30 marzo 2011

LA SCUOLA DEL RIGORE PIACE ALLA GELMINI? AI GENITORI DEL PARINI NO

Posted in attualità, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , a 4:37 pm di marisamoles

Da giorni sulla carta stampata e sui siti web si parla del caso increscioso scoppiato al Liceo Parini di Milano: una docente, assediata dai genitori “urlanti” dei suoi allievi, ha preferito capitolare e chiedere il trasferimento: «A causa di una grave situazione familiare non sono in grado si sostenere un processo diffamatorio in cui mi dovrei difendere da accuse ignobili. […] Almeno i genitori “urlanti” hanno smesso di assediarmi», ha scritto in una lettera, amaro sfogo di una professoressa incompresa.

La cosa più grave è che questa docente non è la sola ad aver subito un vero e proprio mobbing: altri quattro colleghi, stufi di essere oggetto di critiche da parte dei genitori degli allievi, pare abbiano preso un’analoga decisione.
Ma qual è il motivo del contendere? La severità. Così spiega la docente nella lettera: vessata, insultata, accusata dai genitori perché «ritenuta indegna del posto che occupo». E in questo clima «da caccia alle streghe non ho alternative che lasciare. […] Dopo 30 anni di onorato servizio per la mia futura serenità, devo cambiare scuola. […] colpevole «di pretendere un certo rigore dai propri studenti».

Non tutti i genitori, però, si sono accaniti contro questa insegnante. C’è chi prende le sue difese, anche tra gli studenti stessi: «È brava, spiega bene. Certo, pretende molto», dicono. E il supporto le arriva anche dai colleghi: «È un’insegnante rigorosa, severa e molto valida. […] i genitori non accettano che i figli prendano brutti voti a scuola».

L’addio al Parini da parte di questa professoressa non è reso meno doloroso dalla consapevolezza che finalmente sarà lasciata in pace. Il suo pensiero è rivolto, com’è giusto, ai tanti allievi che la stimano e hanno invano cercato di fermarla: «Vi lascio con profonda amarezza e grande dispiacere. Purtroppo sono costretta», ha scritto loro nella lettera.

Questa vicenda è penosa, per molti motivi.

Prima di tutto è la testimonianza di quella disistima che grava sulla scuola pubblica italiana da parte degli utenti e, in particolare, della scarsa considerazione di cui godono i docenti.

In secondo luogo fa riflettere sul potere che hanno le famiglie di distruggere le carriere degli insegnanti troppo bravi e severi: molto meglio quelli che regalano i voti, evidentemente, non importa se da loro s’impara qualcosa perché i figli, pur ignoranti, alla fine avranno in mano quel pezzo di carta conquistato senza tanta fatica, avendo avuto la libertà di fare sport, suonare, uscire con gli amici, andare a sciare tutti i week end … che poi è esattamente quel che importa a certe famiglie.

Infine questa vicenda non può far altro che convincerci, parlo di noi docenti, che la valutazione dell’operato dei docenti da parte delle famiglie e degli allievi è assolutamente sconsigliata per premiare il merito. A meno che non si voglia premiare il buon cuore di certi insegnanti piuttosto che le loro competenze in ambito didattico.

Naturalmente c’è da dire che questo è un episodio alquanto isolato (altrove, a causa della eccessiva severità dell’insegnante se ne sono andati via gli allievi: LEGGI QUI), ma non è detto che questa specie di virus non si diffonda e contagi le famiglie italiane alle quali non interessa minimamente la qualità della scuola ma la possibilità che i loro figli la frequentino ed ottengano la promozione senza troppi sforzi.

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29 marzo 2011

BON TON AMOROSO

Posted in amore, Francesco Renga, politica, spettacolo, televisione, Uomini e donne, vip tagged , , , , , , , , , , , , , a 4:33 pm di marisamoles


Dai gossip cerco di tenermi alla larga. Quasi mai ne parlo qui ma ho letto un articolo di Maria Luisa Agnese su Il Corriere che merita un po’ d’attenzione. Mi fa piacere condividerlo con i miei lettori.

Al centro dell’attenzione mediatica in questi giorni sono piombati due triangoli amorosi, veri o presunti che siano, a noi non interessa. Uno ha coinvolto la coppia Ambra Angiolini e Francesco Renga. Lei, ex teenager di Non è la Rai, arruolata dal pigmalione Gianni Boncompagni che le parlava nell’auricolare e lei, come un’oca, pardon un pappagallo, ripeteva tutto ciò che lui le suggeriva, ora è un’attrice affermata anche se caduta recentemente nell’occhio del ciclone per aver partecipato alla famosa manifestazione delle donne contro Berlusconi. Lui, ex voce solista dei Timoria ora cantante affermato di grande talento. Una coppia solida, la cui unione è stata allietata dalla nascita di due bambini, Jolanda e Leonardo. Il presunto tradimento è stato scovato da Alfonso Signorini che su Chi ha fatto pubblicare delle foto in cui la Angiolini era teneramente abbracciata a Pier Giorgio Bellocchio con il quale l’attrice è attualmente impegnata in una tournée teatrale. Lei ha smentito pubblicamente di aver tentato di bloccare la pubblicazione delle foto e accusa Signorini di aver montato ad hoc il servizio, per screditarla agli occhi dell’amato Renga, vendetta crudele per la sola e innocente colpa di aver protestato contro il premier.

L’altro triangolo amoroso riguarda il ministro Mara Carfagna, promessa sposa di Marco Mezzaroma, e il collega parlamentare Italo Bocchino. Mentre lui porge pubbliche scuse alla moglie tradita di fronte alle telecamere di Che tempo che fa, una sorta di refugium peccatorum che vede Fabio Fazio nella veste di testimone a favore (e già questa può essere considerata una mossa strategica), Mara Carfagna dalle pagine del suo blog smentisce ogni addebito e dice che con Mezzaroma se la deve vedere solo lei, sono fatti suoi.

Quello che nell’articolo dell’Agnese viene sottolineato è il diverso modo in cui hanno affrontato la questione i due uomini: Renga, appena uscite le foto incriminate della compagna, le dedica una canzone dal palco del concerto; Bocchino fa una specie di pubblica ammenda, chiedendo perdono alla moglie, senza nemmeno prendere in considerazione l’impatto che la sua “confessione” possa avere sulla presunta traditrice e sul presunto cornuto. Come dire: è una questione di stile. E aggiungo: signori si nasce, non si diventa, come mi è sempre stato detto dalle donne di casa, mamma e nonna.

