LA MIA COMPAGNA DI BANCO


Lei era diversissima da me, a partire dai caratteri somatici: capelli castani, occhi scuri, carnagione olivastra, non molto alta, magrissima … mentre io ho i capelli biondi (ora forse non troppo ma allora sì), gli occhi azzurri, la carnagione chiara, un’altezza media, né spilungona né nana, decisamente non magrissima, ahimè.

Per carattere, poi, eravamo il giorno e la notte: lei particolarmente seria, piuttosto permalosa, molto timida (specialmente con l’altro sesso), introversa … io, invece, allora ero sempre allegra, un po’ permalosa ma non troppo, espansiva (specialmente con l’altro sesso), estroversa.
A scuola lei se la cavava abbastanza ma le versioni di latino e greco gliele passavo quasi sempre. Alla fine, alla maturità ottenne il mio stesso voto e a me sembrò un’indicibile ingiustizia. Forse, senza che ce ne rendessimo conto, da lì le nostre strade hanno iniziato a dividersi, per non incontrarsi mai più. All’inizio avevo pensato che la nostra amicizia si fosse spenta come una candela che si consuma lentamente: io avevo cambiato città per proseguire gli studi all’università e i momenti d’incontro erano sempre più rari. Poi, a febbraio, il nostro legame, già agonizzante, finì per sempre. Ripensandoci, il motivo della rottura fu davvero ridicolo, ma lei se la prese come se avessi commesso nei suoi confronti l’offesa più grande.

Siamo state compagne di banco per cinque anni al liceo ma in realtà ci conoscevamo fin dalla prima elementare. A quei tempi non sedevamo allo stesso banco (allora non esistevano proprio i banchi a coppie) ma ci vedevamo spesso anche al di fuori della scuola. Poi, per i tre anni delle medie abbiamo frequentato scuole diverse ma non ci siamo mai perse di vista: ci incontravamo due volte alla settimana al corso d’inglese. Quando decidemmo entrambe di iscriverci al classico, scegliemmo lo stesso liceo e chiedemmo di essere messe nella stessa sezione. Ormai la nostra era un’amicizia e, per il principio degli opposti che si attraggono, siamo diventate inseparabili.

D’estate, ci si incontrava al mare, a Lignano Sabbiadoro. Anche se stavamo in posti diversi, affrontavo venti minuti di camminata sotto il sole cocente delle due di pomeriggio per stare con lei. Poi, in agosto, lei andava in montagna e ci si rivedeva solo a settembre inoltrato, visto che la mia famiglia passava la prima quindicina del mese in un’altra località montana.
Allora non c’erano i telefonini né internet né sms. Ci si scriveva semplicemente una cartolina, a volte delle lettere, e si passava buona parte dell’estate aspettando il momento del nuovo incontro, sempre pronte a raccontarci le novità, specialmente i nuovi amori. Lei era sempre molto cauta nell’affrontare i legami. Perlopiù se li immaginava, sognava ad occhi aperti, riempiva i diari scrivendo il nome dell’innamorato di turno, ma non erano mai legami veri. Era più portata per gli amori platonici. Forse per questo reagì in modo inaspettato quando le confidai la mia prima volta: non dimenticherò mai lo sguardo severo, come volesse dire “ti sei buttata fra le braccia del primo venuto”. Non era stato così e i fatti mi diedero ragione. Probabilmente era solo invidia.

Anch’io la invidiavo, specialmente per i bei vestiti, sempre comprati nelle migliori boutique. Le invidiavo i capelli, così folti, e cercavo di imitarne il taglio senza capire che il “ciuffo” davanti non sarebbe mai stato come il suo, nemmeno lo stesso parrucchiere poté compiere il miracolo. I miei capelli biondi e sottili non potevano competere con la sua folta chioma scura.
Le invidiai soprattutto la prima pelliccia che sfoggiò all’inizio del liceo: una volpe bianca, bellissima. Anch’io chiesi una pelliccia ai miei e, come erano soliti fare, mi accontentarono. Ma il mio umile lapin non poteva competere con la sua aristocratica volpe.
Una cosa non riuscivo a comprendere: come potesse andare in giro con i jeans indossati sotto quella magnifica volpe, portando ai piedi le scarpe da ginnastica (che allora non andavano tanto di moda come adesso) e sotto il braccio una copia dell’Unità. Proprio non lo capivo. Mi sembrava il massimo dell’incoerenza.

