desiderio.

Detto questo, probabilmente qualcuno si starà chiedendo come mai, allora, io sia contraria al matrimonio e favorevole alla convivenza. Be’, non c’è un motivo soltanto. Tenterò, quindi, di essere sintetica (sempre nei limiti delle mie scarse capacità di sintesi) ma sufficientemente chiara.

Intanto vediamo com’è la situazione attuale, in Italia, circa il matrimonio e la convivenza. Siccome non ho molto tempo per andare alla caccia dei dati, mi affiderò a quelli che il mio amico frz40 ha recentemente pubblicato sul suo blog (LINK)

«[…] nel 2009 sono state celebrate 230.613 nozze, e ancor meno sono state quelle, secondo dati provvisori, stimate per il 2010: poco più di 217mila. Il 30 % in meno rispetto al 1991.
Crescono, è vero, le convivenze pre-matrimoniali, ma meno, e i giovani tendono a sposarsi sempre più tardi prolungando spesso fino ai 35 anni la permanenza in famiglia, dieci anni più tardi di quando convolarono a nozze i propri genitori. Inoltre sia i matrimoni che le convivenze hanno sempre minor durata. La diminuzione ha interessato tutte le aree del Paese. Tra le regioni, quelle in cui il calo è stato più marcato sono Lazio (-9,4%), Lombardia (-8), Toscana (-6,7), Piemonte e Campania (-6,4 in entrambi i casi).»

Fin qui i dati riportati da frz40. In questo contesto non si fa distinzione tra matrimoni religiosi e civili, ma è un dato inequivocabile che i matrimoni, in generale, sono in drastico calo. Come se ciò non bastasse, la “convivenza”, consacrata e legalizzata o meno, non è affatto “per sempre”. Ormai il “per sempre” si è perso per strada e i divorzi avvengono anche tra coppie sposate da trent’anni e più.

Non ho intenzione, in questa sede, di trattare le cause che portano alla rottura delle unioni, anche quelle collaudate da tempo. Mi limito a fare un discorso generale sul perché la convivenza sia preferibile al matrimonio, almeno per un periodo. Nulla vieta, infatti, alle coppie di rimandare il matrimonio di qualche anno. Ma, in questo caso, la decisione non deve essere presa per il semplice fatto che non si vogliono avere obblighi e responsabilità. Convivere può portare ad una maggior coscienza di ciò che significhi essere una coppia ma non deve essere un escamotage, un modo per prendere alla leggera l’unione, tanto poi ci si separa, amici come prima, e si risparmiano anche i soldi del divorzio. Se queste sono le premesse, è chiaro che la scelta di non sposarsi sarebbe di comodo e dettata da una certa superficialità.

Quando dico che sono favorevole alla convivenza, voglio intendere, infatti, che la decisone debba essere presa con la stessa maturità e il medesimo grado di coscienza che porta un uomo e una donna a sposarsi. Il matrimonio di per sé non è un vaccino contro il divorzio e anche se davanti all’altare si recita “finché morte non ci separi”, non è detto che poi si rispetti tale promessa. Il matrimonio non ha il potere di tenere unite due persone più di quanto non l’abbia una scelta di convivenza ponderata e basata sull’amore e sul rispetto reciproco.

Partire dal presupposto che andare a convivere sia una scelta di comodo, così poi se le cose non funzionano ci si lascia, è la cosa più sbagliata che esista. Perché, tranne rari casi, la decisione è seria ed è preferita al “pezzo di carta” anche per questioni economiche. Sposarsi, oggi come oggi, è un investimento economico non indifferente che spesso le coppie devono sostenere con le sole proprie forze. Una volta, molto più di adesso, le spese venivano affrontate dalle famiglie e gli sposi andavano tranquillamente a vivere nel loro nido d’amore senza subire salassi. Certo, ci sono ancora coppie fortunate che non devono staccare assegni a sei cifre o dar fondo al credito della Mastercard, ma credo siano una minoranza. Per questo motivo penso che le famiglie non debbano opporsi alla decisione dei figli quando essi manifestano l’intenzione di convivere piuttosto che sposarsi. Ma di questo parlerò dopo.

A questo punto bisogna aprire una parentesi sulla cosiddetta “questione morale”.
Il matrimonio religioso è l’unica unione convalidata dalla Chiesa e per questo l’unica che Essa approvi. Ne consegue che c’è, da parte dell’istituzione ecclesiastica, la presunzione che il matrimonio religioso, supportato dalla fede e coerente con le scelte dettate da Essa, sia il solo degno di tale nome. E non lo dico a caso: la parola “matrimonio”, infatti, contiene in sé la radice “mater”, quindi è concepito come un vincolo il cui unico scopo, o quasi, è quello di procreare. Questo è il motivo per cui la Chiesa non si è mai aperta, nel corso dei secoli, sulla legittimità di una convivenza more uxorio e sulla possibilità che i coniugi dovrebbero avere di scegliere se mettere al mondo dei figli o no. Prova ne sia il fatto che, tutt’oggi, la Rota Romana ha il potere di annullare i matrimoni contratti in chiesa qualora uno dei coniugi “accusi” l’altro di non volere dei figli.