VIVA RENGA. ABBASSO BOCCHINO.

Francesco Renga, che sarebbe marito tradito da Ambra, la sera stessa dell’uscita del gossip monta sul palco a Brescia per cantare in concerto e, prima di cominciare, cosa fa? Dedica alla compagna supposta fedifraga la sua canzone preferita, dicendo: “Anche se qualche sciacallo stamattina ha voluto rovinare la nostra storia, canto per te Stai con me”.

Italo Bocchino, il marito traditore invece va da Fabio Fazio in tv per riparare al dolore della moglie Gabriella che si era manifestato attraverso un’intervista a Vanity Fair, e che fa?

Sillaba le sue scuse catodiche con occhio gelido e burocratico eloquio, sembra un bambino cresciuto che recita di malavoglia una non bella poesia mandata a memoria: “A prescindere dal merito che riguarda il privato di alcune persone, c’è da dire che nel momento in cui ho letto quell’intervista non ho potuto non tener conto che è un elemento di forte sofferenza per mia moglie. Se mia moglie soffre io, come marito e come padre, ho il dovere di capire il perché e ho il dovere di chiedere scusa. Quindi colgo l’occasione per chiedere scusa degli errori commessi”.

Destini incrociati e opposte pubbliche reazioni del presunto cornuto e del cornificatore confesso. Assimmetrie di comportamento che vanno tutte a favore dell’uomo tradito o presunto tale che avrebbe avuto anche il diritto di comportarsi altrimenti. Ecco perché fra i due, il nostro eroe è senza ombra di dubbio Renga, l’uomo caldo e forte che ignora/perdona quelle foto apparse su Chi che ritraggono la compagna affettuosamente avvinta all’attore Pier Giorgio Bellocchio, in nome di qualcosa di superiore, un amore o una serenità familiare da ricostruire.

Meno molto meno ci scalda il cuore il politico cinico che liquida così non solo la moglie ma anche “l’errore”, cioè l’amante tradita con cui in un baleno non solo ammette la relazione (e chissà cosa ne pensa il secondo incomodo, Marco Mezzaroma promesso sposo di Carfagna!), ma anche la sua irrilevanza.


Quel che é certo è che nell’era della grande visibilità nessun triangolo potrà reggere più sulla tradizionale ipocrisia del “si fa ma non si dice”. Morta e sepolta per sempre, travolta dallo tsunami mediatico, dall’inondazione di “privato è pubblico”, di politica-spettacolo. Ma non solo: ormai personaggi pubblici lo si è tutti o quasi per colpa di Facebook, sito intrusivo per eccellenza (e molti tradimenti si scoprono proprio per causa sua o di abuso di sms). E allora chiunque, famoso o no, d’ora in avanti dovrà attrezzarsi con destrezza per non fare più ingessate figure alla Clinton o alla Bocchino. E anche se Mara Carfagna dal suo blog scompiglia le carte e cerca di tornare alla vecchia regola del negare, negare sempre (“Chiacchiere. Amo Marco e di queste cose devo parlare solo con lui”), urgono nuovi e diversi codici di bon ton amoroso. Avete qualche idea/esperienza/consiglio, in proposito?

[foto sotto il titolo by Tvglobo]

AGGIORNAMENTO DEL POST

Mara Carfagna, in un video, ha affrontato l’argomento spinoso del gossip di cui si è resa protagonista insieme ad Italo Bocchino. In verità, sui 3 minuti e 34 secondi di video, solo 2 minuti e 41 secondi sono “dedicati” alla vicenda del presunto triangolo amoroso. Per il resto, è solo propaganda politica in cui elenca tutte le buone cose fatte negli ultimi anni, da quando, tolti gli abiti di scena, indossa le vesti di ministro.
Si tratta, dice, di un argomento privato di cui parla pubblicamente ma non senza imbarazzo, e per la prima e ultima volta, liquidandolo con poche parole: “Di queste cose devo parlare solo a Marco Mezzaroma, l’unico uomo che amo … Sono chiacchiere al vento e che il vento se le porti”.

Ma come? Ne vuole parlare solo a mezzaroma? Ma se ormai di questo presunto flirt ne parla l’Italia intera

28 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “LE ULTIME ORE DI VENEZIA” DI ARNALDO FUSINATO

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , , , , , , , a 4:37 pm di marisamoles

Un altro poeta romantico (ho già parlato di Giuseppe Giusti QUI e di Luigi Mercantini QUI) che legò la sua produzione poetica allo spirito patriottico fu Arnaldo Fusinato, autore di numerose liriche anche se la più nota è, senz’ombra di dubbio, Le ultime ore di Venezia, ricordata anche con il titolo di Bandiera bianca, dall’ultimo verso che chiude ben quattro delle undici ottave di cui si compone la lirica. Gli ultimi due versi di quello che appare quasi un appassionato ritornello, Sul ponte sventola / bandiera bianca, furono resi popolari dal cantautore Franco Battiato che li riprese nella nota canzone del 1981.


Arnaldo Fusinato nacque a Schio, in provincia di Vicenza, nel 1817. Fin dai tempi dell’università (studiò a Padova), iniziò a comporre le sue liriche, caratterizzate dalla vena satirica, in cui manifestava spesso quel “male di vivere” sotto la dominazione austriaca comune a molti patrioti del tempo.
La lotta contro l’usurpazione austro-ungarica nel Lombardo-Veneto vide il giovane poeta, allora trentenne, imbracciare le armi a difesa prima della sua città, che fu assediata e dovette arrendersi, poi di Venezia alla cui eroica resistenza dedicò i versi della poesia menzionata. In seguito alla sconfitta della città lagunare, Fusinato condivise con molti altri eroi del Risorgimento l’amara esperienza dell’esilio. Morì a Verona nel 1888 e fu sepolto nel cimitero del Verano a Roma.

