27 maggio 2011

RAGAZZI IN BERMUDA A SCUOLA? A TRIESTE UN PRESIDE DICE NO

Posted in adolescenti, Friuli Venzia-Giulia, moda, scuola, Trieste tagged , , , , , , a 12:54 am di marisamoles


Io l’ho detto ai miei studenti, non lo mando a dire, l’ho detto e lo ripeto: anche se fa caldo, presentarsi in classe in bermuda non è bello. Siamo a scuola, non in spiaggia e se fa caldo, si sopporta. Stesso discorso vale per le ragazze: ne ho viste alcune in canotta e shorts. Ma stiamo scherzando?

“Perché non si può?”mi ha chiesto Giovanni, che da tempo arriva a scuola in bermuda. “Perché io, sinceramente, trovo quei pelacci antiestetici”. Ci ha pensato un attimo e poi ha replicato: “E se ci depiliamo?”. “Ancora peggio … come le femmine.”. E già, i peli sono i nemici delle donne e quasi quasi ritengo siano più fortunati gli uomini proprio perché non hanno bisogno di rasoi, ceretta e crema depilatoria. E si vogliono sottoporre a questa tortura anche loro?

Certo io sono solo un’insegnante e non posso vietare che i ragazzi si presentino in classe in bermuda e le ragazze mezze nude. Però un preside ha la possibilità di dire no.
E’ quello che ha fatto Raffaele Marchione, dirigente scolastico dell’Istituto Tecnico Nautico di Trieste. Ha fatto uscire una circolare in cui si legge: “Con l’approssimarsi della bella stagione si invitano allieve ed allievi dell’istituto ad indossare un abbigliamento adeguato durante le lezioni. Non saranno accolti studenti con abbigliamento da spiaggia (spalle scoperte, pantaloni corti o a mezza gamba)”.

Ma i ragazzi non ci stanno: Trieste è una città di mare, la scuola in questione è a due passi dagli stabilimenti balneari, nella zona del porto, fa caldo quindi … della serie Ecchissene … eccoli in bermuda, come se niente fosse. Ma il collaboratore scolastico, su invito del preside, alza la paletta rossa: “Così conciati non vi faccio entrare”.

Be’, c’era la circolare, erano stati avvertiti, affari loro. Niente affatto: il gruppo cui era stato vietato di varcare il portone dell’Istituto nautico, che ha fatto? ha chiamato la polizia e informato il Provveditorato.
Gli agenti arrivati all’istituto superiore “Tommaso di Savoia Duca di Genova” hanno raggiunto un compromesso con il dirigente dell’istituto: «Sono andati a parlare con il vicepreside e poi ci hanno riferito che per entrare avremmo dovuto lasciare le nostre generalità al bidello – riferiscono i ragazzi – rassicurandoci del fatto che non avremmo subito ripercussioni. Perché allora dovevamo lasciare il nostro nome e cognome?» Solo otto studenti, però, hanno accolto l’invito, ma solo perché dovevano affrontare la prova pre-esame per la qualifica della terza classe iniziata, con parecchio ritardo visto il contrattempo.

Gli altri studenti, invece, le ripercussioni le temono, eccome. Sul voto di condotta che, come si sa, fa media, quindi è sempre meglio meritarsi un nove che un sei.
A far da spalla al gruppetto indisciplinato, un professore che ha passato un po’ di tempo con loro, libri e quaderni aperti, seduto su una panchina della piazza Hortis su cui si affaccia l’istituto.
«Non rilascio dichiarazioni- ha riferito il professore – stiamo chiacchierando e non sto facendo lezione…» Ma gli altri studenti lasciati fuori da scuola non hanno dubbi: «Stanno ripassando con un loro insegnante».

Gli studenti hanno avuto il loro momento di celebrità. E il professore? Non ho parole.

[fonte e foto: Il Piccolo]

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33 commenti »

  1. Quarchedundepegi said,

    Evidentemente anche questa può essere una buona occasione per contestare. Sinceramente se i pantaloncini sono tipo bermuda, e quindi non cortissimi, mi sembrerebbero addirittura quasi eleganti.

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  2. Federico said,

    “eccoli in bermuda, come se niente fosse … siamo a scuola, non in spiaggia e se fa caldo, si sopporta.”