Per non parlare dei rapporti prematrimoniali, proibiti dalla Chiesa proprio perché non finalizzati, in genere, allo scopo di procreare. Il che equivale a dire che il vero amore, tra un uomo e una donna, è quello che li unisce nel comune intento di “metter su famiglia”, tutelati da un “contratto” che sancisce la legittimità della famiglia stessa.

Ora, non è mia intenzione discutere sui precetti religiosi, ma sfido chiunque a trovare chi si è adeguato ad essi magari durante un fidanzamento durato anni e anni e chi, pur essendo sposato, anche con rito religioso, non rinunci a metter su famiglia subito e, quindi, non abbia mai fatto uso dei contraccettivi più svariati. Queste coppie si amano meno? Sono meno coppie di quelle che si adeguano ai precetti della Chiesa?
Stesso discorso vale per i figli: quelli nati al di fuori del matrimonio o da coniugi sposati con rito civile sono figli di serie B? Hanno dei genitori meno amorevoli e meno bravi?

Io sono del parere che un’unione per essere solida debba essere basata sull’amore e che l’amore, anche quando non è rivolto a Dio, sia l’elemento indispensabile per le famiglie felici. Ma che il cammino di due coniugi debba essere ispirato dalla Grazie di Dio o cose del genere a me pare una cosa senza senso, visto che non viviamo nel Medioevo da qualche secolo.

A questo proposito, ho letto un bell’articolo di Costanza Miriano (LINK), apparso su La Bussola Quotidiana e pubblicato ora sul blog della giornalista. Dico che è un bell’articolo perché è scritto bene, con uno stile fresco e di sicuro impatto. Ma la forma non deve nascondere quella che è la sostanza.
Scrive la Miriano:

«Tra matrimonio e convivenza la differenza non è affatto nella durata. Conosco convivenze decennali e matrimoni, purtroppo, durati mesi. La differenza è una vera e propria rivoluzione copernicana. Chi sta al centro.
Nella convivenza io, noi due nella migliore delle ipotesi, siamo il metro di noi stessi. Cerchiamo, spesso con impegno, serietà, onestà e lealtà di far andare le cose, ma se non vanno niente ci obbliga.
Il matrimonio è un trascendere se stessi, è affidare a un vincolo la propria vita, decidendo di spenderla tutta senza calcolare, senza risparmiare. In modo imprudente anche.»

Sul primo punto sono d’accordo: un vincolo sacro come quello del matrimonio non è garanzia di quel “per sempre” cui accennavo poc’anzi.
Quello su cui non concordo affatto è il ritenere il matrimonio un dono gratuito dell’uno nei confronti dell’altro, senza calcolare nulla né risparmiare nulla. Se ho capito bene. Però, poche righe prima, la giornalista ammette che anche nella convivenza ci sia una profusione di impegno, serietà, onestà e lealtà per far sì che l’unione funzioni, anche se … ed ecco qui il solito luogo comune: niente ci obbliga.

Più avanti la Miriano aggiunge: «Senza l’aiuto di Dio non siamo capaci di un’impresa come imparare ad amare un’altra persona, diversa da noi, e per di più dell’altro sesso.». E qui mi pare che si rasenti l’illogico: sarebbe come dire che un ateo o un agnostico non siano in grado di amare e, quindi, di impegnarsi in un’impresa non facile, quella di convivere con una persona diversa da noi e pure dell’altro sesso.

Conosco coppie più che collaudate che convivono da vent’anni e oltre; altre sposate civilmente da più di trent’anni. Mi chiedo come possano aver compiuto questa difficile impresa senza alcun aiuto dall’alto.

Più avanti prosegue con lo stesso ragionamento: «In questo la grazia di Dio agisce abbondante, copiosa, fluisce come un fiume a chi la chiede, perché questa è la Sua specialità: amare. Come si possa fare un progetto di amore senza metter Dio al centro, è incomprensibile
Con tutto il rispetto, cara Costanza, sarà incomprensibile per te ma comprensibilissimo per milioni di persone nel mondo che scelgono di non seguire Dio, a prescindere dal matrimonio o dalla convivenza.