Nella poesia Le ultime ore di Venezia l’autore descrive, coniugando patriottismo e sentimentalismo (a tratti par di leggere tra i versi un amore disperato nei confronti di una donna), l’estrema agonia di una città che solo ridotta allo stremo è costretta ad arrendersi (la bandiera bianca, infatti, è convenzionalmente simbolo della resa) al nemico, dopo una strenua difesa operata dall’eroico Daniele Manin che per breve tempo fu a capo della “Repubblica di San Marco”. Costui, dopo aver guidato per oltre un anno, dal 1848 al 1849, la straordinaria resistenza di Venezia assediata dagli Austriaci, fu esiliato a Parigi, dove continuò fino alla morte, sopraggiunta nel 1857, a lavorare per l’unità d’Italia.
La “schiavitù” di Venezia non era recente. Nel 1797 Napoleone aveva decretato la fine della gloriosa Repubblica della Serenissima e con il Trattato di Campoformio (17 ottobre) aveva tradito le aspettative di molti che ritenevano concreto il pericolo di passare sotto la dominazione asburgica (uno tra tutti, Ugo Foscolo che, sentendosi tradito dall’imperatore francese, preferì l’esilio volontario e la morte in miseria, al giogo straniero), cedendo definitivamente Venezia all’Austria. Ma i veneziani non si arresero mai alla dominazione austriaca e quasi miracolosamente, dopo diciotto mesi di lotta, il 22 marzo 1848 riuscirono a riacquistare la libertà, dopo più di cinquant’anni di oppressione, prima francese e poi austriaca. Liberato Manin dal carcere (era stato imprigionato perché ritenuto pericoloso per la stabilità del dominio austriaco, vista la sua propensione per gli atti di ribellione), “per unanime volontà del popolo”, e portato quasi in trionfo in piazza san Marco, fu nominato presidente della neonata “Repubblica Veneta di San Marco”.
Come già detto, la resistenza contro gli Austriaci fu feroce e determinata ma i veneziani furono lasciati soli a combattere contro l’oppressore. Il Piemonte, Stato guida nei moti insurrezionali, non si curò della città lagunare e Cavour definì l’indipendenza veneta di Manin “una corbelleria”. Ma la resistenza contro l’esercito del generale Radetzky, pur indefessa e valorosa, non fu sufficiente per difendere la libertà: ai mali della guerra, si aggiunsero la fame, dovuta all’impossibilità del vettovagliamento, e il caldo afoso di luglio che causò un’epidemia di colera. A questa tragedia si riferisce Fusinato quando canta il morbo infuria, il pan ci manca, una tragedia che ha le ore contate: Manin, vincendo la resistenza del popolo che avrebbe voluto, nonostante tutto, continuare a lottare per l’indipendenza, il 27 agosto 1849 consegnò agli Austriaci una città silenziosa, ammutolita dal dolore, dagli stenti, dalla morte. Una popolazione decimata non solo dalle armi ma anche e soprattutto dalla fame e dal morbo insensibile all’eroismo dei veneziani.
Il 30 agosto Radetzky entrò in città e fece celebrare dal Patriarca una messa solenne per ringraziare Dio di aver restituito Venezia, sebbene semidistrutta, al legittimo sovrano. (mi sono limitata ad una sintesi della vicenda; trovate la cronaca dettagliata consultando la FONTE cui ho attinto).

Ecco, dunque, come il poeta patriota Arnaldo Fusinato, descrive la fine della città.

È fosco l’aere,
il cielo è muto,
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia
!

La lirica, dal punto di vista metrico, è costituita da ottave di quinari, per lo più a rima ABCBDEFD, dove A, C,E sono sdruccioli.
Fin dall’incipit si nota come la natura accompagni con la sua fosca tristezza lo sgomento del poeta, ma anche quello di tutti i veneziani, per la prossima caduta della città: l’aere è fosco, il cielo è ammutolito, quasi impotente di fronte all’imminente disgrazia che grava sull’eroica città. Dal balcone Fusinato, malinconico e solo, non può far altro che osservare, sconsolato e con le lacrime agli occhi, la “sua città”, una città che non è propriamente sua, essendo egli nato a Vicenza, ma sente come sua patria.

Fra i rotti nugoli
dell’occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l’aria bruna
l’ultimo gemito
della laguna
.

Il sole scompare al tramonto (occidente) tra le nuvole che spezza con il suo raggio cui si accompagna l’estremo gemito della città sconfitta, un sibilo portato dal vento attraverso l’aria scura, quasi a voler sottolineare la tristezza di cui è pervaso il paesaggio, partecipe inerte della tragedia del popolo veneziano. Da sottolineare l’accostamento di un elemento visivo (il raggio del sole) e uno uditivo (il gemito) in cui si esprime tutta la sofferenza del poeta.

Passa una gondola
della città:
– Ehi, della gondola,
qual novità?
– Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca
!

Ecco che il paesaggio cupo è animato da una gondola in transito. Il poeta s’informa sullo stato della povera Venezia, ma la malattia e la carestia hanno già messo in ginocchio l’eroica popolazione. Non resta altro da fare che collocare sul ponte la bandiera bianca, segnale della resa.

No no, non splendere
su tanti guai,
sole d’Italia,
non splender mai;
e sulla veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna
.

Anche in questa strofa il poeta invoca la natura, chiedendo al sole dell’Italia (la laguna non può più condividere la sorte della Nazione) di non illuminare la sofferenza, il dolore senza fine di una città costretta dalla sorte a cadere nuovamente in mani nemiche.

Venezia! l’ultima
ora é venuta;
illustre martire
tu sei perduta…
Il morbo infuria,
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ormai il destino si è compiuto: Venezia acquista, nei versi di Fusinato, una fisionomia quasi umana, quella del martire che sacrifica se stesso per la fede in cui crede. L’unica fede per la città ormai perduta è la libertà.

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame…
Viva Venezia!
muore di fame
.

L’unica consolazione che rimane alla città lagunare è quella di non morire colpita dai proiettili che paiono vomitare fuoco e che piombano fischiando su di lei come fulmini. È la fame che uccide Venezia, una fame dovuta all’assedio nemico che impedisce il rifornimento di viveri. Per cantare la fine dell’amata Patria il poeta riprende l’immagine classica della Parca che, decretando la morte di qualcuno, tronca lo stame della vita.

Sulle tue pagine
scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame
!

In questa strofa ritroviamo l’invito alla Storia a scrivere, usando lettere indelebili, la gloria di Venezia e le colpe malvage dei suoi nemici. La Storia, dunque, deve perpetuare l’eroismo della popolazione facendo ricadere sui nemici vigliacchi la malvagità di chi, non potendo ottenere lo scopo con le armi, cerca di arrivarci con un mezzo molto meno nobile: la fame. Ma l’infamia rimarrà marchio eterno sugli avversari così come la gloria stessa della città.