    Gentile Professoressa,
    imparare a “sopportare” qualcosa fa parte dell’educazione alla disciplina, che è uno dei pilastri di una società. Ma la disciplina deve essere motivata ragionevolmente, avere un senso, non essere fine a se stessa.
    “Sopportare” il caldo, a che prezzo e a quale scopo?
    Numerosi test scientifici hanno dimostrato che l’apprendimento è facilitato, se esso si svolge in condizioni di comodità e di benessere fisico. Se l’aula di classe si trasforma in una sauna ove gli alunni sono tenuti a soffocare in calzoni lunghi e scarpe chiuse, per una concezione reazionaria e benpensante dell’abbigliamento, la loro capacità di concentrazione calerà sensibilmente e la scuola sarà più facilmente percepita come luogo ostile. Nei paesi del Nord Europa non esistono divieti e prescizioni nell’abbigliamento scolastico, l’educazione al buon gusto, ad un sano individualismo, al non dare peso alle apparenze, la si trasmette attraverso un insieme di valori e lasciando che la libertà collettiva conduca più in fretta alla maturazione di un “buon senso” individuale. In molte realtà del Nord Europa (ad eccezione di certi collegi elitari britannici), della Svizzera, ma anche dell’Australia e della Nuova Zelanda molti ragazzi d’estate vanno a scuola a piedi nudi. La medicina dell’abate tedesco Sebastian Kneipp diede grande rilievo ai benefici per la salute del camminare scalzi per la circolazione sanguigna, la corretta postura e distribuzione del peso corporeo; da qui s’insegnò ai bambini, anche nelle scuole, l’importanza per la salute del non costringersi perennemente in scarpe chiuse (concetto che oggi la “cultura Nike” di stampo consumistico-americano ha colpevolmente oscurato, anche in tali paesi). Il metodo Waldorf, che pone l’attività fisica e ginnica al centro del processo di apprendimento, ma anche la semplice saggezza popolare, conclamano il beneficio per la salute dei piedi nudi. Figuriamoci se qualcuno, nei paesi più moderni e culturalmente avanzati d’Europa, si sognerebbe mai di vietare agli alunni di proibire i pantaloni corti d’estate a scuola! Nessuno lo permetterebbe e a nessuno verrebbe in mente. Un preside sarebbe rimosso e denunciato per limitazione delle libertà individuali, oltre che coprirsi di ridicolo. Nei paesi dove prevale ancora l’uso della divisa scolastica (come la succitata Australia), è tutt’ora contemplato il pantalone corto maschile per i mesi estivi.
    Sarà soltanto un caso, cara Professoressa, ma i dati PISA-OCSE evidenziano che i paesi del Nord Europa hanno il livello d’istruzione scolastica più alto del mondo, mentre quello italiano è agli ultimi posti in Europa.

    “io, sinceramente, trovo quei pelacci antiestetici”

    Il problema è dunque estetico? Premesso che definire la gamba naturale di uomo “antiestetica” è un concetto fortemente inumano e che si sta oltretutto compiendo un pessimo atto di discriminazione sessuale (se si sottintende che le gambe delle donne, culturalmente tenute alla depilazione, abbiano invece “diritto di esposizione” in pubblico), come può il nostro corpo umano essere antiestetico e dove potrebbe condurre questo questa teoretica? A chiedere di nascondersi anche ad uno storpio o ad un uomo in sedia a rotelle?

    “Così conciati non vi faccio entrare!”

    Il Direttore Artistico del Teatro alla Scala di Milano propose qualche anno fa di vietare l’ingresso all’opera agli spettatori _ maschi _ (perché naturalmente siamo sempre noi quelli “antiestetici”!) che non si presentassero in giacca e cravatta. Invece che pensare ad azioni per avvicinare il pubblico più giovane alla cultura musicale classica, che in Italia è allo sfascio, si concentrano le proprie energie su prescrizioni dal sapore talebano, che servono solo a creare un solco sempre più grande tra il pubblico giovane e l’aura museale che tali istituzioni si prescrivono. In Olanda o in Germania si va a a teatro in jeans e maglietta e la quantità di giovani interessati alla lirica o alla musica sinfonica e di giovani che, magari laureati in tutt’altra materia, sanno suonare perfettamente uno o più strumenti musicali, è sensibilmente maggiore rispetto all’Italia.

    Finché ci si concentrerà sui problemi sbagliati, la società rimarrà sempre un po’ arretrata e succube del perbenismo ingorante. E chi pone questi divieti di “buon costume” crede di agire per il progresso della società, ma si pone in realtà su di un piano peggiore dei presunti “trasgressori”, cioé pone manifestamente l’estetica al centro dei propri valori, invece che l’interiorità e i contenuti.

    Cordiali saluti dalla Germania.

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  3. frz40 said,

    Ho riportato anch’io lo stesso fatto sul mio blog, con questo commento:”E’ l’ennesimo esempio di un’assurda contestazione di una società che non accetta più le regole.”

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  4. pietrodn said,

    Condivido pienamente, come studente, il commento di Federico. Se non altro perché gli studenti, al di fuori del range operativo di temperatura, rendono meno.

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  5. marisamoles said,

    @ quarchedundepegi

    I bermuda eleganti? Io semplicemente li odio. Ma è una mia opinione personalissima che non è indispensabile condividere.

    @ frz

    Ho letto il tuo post ma il commento che preferisco è questo:

    «Era eccessivo proibire i bermuda in classe? Forse. Ma ben più grave è stato accettare che la contestazione fosse organizzata e che la polizia, primo, sia intervenuta e, secondo, che non li abbia presi tutti a calci in culo.»