Sarà che per esperienza personale ho coltivato un certo scetticismo riguardo al tema in questione, ma per me a volte un sacramento conta ben poco nella riuscita del matrimonio, mentre altre la mancanza dell’illuminazione divina non ha compromesso un’unione felice.

Faccio un esempio: i miei suoceri, sposati da quasi sessant’anni. Lei religiosissima, lui molto meno. La loro unione non è stata felice come appariva dall’esterno perché era basata soprattutto sull’ipocrisia. Tutto doveva sembrare perfetto perché in ogni caso una sacra unione non poteva finire. La parola “divorzio” in casa loro suonava come una bestemmia. In questo caso mi sembra che Dio abbia fatto ben poco per la loro felicità ma molto per l’infelicità. Il “per sempre”, come dicevo, è certamente sincero quando ci si ama, che Dio sia al centro della vita della coppia o meno. Ma quando quel “per sempre” diventa un obbligo morale da non trasgredire, si limita ad essere fonte d’infelicità e rimpianto.


Un altro esempio, sempre dalla mia esperienza, serve a dimostrare che l’ipocrisia non è solo prerogativa di certi coniugi che non vogliono infrangere la promessa fatta sull’altare, ma è anche prerogativa della Chiesa stessa. Mia nipote, figlia di mio fratello, è nata da un’unione solo civile. Per questo, in un primo tempo, le era stato negato il battesimo. Sotto accusa era mia cognata, al suo secondo matrimonio dopo il divorzio dal precedente marito. Secondo il parroco lei era una peccatrice quindi … la colpa della madre doveva per forza ricadere sulla figlia. Ma una soluzione c’era: chiedere l’annullamento del precedente matrimonio alla Rota Romana. Questo avrebbe cancellato la sua terribile colpa, lei avrebbe potuto risposarsi in chiesa e la figlia sarebbe stata degna del battesimo. Un colpo di spugna e via il peccato.
A parte il fatto che se mia cognata avesse seguito il consiglio, mia nipote sarebbe stata battezzata a otto anni, la cosa più grave è pensare che la Rota Romana avrebbe incassato qualche milione di lire per annullare un sacramento senza che ci fossero nemmeno i presupposti.

A questo punto, affronto l’ultimo problema: le famiglie. Può una famiglia religiosissima, come quella di Costanza Miriano, ad esempio, garantire che i figli, una volta diventati adulti, siano disposti ad assecondare i precetti divini? Io dico di no. Ma non lo dico facendo una semplice supposizione e tenendo conto del fatto che i figli, molte volte, sono una specie di bastian contrario e che del buon esempio se ne fregano altamente. Lo dico perché anche in questo caso ne ho avuto esperienza diretta.

Una ragazza a me molto cara, poco più che ventenne, decide di andare a convivere con il fidanzato. Fin qui, nulla di tanto eccezionale. Ma la famiglia è una di quelle tutte casa e chiesa, la figlia stessa ha fatto la catechista per un periodo; rispettosa e ubbidiente, non ha mai trasgredito alle regole. Ma, ad un certo punto, inizia a pensare con la propria testa e decide che vuole andare a convivere, che il matrimonio comporta una spesa che la giovane coppia non può o non vuole sostenere, che se i genitori le vogliono bene non possono non desiderare la sua felicità. Sbagliato!
In casa scoppia il dramma: alla notizia, le viene detto chiaramente: “se te ne vai, per noi sei morta”. A quel punto la ragazza deve scegliere la strada verso la felicità e quella strada la porta dal suo amore. I genitori? Capiranno. Sbagliato anche questo! La poveretta non solo viene bandita dalla casa dei genitori ma anche i parenti tutti, o quasi, le sbattono la porta in faccia. Chi le sta vicino è un’unica zia che per oltre un anno tenta di far da paciere. Con scarsi risultati, purtroppo. Finché succede quel miracolo che da solo mette a posto le cose: un bimbo in arrivo. Di fronte a ciò la famiglia capitola ed è pronta ad accogliere quel bambino perché, sarà pure figlio del peccato, ma è sempre una creatura di Dio, un dono del Signore.

Tutto l’odio, il rancore, l’incapacità di perdonare, tutta quella carità cristiana che è rimasta sepolta chissà dove, per più di un anno, ma comunque lontano dal cuore di quella famiglia, ecco che all’improvviso rimangono un lontano ricordo.

Alla fine i due innamorati si sono sposati civilmente ( ma solo per la creatura in arrivo) e non hanno invitato nessuno, ma proprio nessuno, alle nozze. Quei genitori si sono persi un momento speciale, come può essere un matrimonio, religioso o civile che sia. Per che cosa? Per la solita questione di principio che ben poco ha a che vedere con la religione e il buon senso.

