TEST D’AMMISSIONE A MEDICINA: EQUO O INIQUO?

Due giorni fa è stato pubblicato su Il Corriere un articolo, presente sul numero in edicola di OK Salute, in cui il dottor Alberto Zangrillo, medico personale di Silvio Berlusconi, si lamentava del fatto che il figlio non avesse superato il test per essere ammesso alla Facoltà di Medicina. Secondo il medico, i test sarebbero iniqui e precluderebbero, per vari motivi, la possibilità di studiare Medicina a giovani ragazzi motivati. Come testimonia Zangrillo, in suo figlio, infatti, la “vocazione” era nata negli ultimi tre anni del liceo e, dopo l’Esame di stato, si era preparato con grande serietà tutta l’estate per superare il test d’ingresso. Ma aveva fallito e, da genitore, il dottore aveva accolto la cosa con grande delusione.

Zangrillo nell’articolo si dimostra contrario a questi test, almeno alla tipologia attuale, anche in quanto medico e professore universitario. Spiega così la sua contrarietà: dal mio punto di vista di medico e professore universitario, trovo che le modalità che regolano l’accesso alle facoltà di medicina siano deludenti e inique. A oggi, si decide in un quiz di poche ore del futuro, del progetto di vita di un giovane; si stabilisce in base a questa performance se quel ragazzo o quella ragazza potranno diventare dei buoni medici, se hanno attitudine per questa disciplina. Credo che rispondere a 100 domande in 100 minuti non ci dia alcuna garanzia di selezionare veramente le risorse migliori, quelle che saranno per esempio in grado di gestire quel particolare equilibrio psicologico richiesto a chi lavora in corsia e di condividere con gli altri quelle qualità umane che deve possedere chi è a contatto con i pazienti e la loro sofferenza. (LINK dell’articolo)

Insomma, troppe domande di cultura generale, che ben poco hanno a che vedere con la futura professione medica, e troppo poco tempo per rispondere: un minuto per quesito significa, infatti, che non si ha quasi la possibilità di rivedere le risposte. Da insegnante di liceo posso affermare che, tranne casi rari di docenti con il cronometro in mano durante le verifiche, gli studenti hanno sempre tempo sufficiente per svolgere le attività richieste e viene spesso consigliato caldamente di rivedere gli elaborati prima di consegnarli. Sono poco abituati, quindi, a fare la gara con il tempo. Consideriamo, inoltre, che la cultura generale, seppur importante, non è indispensabile per chi sceglie di proseguire gli studi con l’obiettivo di avviarsi alla professione medica. Allo stesso modo, chi decide di frequentare Lettere e Filosofia, ad esempio, non deve per forza possedere un’ottima conoscenza della matematica, della fisica e della chimica, anche se, frequentando il liceo, dovrebbe possedere delle discrete conoscenze in quelle materie.

Pronta la risposta di una dottoressa, prossima all’abilitazione alla professione medica. La lettrice de Il Corriere, infatti, scrive una lettera al quotidiano in cui si dichiara contraria a quanto asserito da Zangrillo e, con tono piuttosto ironico, riguardo al test di ammissione alla Facoltà di Medicina afferma che Esso, pur con molti limiti, ha al momento il grande, grandissimo merito di far si che i più bravi e preparati (pur senza conoscere alcun professorone o alcun parlamentare che possa dargli “un aiutino”) riescano a mettere a frutto gli anni di studio e le proprie conoscenze, e riescano a inserirsi nell’ambito della sanità, ambito che dovrebbe accogliere solo i “migliori” perché vi si gioca la vita delle persone, ma che spesso invece va ad accogliere “i più conosciuti” o “i più sponsorizzati” a discapito della qualità del servizio erogato.

Lasciamo stare il tono provocatorio, che corre lungo tutta la missiva: è più che evidente che la signora in questione ce l’ha con Zangrillo perché medico di fiducia del Presidente del Consiglio. La cosa che, secondo me, è sconcertate è che la dottoressa non abbia capito che il medico, nell’articolo su OkSalute, ha puntualizzato che le critiche mosse al test nascono dalla sua esperienza di medico e di professore universitario, non dal dispiacere, se non rancore, provato di fronte al fallimento del figlio. Nonostante tutto, la firmataria (il nome non è stato pubblicato, guarda un po’), della lettera continua ad attaccare Zangrillo: Certo, comprendo che il dottor Zangrillo preferirebbe per l’accesso alla facoltà di Medicina un concorso simile a quello per l’accesso alle Scuole di Specializzazione: là è probabile che suo figlio e i tanti, tantissimi “figli di” che affollano gli ospedali e le università, potrebbero arrivare addirittura primi. (LINK della lettera)

