12 marzo 2011

“IL PORTALE DEL RISORGIMENTO ITALIANO”, A CURA DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI

Posted in 150 anni unità d'Italia, attualità, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , , a 7:52 pm di marisamoles


Il ministro del MIUR Mariastella Gelmini, lo storico Ernesto Galli Della Loggia e il giornalista Giovanni Minoli hanno presentato a Palazzo Chigi il piano di attività volte a celebrare nelle scuole il 150° anniversario dell’Unità d’Italia: un sito internet a sostegno dello studio del Risorgimento, gite nei luoghi che al Risorgimento hanno fatto da sfondo (più una farsa che altro), e poi concorsi e altre iniziative tra cui anche un’olimpiade della lingua italiana e il corso fotografico internazionale per la scuola a carattere educativo, 150 anni Grande Italia.

In particolare segnalo il Portale del Risorgimento Italiano di cui riporto di seguito la descrizione:

Il portale http://www.150anni.it attraversa la storia del Risorgimento dal 1815 al 1870, dal Congresso di Vienna fino alla presa di Roma del 20 settembre 1870 e quindi al compimento dell’Unità d’Italia.

Non si tratta però di un manuale di storia. E’ la proposta di un modo nuovo di utilizzare Internet per lo studio, l’approfondimento, la ricerca.

Il sito http://www.150anni.it è organizzato in sezioni e sottosezioni a loro volta articolate in schede (tutte originali e scritte dai componenti il Comitato).

L’elemento di novità è la presenza massiccia di fonti documentali (in formato pdf e quindi scaricabili) per la maggior parte delle schede di cui è composto il sito; la presenza di inni, musiche e canzoni di epoca risorgimentale e di poesie, lettere e memorie di personaggi di primo piano del nostro Risorgimento.

La mappa del sito illustra l’intera architettura del portale.

Nella sezione Cronologia è possibile visualizzare le vicende storiche dal 1815 al 1870 attraverso l’utilizzo di una timeline (linea del tempo) interattiva.

La sezione Eventi presenta una serie di schede relative ai principali avvenimenti storici e alcune mappe interattive organizzate per decenni e per avvenimenti principali che raggruppano su una carta dinamica dell’Italia (creata sfruttando le Api di Google) i momenti più significativi del Risorgimento Italiano. E’ il tentativo di utilizzare uno strumento moderno e versatile per raccontare le vicende che portarono all’Unità d’Italia.

Nella sezione Italia prima e dopo l’Unità si analizza la geografia dell’Italia attraverso la descrizione delle trasformazioni politiche dell’Italia negli anni del Risorgimento dalle modalità con cui avvennero la costruzione dello Stato e i nuovi indirizzi politici fino al problema del Mezzogiorno.

La sezione Austria e Europa divisa nelle 2 sottosezioni “Il Risorgimento e l’Europa” e in “Gli austriaci” descrive il ruolo che ebbero le diplomazie e le opinioni pubbliche europee nel processo di unificazione politica dell’Italia con particolare attenzione al ruolo degli Austriaci.

Ne “I personaggi” si trovano distinti i 5 grandi protagonisti del Risorgimento (Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Pio IX), 53 personaggi principali (per esempio Balbo, Cattaneo, Gioberti, Sarina Nathan, Menotti, Nievo, Pellico, Ricasoli) e oltre 250 personaggi secondari (per esempio Mameli, Napoleone III, Gustavo Modena).

La sezione I movimenti, i valori, i libri mostra come il Risorgimento italiano fu un momento di grande fermento e di straordinaria ricchezza di idee, di movimenti politici, di valori nuovi che divennero spesso il contenuto di alcuni dei libri che hanno fatto l’Italia.

Chiesa e Religione è la sezione fondamentale per capire l’entità del potere temporale della Chiesa, il delicato rapporto tra gli italiani e la religione, il diverso assetto tra la nuova Italia e la Chiesa cattolica.

La vita quotidiana degli uomini delle donne e dei giovani del Risorgimento, il mutare dei loro costumi e quindi la nascita di una nuova famiglia borghese, di una nuova dimensione della casa, della città e del viaggio sono descritti nella sezione intitolata società italiana.

La sezione Parole suoni ed immagini è stata pensata come un grande e multiforme archivio del periodo risorgimentale, con al suo interno immagini (quadri, fotografie, stampe), musiche, inni e canzoni dell’epoca oltre a lettere e poesie di patrioti che ci restituiscono anche la dimensione affettiva di quel periodo storico.