Concludendo, sono favorevole alla convivenza purché sia un impegno preso seriamente e con lo stesso senso di responsabilità che un matrimonio comporta. Perché, poi, in fondo è l’amore che conta, è il legame che si instaura tra due persone che, amandosi, hanno fatto la scelta di proseguire insieme il cammino. Perché è l’amore una “prigione dorata”, non il matrimonio. Così come recita un canto egiziano:

Mi ha legato coi suoi capelli,
Mi ha trafitto con i suoi occhi,
l’arco delle sue braccia è la mia dolce prigione
.

[l’ultima immagine da questo sito]

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19 commenti »

  1. LadyPaola said,

    sono pienamente d’accordo con te sulla serietà dell’impegno che comporta la scelta di convivere. Spesso è una decisione presa con leggerezza proprio perché così si è più liberi di rompere il legame. Purtroppo però alcune garanzie e diritti li concede solo il matrimonio (vedi ereditarietà, possibilità di assistere il coniuge malato, reversibilità della pensione). Una coppia di carissimi amici ha convissuto felicemente per 30 anni, arrivati però ad un’età matura ha deciso di sposarsi civilmente proprio per tutelarsi. Da giovani questi problemi nemmeno sfiorano i pensieri, ma arrivati intorno ai 40-50 anni secondo me, in mancanza di un altro istituto che regoli questi rapporti, occorre il matrimonio…

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  2. Devo proprio farti i complimenti per quest’articolo: mi è piaciuto molto! Forse perchè sono completamente d’accordo con te o forse perchè credo che quello che hai scritto sia inevitabilmente condivisibile. Cosa conta più dell’amore in una coppia? E poi chi lo ha detto che il matrimonio è un impegno più serio rispetto alla convivenza? Molti lo vedono come “una promessa di amore eterno”. Ma quante sono le coppie sposate in Chiesa che finiscono, poi, con il divorziarsi? E la convinvenza non può essere anch’essa un modo per suggellare il proprio amore reciproco?
    Penso che la dura decisione di sposarsi, in Comune o in Chiesa, sia dettata in larga parte da motivazioni economiche. Forse sono un pò cinica, ma vedo il matrimonio come la stipula di un contratto, a seguito della quale si ottengono determinati diritti e garanzie, inibite a coloro che semplicemente convivono.
    Non sono atea nè tantomeno agnositca, mi reputo cristiana, credo in Dio e frequento – magari non assiduamente – la parrocchia. Ma ci sono certe cose che proprio non mi vanno giù. La questione da te trattata nell’articolo è una di queste. Mi fa piacere di trovarci d’accordo su questo punto; mi tranquillizza sapere che c’è qualche fedele, come ho capito sei tu, con dubbi e pareri controversi rispetto ai precetti ecclesiastici. Pensavo che per dover essere credente bisognasse avere una fede cieca in tutto ciò che la Chiesa proclamasse. Bè, io non condivido diverse cose del mondo ecclesiastico: posso essere comunque considerata una ragazza credente?

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  3. frz40 said,

    Mi sembra che questa volta la conclusione sia perfetta, ma il percorso sia un po’ confuso.

    E’ perfetta quando dici: che è l’amore che conta, e che questo dev’essere il vero legame che induce due persone a scegliere di proseguire insieme il loro cammino. Ed bello considerare che sia l’amore una “prigione dorata” e non il matrimonio.

    Di qui a dire quale sia la miglior scelta per mantenere viva quella “prigione dorata” il passo è lungo e nessuna garantisce che duri in eterno.

    Ci sono casi persone che si amano per tutta la vita vivendo separati, altre convivendo, altre solo col matrimonio civile, altre solo col matrimonio religioso.

    E’ una decisione personale. L’importante è che entrambi si sentano a proprio agio con la soluzione prescelta.

    E ogni soluzione è ben diversa dall’altra.

    Questo guardando romanticamente solo all’aspetto dell’amore. Ma le cose si complicano se si pensa che i casi della vita possono essere infiniti e che i figli, se arrivano, non sono noccioline.

    In conclusione mi pare di poter dire che basare tutto sull’amore può andar bene se entrambi i componenti della coppia hanno di che provvedere, comunque, a se stessi. Ma se ci sono dei minori o se uno dei due dipende economicamente dall’altro, allora un bel contrattino di matrimonio non ci sta niente male.

