2 maggio 2011

È MORTO OSAMA, EVVIVA! GIUSTIZIA È FATTA

Posted in Barack Obama, cronaca tagged , , , , , , , a 2:15 pm di marisamoles

E no, non sono d’accordo. Mi dispiace. La Giustizia sarebbe stata un’altra: catturarlo e fargli finire i suoi giorni in una prigione, facendogli sopportare privazioni di ogni tipo, costringendolo a pensare, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, alle atrocità che aveva commesso, alle migliaia di vittime innocenti che aveva sulla coscienza. Un’utopia? Può darsi, ma non credo che ucciderlo sia stata la punizione più giusta. Credevo che fossimo lontani dai tempi in cui vigeva la legge dell’occhio per occhio, dente per dente.

Erano le 5 del mattino qui in Italia quando il Presidente USA, Barack Obama, ha dato l’annuncio alla nazione: «Osama Bin Laden è stato ucciso. Giustizia è fatta». Un annuncio che ha fatto ben presto il giro del mondo e ha portato sulle strade di New York milioni di americani, alcuni dei quali si sono radunati a Ground Zero, il luogo della memoria. Felicità e giubilo stanno caratterizzando la reazioni di un popolo che ha sofferto, e che ancora piange i 3000 morti delle Torri Gemelle, a causa dell’irrazionalità di Bin Laden, mente satanica dell’attentato dell’11 settembre 2001 a New York e di quelli che sono seguiti negli anni in altre parti del mondo, Europa compresa. Io li capisco: la reazione è istintiva ma ci riporta indietro di qualche millennio, quando ancora vigeva la faida. Credevo che la civiltà avesse portato l’uomo a credere che uccidere per vendetta personale non sia cosa di cui vantarsi.

Del mio stesso avviso il Vaticano. «Di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini e spera e si impegna perchè ogni evento non sia occasione di una crescita ulteriore dell’odio, ma della pace». Queste le parole di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, anche se è perfettamente consapevole del male che quell’uomo ha causato: «Osama Bin Laden, come tutti sappiamo, ha avuto la gravissima responsabilità di diffondere divisione e odio fra i popoli, causando la morte di innumerevoli persone, e di strumentalizzare le religioni a questo fine».

Ecco, io la penso così. Penso che sia finito un incubo, forse, ma che ce ne siano altri dietro l’angolo, non solo in America, anche in Europa. Penso che sia perfettamente umana la reazione di milioni di persone di fronte a questa notizia, ma vorrei che ora quanti hanno gioito si fermino a riflettere. L’uccisione di Osama, forse, è stata inevitabile durante il blitz. Ma continuo a pensare che quell’uomo diabolico si meritasse di soffrire per molto tempo, fino alla fine della sua esistenza terrena, in modo da far trionfare la Giustizia Umana. Ora non resta che sperare in quella Divina.

[LINK della fonte]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 3 MAGGIO 2011

Riporto qualche stralcio dall’articolo di Aldo Cazzullo pubblicato su Il Corriere di oggi.

PROCESSARE OSAMA BIN LADEN. UN’OCCASIONE (MANCATA) DI FORZA

E’ giusto festeggiare la morte di un uomo, per quanto abietto? Non sarebbe stata una prova di forza ancora maggiore catturare Osama Bin Laden e processarlo per i suoi crimini, anziché ucciderlo e gettarne il corpo in mare?
[…]
Sottoporre Osama Bin Laden a un regolare processo, magari davanti al tribunale internazionale costituito proprio allo scopo di provare e punire i crimini contro l’umanità, sarebbe stato un passaggio difficile per l’America, ma certo avrebbe rafforzato il suo prestigio di patria della democrazia moderna, uscita scossa dalle vicende dell’Iraq, di Abu Ghraib, di Guantanamo. È difficile avanzare rilievi agli uomini che hanno liberato il mondo dal fondatore di Al Qaeda e che oggi un’intera nazione onora, a cominciare dal presidente democratico Obama e da Hillary Clinton, che annuncia secca: «Bin Laden è morto, giustizia è fatta». Però non c’è dubbio che le buone cause non escono ridimensionate ma rafforzate da un procedimento giudiziario condotto secondo il diritto internazionale, che comprende anche le garanzie per i colpevoli.
[…]
Nessun uomo davvero libero, se non qualche estremista islamico o qualche derelitto animato dal rancore per l’Occidente, piangerà la morte di Bin Laden. Così come nessuno, se non i beneficiati della sua tribù, piangerebbe domani la morte di Gheddafi. Ricordare l’esistenza di un’altra via – la cattura, il processo, la condanna, l’espiazione della pena – non significa abbandonarsi a facili umanitarismi. Significa ribadire la superiorità del diritto e della democrazia sul terrore e sul dispotismo.