Viva Venezia!
L’ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan le manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ecco che in quel “Viva Venezia” dell’incipit il poeta esprime tutta la stima che dev’essere tributata ad una città che ha saputo reagire all’impeto iroso degli Austriaci trovando il coraggio e la determinazione nel ricordo della sua gloria passata, emulando il valore degli antenati che hanno difeso più volte la città. Un esempio di virtù che, tuttavia, non servirà più.

Ed ora infrangasi
qui sulla pietra,
finché è ancor libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto
!

A questo punto Fusinato dedica alla sua patria l’ultimo canto, prima che la cetra (evidente simbolo della poesia) s’infranga sulla pietra. È chiaro il senso di queste parole: d’ora in poi il poeta tacerà, non scriverà più dal momento che il suo canto non sarà più libero. E insieme alle ultime parole dedicate alla città stremata, invia anche l’ultimo bacio, a dimostrazione dell’affetto che prova, e l’ultimo pianto, espressione di un dolore ormai inconsolabile.

Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero,
vivrai nel tempio
qui del mio cuore
come l’immagine
del primo amore
.

L’aggettivo ramingo, ad inizio verso, rende il lettore partecipe del destino del poeta: l’esilio. Ma anche lontano dalla sua patria, calpestando il suolo di una terra straniera, la città lagunare sarà sempre la Patria e continuerà a vivere nella memoria e nel cuore. L’immagine del tempio dà sacralità al concetto stesso di Patria mentre il riferimento al primo amore pervade questi versi di un sentimentalismo sincero e nello stesso tempo maturo: il primo amore non si scorda mai, recita il detto. E Fusinato lo sa.

Ma il vento sibila,
ma l’onda è scura,
ma tutta in tenebre
é la natura:
le corde stridono,
la voce manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ed eccoci alla strofa finale, un commiato triste e rassegnato. Il sibilo del vento e l’onda scura ripresentano l’immagine di una natura desolata di fronte alla tragedia umana. Le tenebre che avvolgono la natura rappresentano il lutto di un popolo che, guardando la bandiera bianca sventolare sul ponte, non può che ammettere la sua sconfitta. Anche le corde della cetra stridono, si rifiutano di cantare oltre così come al poeta manca la voce. Non c’è più nulla da dire.

24 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “LA SPIGOLATRICE DI SAPRI” DI LUIGI MERCANTINI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , , , , a 6:05 pm di marisamoles

Proseguendo il viaggio attraverso le liriche che hanno contribuito ad accendere gli animi degli uomini del Risorgimento (QUI trovate Sant’Ambrogio di Giuseppe Giusti), oggi mi voglio soffermare su una poesia che una volta si studiava a memoria, a partire dalle scuole elementari: La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini. Un poeta, quest’ultimo, considerato minore e attualmente pressocché sconosciuto agli studenti italiani, le cui liriche, però, ebbero in passato una vastissima risonanza, specie la già citata Spigolatrice e l’Inno di Garibaldi.

Luigi Mercantini nacque a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, nel 1821, trasferendosi poi a Fossombrone, dove compì i suoi studi e ottenne l’incarico di bibliotecario, quindi ad Acervia, dove insegnò retorica. Nel 1849 partecipò alla difesa di Ancona che, avendo aderito alla Repubblica Romana, era assediata dagli Austriaci. Dopo la presa della città andò in esilio nelle isole ioniche di Corfù e Zante, dove conobbe altri noti esuli come Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e Gabriele Pepe.
Rientrato in Italia nel 1852, si stabilì a Torino entrando in contatto con gli ambienti patriottici piemontesi. Nel 1854 divenne docente di letteratura italiana nel Collegio femminile delle Peschiere. Nel 1858 conobbe Giuseppe Garibaldi che lo invitò a comporre un inno: nacque così la Canzone Italiana, musicata da Alessio Olivieri, assai più nota come Inno di Garibaldi (Si scopron le tombe, si levano i morti è il suo incipit). Altro inno patriottico scritto da Mercantini è Patrioti all’Alpe andiamo, musicato da Giovanni Zampettini.
Dopo altre esperienze sia giornalistiche sia didattiche, nel 1865 venne nominato docente di Letteratura italiana presso l’Università di Palermo. Qui fondò il giornale La Luce senza tralasciare l’attività poetica. Nel capoluogo siciliano morì il 17 novembre 1872.(Per ulteriori informazioni biografiche CLICCA QUI)

La poesia La spigolatrice di Sapri (costituita da strofe di endecasillabi a rima baciata) fu composta nel 1857 per rievocare l’eroica ma sfortunata spedizione compiuta da Carlo Pisacane, seguace di Mazzini, che tentò di liberare il Regno delle Due Sicilie dalla dominazione borbonica. Pisacane, con pochi uomini, tentò di sollevare le plebi meridionali, sperando di innescare una vera e propria insurrezione popolare. Ma la sua spedizione non ebbe il successo sperato: nello scontro con l’esercito borbonico a Sapri, nel Cilento, il 2 luglio 1857, Pisacane e ventisei dei suoi caddero sul campo.
Nel rievocare quest’evento legato al Risorgimento italiano, Mercantini lo enfatizza conferendogli un’aura leggendaria, che poi conservò nell’immaginario popolare, tanto da essere una delle liriche più conosciute dedicate a questo periodo storico. La poesia facilmente conquista il lettore, per il suo andamento ritmico e quel ritornello che, di tutta la lirica, è la parte meglio conosciuta (Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!) e tramandata. Sembra quasi una chanson de geste, con la sua musicalità semplice e nello stesso tempo appassionata, quasi un momento epico attenuato soltanto dalla evidente ingenuità.
La particolarità della poesia è il punto di vista: Mercantini adotta quello di una lavoratrice dei campi, intenta alla spigolatura e presente allo sbarco, che incontra Pisacane e ne rimane conquistata. La giovane parteggia per i trecento ma assiste impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.