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  4. marisamoles said,

    @ LadyPaola

    Infatti anch’io nel post ho scritto che magari dopo un periodo di convivenza ci si può sempre sposare. Il problema è che della Legge sulle unioni di fatto si parla tanto senza mai concludere nulla. Sai perché? Perché la Città del Vaticano sta pur sempre sul suolo italiano …

    @ Scrutatrice

    Credo che nonostante il passare delle generazioni, i dubbi e le crisi colgano tutti i giovani cristiani. Io, con l’esperienza, ho imparato a scindere la fede dalla Chiesa come istituzione che è responsabile, secondo me, dell’allontanamento dei giovani dalla religione, almeno all’80%. E, ovviamente, anche della diminuzione dei matrimoni in chiesa.

    Non ho alcuna autorità per dire che sei a tutti gli effetti una credente, ma penso di sì. Avevo quasi quarant’anni quando un sacerdote mi disse, dopo la confessione: “la fede c’è”. Io fino a quel momento non me l’ero mai chiesta perché lo davo per scontato.
    Hai ancora un po’ di tempo per rilfettere. 🙂

    @ frz

    In che senso “questa volta” e perché il percorso sarebbe confuso? 🙄

    Mi sembra di aver detto più o meno le stesse cose che hai scritto tu. Certamente, deve essere una libera scelta. Se i miei figli vorranno sposarsi ne sarò felice. Ma certamente non farò drammi se decideranno di convivere.
    Per quanto riguarda la tua ultima considerazione, vale ciò che ho detto a LadyPaola.

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  5. marisamoles said,

    P.S. x Scrutatrice

    Grazie dei complimenti! 🙂

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  6. irisilvi said,

    Cara Marisa ,sempre puntuale e precisa! Come ti si puo’ non leggere?Con sincero affetto Silvi

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  7. marisamoles said,

    @ Irisilvi

    Grazie, cara Silvi. Troppo buona! 🙂

    Un abbraccio affettuoso.
    M.

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  8. emiliano said,

    Ciao marisa, ora prende la parola qualcuno che ha un’esperienza molto diversa dalla tua, che è ateo, e che il prossimo luglio festeggerà 16 anni di convivenza ininterrotta con la sua compagna in una mansarda di 50 metri quadrati.
    La convivenza tra me e Alessandra è nata per caso, io avevo 26 anni, lei un paio di più, e viveva già da sola in questa piccola mansarda al quinto piano senza ascensore. Non è stata una scelta responsabile, praticamente il giorno in cui ci siamo messi insieme è stato il giorno in cui è cominciata la nostra convivenza. Niente di ponderato, niente di responsabile, eppure… dopo 16 anni siamo ancora qui (purtroppo non siamo ancora riusciti a cambiare casa). Quindi è difficile dire quel che funzionerà o quel che non funzionerà in seguito. Quel che trovo odioso, in questo paese dove, come dici tu, il vaticano si trova proprio in mezzo, è che io sono costretto a sposarmi se voglio alcune cose. L’esempio più classico, per noi che facciamo gli insegnanti, è che io non ho alcun punteggio per motivi familiari, da quando sono morti sia mia madre che mio padre (e si sa che la convivenza non conta). Neanche un punticino per il dispiacere di essere rimasto orfano. A volte mi trovo a pensare che, se mi dovesse capitare un incidente (facciamo le corna) e morire d’improvviso, non solo Alessandra non prenderebbe una pensione che qualunque altra vedova prenderebbe, ma i miei risparmi, ad esempio, andrebbero alle mie sorelle, ai miei nipoti, e non alla donna con cui ho vissuto tutti i giorni della mia vita negli ultimi 16 anni. Vabbè, uno dice, e allora sposatevi. Ma ti pare serio sposarsi per questi motivi? Io voglio essere libero di non sposarmi, come è giusto che gli altri si sentano liberi di sposarsi in chiesa o in municipio. Però perché la mia unione deve essere considerata di serie B? E nel tuo post non hai considerato il problema delle coppie omosessuali, che qualcuno può anche far finta di nulla, ma ne esistono, eccome. Io con alessandra posso anche sposarmi, per avere i “privilegi” di cui parlavo sopra. Una coppia omosessuale non può. Loro sì che sono cittadini di serie B, perché non gli sono concessi diritti (come a me) in quanto coppie di fatto e non gli è concessa neanche la possibilità di sposarsi per poter accedere a questi diritti (tipo assistere al coniuge malato).
    Ora, io dico che c’è qualcosa che non va.
    Io credo che la convivenza sia già una presa di posizione responsabile, e credo anche che la si possa fare con più o meno leggerezza, non sta a me giudicare. Come puoi vedere dal mio caso, la nostra è stata una decisione dettata dall’istinto e dal cuore (e dall’irruenza della gioventù), chi poteva immaginare che dopo 16 anni eravamo ancora qui, nella nostra piccola mansarda che ormai non ci contiene più?