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18 commenti »

  1. Raffaele said,

    Cara Marisa, la penso come te, ma non credo che in un caso come questo vi fosse la concreta possibilità di catturarlo. Detto questo come cittadino del mondo, tiro un sospiro di sollievo pensando che questo soggetto non sia più di questa terra. Un abbraccio, ciao

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  2. marisamoles said,

    @ Raffaele

    Ne abbiamo discusso anche a casa: io e i miei figli siamo d’accordo sul fatto che sarebbe stato meglio vederlo soffrire per anni e anni. Mio marito esulta con gli americani, ma, come sai, lui è filoamericano. 😦

    Non conosco i dettagli del blitz ma credo anch’io che se avessero potuto evitarlo, non l’avrebbero ucciso.

    Sì, tiriamo un sospiro di sollievo ma non c’è nulla per cui esultare: gli adepti di Osama non se ne staranno con le mani in mano a piangere …

    Ciao.

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  3. … “io e i miei figli siamo d’accordo sul fatto che sarebbe stato meglio vederlo soffrire per anni e anni“…

    Cara Marisa, premesso che non sono credente (e dunque la mia non è da attribuirsi ad una posizione “di fede”), personalmente ritengo che questa sia una delle dichiarazioni più agghiaccianti che un qualsiasi essere umano può fare nei confronti di un qualsiasi altro essere umano…

    Cordialmente

    LB

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  4. marisamoles said,

    @ Luigi Bruschi

    Mah, i punti di vista son punti di vista. Io trovo più agghiacciante uccidere un essere umano. Per questo sono fermamente contraria alla pena di morte. Ripeto, non so come si siano svolti i fatti, ma l’uccisione di Bin Laden a me sembra un’esecuzione legittimata dalle circostanze: non si poteva farne a meno. E l’esultanza degli Americani non la capisco.

    Comunque, il termine soffrire, usato nel commento, voleva riassumere quello che ho scritto nel post. La sua etimologia deriva dal verbo latino suffero che significa sopportare. Io avrei preferito che sopportasse l’umiliazione della cattura, la privazione della libertà, di una vita agiata (ammesso che la sua lo fosse, visto che negli ultimi dieci anni è stato costretto alla fuga e la sua vita non doveva essere il massimo), le dure regole del carcere … ecco cosa volevo intendere con il termine soffrire. Non ho detto, come fanno molti in casi come questo, che avrei preferito che lo rinchiudessero in una cella e buttassero via la chiave o che lo murassero vivo.

    E se proprio vogliamo parlar di sofferenze, che dire di quelle patite dalle vittime delle Torri Gemelle (la cui morte, per la maggior parte, non è stata istantanea) e delle loro famiglie? E quelle sofferenze da chi sono state causate? Questo a me sembra agghiacciante.

    Altrettanto cordialmente La saluto.

    Mi piace

  5. “Ma continuo a pensare che quell’uomo diabolico si meritasse di soffrire per molto tempo, fino alla fine della sua esistenza terrena, in modo da far trionfare la Giustizia Umana”.

    “Soffrire” nel senso di “tollerare” anche in questa affermazione?!

    L’etimologia è spesso d’aiuto.
    Ma, come ogni bravo filologo sa, è il contesto che dà luce al testo!

    Ed essere contrari alla pena di morte dovrebbe implicare essere contrari alla sofferenza umana ed averne rispetto, anche quando si parla di privazione della libertà: di chiunque si stia parlando.

    Ed io ogni caso, che tipo di “trionfo” della giustizia umana debba considerarsi il pensiero di un uomo, per quanto spregevole, che patisca fino alla sua fine dei suoi giorni, davvero faccio fatica a comprendere.

    Punti di vista, naturalmente.

    Buona giornata.

    LB

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  6. marisamoles said,

    @ Luigi Bruschi

    Se proprio vogliam cercare il pelo nell’uovo …

    Chi voleva capire (come il mio amico Raffaele), ha capito, gli altri possono anche farne a meno, nonostante le mie spiegazioni.