Condividevamo le stesse passioni, prima fra tutte quella per il teatro. Avevamo lo stesso turno di abbonamento per la prosa e insieme abbiamo visto così tanti spettacoli! Quando, un po’ cresciute, ottenemmo il permesso di fare un po’ più tardi la sera, alla fine della rappresentazione andavamo a bere qualcosa al caffè Politeama e ci scambiavamo i commenti su ciò che avevamo visto.
La domenica pomeriggio si andava a ballare ma non in discoteca, come adesso. Allora chi aveva un garage, lo allestiva con gli spot colorati, le luci psichedeliche e l’impianto stereo e organizzava i festini, dietro compenso di una modica cifra. Noi ragazze ci andavamo da sole e lì nascevano gli amori. Lei non era assidua perché la domenica i suoi la portavano a pranzo fuori, spesso fuori città. Non ho mai capito se fosse obbligata o se semplicemente le facesse piacere passare la domenica con i genitori. Certo è che, come ho già detto, per lei era molto problematico l’approccio con l’altro sesso, quindi alle feste forse non si divertiva più che tanto.

Una volta fui invitata ad un loro pranzo domenicale. Ci recammo in un ristorante molto chic, rinomato soprattutto per la bontà e la varietà dei vini, trovandosi in una località di campagna nella pianura friulana. Ricordo i camerieri che, con tanto di guanti bianchi e divisa accuratamente stirata, stavano attorno al tavolo pronti a versare del vino non appena i bicchieri si svuotavano. Ad ogni portata veniva servito un vino diverso, così alla fine abbiamo mescolato i bianchi con i neri, finendo con un meraviglioso fragolino che accompagnava il dessert. Stranamente non ricordo nemmeno una pietanza di quel pranzo. Rammento benissimo, però, che io e lei cantavamo a tavola, sotto lo sguardo allibito degli avventori e, soprattutto, dei suoi genitori. I canti proseguirono, poi, per tutto il viaggio di ritorno in macchina. Ubriache è il termine esatto. Ma fortunatamente era una sbornia allegra, non una di quelle che fanno star malissimo e vomitare in continuazione.
Fu la prima e unica volta che i suoi mi invitarono a pranzo. Devono aver pensato che fossi una beona mentre invece non amavo affatto bere. Non so cosa mi prese, forse ero solo felice di stare con lei e lei, a sua volta, era felice di avermi al suo fianco per rompere la monotonia dei pranzi domenicali con mamma e papà.

Suo papà era un uomo molto riservato e parecchio più vecchio della moglie. Quest’ultima era bellissima ed era diventata mamma a soli diciannove anni. Ricordo che il primo giorno di scuola, in prima elementare, la vidi e la confrontai con mia mamma che, seppur bellissima anche lei, era decisamente più “vecchia”. Credo che le invidiassi quella madre bellissima e giovanissima, ma non riuscii mai a stabilire un rapporto aperto con lei. Anche quando telefonavo e rispondeva la madre, ero sempre superformale: mi presentavo, chiedevo cortesemente che mi venisse passata la mia amica, ringraziavo e attendevo che lei raggiungesse la cornetta, sentendo la signora che la chiamava con una voce che mi dava sempre l’impressione di essere contrariata. Immagino che fosse solo una mia fissazione, ma proprio perché mi fissavo che i genitori non approvassero la mia amicizia con la figlia, in casa loro mi sentivo sempre a disagio.

Dei nostri cinque anni di liceo, come compagne di banco, ricordo molte cose: i bigliettini che ci scambiavamo durante le lezioni meno impegnative, le battaglie navali nell’ora di religione, la sua rinite allergica che la costringeva a tenere sempre nell’astuccio delle penne il Deltarinolo che si spruzzava di tanto in tanto nelle narici. Pregavo che mi venisse il raffreddore per potermi spruzzare lo stesso farmaco, ma la prima volta che lo provai mi fece un tale schifo che non osai mai più invidiarglielo. E poi lei aveva un difetto terribile che la metteva enormemente a disagio: forse per la sua emotività, per quel suo sentirsi perennemente in imbarazzo in ogni situazione, le mani le sudavano in continuazione, estate e inverno. A scuola, per non macchiare le pagine dei libri e dei quaderni, era costretta ad usare la carta assorbente che, normalmente, si utilizzava per asciugare l’inchiostro quando si scriveva con la stilografica. Comprai anch’io le carte assorbenti, anche se non ne avevo affatto bisogno.

Non ne sono sicura, ma credo di averla in qualche modo convinta a provare a fumare: lo facevano tutte, sembrava quasi discriminante non sottomettersi, almeno per provare, a quella sorta di rito di iniziazione. Iniziò a fumare anche lei, non molto però, ma, probabilmente, quanto bastò ai suoi per pensare che io la portassi sulla via della perdizione. O almeno a me sembrava che ci fosse sempre un atteggiamento ostile nei miei confronti da parte della famiglia.