Fin dall’inizio ci si può render conto dell’enfasi con cui il poeta ricorda questo evento: i compagni di Pisacane, infatti, furono assai meno dei trecento rievocati nel primo verso. Solo ventisette, come si è detto, furono le vittime. Probabilmente il numero assume una connotazione leggendaria e simbolica: sembra quasi rievocare i trecento spartani morti alle Termopili, storica battaglia fra Greci e Persiani che spesso acquista un valore esemplare negli scritti del Risorgimento (ad esempio, nella canzone All’Italia di Giacomo Leopardi).
Quello che colpisce al primo impatto con questa lirica è l’uso delle reiterazioni (eraneran; una barcaera una barca; ritornataritornata) che producono, con la consapevolezza d’arte, gli effetti tipici della narrazione epico-cavalleresca. Nel terzo verso il riferimento al tricolore contribuisce a dare il doveroso tono patriottico alla poesia, con l’accenno storico seguente ad uno sbarco di Pisacane all’isola di Ponza in cui, effettivamente, il capo-spedizione si fermò per liberare i detenuti e “arruolarli” nel suo piccolo ma valoroso esercito.
Nell’ultimo verso di questa prima strofa quel a noi non fecer guerra chiarisce l’intento di Pisacane che stava tentando di liberare il popolo dall’oppressione borbonica.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Dopo la reiterazione del verso iniziale, che si ripete, a mo’ di ritornello, nell’incipit di ogni strofa, si può notare la ripresa dell’ultimo verso della precedente che contribuisce ad offrire alla poesia quella musicalità di cui si è già detto. Segue poi il gesto degli uomini che scendono dalla barca e baciano la terra con quella lacrima e quel sorriso che esprimono e visualizzano in modo elementare il sentimento di commozione che anima i trecento. A questi eroi viene, tuttavia, rivolta la consueta accusa con cui i governi reazionari tentavano di screditare, isolandole, le avanguardie rivoluzionarie dei movimenti popolari. La spigolatrice, però, vede con i suoi occhi l’onestà di questa gente che non porta via nemmeno un pane e che, anzi, si dichiara pronta a morire per liberare quelle terre.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: – dove vai, bel capitano? –
Guardommi e mi rispose: – O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. –
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: – V’aiuti ‘l Signore!

Ed ecco che agli occhi della giovane spigolatrice scompaiono gli altri duecentonovantanove. Solo uno di quegli eroi giovani e forti cattura la sua attenzione: biondo, con gli occhi azzurri, cammina davanti agli altri, assumendo l’aspetto e il portamento del loro capitano. La giovane, fattasi coraggio, prende fra le sue le mani di quel giovane da cui viene a sapere che la missione che comanda è volta alla libertà della patria per la quale lui e i suoi compagni sono pronti a morire. Le parole del capitano provocano un tremito nella giovane che non riesce nemmeno, per l’emozione, a rivolgere loro una preghiera, l’invocazione dell’aiuto divino.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille
.

Il fervore con cui i trecento si avviano a combattere per la patria è talmente forte e autentico da indurre la spigolatrice a seguirli, abbandonando, per quel giorno, la consueta attività. Ma la fortuna sembra non assistere il drappello di soldati improvvisati: i gendarmi li respingono per due volte e, giunti alla Certosa, con squilli di trombe, rulli di tamburi, in un’atmosfera che si accende dei lampi prodotti dalle armi e dal fumo causato dagli spari, i giovani valorosi vengono travolti da un numero ben più consistente di soldati borbonici. Qui si nota l’iperbole in quel mille che sembra presagire uno sbarco ben più fortunato, e tutta questa parte assume la connotazione del racconto popolare, il racconto di una testimone oculare che con semplicità e con immagini vivide descrive in breve l’assalto agli uomini del suo eroe.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fin che pugnar vid’io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

L’eroismo di questi patrioti si concretizza in quel non voller fuggire, in quel vollero morire, ripetuto nel verso successivo con l’elisione del verbo, in quel sangue che correa, tingendo tutto il piano, in quel pugnar col ferro in mano che denota il coraggio ma nello stesso tempo l’inutilità del sacrificio umano. La spigolatrice prega per il giovane biondo dagli occhi color del cielo e per i suoi compagni di sventura: anche le sue orazioni, però, sono inutili. Quando si rende conto che quegli occhi azzuri e quei capelli d’oro sono scomparsi alla sua vista, si sente mancare e non ha più il coraggio di guardare. Di fronte ai suoi occhi non c’è più l’mmagine di un amore inutilmente vagheggiato, c’è il quadro, desolato ed inquietante, di una carneficina: Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

22 marzo 2011

ROSY BINDI, LA PROMESSA SPOSA CHE NON SI E’ FATTA PRENDERE

Posted in politica, Satyricon tagged , a 7:06 pm di marisamoles

Rosy Bindi si mette a nudo – si fa per dire, per fortuna – e confessa di aver avuto, in gioventù due o tre fidanzati, uno dei quali, con degli splendidi occhi blu, piaceva anche a sua nonna. Ah, però.

Il presidente del partito democratico si racconta ad A dopo che per una intera vita ha fatto di tutto per tenere nascosto il proprio lato privato, facendo un’eccezione per il settimanale diretto da Maria Latella. Alla domanda: “Mai avuto delusioni?” Bindi, che ha da poco compiuto sessant’anni, risponde: “Eh no, manco per idea, e che, mi faccio lasciare, io? Piuttosto non mi faccio prendere… Un amore non corrisposto non l’ho mai preso in considerazione”.

Leggendo questo stalcio di “confessione” pubblicato su Il Giornale, mi è venuto in mente l’episodio del Promessi Sposi (siamo all’VIII capitolo) in cui Agnese, madre di Lucia, cerca di trattenere la Perpetua di don Abbondio, permettendo a Renzo e Lucia di introdursi, insieme a due testimoni, nella casa del curato per il “matrimonio a sorpresa”.