    😀

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  6. Quarchedundepegi said,

    I pantaloni bermuda (che dovrebbero arrivare al ginocchio) erano anche abbinati a giacca e cravatta.
    I gusti non si discutono!

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  7. Federico said,

    …e non s’impongono!

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  8. marisamoles said,

    @ Federico
    «Numerosi test scientifici hanno dimostrato che l’apprendimento è facilitato, se esso si svolge in condizioni di comodità e di benessere fisico»
    Concordo, ma francamente trovo pretestuoso tirare in ballo bermuda e infradito. Anche noi docenti abbiamo caldo eppure non ci presentiamo a scuola in tenuta da spiaggia. Potremmo pretendere, ad esempio, l’aria condizionata nelle aule, ma sappiamo bene che lo Stato – o il comune o la provincia, a seconda dei tipi di scuola – non ha i soldi per allestire gli impianti. E allora? Scioperiamo per questo? Assediamo l’ufficio del preside per ottenere almeno un ventilatore per classe? Evidentemente no. In casi come questo prevale il buon senso.
    Il preside del Nautico di Trieste ha emesso una circolare: come per noi docenti può essere considerata uno strumento per diffondere un ordine di servizio, per gli studenti può costituire il luogo deputato all’ampliamento del regolamento d’istituto, dettato da contingenze eccezionali. Le regole vanno rispettate, da entrambe le componenti – professori e studenti – e il rispetto delle regole è la base della formazione. Si legga, a tal proposito, il parere di un insegnante, Marcello D’Orta, autore di best seller come Io speriamo che me la cavo, abituato ad insegnare in contesti di degrado sociale e morale, di corruzione, di disprezzo per le regole, la legalità e la scuola, vista come inutile veicolo di cultura che non può combattere la miseria e, quindi, non ha nemmeno senso. Ha scritto un bell’articolo su Il Giornale: lo legga QUI.

    Lei, caro Federico, è convinto che i ragazzi del nautico abbiano avuto motivo di protestare. Ma se ci pensa, la circolare del preside è “vecchia” di tre settimane, quando ancora soffiava la bora a Trieste e c’era tutto il tempo per manifestare civilmente il proprio disaccordo. Esiste in tutte le scuole un Comitato studentesco: perché i ragazzi non si sono rivolti al preside e non hanno nemmeno provato una contrattazione? Lo sa perché? Perché ormai la provocazione è l’unica arma di cui i giovani si servono, amano sfidare gli adulti. Dando loro ragione, crede forse che in futuro saranno degli adulti maturi e responsabili? Io penso, ahimè, che avranno vita dura nel tentativo di imporre le loro “regole”.

    Lei osserva che nelle scuole del nord Europa, dove i ragazzi sono liberi di vestirsi come preferiscono, l’aspetto educativo è migliore perché rispetta la libertà individuale. Io, al contrario, non credo che il rispetto delle regole sia incompatibile con il diritto alla libertà. Essa, infatti, specialmente quando si vive in una comunità, deve avere dei limiti proprio per rispettare la sensibilità di tutti.

    «Sarà soltanto un caso, cara Professoressa, ma i dati PISA-OCSE evidenziano che i paesi del Nord Europa hanno il livello d’istruzione scolastica più alto del mondo, mentre quello italiano è agli ultimi posti in Europa.»
    Ecco, l’ha detto: sarà senz’altro un caso. Lo è senza ombra di dubbio. Le statistiche sono confutabili e negli ultimi tempi anche i Paesi, come l’America, in cui i test erano considerati uno strumento essenziale per misurare la qualità dell’insegnamento, si sta facendo marcia indietro. Si legga QUI il contributo di Giorgio Israel.

    Quanto alla mia personale opinione sui bermuda, è dettata dall’estetica, è vero. A me non piacciono e trovo non siano adatti ad un ambiente come quello scolastico. Ma è una mia opinione personale dettata anche dal gusto e dall’eleganza, doti che per me sono essenziali e non c’entrano nulla con la questione dei valori. Non giudico nessuno da come si veste ma credo di essere libera di esprimere una mia opinione su un determinato capo d’abbigliamento.

    I gusti non s’impongono, è vero. Le regole sì.

    @ pietrodn
    Questa volta, mi dispiace, non sono d’accordo con te.

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  9. giulia said,

    Quante storie per un pantalone corto… ma un tempo i ragazzini aspettavano solo il momento di passare da bambini ad adulti per poter mettere i pantaloni lunghi… I pantaloni corti si sono sempre usati, mi ricordo che anche quando andavo in colonia era cosi. Purtroppo ci sono persone che soffrono di peluria eccessiva, ma al DS che cosa gliene importa. Se si depilano… lasciamo perdere. Non capisco perchè uno si debba per forza depilare. Non lo considero obbligo neppure per una donna figuriamoci per un uomo, che avrebbe il suo da fare per tenersi “in ordine” E poi davvero qui si tocca la discriminazione sessuale, perchè una ragazza si e un ragazzo no? Se la mettiamo sulla goliardia di fine anno posso anche accettare, se no mi sembra “tanto rumore per nulla”. BUONE VACANZE!!!!