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  9. marisamoles said,

    Grazie, Emiliano, per la tua testimonianza.
    Il fatto che tu, come dici, abbia fin da subito iniziato a convivere con Alessandra, prendendo quindi una decisione più istintiva che ponderata, dimostra che, comunque, anche se un po’ da “incoscienti”, avevate già un progetto di vita insieme. E poi, come mi par di capire, non avete neppure preso in considerazione la possibilità di sposarvi, dunque non si è posta nemmeno l’alternativa fra convivenza e matrimonio. Tieni conto, inoltre, che sedici anni fa avere un’età compresa tra i venticinque e i trent’anni significava già avere una certa maturità, più di quanto ne abbiano i giovani d’oggi.

    Come ho già detto agli amici che ti hanno preceduto nei commenti, la cosa grave è, come anche tu ammetti, che la Legge non tuteli le coppie di fatto e che alla fine si sia constretti a sposarsi, prima o poi. Cosa che tu ed Ale non vorreste e sarebbe giusto che la vostra libera e consapevole scelta venisse rispettata. E visto che le convivenze sono sempre più in aumento, sarebbe anche ora che venisse applicata una legge per equiparare i conviventi ai coniugi, per godere non solo dei privilegi ma anche dei semplici e sacrosanti diritti di tutte le coppie sposate.

    Un altro discorso è quello dei legami omosessuali che io, volutamente (non so se hai colto fra e righe i riferimenti sempre e soltanto “ad un uomo e a una donna”), non ho affrontato, perché il discorso è molto più complesso e la mia posizione è di assoluta vicinanza alle coppie gay , e quindi al loro diritto di essere una coppia anche per lo Stato, con il riconoscimento dei relativi diritti civili, ma non approvo il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Credo che la loro continua e insistente richiesta di potersi sposare, in un’epoca in cui il matrimonio è decisamente fuori moda, sia solo una provocazione. Ma il diritto al riconoscimento dell’unione civile è innegabile.

    «chi poteva immaginare che dopo 16 anni eravamo ancora qui, nella nostra piccola mansarda che ormai non ci contiene più?». Mah, i misteri dell’amore, forse. 🙂
    Quello che io davvero non riesco a immaginare io (specie considerando che siete entrambi insegnanti e so quanti quintali di libri possediamo noi insegnanti!) è come facciate a stare in 50 mq. E’ più o meno la metratura del mio garage!
    Due cuori e una mansarda, allora! 🙂 Forse è questo il vostro segreto

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  10. frz40 said,

    Caro Emiliano,

    Mi scusi sa, ma nel suo caso, e per quanto afferma, il Vaticano non c’entra proprio per nulla.

    Mi sembra doveroso che la legge preveda che un legame debba essere riconosciuto pubblicamente per poter prevalere su altri legami (quelli di parentela) o essere equiparato ad altre situazioni (punteggi, etc.).

    Se così non fosse sa quanti casini, abusi e pretese, da convivenze occasionali e o amanti segreti, veri o fasulli, ne verrebbero fuori?

    E per dar pubblicità ai legami stabili che lo desiderano la legge mette a disposizione uno strumento civilistico specifico al quale è stato dato il nome di contratto di matrimonio.

    Perché non le piace? Non ce lo spiega e non lo capisco.

    Vorrebbe forse che si chiamasse in un altro modo? O forse vorrebbe che fosse previsto un altro tipo di istituto diverso (in che cosa?) dal matrimonio, ma con gli stessi diritti (e anche doveri?) del matrimonio? Una specie di para-matrimonio, insomma, che altro non sarebbe, in effetti, che quell’unione di serie B che i gay rifiutano quando chiedono che il matrimonio possa essere previsto, così com’è, anche per loro?

    E’ bello avere tutti i diritti. Ma i doveri no?

    O le manca semplicemente il coraggio di fare una promessa alla sua compagna?

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  11. frz40 said,

    @ Marisa
    Ho detto «questa volta» e «confuso» perché pur non essendo il dono della sintesi, come tu stessa ammetti, quello che ti caratterizza, di solito sei molto chiara nell’esposizione del tuo pensiero. In questo caso, non son riuscito a capire se te la prendi con chi ha fede e contrae matrimonio religioso, oppure con chi fede non ce l’ha e sempre matrimonio religioso contrae, oppure con chi fede non ce l’ha e contrae matrimonio civile oppure ancora con chi inizia una convivenza per verificare se l’unione ha prospettive di stabilità.
    O forse, come poi hai precisato, se volevi semplicemente dire che se i tuoi figli si sposeranno « ne sarai felice, ma certamente non farai drammi se decideranno di convivere»,
    Ma forse sono io che non capisco. Nel qual caso me ne scuso.