[…] venne avanti anche Agnese, e salutò Perpetua per nome.
– Buona sera, Agnese, – disse Perpetua: – di dove si viene, a quest’ora?
– Vengo da… – e nominò un paesetto vicino. – E se sapeste… – continuò: – mi son fermata di più, appunto in grazia vostra.
– Oh perché? – domandò Perpetua; e voltandosi a’ due fratelli, – entrate, – disse, – che vengo anch’io.
– Perché, – rispose Agnese, – una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare… credereste? s’ostinava a dire che voi non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lunghigna, perché non v’hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete rifiutati, l’uno e l’altro
– Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?
– Non me lo domandate, che non mi piace metter male.
– Me lo direte, me l’avete a dire: oh la bugiarda!
– Basta… ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.
Guardate se si può inventare, a questo modo! – esclamò di nuovo Perpetua; e riprese subito: – in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere… Ehi, Tonio! accostate l’uscio, e salite pure, che vengo -. Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata.
[…]

Chissà, forse i fidanzati della Bindi si chiamavano Beppe e Anselmo …

20 marzo 2011

COMPUTER ADDICTION

Posted in affari miei, web tagged , , , a 12:08 pm di marisamoles

Eccomi qui, con il mio pc ancora in riparazione (e solo dio sa quanto tempo ci vorrà per ripararlo), ad usare quello di mio figlio secondogenito, l’unico disponibile a venirmi incontro in questo momento di emergenza. Ovviamente devo stare ai suoi orari, nel senso che posso usare il suo portatile (uno dei due, in verità) quando non serve a lui. Ma è giusto così. Per il resto, ho potuto amaramente constatare che marito e figlio primogenito (che in molte cose assomiglia a me mentre l’altro è tutto suo padre) hanno un concetto di proprietà privata poco elastico: la condivisione non è tenuta in nessun conto perché per loro due il computer è un oggetto ad uso esclusivo, qualsiasi cosa accada. Le emergenze – nemmeno se imploro che mi serve per lavoro, si lasciano commuovere – non li riguardano.

In questi giorni ho potuto riflettere sul mio rapporto con il pc, giungendo alla constatazione che ormai per me rappresenta una necessità primaria. Eppure non lo volevo. Ho difeso strenuamente la mia posizione quando tutti gli altri – i miei tre uomini – reclamavano la necessità di acquistare un computer. Ma io resistevo: mai e poi mai avrei fatto entrare nella mia vita quell’orribile scatola, rinunciando alle mie amate carte. Poi ho miseramente capitolato, ma non per l’insistenza dei miei di casa, bensì per l’imposizione che ho dovuto subire da parte della scuola: mi hanno fatto frequentare un corso – che poi ho lasciato a metà perché ho capito che s’impara sbagliando, provando e riprovando e della teoria nonché dei manuali non sapevo che farmene -, mi hanno costretta ad utilizzare il computer per “mettere i voti”, essendo molto più comodo, soprattutto per la segreteria, un floppy disc (allora le penne USB non esistevano) dei tabelloni compilati a mano. E i vantaggi, poi, c’erano anche per noi docenti: prima dovevamo fare tutto a mano, dalla compilazione dei tabelloni, in più copie, a quella dei registri da archiviare e alle pagelle. Un risparmio di tempo notevole che fu subito da me apprezzato, specialmente a giugno quando, in occasione degli scrutini finali, spesso si doveva stare ore in un’aula trasformata, dal clima estivo, in una vera e propria fornace.

Messa in soffitta la vecchia Olivetti, cui ero particolarmente affezionata perché mi era servita a battere tutta la stesura provvisoria della tesi di laurea, mi convinsi che il computer effettivamente aveva facilitato la mia vita: ad esempio, in breve mi ritrovai un vero e proprio archivio di prove e verifiche che mi tornava utile ed era pronto all’uso senza dover ribattere a macchina tutta la prova anche solo per cambiarne l’intestazione. Devo ammettere, però, che difficilmente riciclo delle prove già somministrate, ma posso prendere un pezzo qua e uno là, aggiungendo qualcosa di nuovo o cambiando qualche domanda o esercizio, et voilà, il gioco è fatto: il copia-incolla non ha eguali nel risparmio di tempo. Tuttavia, la tecnologia non mi ha mai fatto cambiare idea sul fatto che anche la carta è importante: all’archivio informatico corrisponde quello cartaceo, cosa che mio marito non ha mai capito. Ma lui non ama la carta quanto me.

Poi venne Internet. Anche in questa occasione mi dimostrai alquanto restia. Prima di tutto temevo che l’utilizzo dei motori di ricerca impedisse alla testa dei miei figli di ragionare. Poi temevo che si imbattessero in siti non adatti a loro ed io non potevo avere il controllo totale, anche perché spesso ero fuori casa o, se stavo enro le pareti domestiche, ero normalmente rintanata nello studio a lavorare. Inoltre, ritenevo il web una perdita di tempo, nel senso che offriva di certo dei vantaggi nelle attività lavorative e scolastiche, ma era da me concepito più che altro come un ottimo strumento per divertirsi e trastullarsi – da parte dei miei figli, ovviamente – a scapito dello studio.
E così prendevo tempo, adducendo il pretesto del cavo telefonico: non avendo la presa del telefono in studio – luogo in cui si trovava il pc -, facevo notare ai miei uomini che sarebbe stato oltremodo antipatico utilizzare il cavo, facendolo correre attraverso mezza casa, per collegarsi ad Internet ogni volta che serviva. L’avvento del wireless segnò la mia resa incondizionata. Avevo perso anche questa battaglia, pur rendendomi conto ben presto dei vantaggi che potevo ottenere navigando su Internet in qualsiasi momento e senza dovere andare a scuola. Oltretutto, nel frattempo anche i voti per gli scrutini dovevano essere messi on line, cosa che potevo fare comodamente anche la domenica, quando la scuola era chiusa.

Fino a due anni e mezzo fa, però, il mio utilizzo del web era molto limitato. Poi, avendo aperto il blog, tutto è cambiato. Avevo scoperto che il pc non era più uno strumento di lavoro ma che potevo utilizzarlo anche per coltivare i miei interessi ed hobby. Non era più solo un dovere, era diventato soprattutto un piacere, uno strumento di condivisione che non avevo tenuto mai in alcun conto.
Ed eccomi qui, dunque, a raccontarvi queste cose e a dirvi che in questi giorni senza il mio pc ho sofferto non poco. Tutto mi è sembrato faticoso: preparare le prove per i miei studenti senza avere sotto mani l’archivio, e per giunta dovendo rimanere a scuola oltre l’orario, mi ha fatto perdere un sacco di tempo. Rendermi conto che avevo dei lavori in sospeso che dovevano attendere tempi migliori, ovvero la riparazione del mio pc, per essere ultimati mi ha oltremodo innervosita. Mi sono detta più volte scema per non aver salvato sulla penna i documenti più importanti per poi scoprire che i dati salvati non sono leggibili dal portatile di mio figlio perché ha un programma diverso e io non so come convertire i file.