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  10. marisamoles said,

    @ Giulia

    La battuta sui “pelacci” è mia e non c’entra nulla il preside del Nautico di Trieste. Quanto alla discriminazione, è un falso problema in quanto il DS dell’istituto triestino ha messo al bando l’abbigliamento non appropriato sia per i maschi sia per le femmine. E poi, chi ha detto che i ragazzi non possano indossare i bermuda? Certamente durante le vacanze e nei pomeriggi liberi dalle lezioni finché c’è scuola possono verstirsi come vogliono.

    Ripeto: la questione non è quella dei bermuda in sé ma del mancato rispetto delle regole. E poi, quella dei ragazzi del Nautico è una chiara provocazione, nulla a che vedere con la goliardia. La presunzione di fare quello che vogliono, indipendenetemente dalle regole dettate dal Preside, ha portato TUTTI gli studenti maschi del “Tommaso di Savoia Duca di Genova” a presentarsi a scuola in bermuda il giorno successivo all’episodio e il preside li ha fatti entrare. E, secondo me, ha fatto male. Le provocazioni gratuite vanno sanzionate. Ora quel dirigente ha perso credibilità.

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  11. Da qualche parte mi sono trovato a leggere:”Solo chi non pensa non cambia idea”.
    Forse quel dirigente ha “pensato” e ha cambiato idea. Potrebbe aver accresciuto la propria credibilità.

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  12. marisamoles said,

    @ quarchedundepegi

    Mi dispiace ma non sono d’accordo. Nell’educazione ci vuole coerenza. Non si può dire oggi una cosa per rimangiarsela domani. Al limite, come ho già spiegato, gli studenti potevano discuterne con il preside e magari arrivare ad un compromesso: se proprio la temperatura raggiunge i 30 gradi … insomma, non è così frequente che a maggio ci sia il caldo di agosto. Io, però, a scuola ho visto ragazzi in bermuda quando al mattino c’erano 13 gradi ed io indossavo calze, pantaloni e maglioncino. Non mi pare che la scelta dell’abbigliamento, in quel caso, fosse dettata dall’eccessivo caldo.

    Ripeto, in questo episodio quel che conta non è l’abbigliamento quanto la presunzione che a scuola si possa fare quel che si vuole indipendentemente dalle regole dettate dal capo d’istituto. A me sembra che si debba pretendere il rispetto delle regole, sia a casa sia a scuola.

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  13. Sono d’accordissimo sul fatto che ci vogliono delle regole… e che bisogna rispettarle.
    Senza entrare nei particolari penso però che, se non si è stolti, si può anche cambiare idea e… le regole.
    Non volermene! Penso però che, in fondo in fondo, sono d’accordo con Giulia che dice: “tanto rumore per nulla”.

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  14. marisamoles said,

    @ quarchedundepegi

    Sì, anch’io sono d’accordo sul “tanto rumore per nulla”.

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  15. Tiziana said,

    Il problema della scuola italiana è proprio questo: ci si applica su aspetti formali del tutto marginali tipo la lunghezza dei pantaloni o il numero di peli presenti sulle gambe degli allievi, sottraendo del tempo prezioso all’aspetto chiave dell’istruzione, ovvero quello di consegnare alla società ragazzi formati opportunamente, in possesso cioé di conoscenze e valori utili per loro stessi e per rendere un servizio valido agli altri.

    Sono stata insegnante per 7 anni, prima di lasciare la scuola perchè dispiaciuta di dover constatare una scrupolosa meticolosità nell’esame della compilazione del registro e della puntuale compilazione delle fascette delle prove in classe e per contro l’indifferenza più assoluta di fronte a qualsiasi proposta di iniziativa educativo-culturale proveniente dagli insegnanti o dagli stessi allievi, tra cui visite al teatro di prosa o dell’opera o scambi scolastici con licei esteri.
    Per altro nessuno si è mai preoccupato di controllare se il programma dichiarato nel registro di classe veniva effettivamente svolto, né tanto meno come veniva svolto, o se gli insegnanti erano preparati ed aggiornati.

    Non mi hanno stupito i dati PISA-OCSE cui ha accennato Federico nel suo ottimo e dettagliato contributo, che condivido in pieno. Il livello d’istruzione migliore nei Paesi del Nord Europa dipende in parte dal fatto che i governi di quei Paesi destinano all’istruzione scolastica e all’aggiornamento degli insegnati stanziamenti molto maggiori di quanto avviene da sempre da parte dei governi italiani, e in parte perchè all’estero ci si concentra su questioni più pertinenti con la didattica rispetto alla presenza in classe in bermuda e infradito.

    Credo pertanto che sarebbe opportuno battersi per sensibilizzare la classe politica a elargire maggiori stanziamenti per scopi puramente educativi, per organizzare un migliore aggiornamento degli insegnanti, per diffondere l’interdisciplinarietà, per ottenere in dotazione materiali didattici più moderni e aggiornati e altri aspetti utili per motivare i ragazzi a studiare.