La risposta del medico non si è fatta attendere: nel pomeriggio, infatti, è stata pubblicata una lettera di Zangrillo in risposta alla neo-laureata in Medicina che avrebbe travisato le sue parole. Così replica il medico e professore universitario: Sottolineo che il centro del problema, come erroneamente interpretato, non è la mia vicenda personale e familiare. Ho infatti tutta l’autorevolezza per affermare che i test, così come sono concepiti, non permettono di individuare un buon medico in uno studente che si affaccia alla carriera universitaria ma sono ovviamente favorevole alla selezione. […] È migliore un test che privilegia quesiti di tipo logico e di problem solving rispetto a test puramente nozionistici che penalizzano completamente uno studente motivato. Ideale sarebbe inserire con gradualità uno schema che conducesse a definire dei parametri che lungo il percorso di studi, se non ottemperati, portassero prima a un richiamo e poi all’esclusione, magari entro l’arco del primo anno. Il tutto dovrebbe però configurarsi all’interno di un sistema più selettivo. Le nostre Facoltà sono intasate e rischiano di essere una fabbrica di persone insoddisfatte che non si sono mai confrontate con le loro reali potenzialità. La meritocrazia, non è soltanto una bella parola, ma deve tradursi in un sistema efficiente. (LINK dell’articolo)

Chi ha ragione? Per me Zangrillo.

[foto da Il Corriere]

4 pensieri riguardo “TEST D’AMMISSIONE A MEDICINA: EQUO O INIQUO?

  1. Personalmente credo che il test di ammissione così come è attualmente strutturato può garantire una selezione efficace. Tutti gli altri metodi passati in rassegna non rappresentano comunque una garanzia di correttezza ed efficace migliore rispetto al sistema attuale.

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  2. @ Davide Marchisio

    Non conosco bene i test ma so di tanti giovani, molto motivati, delusi per non aver superato il test. Non credo che dalle conoscenze di cultura generale si riesca ad intuire che il candidato sia destinato a diventare un buon medico.
    Molto meglio, secondo me, sarebbe una selezione dopo il primo anno: chi conclude con una buona media tutti gli esami va avanti, chi rimane un po’ indietro ma ha valutazioni superiori al 25 ha un’altra chance, gli altri a casa. Sarò drastica, ma la penso così.

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  3. Scrivo in ritardo di qualche giorno, ma con il piacere di condividere insieme punti di vista importanti.

    Selezionare è essenziale.
    Decidere le modalità per farlo, lo è altrettanto.

    I test a risposta multipla mirano a valutare principalmente le “conoscenze” di tipo mnemonico e nozionistico.
    Si tratta pertanto di verifiche di tipo strutturato.

    I problem solving appartengono alla categoria semistrutturata e pertanto adatti a valutare “abilità” e “competenze”.

    Essendo l’accesso alle università italiane ancora libero a partire da qualunque scuola superiore, ed essendo ogni scuola superiore dal professionale al liceo classico specificamente indirizzate verso obiettivi formativi diversi, ci si aspetta che la scrematura di ingresso per le università sia basata su parametri oggettivi che valutino principalmente le “conoscenze”, in quanto le abilità e le competenze variano grossomodo da istituto ad istituto ed andranno soprattutto apprese e formate in itinere presso le università attraverso gli esami ed i corsi specifici.

    Selezionare l’ingresso alle università in base alle “abilità” e “competenze” piuttosto che le sole “conoscenze”, sarebbe equivalente ad affermare che si vuole privilegiare quella parte della società che per un motivo o per l’altro ha avuto la possibilità di acquisirle.

    Se un familiare è medico, potrà preparare il figlio fornendo “abilità” e “competenze” di medicina migliori qualunque scuola superiore egli abbia fatto.
    Idem con qualsiasi altro mestiere.

    Il mio invito è quello di non farsi raggirare dal saio dei buoni propositi.

    Se potessi pubblicare le mie opinioni sul Corriere….. quante cose avrei da dire.

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  4. Ciao Luca! Mi mancavano i tuoi commenti lucidi e pacati. 🙂

    Sono d’accordo con te che nei test bisogna valutare le conoscenze e non le competenze e abilità. Ma almeno potrebbero impostare i questiti sulle conoscenze specifiche per una determinata facoltà. Per Medicina, ad esempio, a che serve conoscere I Promessi Sposi o la Divina Commedia?
    E poi, secondo me, non ha molto senso pretendere che i candidati rispondano a 100 quesiti in 100 secondi. Anche se è vero che un bravo medico a volte deve saper prendere delle decisioni in fretta, capita che quando si agisce d’istinto anziché affidarsi alla riflessione si sbagli.

    Io credo che tu possa esprimere le tue opinioni anche suIl Corriere (ci dev’essere uno spazio per i lettori), ma se ti accontenti di farlo qua io ne sono felice. 😀

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