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  12. marisamoles said,

    @ frz

    Mi sa che non hai capito tu. Io non me la prendo con nessuno, anzi, sono del parere che ognuno debba essere libero di scegliere. Però ritengo che non si debba pensare che la propria sia la scelta migliore. Ho fatto poi degli esempi, tratti dalla mia esperienza personale, per replicare a quanto scritto da Costanza Miriano (che come tutte le persone credenti, praticanti e anche un po’ fanatiche, pensa che il matrimonio religioso sia la strada giusta da percorrere perché “illuminata”), dimostrando che a volte è la Chiesa con i suoi precetti, le sue contraddizioni e la sua ipocrisia a spingere verso il matrimonio civile e che altre volte un’unione religiosa non è detto che sia felice.

    Quanto al commento indirizzato ad Emiliano, mi permetto di osservare che io stessa, nella replica a LadyPaola, avevo ventilato l’ipotesi che una legge che tuteli le coppie non sposate (e che hanno tutto il diritto di non sposarsi, né in Chiesa né in Comune, come Emiliano ed Alessandra) tardi ad arrivare perché il Vaticano è pur sempre sul suolo italiano … I nostri politici hanno paura della Chiesa e delle sue reazioni. Un esempio? La legge sul fine vita e sul testamento biologico di cui non si parla nemmeno più.

    Scusa, ma che significa “E’ bello avere tutti i diritti. Ma i doveri no?”. Io credo che Emiliano ed Alessandra, dopo una convivenza di sedici anni, abbiano condiviso i doveri che tutte le coppie hanno reciprocamente. L’hanno fatto, e continueranno a farlo, anche senza un “contratto”. Purtroppo, però, l’assenza di quel “contratto” priva entrambi di quei diritti che lo Stato, per ora, ritiene legittimi solo per le coppie sposate. E non è discriminante questo?

    Infine, per quel che posso aver capito di Emiliano, nei mesi di conoscenza e amicizia virtuale, credo che quella “promessa” non l’abbia fatta non per mancanza di coraggio ma proprio perché Alessandra non la vorrebbe. Mica tutte le donne bramano dalla voglia di essere impalmate! 🙂

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  13. frz40 said,

    Premesso che auguro ad Emiliano tanta felicità con la sua compagna “fin che morte non li separi” e una casa di 150 mq, magari di proprietà e premesso che una situazione di coppia stabile, per essere riconosciuta e opponibile deve necessariamente essere dichiarata tale con un atto formale (se no sai che abusi e che casini…), volevo solo dire che (A) quell’atto formale esiste già e si chiama matrimonio, (B) che non vedo ragioni per inventarne uno nuovo che sarebbe di “serie b”, (C) salvo che qualcuno mi spieghi in quali diritti e doveri si differenzierebbe dal matrimonio. Se vogliono stare insieme senza contratto, per volere di Alessandra o di entrambi, affari loro, ma non si lamentino.

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  14. emiliano said,

    Dunque, cerco di fare un po’ di chiarezza. Innanzitutto, marisa, avevo notato il tuo accento sulle coppie uomo-donna, è per questo che ho inserito l’argomento delle coppie omosessuali, perché è comunque legato al discorso generale (ti dirò che secondo me la mancanza di una legge sulle coppie di fatto, in italia, è molto legata al discorso delle coppie gay e in questo c’entra molto l’ingerenza del Vaticano: molti italiani potrebbero accettare una legge che tutelasse i diritti delle coppie di fatto ma non di quelle gay). E ora provo a rispondere a frz40, e lo faccio con una domanda: quali sono gli obblighi di un matrimonio? Io credo che siano gli stessi di una convivenza, amarsi, supportarsi (e sopportarsi!) a vicenda. In questo non c’è differenza tra matrimoni religiosi, civili o convivenze. La tua visione del matrimonio, frz40, è molto pratica: è un contratto che garantisce dei diritti a una coppia. Secondo me una coppia che convive ha gli stessi doveri, lo stesso modus vivendi di una coppia sposata, ma non gli stessi diritti. Ed è in questo che sta l’ingiustizia. Perchè devo essere obbligato a sposarmi, se non voglio che la mia unione sia vincolata da un contratto (ché di questo si parla, come in una transazione economica)? Diceva Domenico Modugno ne L’anniversario: “Come ti sono grato di questa libertà, la libertà di amarti senza essere obbligato…”. In questo senso direi che c’è più altruismo nella convivenza che non nel matrimonio. Perché si sa che molti matrimoni vanno avanti per obbligo, per convenzione (ti potrei citare molti esempi tratti dalle vite dei miei parenti, amici, dei miei stessi genitori, ecc.). E allora il contratto matrimoniale diventa un laccio per tenere uniti per forza. E il divorzio un’occasione ghiotta per l’arricchimento di molti avvocati. Io non voglio entrare in questa logica. Voglio sentirmi libero. E questo non c’entra niente nel non volersi prendere delle responsabilità. La mia responsabilità è quella di stare insieme a una persona finché la amo, fare di tutto per superare i momenti difficili. Poi, chi vivrà vedrà.
    Per forza non si fa nemmeno l’aceto.