    Comunque, non ho parlato (e non l’ho nemmeno pensato, per essere chiari) né di torture né di violenza in genere, cui sono fermamente contraria, solo di un ergastolo (in America esiste ancora) che gli servisse per riflettere sulle atrocità commesse. Tutto qua. Nessuna crudeltà da parte mia.

    La saluto.

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  7. Lei scrive:
    “chi ha capito ha capito, gli altri possono anche farne a meno”…

    Ne farò a meno dunque: grazie per avermelo suggerito…

    LB

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  8. fishcanfly said,

    Io porto in realtà il problema in me in maniera diversa. Ammettendo anche che l’unica modalità fosse ucciderlo, mi risulta paradossale il fatto che la grande civiltà di cui ci fregiamo non sia poi diversa da quello che pensiamo siano gli altri: dei barbari.
    La morte di un uomo come Bin Laden non può nascondere le migliaia di morti che ci sono in Afghanistan e Iraq e in moltissime guerre dimenticate africane. Lì, però, nessuno si rallegra.
    La morte di Bin Laden ha fatto risposto alla fame di identità dell’occidente.
    Ti propongo il mio articolo con le mie riflessioni. Spero lo faranno anche gli attenti lettori di questo blog!
    Alla prossima! 🙂

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  9. marisamoles said,

    @ Luigi Bruschi

    Sempre della serie “a voler cercare il pelo nell’uovo”, io ho scritto: «Chi voleva capire, ha capito …».

    Prego.

    @ fishcanfly

    Ho letto, grazie. Be’, vedo che la pensiamo quasi allo stesso modo, almeno fino ad un certo punto. Mi fa piacere.

    Alla prossima. 🙂

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  10. Ha ragione Prof., quando è giusto è giusto!

    In ogni caso: mettersi in discussione, qualche volta, no, eh?!

    Qui, comunque, le mie riflessioni in merito.

    Se solo non “prendesse fuoco” ogni volta che provo a farle notare quella che mi pare un’incoerenza nel suo ragionamento, forse scoprirebbe che non sempre la pensiamo così diversamente…

    Cordialmente

    LB

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  11. marisamoles said,

    @ Luigi Bruschi

    Ho letto il Suo contributo e avrei voluto lasciare un commento per chiederLe come mai viene qui, con un certo piglio, a riprendermi perché dico cose agghiaccianti (e quasi quasi a rimproverarmi di essere una pessima madre, ma per fortuna si è trattenuto) quando sostanzialmente la pensiamo allo stesso modo. Poi ho lasciato perdere perché, se una cosa mi è chiara del nostro “rapporto”, è che non ci capiamo. In particolare, Lei ha sempre qualche rimprovero da farmi quando basterebbe esprimere il proprio pensiero in modo amichevole senza voler per forza fare l’esegesi di ogni post che scrivo (e che cattura la Sua attenzione, naturalmente).

    Io non “prendo fuoco”, caso mai è lei che nei miei confronti assume un atteggiamento indisponente. E poi non c’è nulla di incoerente in quello che ho scritto e l’ho spiegato benissimo. Lei, però, insiste col non voler capire. Io mi metto sempre in discussione, caso mai Lei rimane sempre della stessa idea. E se non Le vado a genio (il che è fuor di ogni dubbio), mi lasci perdere. Non mi offendo.

    Mi piace

  12. Tralascio tutta la parte emotiva del suo commento (l’andare a genio, l’indisponente, ecc. ecc.).

    Mi dispiace davvero che Lei non ritenga interessante sapere che qualcuno trovi incoerente una posizione che stigmatizza la legge del taglione e contestualmente chiosa ” sarebbe stato meglio vederlo soffrire per anni e anni”.

    Sono certo che se non nutrisse pregiudizi così consistenti nei miei confronti (come ha dato ampiamente mostra nel suo ultimo commento) potrebbe serenamente convenirne.

    Sul fatto che le mie opinioni le sembrino rimproveri, questo mi dispiace.

    Pensavo, in ogni caso, che accettare i commenti al proprio blog significasse aprirsi al confronto anche con chi non la pensa come noi.

    Nella massima trasparenza ed onestà.

    Sul discorso educativo credo potremmo parlarne a lungo. Certo non ritengo molto istruttivo veicolare il messaggio che il carcere è un luogo punitivo.

    In ogni caso mai, e ripeto mai, trovo lecito il cedere alla tentazione di parlare della sofferenza (sopportazione?) altrui come ad una forma di giustizia.

    Questo era il senso delle mie parole. Le sembrano davvero così assurde?