    Ricordo che mi riempiva di soddisfazione assegnare voti alti agli studenti ben preparati. Non so più se venivano in giacca e cravatta o in bermuda e a piedi nudi, in quanto la cosa non mi interessava minimamente…..

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  16. marisamoles said,

    @ Tiziana

    Forse non mi sono spiegata, quindi ripeto: la questione non sono i bermuda, che possono piacere oppure no, essere giudicati eleganti oppure no, essere di gran moda oppure pratici da indossare. La questione è l’atteggiamento di sfida dei ragazzi che, invece di protestare in modo plateale, potevano discuterne con il DS. Le regole vanno rispettate. Se ha fatto per sette anni l’insegnante, dovrebbe capirlo. E la pretesa che si rispetti una regola non ha nulla a che vedere con la qualità della scuola o con il rapporto che gli insegnanti hanno con la classe. Io, ad esempio, pretendo che le regole si rispettino ma non sono assolutamente indifferente di fronte a proposte educative e/o culturali, seguo più progetti in cui credo, in alcuni ho un ruolo attivo, cerco di motivare e interessare i ragazzi … ma i bermuda non mi piacciono. E’ tanto grave? I miei studenti li indossano e, visto che nel mio liceo non c’è nessuna circolare che lo vieti, mi adeguo. Non chiedo loro di non indossarli perché non mi piacciono.

    I problemi della scuola sono altri e Lei stessa li elenca. Ma se considera quello di Federico un ottimo e dettagliato contributo, mi permetta di sorridere. Quando poi Federico insinua – con la Sua approvazione, a quanto pare – che i paesi del Nord Europa abbiano un livello di istruzione migliore perché gli studenti si possono vestire come meglio credono, più che sorridere, rido. Mi sembra una baggianata. Legga anche Lei, cara Tiziana, gli articoli che ho proposto a Federico, si lasci convincere da chi ha esperienza e ha valutato l’inattendibilità dei test, specie quelli di matematica per i Finlandesi che sono sì bravissimi a superarli (grazie anche al teaching to the test che, fortunatamente, la maggior parte dei docenti italiani aborre), ma che di matematica non capiscono un acca.

    Anch’io sono soddisfatta nel dare bei voti agli studenti bravi e, anzi, sono particolarmente soddisfatta quando porto alla sufficienza quelli più deboli e quando premio l’impegno di chi magari non ci arriva, alla sufficienza, ma so che ha dato tutto ciò che poteva, è stato attento in classe, ha svolto sempre i compiti … anche se a scuola, a maggio, porta i bermuda.

    Lei dopo sette anni ha lasciato l’insegnamento perché qualcosa o qualcuno l’ha delusa. Io insegno da ventisette e ho ancora l’entusiasmo e la passione che mi hanno spinta a scegliere questa professione, forse perché sono stata fortunata e ho sempre lavorato in ambienti attivi, dove la sostanza valeva più della forma. Ma ovunque ho sempre lottato per il rispetto delle regole ed è questa la cosa importante, dal punto di vista educativo. E di questo io sono soddisfatta. Sa perché? Se porto i miei allievi a teatro, al cinema o a vedere una mostra o al museo, mi fa un piacere immenso che gli altri ci facciano i complimenti: a me perché li ho ben educati (con la collaborazione delle famiglie, s’intende, ma sappiamo bene che fuori di casa non tutti sono angioletti, anche se bene educati); a loro perché rispettano le regole e se non devono mangiare in pullman, non mangiano, se non devono parlare al cinema o a teatro o ad una conferenza, non parlano.

    Altro che bermuda!

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  17. Tiziana said,

    Sicuramente le regole vanno rispettate, ma quando le regole sono inutili va fatto di tutto affinchè vengano abolite.
    Personalmente apprezzo molto la regola vigente presso un liceo austriaco di oltre 500 studenti che impone a questi ultimi di non girare per i corridoi della scuola con scarpe solitamente usate all’esterno, ma di indossare calzature dalla suola pulita o di camminare scalzi. Si tratta infatti di una regola utile per mantenere con un semplice gesto la pulizia nell’ambiente, mentre la regola di vietare bermuda e infradito sinceramente non mi sembra che giovi a qualcuno.

    Per altro ai tempi in cui io frequentavo le medie (seconda metà degli anni Settanta) non usava andare a scuola senza calze, almeno nel Norditalia, mentre cinque anni dopo io e tutte le mie compagne del liceo ci siamo presentate all’esame di maturità con sandali aperti e unghie smaltate.

    Concordo pertanto con chi ha scritto “Molto strepito per nulla”, o anzi per qualcosa cui presto magari non si farà neppure più caso.