I racconti e le memorie integrali più significative di alcuni personaggi risorgimentali (Giuseppe Cesare Abba, Giuseppe Bandi, Massimo d’Azeglio, Giuseppe Mazzini, Cristina Trivulzio di Begioioso, Giovanni Visconti Venosta) completano e arricchiscono questa sezione.

La memoria e le interpretazioni del Risorgimento descrive le interpretazioni a volte contrastanti che sono state date dagli studiosi del periodo storico che portò all’Unità d’Italia, dalla fine del XIX secolo fino ai giorni nostri passando attraverso il periodo fascista e la guerra.

Mi sembra interessante. Naturalmente ci vuole un po’ di tempo per valutare il sito e trovare ciò che può essere interessante per gli studenti e per gli insegnanti. Rimane, comunque, una buona iniziativa.

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LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “SANT’AMBROGIO” DI GIUSEPPE GIUSTI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, Milano, poesia tagged , , , , , , , , a 7:11 pm di marisamoles

La letteratura italiana di metà Ottocento fu caratterizzata dal binomio poesia-patriottismo. Il Risorgimento dei poeti fu, infatti, legato ad una letteratura che venne definita “per il popolo”, in altre parole quella borghesia che Giovanni Berchet, nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, individuò come il pubblico ideale. Una poesia che aveva lo scopo di smuovere le coscienze, che tuonava contro lo “straniero”, che anelava all’indipendenza, nei cui versi il poeta intrecciava amor patrio e sentimento individuale per condividere con gli Italiani un fermento d’emozioni che aveva un denominatore comune: la voglia di essere una nazione, di vivere in uno Stato finalmente unitario.

Uno dei poeti, un tempo certamente più conosciuti dagli studenti (i suoi versi si imparavano a memoria fin dalle elementari, spesso senza capirci un’acca), è Giuseppe Giusti(1809-1850), i cui versi sono caratterizzati dall’associazione tra la satira e l’invettiva, efficacemente espressa usando, tuttavia, un linguaggio, la parlata toscana, spesso oscuro e, comunque, di non facile impatto. Eppure lui le sue poesie le chiamava “scherzi”, senza prendersi troppo sul serio. Su uno di questi “scherzi”, Sant’Ambrogio, lavorò a lungo per giungere ad una poesia dal tono narrativo, con uno stile colorito e colloquiale, fondendo l’emozione lirica con l’occasione comica. Il risultato è una lirica tradizionale nella forma ottave di endecasillabi, rimati secondo lo schema ABABABCC, quello del poema epico cavalleresco, per intenderci) ma decisamente fuori dal comune nel contenuto, specialmente laddove il poeta vuole esprimere un giudizio severo nei confronti dell’oppressore ma nello stesso tempo esterna, attraverso il registro comico, un atteggiamento pietoso e tollerante verso chi in casa altrui la fa da padrone.

La lirica prende spunto da un fatto realmente accaduto: mentre si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, Giusti fece visita alla basilica di Sant’Ambrogio, al cui interno s’imbatté in un gruppo di soldati austriaci che a quei tempi occupavano il Lombardo-Veneto. Ad un primo sentimento di repulsione nei confronti dell’oppressore, si sostituisce una sorta di compartecipazione alla sorte di quei soldati che, lontani dalla patria, sono ridotti, forse loro malgrado, a strumento di sopraffazione. Il canto intonato da quei soldati suscita nel poeta una commozione inaspettata da cui scaturisce una riflessione profonda sulla sorte dei popoli che spesso sono soltanto delle marionette nelle mani di chi detiene il potere.

Immaginando di rivolgersi ad un alto funzionario della polizia o granducale (il poeta è pistoiese) o austriaca, Giusti inizia con questi versi:

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

Fin dall’incipit si può osservare l’ironia con cui il poeta esprime la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che l’ha di certo etichettato come anti-tedesco perché nei suoi scherzucci si prende gioco dei birbanti (tiranni, traditori, finti liberali …). Dopo il preambolo, con quel O senta tutto toscano si appresta a raccontare al suo interlocutore ciò che gli era successo una mattina in occasione di una visita nella basilica di Sant’Ambrogio.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Il poeta si trova in compagnia del giovane figlio del Manzoni (forse Filippo), qui chiamato confidenzialmente Sandro e scherzosamente definito un di que’ capi un po’ pericolosi, riferendosi, senza mezzi termini, alla palese avversione che Manzoni nutriva nei confronti degli Austriaci e definendo il capolavoro del poeta lombardo romanzetto, prendendosi gioco anche di lui. L’intento di gabbare il funzionario si fa palese in quel Che fa il nesci (più o meno lo gnorri), salvo poi giungere alla conclusione che forse quel romanzo non l’ha letto perché il suo cervello ha tante altre faccende di cui occuparsi, prima fra tutte, è sottinteso, rendere infelici i poveri “oppressi”. Ecco che, proseguendo lo scherzo, arriva la sferzata per l’ignaro interlocutore: Dio lo riposi è un augurio che solitamente viene rivolto ai morti: il cervello del tale è, dunque, morto e sotterrato, constatazione che porta ironicamente l’attenzione del lettore sull’ignoranza e la pochezza di certi ufficiali.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi
.