    Se ritiene che il modo con cui le ho espresse sia indisponente, ripeto, mi dispiace.

    Continuo a pensare che la crescita personale, là dove si abbia voglia di farla, passa proprio e soprattutto attraverso il confronto con idee diverse dalle nostre.

    LB

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  13. marisamoles said,

    Caro Bruschi,

    il Suo di oggi è il 4275° messaggio del blog. Circa la metà è costituita dalle mie repliche ai commenti dei lettori. Non si può dire che io sia una che non si apra al confronto. Ho discusso, talvolta animatamente, con tanti tipi di persone – più o meno giovani, lavoratori, studenti, pensionati, professionisti, casalinghe… – e tranne pochissime eccezioni (da contare sulle dita di una mano, ma anche meno), non ho avuto dei problemi nel chiarire la mia posizione di fronte a veri e propri attacchi. Qualche volta mi è capitato di discutere in modo piuttosto acceso anche con “amici”, ma qualsiasi fraintendimento è stato superato. Con Lei, evidentemente, ciò non è possibile perché non solo rimane arroccato alla sua posizione, ma non tenta nemmeno di ascoltare le ragioni degli altri – cioè le mie, in questo caso. Mi dispiace, ma il dialogo che si è instaurato, anche questa volta, tra di noi non pare costruttivo.

    Lei è un esperto in comunicazione (fa il formatore, o mi sbaglio?) e quindi dovrebbe sapere che, per un proficuo scambio di opinioni, anche in presenza di forti contrasti, la cosa più importante è l’approccio con l’interlocutore. Eppure non si è posto il problema, nel Suo primo commento a questo post, dell’opportunità di esprimere il Suo parere – legittimo e rispettabilissimo, per altro – evitando di usare l’aggettivo “agghiacciante” commentando un mio pensiero. Ci pensi e mi darà ragione.

    Non dico che il senso delle Sue parole si assurdo ma quanto meno discutibile. Se “giustizia non è fatta” ammazzando un uomo, mi pare legittimo pensare che ad ogni reato-delitto-misfatto-crimine (li chiami come meglio crede) corrisponda una giusta pena che poi significa punizione (cito dal Sabatini Coletti la definizione di PENA: Punizione stabilita dall’autorità giudiziaria competente, sulla base di precise disposizioni, per chi abbia violato la legge; SIN condanna, sanzione). Allora quando Lei afferma che non ritiene molto istruttivo veicolare il messaggio che il carcere è un luogo punitivo, sono io a trovare nelle Sue parole un’incoerenza. Cos’è il carcere, secondo Lei, un villaggio vacanze? E non trovo così disdicevole affermare, come ho fatto io, che avrei preferito andasse in carcere e sopportasse tutto ciò che il carcere comporta, in quanto chi vi “alloggia” evidentemente ha qualche PENA da scontare, perché ha commesso un REATO per cui deve essere punito.

    Come avrà notato, ho aggiornato il post riportando un articolo di Cazzullo che condivido: piuttosto che uccidere Bin Laden, sarebbe stato meglio catturarlo, incarcerarlo, processarlo e condannarlo per i crimini commessi. Questa è la GIUSTIZIA che mi sarei aspettata. Non è d’accordo? A questo punto, dopo averglielo spiegato in tutte le salse, spero abbia capito.

    La saluto.

    Mi piace

  14. Cara Moles (interessante quest’uso del cognome per marcare la distanza: mi adeguo!:).
    Ho l’impressione che solo la voglia di persistere nel contrasto la spinge ad insistere sulle mie modalità comunicative (sulle cui tecniche, sono certo potremmo discutere a lungo), dopo che ho affermato “Se ritiene che il modo con cui le ho espresse sia indisponente, ripeto, mi dispiace“.

    Mi permetta di osservare, altresì, che se io sono arroccato sulle mie posizioni, simmetricamente lei lo è sulle sue, non crede?
    Perché il suo arroccarsi è giusto e comprensibile (o addirittura non è “arroccarsi”…) e il mio sì?!
    Se le sue spiegazioni non mi convincono (e credo di spiegarle sempre il perché), perché dovrei essere (solo) io quello che non ascolta?
    Non crede che ci possa essere una larvata possibilità che lo stesso valga per lei (e glielo dico chiaramente: a diverse mie osservazioni, a me pare che lei non abbia risposto, ma deviato il tiro: è sempre la mia opinione, naturalmente)?