    In effetti quando insegnavo io aveva cominciato a diffondersi l’usanza tra gli allievi maschi di portare cerchietto e codino, cosa che non ha mancato di ispirare commenti di derisione – e talvolta anche di denigrazione! – tra i miei ex colleghi e superiori. Oggi non fa più caso nessuno ai ragazzi col codino. Ragionandoci sopra è anzi molto opportuno che i capelli lunghi – indipendentemente se chi li porta è un maschio o una femmina! – vengono raccolti in una coda o sotto un cerchietto, evitando così l’intralcio di doverseli sempre scostare dal viso quando si scrive il compito in classe o si prendono appunti…..
    Analogamente se i ragazzi hanno caldo, fanno più fatica a stare attenti e seguire le lezioni, a maggior ragione durante gli ultimi mesi di scuola, quando la stanchezza è molto diffusa sia tra i docenti che tra gli allievi.

    Chi non ama i bermuda, fa benissimo a non portarli, ma mi sembra esagerato pretendere che neanche gli altri lo facciano. Se poi è un preside che impone una regola del genere, mi sembra un vero e proprio abuso di potere assolutamente gratuito.

    Io sono stata docente (e oggi sono traduttrice-interprete) di tedesco, per cui frequentavo (e frequento ancora) i seminari e corsi d’aggiornamento per docenti e consulenti di questa lingua organizzati dal Goethe Institut sia in Italia che in Germania o da altre università tedesche o austriache. Parlando coi colleghi tedeschi e del Nordeuropa che ho conosciuto in queste occasioni ho avuto modo di constatare che in quei Paesi c’è effettivamente molta più attenzione che da noi ai problemi della scuola, e non solo a quelli della pulizia di aule e corridoi….

    Mi fa piacere per Lei se è riuscita a farsi una sana risata leggendo la mia approvazione per il post di Federico, che a me invece ha dato una stretta al cuore, sapendo che tutto quello che ha scritto è assolutamente vero (a parte il fatto che, a parte alle prime, all’opera si va in jeans e maglietta anche in Italia).

    In linea con il mio parere che questa discussione sul’abbigliamento scolastico rappresenta “molto strepito per nulla”, concludo qui i miei contributi al riguardo, facendo molti auguri a Lei e soprattutto alla scuola italiana, ai cui problemi sono sempre rimasta e rimarrò sempre attenta.

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  18. Federico said,

    Cara Professoressa,

    l’organizzata e motivata, manifesta disobbedienza di una regola è una forma di protesta, quindi di civile espressione collettiva, che (generalmente – e direi anche nel caso di Trieste) nulla ha a che vedere con la “maleducazione”.
    Può darsi che i ragazzi dell’istituto triestino avrebbero potuto trovare una forma più composta per comunicare il loro dissenso al Dirigente Scolastico, può darsi invece che, magari conoscendo la persona e le circostanze, avessero concluso che quello fosse l’unico modo per farsi sentire. In entrambi i casi non significa che essi non possano essere ragazzi bravi e diligenti, con coscienza civica, che stanno zitti a teatro e alle conferenze e non mangiano sul pullmann, come lo sono i Suoi studenti, sicuramente anche per degno merito Suo.
    Sono certo che i Suoi ragazzi sappiano anche dire il “perché” sia richiesto il silenzio ad una conferenza, dato che concorderà sul fatto che sarebbe da ripudiare un’educazione scolastica che insegni solo a “rispettare le regole”, pedissequamente, invece di dare gli strumenti intellettuali per comprenderne il senso e la necessità e quindi anche per criticarle ed opporvisi, se ritenute ingiuste. Il rispetto acritico non fa di un individuo necessariamente un buon cittadino. Lo sterminio programmato degli ebrei divenne una “regola” e chi non la rispettò si è meritato il titolo di eroe.

    Ma dal momento che nonostante le mie due lauree, non sono in grado di produrre contributi che La soddisfino e prima che l’approvazione dei miei punti di vista da parte di altri lettori La facciano scompisciare dalle risate, mi congedo dal Suo blog con tante cordialità.

    Federico

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  19. marisamoles said,

    @ Tiziana

    Se una regola è inutile oppure no è una questione di punti di vista. Come ho detto e ripetuto, la circolare poteva essere discussa. Il preside può stabilire una regola senza alcun abuso. E’ lui il capo d’Istituto. L’adeguamento ad una data regola può, però, essere discussa sia dai docenti sia dagli allievi. Purché lo si faccia in modo civile, attraverso un dialogo costruttivo.

    La presa di posizione di quegli studenti, invece, è stata dettata da una strategia ben precisa: guarda caso, in quei giorni il preside era fuori sede. Questa, a casa mia, si chiama vigliaccheria. Sarebbe stato molto più onesto e maturo parlarne a quattr’occhi.

    Se poi quegli studenti volevano far parlare un po’ di sé, direi che ci sono riusciti benissimo.

    Auguri anche a Lei per la Sua professione.