Fu la prima a prendere la patente, essendo nata a febbraio. Un bel giorno arrivò a scuola con una Fiat 126 nuova fiammante, bianca. Non amava guidare ma non voleva rinunciare a sfoggiare quello che lei aveva e gli altri no. Era viziata, indubbiamente, ma nella mia classe c’erano parecchi figli di papà. Tuttavia lei era più viziata degli altri e credo fosse consapevole di essere oggetto d’invidia per molti. Doveva esserlo per forza dal punto di vista materiale, dato che madre natura non l’aveva dotata di una bellezza strabiliante. Eppure lei si faceva notare, eccome.

Già verso la fine del liceo i nostri rapporti erano diventati più distanti. Eravamo ancora compagne di banco (lo siamo sempre state a parte qualche periodo in cui ci siamo allontanate per degli screzi momentanei) ma molto meno amiche. Io avevo i miei “giri” e frequentavo gente che faceva già l’università. Lei non so. Probabilmente era molto sola ma io, tutta presa dalle nuove amicizie e già proiettata in quel mondo universitario in cui non vedevo l’ora di immergermi a capofitto, non mi curavo molto di lei.

Dopo il definitivo allontanamento, anche se c’eravamo già perse di vista da qualche tempo, di lei avevo sempre notizie. Non avevo mai capito perché si fosse arrabbiata a quel modo ma non le ho nemmeno mai telefonato. Questo è un mio terribile difetto: non faccio mai il primo passo. Comunque, avevo saputo che stava con un ragazzo, un tipo pure molto bello e ambito da molte. Non so quanto sia durato questo legame ma so che fu lei a lasciarlo. Credo ci fosse più di un motivo per pentirsene. Ma lei era fatta così. Quando era no, era no. E basta.

Dopo il mio matrimonio ci siamo incontrate una volta al Caffè degli Specchi, in piazza Unità d’Italia. Avevo avuto da pochi mesi il mio primogenito ed ero al banco del bar in attesa del cappuccino, quando mi sentii toccare leggermente una spalla mentre una vocina flebile diceva: “Signora, guardi, il bambino ha perso una scarpina”. Era una sorta di stivaletto in montone, senza nemmeno la suola rigida, visto che mio figlio ancora non camminava. Ricordo il gesto che quella signora premurosa fece nel porgermi la scarpina che aveva raccolto da terra e non dimenticherò mai il momento in cui i nostri sguardi s’incrociarono: era lei. Mi chiese: “è tuo figlio? Com’è essere madre?”. Una domanda decisamente insolita: come si fa a rispondere? Avrei voluto dirle che è la cosa più bella del mondo, una gioia indicibile, un’esperienza da non perdere, per nessun motivo al mondo. Ma osservando i suoi occhi scuri scuri che mi fissavano, in attesa di chissà quale rivelazione, riuscii solo a mormorare: “Una gran fatica”. Fu come se mi rendessi conto che lei non avrebbe mai provato quella gioia ed evitai di lasciarle un rimpianto inconsolabile nel cuore.

L’ultimo incontro, molti anni dopo, fu un trauma per me. La vidi vicino a casa dei miei: ancor più magra, con i capelli grigi, trascurata nell’abbigliamento, incerta nel parlare, sembrava quasi che la mente e la lingua non fossero in grado di andare di pari passo. La ricordai nei suoi vestiti di Yves Saint Laurent o di Dior, con i foulard di seta pura firmati Pierre Cardin, le cinture di Ferragamo e le borse di Gucci o di Fendi. Avevo di fronte a me un’altra persona che solo nel sorriso, un po’ stentato, per la verità, mi ricordava la mia vecchia amica e compagna di banco.

In pochi minuti, mi fece il resoconto della sua vita: non aveva completato gli studi universitari, non si era mai sposata, non aveva un lavoro, aveva perso entrambi i genitori. L’unica cosa che le rimaneva era la casa, in cui vivere la sua solitudine, forse ricordando i bei tempi vissuti nel lusso e i sogni mai realizzati.

Così l’hanno trovata: sola, riversa sul pavimento della sua casa muta. Per una settimana, sette lunghi giorni, nessuno si è ricordato di lei, nessuno ha bussato alla sua porta, nessuno le ha chiesto come stesse. Vittima di una solitudine forse cercata, non so. Vittima di se stessa, può darsi. Avrebbe potuto vivere una vita diversa, se solo avesse voluto. Ma ora è troppo tardi.

Ciao Mariolina.