Eccoci arrivati al racconto del fatto accaduto a Giusti in quel di Sant’Ambrogio. Nella basilica il poeta trova dei soldati, forse Boemi o Croati, popolazioni che allora facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. Erano lì, come i pali che sorreggono le vigne, a controllare l’ordine, mandati dai funzionari austriaci (le vigne); l’ironia si coglie anche qui in quell’impalati che li descrive nell’atteggiamento servile di chi è sempre pronto ad obbedire. Anche i baffi che Giusti paragona alla stoppa (capecchio), riferendosi ai caratteristici “colori” di quei popoli, perlopiù biondi, costituiscono una nota ironica che si accompagna a quel dritti come fusi davanti a Dio, come se dovessero stare sull’attenti anche davanti al Creatore.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ecco che il ribrezzo, la repulsione prende il sopravvento: Giusti non ha voglia di mischiarsi a quella “marmaglia”, un ribrezzo che, ovviamente, il funzionario non può provare, visto che ci vive in mezzo abitualmente e che, proprio grazie a questo suo impiego che gli garantisce lo stipendio, riesce a sopportare. L’aria, poi, là dentro è decisamente viziata (e non può essere altrimenti visti gli “ospiti”), talmente pesante da far sprigionare persino dalle candele un odore non simile alla cera (che allora doveva essere di ottima qualità) quanto al sego con cui i soldati si ungevano i baffi. Insomma, sembra proprio che la sacralità del luogo risenta dell’influsso negativo di quei soldati puzzolenti.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti
.

Quel Ma nell’incipit della nuova ottava riporta l’attenzione sulla sacralità del luogo e ispira nel poeta una sincera commozione religiosa. Le note di un canto (nell’ottava seguente verrà specificato che si tratta del coro dell’opera verdiana I Lombardi alla prima crociata) rende l’atmosfera soave e nel contempo drammatica: si parla di un popolo che soffre fra gli stenti ricordando tutto il bene che ha perduto. Come non leggere tra le righe la sofferenza dei Lombardi, contemporanei di Manzoni e di Giusti, sottoposti all’ingiusta tirannia austriaca?

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente
.

Il coro porta ad una specie di trasfigurazione del poeta che si sente parte di quella gente, di quel branco che prima aveva osservato da lontano e con disprezzo, come se non fosse più lui, rapito dalla musica e dal canto che lo inebria e lo porta ad essere solidale con chi forse non soffre meno di lui.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno
.

E sì, ormai è totalmente rapito da quel pezzo nostro, perché legato al concetto di patria, perché appartiene alla nostra cultura, quella italiana, di cui nessuno straniero potrà mai privarci. Sull’onda emotiva di quella musica suonata con arte, ovvero “maestria”, passano in secondo piano anche l’ubbie, i pregiudizi. Ecco, quindi, che al cessar della musica, il poeta vorrebbe ritornare allo stato iniziale, a quella repulsione provata all’entrata in chiesa, ma involontariamente viene giocato da un nuovo tiro: dalle bocche che parean di ghiro (il riferimento ironico è ai baffi dei soldati, simili a quelli del piccolo mammifero) viene intonato un altro canto, questa volta tedesco, che s’innalza verso l’altare, una preghiera che è allo stesso tempo un lamento, un suono grave e solenne, ma contemporaneamente flebile, che gli rapisce per sempre l’anima. L’emozione è, quindi, temperata dall’ironia con cui dipinge gli austriaci: cotenne, in riferimento all’insensibilità come quella della pelle spessa dei maiali, e fantocci esotici di legno, espressione in cui l’aggettivo esotici rimanda a tutto ciò che è estraneo alla nostra cultura. L’empatia, attraverso la musica, si fa incredibilmente concreta.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio
.

Anche nel coro tedesco il poeta percepisce la rinascita di quel sentimento nostalgico di infanzia e di patria lontana. Il cuore custodisce e ripete nei momenti di dolore i canti imparati da fanciullo: gli affetti familiari, il desiderio di pace, la voglia e l’inclinazione ad amare in modo disinteressato, il dolore per la lontananza dalla patria sono sensazioni che il poeta non può fare a meno di condividere con quei soldati in un primo momento detestati. Anche il tono della poesia cambia e questa ottava costituisce l’apice del pathos.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme
.