    @ Federico

    Le due lauree, mi scusi, c’entrano poco con il Suo intervento. La cultura nella vita non è tutto. Se mi sono permessa di dire che ho riso quando ho letto che, a parer Suo, nei Paesi nordici le scuole funzionano meglio perché non ci sono restirzioni sull’abbigliamento, è perché la cosa non è affatto provata. Fior di scienziati, nei tempi che furono, hanno dato mostra di genialità pur essendo costretti ad andare al scuola in giacca e cravatta. Come dice anche Tiziana, fino a trent’anni fa era impensabile presentarsi in classe con i sandali eppure la scuola funzionava molto meglio e gli studenti erano più preparati. Ne sono testimone in prima persona visto che mi sono diplomata alla fine degli anni Settanta.

    Per quanto riguarda le Sue osservazioni nel precedente commento, sono valide e condivisibili in linea generale, ma mi sono sembrate un po’ pretestuose se calate nel contesto della discussione.

    Mi scusi se non riesco a dire di più ma non ho davvero molto tempo: noi docenti italiani, checché se ne dica, lavoriamo molto … e soffriamo il caldo nelle aule senza perdere in efficienza. 🙂

    Bermuda a parte (su cui non concordiamo), sarò sempre lieta di rispondere ai Suoi commenti se ci saranno altre discussioni di Suo interesse.

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  20. Gianni said,

    Peccato, ed io che pensavo di presentarmi all’esame di stato in costume e canottiera per dare l’idea del genio al di sopra delle leggi e delle convenzioni tradizionali 😀
    P.s ovviamente avrei sfoggiato delle gambe sprovviste di peli, perchè da buon sportivo devo depilarmi.

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  21. marisamoles said,

    @ Gianni

    MA NOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! 😉

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  22. Diemme said,

    Io sono d’accordo che a scuola ci si vada in abbigliamento consono, ma non riesco a vedere bermuda e pinocchietti come non consoni.

    Sarebbe stato più opportuno vietare i pantaloni a vita (troppo) bassa, che spesso lasciano intravedere peli pubici e mutande addirittura non sempre pulite!

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  23. marisamoles said,

    @ Diemme

    In questo caso, però, al di là del fatto che i bermuda possano far parte o meno dell’abbigliamento “consono”, si discute di una mancata osservanza del regolamento.
    I pantaloni a vita bassa, specie quelli delle femmine, compromettono il regolare svolgimento dei compiti in classe, visto che sono causa di distrazione. 😉

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  24. Diemme said,

    Appunto 😉

    A parte le battute, a me fa pure un po’ schifetto tutti ‘sti peli pubici al vento, e pezzi di deretano che fanno pessima mostra di sé.

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  25. […] analoghi erano stati al centro di un dibattito pro e contro: allora il casus belli era stato il divieto di fare entrare dei ragazzi presentatisi in bermuda all’Istituto Nautico di Trieste. Allora ero d’accordo con il preside Raffaele Marchione, ora appoggio l’iniziativa di […]

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  26. Mikel said,

    A scuola ci sono delle regole e il preside, che è responsabile di quello che accade nella scuola, ha tutto il diritto di farle applicare come crede. Non penso che uno studente muoia, vada in svenimento o venga menomato nella sua libertà personale se indossa dei pantaloni lunghi durante le lezioni, non mi pare una richiesta così gravosa o impossibile. La categoria della libertà la riserverei a cose e ambiti decisamente più importanti e impegnativi, è veramente ridicolo evocarla per cose del genere. Solidarizzare con i giovani per queste cose è profondamente sbagliato, il messaggio che lanciamo è quello per la serie “tu puoi fare quello che vuoi e le regole non contano”, poi non ci lamentiamo se facciamo crescere degli adulti maleducati e incivili..chi è causa del suo mal..

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  27. Jerry said,

    Certo, ognuno ha diritto di vestirsi come vuole..ma a casa sua. In un ambiente di lavoro, a scuola o in qualunque altra comunità deve rispettare le regole dell’ambiente in cui opera. La libertà qui non c’entra proprio nulla, essere liberi non significa fare i propri comodi mancando di rispetto al prossimo e fregandosene delle regole che valgono per tutti. Possiamo anche non condividerle, quelle regole, ma, se ci sono, vanno rispettate, perchè è su questo che si regge la convivenza civile, altrimenti, se ognuno si fa gli affaracci suoi, c’è solo il caos più totale.

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  28. A very interesting and controversial opinions….I really have to agree with you. In the UK this would not be a problem as schools still have uniforms…I can’t imagine the uproar if ever Italy decided to impose a school uniform.

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  29. marisamoles said,

    @ Mikel

    Libertà non significa anarchia. Quindi, le regole vanno rispettate comunque, ci piacciano o meno. Tra l’altro, su molte cose si può anche discutere con gli studenti, visto che siamo in democrazia e ascoltiamo la loro voce. Ma sui bermuda e in genere l’abbigliamento da spiaggia non transigo: ci vuole anche un po’ di buon senso.
    La scorsa settimana, quando al mattino c’erano 13 gradi, ancora qualcuno è arrivato in classe con i bermuda: non mi vengano a dire che c’era troppo caldo!
    Nel mio liceo, purtroppo, non c’è alcuna restrizione sull’abbigliamento …

    @ Jerry

    Come ho già detto, alla fine è una questione di buon senso, oltre che di buon gusto.