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  15. frz40 said,

    Caro Emiliano,
    Scusami ma non è esattamente come dici. Il matrimonio civile è un contratto che impone certi obblighi e certi doveri ai due contraenti ed ha valore di atto pubblico nei confronti dei terzi.
    Gli obblighi sono quelli reciproci della fedeltà, dell’assistenza morale e materiale, della collaborazione nell’interesse della famiglia e della coabitazione essendo tenuti entrambi, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia. (art.143 c.c.)
    Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. (art. 147)
    Non c’è alcun obbligo di amarsi o sopportarsi per tutta la vita né di convivere per forza, tant’è vero che sono sempre di più quelli che si separano e che, se molti continuano a convivere e a sopportarsi, non è perché c’è stato il matrimonio, ma perché trovano ancora accettabile o utile questa condizione piuttosto che vedersi abbandonati in mezzo ad una strada, magari con un paio di bambini piccoli da crescere.
    In altri termini il matrimonio è un contratto che tutela la parte, o le parti, più deboli a fronte degli imprevedibili casi della vita. E questa tutela di legge è particolarmente importante perché il mondo sempre più se ne stra-sbatte dei semplici obblighi morali.
    Con questo non voglio dire che ci si debba sposare per forza. Ho detto in un precedente commento che è difficile dire quale sia a priori la miglior scelta. Ci sono casi di persone che si amano per tutta la vita vivendo separati, altre convivendo, altre solo col matrimonio civile, altre solo col matrimonio religioso. E’ una decisione personale. L’importante è che entrambi si sentano a proprio agio con la soluzione prescelta. Tuttavia penso che basare tutto sull’amore possa andar bene finché entrambi i componenti della coppia hanno di che provvedere a se stessi. Ma se ci sono dei minori o se uno dei due dipende economicamente dall’altro, la semplice convivenza comporta rischi a mio avviso inaccettabili.
    Ti aggiungo a questo punto che sono favorevole anche al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, ma se questi consistono negli stessi doveri di quelli sopra riportati, così come sono previsti oggi dagli art.143 e seguenti del codice civile, non ci vedo, per le coppie etero, alcuna differenza con in matrimonio attuale. E per essere opposti a terzi necessiterebbero di atto pubblico, così come lo necessiterebbe un eventuale loro scioglimento.
    Tu e, soprattutto, la tua compagna vi sentite più a vostro agio in una situazione di totale libertà da vincoli? Buon pro vi faccia. Ma in quel finale “La mia responsabilità è quella di stare insieme a una persona finché la amo, fare di tutto per superare i momenti difficili. Poi, chi vivrà vedrà” ci vedo perdonami, un po’ d’egoismo. Che cosa vuol dire? Che cosa succederà il giorno che non l’amerai più? Capita a tutti, non credere. Che cosa succederà, ripeto, se lei non avesse più la possibilità, per ragioni economiche o di salute, di provvedere a se stessa?
    Buona fortuna, comunque, e che Dio vi assista (anche se non Gli credi).

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  16. emiliano said,

    Ok, frz, mi hai convinto. Ci sposiamo.
    😉

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  17. marisamoles said,

    @ Emiliano

    AUGURIIIIII !!!!!!!!!!!!!!! Mi raccomando, quando decidi la data, avvertimi: se mi inviti, vengo a Livorno a festeggiarvi. 😉

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  18. […] fa ho dedicato un post al matrimonio e alla convivenza. In breve, sostenevo che quel che conta è l’amore e l’assunzione di responsabilità […]

    Mi piace

  19. […] Mi riallaccio, quindi, a quanto osservato in precedenza: ritengo che un matrimonio celebrato in Chiesa sia effettivamente destinato a durare tutta la vita nel momento in cui la decisione di iniziare un percorso assieme e proseguire nel cammino coniugale con l’assistenza della Fede sia condivisa da entrambi i coniugi. Mancando questo presupposto, il matrimonio religioso non ha un valore diverso rispetto ad una unione civile. Infatti, quando la coppia scoppia, non c’è promessa sacra che tenga: si divorzia ugualmente. Dirò di più: non è nemmeno molto diverso dalla convivenza, se la scelta viene fatta con senso di responsabilità, assumendosi tutti gli oneri che la vita a due comporta. (ne ho parlato qui) […]

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