Inizia qui la riflessione profonda di Giusti. A ben vedere questi soldati sono vittime anch’essi del potere: un imperatore timoroso dei moti insurrezionali, tanto in Italia quanto nei paesi slavi, strappa alle loro case (evidente qui la metonimia tetti) questi uomini che tengono schiavi noi pur essendo schiavi anch’essi. (evidente qui il chiasmo che rende ancor più drammatica la considerazione del poeta). Provengono dalla Croazia e dalla Boemia ma non sono poi molto diversi da quelle mandrie di buoi che i pastori toscani portano in Maremma a svernare.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme
.

L’ottava inizia con un’enumerazione per asindeto che rende particolarmente lento il ritmo dei primi versi. È come se il poeta volesse sottolineare il senso della desolazione che caratterizza la vita dei soldati, incolpevoli strumenti della rapacità consapevole (occhiuta rapina) del sovrano, senza goderne i frutti. La rapacità, poi, riporta allo stemma austriaco, l’aquila grifagna. Essi, sottoposti ad una dura disciplina e costretti ad una condizione di vita difficile, soffrono in silenzio e solitudine, subendo la derisione di chi li odia per quel che rappresentano. È un odio che divide (efficace, qui, la litote non avvicina) i due popoli, l’italiano e il tedesco, giovando a chi regna e può confidare nell’impossibilità di una loro complicità pericolosa. È il concetto del divide et impera.

Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo
.

Nei primi versi dell’ottava finale c’è ancora spazio per la commozione del poeta: la comprensione arriva alla pietà nei confronti di questa povera gente, lontana dalla patria e costretta a subire l’atteggiamento ostile del paese che l’ospita. Ma presto la pietà sfuma in umorismo e chiude ciclicamente la lirica: l’arguzia di Giusti arriva a definire principale l’imperatore che, forse, i soldati intimamente mandano a quel paese. Magari, è pronto a scommetterlo, non lo sopportano esattamente come gli Italiani.
Ma l’immedesimazione qui si ferma: per non correre il rischio di abbracciare uno di quei soldati, l’autore, ricordandosi del suo spirito patriota, deve fuggire. Il caporale rimane lì, con il suo bastone di nocciolo (era l’insegna dei caporali austriaci), impalato esattamente come l’abbiamo trovato all’inizio della poesia, insieme ai suoi compagni di sventura.

ANNALISA SCARRONE: LA VIDEOINTERVISTA DI LAFFRANCHI

Posted in Amici, canzoni, Maria De Filippi, spettacolo, talenti, televisione tagged , , , , , , , , , a 12:38 pm di marisamoles

“Il canto contro le mie incertezze”: questo il titolo della videointervista, curata da Andrea Laffranchi, ad Annalisa Scarrone, arrivata seconda alla finale di Amici 10.

Venticinque anni, una laurea in Fisica, la passione per il canto, la timidezza, la riservatezza: queste le doti della cantante che per mesi, pur avendo dimostrato un indubbio talento fin dall’inizio della “scuola”, è stata bersagliata dai commenti severi degli “esperti”. “Annalisa è già brava, potrebbe dare di più”, “Annalisa ha talento, tecnicamente è perfetta ma non arriva”, questi i difetti a lei contestati più di frequente. Critiche che le hanno fatto male perché, come ha più volte affermato, il suo carattere non le permette di aprirsi. Ma questa chiusura a riccio, in un mondo dove l’espansività viene premiata, anche quando è più negativa che positiva (altrimenti come sarebbe potuta arrivare fino alla semifinale una come Francesca?), ha penalizzato non poco Annalisa che, se ha vinto il Premio della Critica, avrebbe potuto ambire alla vittoria nella trasmissione della De Filippi, strappando il trofeo a Virginio Simonelli che, seppur bravo e corretto nel comportamento, possiede indubbiamente meno talento e deve adoperarsi non poco per ottenere il meglio.

L’album di Annalisa, “Nali” (è il soprannome che le ha affibbiato una sua compagna di università a cui è molto legata) è uscito poco prima della finale e ha raggiunto la quinta posizione nella Classifica Fimi, cinque canzoni del suo disco si trovano nella classifica dei digital download (“Questo bellissimo gioco”, “Inverno”, “Brividi”, “Solo” e “Diamante lei e luce lui”), su iTunes rimane stabile alla seconda posizione. Un buon inizio. Speriamo che la sua carriera prosegua con successo. Se lo merita e sarebbe il suo riscatto per una vittoria mancata per un soffio.

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