    Sul discorso del carcere, accetto di buon grado la sua sensazione di incoerenza, in seguito alla quale (sempre sperando che le mie riflessioni possano essere di un qualche interesse) argomento volentieri lo spunto che avevo “gettato là”.
    I tre modelli possibili di giustizia sono storicamente: retributiva, intimidatoria/deterrente, emendativa.
    La legge del taglione – e allo stesso modo il ragionamento “hai violato questa misura di legge, questa misura di pene (detenzione) ti do in cambio” – appartiene alla categoria retributiva.
    Io sono assolutamente convinto che il modello più efficace sia un incrocio degli altri due modelli.
    In tal senso il carcere credo debba porsi in questi termini: restrizione della libertà (ma in senso deterrente, più che retributivo); diminuzione del pericolo sociale (dunque in base al tipo di reato commesso); luogo di riabilitazione personale e sociale (funzione emendativa).

    Sull’articolo di Cazzullo, sa bene la mia risposta, credo, visto che ha letto il mio post: siamo del tutto d’accordo (io, lei, e Cazzullo!).

    Sul discorso (ma ho capito che non le piace ascoltarmi, su questo) che la sua dichiarazione “sarebbe stato meglio vederlo soffrire per anni e anni” possa sconcertare a livello emotivo chi come me ha le opinioni che ho provato a spiegarle (non sentendomi affatto capito: come vede siamo in due), non credo ci sia molto da discutere: a me è parsa una dichiarazione agghiacciante (e ho ritenuto opportuno dirglielo).
    Questo non significa certo che la cosa sia agghiacciante in assoluto: e tuttavia almeno una persona (il sottoscritto) l’ha percepita così e penso che questo sia pur sempre un feedback comunicativo.
    Che poi non lo si voglia recepire perché si ha in spregio la fonte del feedback (cioè il sottoscritto) è forse comprensibile.
    E tuttavia continua a dispiacermi.
    Buona serata
    LB

    Mi piace

  15. Cle said,

    Ciao Marisa, avevo letto il tuo post giorni fa mentre ero a lavoro, e mi sarò dimenticata di appuntarmi di rispondere appena avessi avuto tempo!
    Come sai più o meno la pensiamo alla stessa maniera.
    Anche se io non mi sento di riuscire a dire che avrebbe dovuto essere sottoposto ad immense atrocità invece che ucciso, come anche è stato detto nei commenti sul mio blog.
    Per me le pene corporali, le torture o la pena di morte sono sullo stesso livello, ugualmente sbagliate e inconciliabili con quello in cui fermamente credo ( che non è nè dio nè altro di metafisico, ma il solo rispetto della dignità dell’uomo sempre, anche del peggiore uomo, l’unico reato che quasi mi fa ricredere è la pedofilia).
    Con questo non voglio sminuire la gravità degli attentati, ma solo dire di non ritenere più grave quello che è statao fatto all’america rispetto a quello che l’america fa ad altri popoli, “non occidentali”.
    Un reato non è più grave se perpetrato contro bianchi o neri, contro persone buone o cattive. Un reato è reato. Un sopruso è un sopruso. La violazione dei diritti umani e degli accordi internazionali è una violazione.
    Forse io ho una deformazione giuridica, forse non ho mai nutrito particolare simpatia per l’america per cui riesco ad astrarmi nel formulare le mie considerazioni, ma… io non provo la minima soddisfazione in questo epilogo.

    Mi piace

  16. marisamoles said,

    @ Cle

    Deformazione giuridica a parte, credo che il buon senso basti per capire che la soluzione adottata dagli States non è la più giusta. Ho già spiegato come la penso nel commento al tuo post e credevo di essere stata chiara anche nella stesura del mio articolo. Ma, come avrai potuto notare, sono stata fraintesa.

    Ciao e buon week-end. 🙂

    Mi piace

  17. marisamoles said,

    @ Luigi Bruschi

    Caro LB,

    Lei continua a dire “mi dispiace” (usando persino il grassetto) e per una volta vorrei dire anch’io “mi dispiace”. Sì, mi dispiace, soprattutto che non abbia ascoltato il mio consiglio del commento del 3 maggio 2011, ore 9:21 pm.

    La saluto.

    Mi piace

  18. […] perché mi ripeterei. Alla fine scriverei le cose già scritte in occasione della morte di Osama Bin Laden. Cambia il contesto ma l’epilogo della storia è sempre quello: uccidere Gheddafi anziché […]

    Mi piace


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