A volte penso che se non avessi il pc e l’ADSL la mia vita sarebbe diversa: potrei fare una passeggiata o leggere un libro. Quante volte ho pensato: ah, se avessi un po’ di tempo per starmene tranquillamente distesa sul divano a leggere un libro tutto d’un fiato, invece che leggere qualche pagina prima di addormentarmi e nemmeno tutte le sere, così perdo anche il filo. Eppure in questi giorni non ho fatto nulla di tutto ciò. Ho corretto i compiti, quello sì, ma nel momento in cui dovevo valutarli e non potevo scaricare dal pc la griglia di correzione, mi sono ritrovata, per l’ennesima volta, a maledire il momento in cui il computer si è rotto. Allora, per evitare di usare penna, carta e righello come facevo una volta, sono rimasta a scuola un’ora in più per preparare una griglia nuova. Niente di speciale: una semplice, banalissima tabella che a casa faccio in due minuti e mezzo. Ma a scuola i computer hanno un programma diverso e, non sapendolo usare, ho impiegato un’ora invece di due minuti e mezzo!

Per concludere, mi sono chiesta: ma sono davvero computer-dipendente? Be’, se intendiamo una vera e propria addiction, forse no. Ma la vita è molto più semplice avendo sottomano un pc … anzi, lo è se si ha sottomano il proprio pc. Ora, ad esempio, ho un mal di schiena tremendo per aver scritto con quello di mio figlio. Quindi, il proprio pc è un po’ come la coperta di Linus: sai che c’è, che lo puoi accendere e spegnere quando vuoi, che non ti delude mai (nel senso che sa fare quello che vuoi tu, una tabella ad esempio), che è un compagno fedele nel tempo libero e un alleato prezioso nel lavoro, ma soprattutto tutela la tua salute perché non ti fa mai venire il mal di schiena … o quasi mai.

P.S. Ora non chiedetemi come mai, essendo un portatile, non ho spostato il pc di mio figlio per evitare il mal di schiena, dovuto al fatto che la sua scrivania è troppo alta per me … l’ho pensato solo adesso. Il fatto è che il mio è fisso …

[immagine da questo sito]

18 marzo 2011

500.000

Posted in affari miei, web tagged , , a 10:22 pm di marisamoles

Mezzo milione di visualizzazioni: un traguardo che non avrei mai osato sperare. Eppure oggi, alle 22 e 18, è diventato realtà.

GRAZIE A TUTTI I MIEI LETTORI. GRAZIE DI CUORE.

[immagine da questo sito]

17 marzo 2011

BUON COMPLEANNO, ITALIA!

Posted in 150 anni unità d'Italia, attualità, auguri, cultura, storia tagged , , a 4:42 pm di marisamoles

Gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; […] pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro.
(M. d’Azeglio, I miei ricordi)

Massimo D’Azeglio scrisse le sue memorie, pubblicate postume, negli ultimi anni della sua vita. Morì a Torino nel 1866: l’Italia aveva cinque anni. Ora, a 145 anni di distanza, vorrei invitare i nostri politici, tutti, a leggere queste righe: sembrano scritte per loro.

BUON COMPLEANNO, ITALIA!

14 marzo 2011

IL GIAPPONE DELLE DONNE

Posted in cronaca, cultura, donne tagged , , , , , a 5:35 pm di marisamoles


Della tragedia che ha colpito il Giappone si è scritto di tutto e molto si scriverà ancora per giorni, settimane, forse mesi. Al di là della cronaca, che si può leggere su tutti i giornali e vivere attraverso i filmati e i fotogrammi che ci arrivano ora dopo ora da un Paese distrutto dal dolore, prima ancora che dai danni materiali, non si può dire nulla di questa immane tragedia. Nulla che non sia scontato e che possa apparire retorico, cose dette per circostanza, niente di più.

C’è un articolo sul Corriere.it, firmato da Laura Cuppini, che ha attirato la mia attenzione. Parla delle donne giapponesi, belle, forti, eleganti, mai volgari. Travolte dalla catastrofe si sapranno rialzare, come sanno fare i giapponesi, uomini e donne che siano. Senza dimenticare, però, le decine di migliaia di morti che forse nessuno mai si sarebbe aspettato, in un Paese all’avanguardia per quanto riguarda i sistemi antisismici, un Paese che ha sempre guardato avanti e mai si è pianto addosso, nemmeno dopo la terribile esperienza della bomba atomica. Quella catastrofe, però, era opera dell’uomo, questa è opera della natura che i giapponesi hanno sempre rispettato e con cui sono vissuti sempre in simbiosi. Questa volta la Natura non è stata equa, non ha contraccambiato l’Amore che i nipponici le hanno sempre donato, disinteressatamente, e che continueranno a donarle.

Riporto di seguito alcuni brani dell’articolo della Cuppini, che potete leggere integralmente QUI:

IN GIAPPONE, CON IL CUORE

Cosa avrebbero fatto le eroine di Hayao Miyazaki trovandosi di fronte alla inimmaginabile tragedia che ha colpito il Giappone?

La piccola Chihiro (“La città incantata”), Nausicaä (che salva il mondo dalla distruzione definitiva e riporta la pace tra uomini e natura in “Nausicaä della Valle del vento”), la Principessa Mononoke, la bambina-vecchia Sophie del “Castello errante di Howl” che grazie alla sua bontà riesce a immaginare un’alternativa alla logica della guerra, Satsuki e Mei, le due indimenticabili sorelline di “Il mio vicino Totoro”, le sole in grado di vedere e comprendere la meravigliosa magia della natura. E Ponyo, la bambina-pesce, che involontariamente causa un terribile tsunami per essersi innamorata di un piccolo umano ed è costretta a superare una difficile prova per ristabilire l’equilibrio tra terra e mare. Cosa avrebbero fatto queste piccole grandi donne davanti a un terremoto che potrebbe aver ucciso decine di migliaia di persone? Avrebbero trovato un modo per riappacificarsi ancora una volta con la natura? […]

Vedendo le foto di queste donne e uomini con i volti impietriti ma fermi, con in braccio pochi oggetti e i loro amati animali, che cercano di soccorrere chi ha bisogno, è impossibile restare indifferenti. Penso alle donne che ho incontrato nel mio viaggio in Giappone, l’anno scorso: bellissime e curate fino quasi alla perfezione, eleganti, mai volgari, spesso sinceramente interessate alla vita e ai pensieri di chi hanno di fronte (nonostante la difficoltà di capirsi in inglese), intelligenti, discrete. Ragazze in tailleur o che sembrano uscite dai manga, anziane in forma smagliante che fanno lunghe camminate sui monti o abluzioni alle terme. Geishe per le strade, giovani con i bellissimi kimono a fiori nei giorni di festa. Donne (e uomini) che passano delle ore a osservare, fotografare o ritrarre meravigliose aiuole fiorite nei giardini pubblici, curati nei minimi dettagli dai guardiani dei parchi. Una simbiosi con la natura che si percepisce nel centro di Tokyo, come nel più sperduto paesino tra i monti.