    @ 3theperfectnumber

    I love English uniforms for students! Every time I go to England, I wonder why Italian students can’t wear a uniform. I think you have the answer. 😦

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  30. rudy said,

    Questa è l’italia del pregiudizio e dell’ignoranza di cui mi vergogno quotidianamente.
    In qualità docente è ancora più dura mettere la faccia davanti ai nostri ragazzi che ci chiedono un paese e un’istruzione sostanzialmente al passo con la civiltà, contro un residuato perbenista e autoritario con tutte le sue contraddizioni e tradizioni neo feudali.
    Se poi volessimo addentrarci nel territorio della moda e del costume, di cui dovremmo essere testimoni avanzati, scopriremmo che un ragionamento di questo livello è ormai relegato esclusivamente ai paesi legati a forme di integralismo repressivo e omofobo, fermi al medio evo.
    Il decoro non si misura con queste sciocchezze ma, semplicemente, con il buon gusto e la sobrietà che, a loro volta, andrebbero sommariamente insegnati a chi svolge ruoli educativi e formativi per poterli così trasmettere ai discenti.

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  31. Diemme said,

    Francamente, io non ho capito dove Rudy voglia andare a parare: sta forse accusando Marisa di ipocrisia perbenista? Io non so se mi sono già pronunciata a favore dei bermuda, ed è chiaro che sono per la sostanza più che per l’apparenza, ma l’abbigliamento, ovunque, deve essere improntato a regole di buon gusto; che la sostanza sia più importante dell’apparenza non significa che l’importanza della forma sia zero assoluto: regalerebbe un brillante avvolto in una carta straccia, in cui magari prima era stato incartato il pesce al mercato?

    E’ il buon senso quello che a volta manca: poi, i confini di ciò che è consono e ciò che non lo è, ammetto siano piuttosto soggettivi.

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  32. marisamoles said,

    @ Rudy

    Evidentemente non hai letto bene il post. Io ho fatto una premessa, è vero, in cui mi sono dichiarata contraria all’uso dei bermuda da parte dei ragazzi a scuola. Però l’oggetto di discussione era un altro: un preside pubblica una circolare in cui invita gli studenti a presentarsi in classe con un abbigliamento consono e non in tenuta da spiaggia. Ma i ragazzi non ci stanno, per protesta si presentano tutti in bermuda e vengono lasciati fuori dall’istituto. Ho discusso sui modi della protesta, innanzitutto, sulla provocazione e sull’atteggiamento di un docente che ha appoggiato la protesta, prendendo le difese di quelli che hanno volontariamente ignorato un preciso divieto.

    Su ciò che è decoroso o meno, sul significato di buon gusto e sobrietà possiamo anche avere pareri diversi. A me personalmente non sembra di essere una cattiva educatrice nel momento in cui invito i miei studenti (non li obbligo!) a non indossare i bermuda (poi loro fanno ciò che vogliono perché nel mio liceo non c’è alcun divieto in tal senso) e presentandomi a scuola con un abbigliamento adatto al mio ruolo e all’ambiente. Per il resto, il discorso sulla forma e sulla sostanza lascia il tempo che trova e l’esempio fatto da Diemme, che mi ha preceduta nella replica, mi pare calzante.

    Infine, posso anche capire che quando fa troppo caldo si indossino abiti leggeri e comodi. Quello che trovo davvero fuori luogo è indossare i bermuda in questo periodo (e i ragazzi lo fanno già da più di un mese) quando al mattino la temperatura è di 12 gradi e la massima non va oltre i 17. Per di più piove …

    @ Diemme

    Guarda, se non fossi intervenuta tu, probabilmente avrei lasciato perdere …

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  33. Diemme said,

    E’ che io certi discorsi qualunquistici non li reggo: sui bermuda la pensiamo diversamente (non rileggo ora né il post né tutti i commenti, ma a naso dovrebbe essere così), ma quest’anarchia, questa deregolamentazione di tutto che osano defijnire libertà – laddove la libertà non può esistere senza regole – mi manda il sangue alla testa.

    Chiamano libertà il caos, mentre la libertà vera non può prescindere dalla disciplina, perché libertà non può esserci senza sancire i limiti della nostra e di quella degli altri.

    Il cattivo gusto non è libertà. La mancanza di rispetto non è libertà. Oggi, che comincio ad avere una veneranda età, vedo me e i miei coetanei raccogliere i frutti di quanto abbiamo seminato, e vedo la gente “libera” molto più sola, infelice, senza terra sotto i piedi, di quella cha ha rispettato delle regole e oggi si gode serena i frutti di un terreno curato con fatica, regolarità e disciplina.

    NB: se la parola “disciplina” a certe persone evoca la repressione, mi dispiace per loro che hanno tanti complessi: il caos c’era prima della vita, poi è arrivato il cosmo (κόσμος, armonia), senza il cui ordine la vita non sarebbe possibile.

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