“Presto, riportala al mare o richiamerà uno tsunami” dice un’anziana a Sōsuke, che ha preso con sé la pesciolina Ponyo per farla diventare, come lei desidera, una bambina. “Usa la magia a suo piacimento, ha finito per aprire una voragine sul mondo” grida il padre della pesciolina, Fujimoto, un tempo uomo e ora stregone che vive negli abissi. Subito dopo si scatena il finimondo: onde altissime, fatte di enormi pesci che si confondono con il blu del mare, e che rischiano di travolgere tutto. Il mare prende il sopravvento sulla terra e le leggi della natura sembrano non esistere più. Alla fine ogni cosa torna al suo posto e Ponyo diventa umana. Nell’ultima immagine del film la bambina Ponyo sta in bilico sul naso di Sōsuke. E il bambino pensa (senza formulare la domanda): “Ma non aveva perso i superpoteri?”. Miyazaki ci parla di questa grande tenerezza, di un infinito amore tra uomo e natura. Un amore non privo di incomprensioni, ma sempre capace di tornare all’armonia. Sarebbe bello pensare che anche questa volta è così, ma la tragedia sembra davvero troppo grande.

A tutti i giapponesi, donne e uomini. Il nostro cuore è con loro.

[nella foto sotto il titolo: Una superstite a Ishimaki (Reuters); per vedere le altre foto del terremoto in Giappone, CLICCA QUI]

13 marzo 2011

GELMINI DA FAZIO: “CHI VA IN PIAZZA PER LA SCUOLA PUBBLICA POI MANDA I FIGLI ALLE PARITARIE”

Posted in Mariastella Gelmini, MIUR, riforma della scuola, scuola, televisione tagged , , , , , , , , a 7:49 pm di marisamoles

Il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini, nel salotto televisivo di “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, in cui sarà ospite stasera, difende la sua riforma e tuona contro le manifestazioni di ieri, tenutesi nelle maggiori piazze italiane e organizzate dai partiti d’opposizione, a difesa della scuola pubblica. Secondo il ministro molti dei partecipanti non sono coerenti: Molti di quelli scesi in piazza per la scuola pubblica poi mandano i figli alle paritarie. E aggiunge: La trovo una incongruenza e forse vuol dire che non hanno poi tutta questa fiducia nella scuola pubblica.
Pur definendo legittima la manifestazione, il ministro ritiene che sia partita da un presupposto errato e cioè l’idea che il governo abbia attaccato la scuola pubblica e la Costituzione. Sulle parole di Berlusconi c’è stato un equivoco che adesso è stato chiarito.

Difendendosi dalle accuse dei “tagli” alla scuola pubblica, la Gelmini ha osservato: Ho tagliato solo gli sprechi.
Per avvalorare il suo operato, ha fatto l’esempio degli innumerevoli corsi di Laurea inutili e bizzarri e, soprattutto, dei soldi spesi per le pulizie nelle scuole: ci sono circa 200 mila bidelli ma si spendono 600 milioni per le imprese di pulizie. Ci sono più bidelli che carabinieri per avere le scuole sporche. Basta andare in un istituto qualsiasi, ha aggiunto, per rendersene conto.

E proprio i tagli, ha spiegato, hanno permesso di liberare fondi serviti per pagare gli scatti di anzianità che altrimenti sarebbero stati bloccati. Ha proseguito, quindi, la difesa del suo operato, affermando che i docenti italiani sono pagati pochissimo perché sono troppi, un quantitativo superiore al fabbisogno, ne consegue che i “tagli” erano e continueranno ad essere necessari. Tuttavia, adeguare gli stipendi ai livelli europei è un’umpresa assai difficile: il ministro ha ricordato che chi insegna in una scuola superiore con 15 anni di anzianità in Italia prende circa 20 mila euro in meno di un collega tedesco. Dobbiamo pagarli adeguatamente – ha sottolineato – ma se cresce il numero all’infinito sono proletarizzati.

Aspettando di vedere, in verità con estrema riluttanza, la trasmissione di Fazio stasera, mi permetto qualche osservazione: la riforma ha tagliato un buon numero di ore nei piani di studio, comportando la diminuzione delle cattedre; sono state soppresse le piccole scuole (specie in montagna) operando degli accorpamenti, quindi anche con questa manovra sono diminuite le cattedre; si è proceduto alla saturazione di tutte le cattedre a 18 ore, comportando anche in questo caso un bel taglio di cattedre; è stato aumentato il numero degli allievi per classe, diminuendo, ancora una volta, il numero dei docenti.
Tutto questo a scapito della didattica e causando un superlavoro dei docenti (ne sono testimone in prima persona) che spesso si trovano in difficoltà nell’onorare gli impegni, come preparare le lezioni, correggere gli elaborati, produrre materiale didattico “innovativo”, presenziare ad un maggior numero di riunioni … Siamo pagati poco, è vero, ma lavoriamo al meglio delle nostre possibilità, almeno la maggior parte di noi. Nonostante tutto, la prospettiva, oltre a quella di dover lavorare fino a 65 anni, uomini e donne, è quella di essere proletarizzati, sempre che nel frattempo non si sia rimasti senza lavoro. C’è da stare allegri.

[fonte: Il Sole 24 ore]

AGGIORNAMENTO ORE 21:30

Nel corso della trasmissione il ministro Gelmini ha informato i telespettatori che è in vendita il suo libro di fiabe Quando diventerai grande, scritto mentre aspettava la sua bambina, Emma, edito da Mondadori. Ha tenuto a precisare che il ricavato delle vendite sarà devoluto all’Associazione Iris che si occupa, tra l’altro, delle giovani madri con problemi oncologici.

[ultimo aggiornamento: 14 marzo 2011]

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