SCUOLA 2011: “BASTA CON LA CULTURA DEL LAMENTO” by LUISA RIBOLZI


Pubblico un articolo apparso il 31 dicembre su Il Sussidiario.net, a cura di Luisa Ribolzi, docente di Sociologia dell’educazione presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’università di Genova e, tra le altre cose, membro del Consiglio Direttivo dell’OCSE CERI in rappresentanza dell’Italia.

È un’analisi attenta e lucida del complesso mondo della scuola, elaborata prendendo in considerazione tutti i punti di vista: quello dei docenti, degli studenti, delle famiglie, dei dirigenti e del ministero della Pubblica Istruzione. Concordo con la professoressa sul fatto che sia inutile piangere e lamentarsi, tuttavia dissento nel momento in cui la Ribolzi ritiene che tutti possano fare molto per migliorare la scuola, anche senza soldi. Sia che si parli degli stipendi assai miseri dei docenti, sia che si parli dei miserevoli fondi di cui la scuola italiana può disporre. Io non credo che si possa raggiungere la qualità senza investire del denaro. La scuola italiana è campata a lungo senza risorse e i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Se si vuole migliorare la situazione, è completamente errato pensare che i soldi, il vile denaro, non siano indispensabile solo perché ci sono stati, in passato, e sempre ci saranno dei bravi e volenterosi insegnanti che non badano allo stipendio e si impegnano molto più di altri, specie nella pubblica amministrazione, che percepiscono stipendi assai più dignitosi.

Stesso discorso vale per i fondi: una scuola senza risorse non può offrire un “prodotto” di qualità ai suoi “utenti” (è con estrema riluttanza che uso dei termini tanto estranei al mondo dell’istruzione ma, tuttavia, così utilizzati nel tentativo di far apparire la scuola come un’azienda), senza richiedere agli stessi un contributo in denaro e agli operatori dei grossi sacrifici.

Per il resto, sono d’accordo con la professoressa Ribolzi, anche se temo che senza delle adeguate risorse, i suoi siano destinati a rimanere solo sogni.

Ogni anno faccio per il sussidiario l’esercizio di formulare dei buoni propositi. Esso mi consente di prendere le distanze dalle urgenze contingenti e di indirizzare uno sguardo meno miope ai mesi che verranno. E allora, via, lasciamoci trascinare dall’ottimismo della volontà (del buon funzionamento del pessimismo della ragione ne abbiamo avuto fin troppe prove) e proviamo a sognare.

I have a dream…”
che gli insegnanti la smettano con la cultura del lamento, e recuperino loro per primi il prestigio che pensano di avere perduto, che non dipende (solo) dallo stipendio, ma dalla capacità di riappropriarsi della loro professionalità, rinunciando alla difesa dello scambio tra sicurezza del posto e mediocrità delle prestazioni. Quelli, non pochi, che già lo fanno, abbiano il coraggio di rivendicare il loro diritto ad essere valutati;

che le famiglie la smettano con la cultura del lamento e la difesa ad oltranza dei loro rampolli, e incomincino a partecipare in modo costruttivo alla crescita di quelle “comunità di pratica” che dovrebbero essere le scuole, in cui la collaborazione fra insegnanti e famiglie porta risultati positivi anche agli apprendimenti dei ragazzi, oltre che alla loro crescita umana e civile;

che gli studenti la smettano con la cultura del lamento, e capiscano che andare a scuola è un lavoro, serio come qualsiasi altro lavoro, e le cui conseguenze durano per tutta la vita, ma che può essere appassionante se si vive come un momento di costruzione della propria identità;

che i dirigenti la smettano con la cultura del lamento e si chiedano seriamente che cosa possono fare per trasformare le loro scuole e le reti di scuole in soggetti sociali attivi, in centri di costruzione della cultura e della partecipazione per tutta la comunità;

che i giornalisti che si occupano di scuola la smettano con la cultura del lamento, e cerchino – oltre a denunciare giustamente limiti ed errori – di valorizzare il tanto di buono che esiste, e soprattutto si documentino su quello che affermano. I dati riferiti alla scuola parrebbero appartenere in massa a quelli che un amico pubblicitario chiamava DFI (dati falsi inventati) per distinguerli da quelli che erano solo DI (dati inventati)…

che il ministero dell’Istruzione la smetta con la cultura del lamento e realizzi, anche se con dispiacere, che l’autonomia è legge dal 1997, la riforma del titolo V della Costituzione risale all’ottobre del 2001, e quindi il tentativo di scuole e reti di scuole, e di qualche Regione, di operare con una qualche indipendenza dal centro non va considerato come la ribellione delle tribù barbare al Sacro Romano Impero, ma come l’esercizio di un legittimo diritto;

che la cultura del lamento e del “non ci sono abbastanza soldi”, specialità in cui l’Italia potrebbe vincere tutti i titoli disponibili (cinque come l’Inter: Nobel, Oscar, Olimpiadi estive e invernali e campionati del mondo), venga messa in disparte in favore di un approccio più costruttivo in cui, posto che ebbene sì, ci sono meno soldi, si cerchi di trovarne degli altri e perlomeno quelli che ci sono vengano spesi bene.

Ma soprattutto…
Sogno che gli esponenti dei diversi partiti, con inconsueta ma non ammirevole unanimità, la smettano di lustrarsi la bocca con la centralità dell’educazione e di accapigliarsi sugli emendamenti per dimostrare che esistono, e facciano, o almeno tentino di fare, un progetto di lungo periodo basato sull’idea che la formazione è un bene comune, su cui si gioca il futuro delle persone e della nazione (alla faccia della retorica!) e su cui vale la pena di investire in risorse umane, finanziarie e soprattutto in politiche educative rigorose che sappiano individuare i principali problemi, stabilire delle priorità e controllare gli esiti.
Buon anno.

5 pensieri riguardo “SCUOLA 2011: “BASTA CON LA CULTURA DEL LAMENTO” by LUISA RIBOLZI

  1. @marisa
    prima di tutto: Auguroni Ancora!!! 🙂
    Vedrai che quest’anno andrà meglio, dai!
    Le lettere del tuo nome e del tuo cognome sono in totale 11, come l’anno appena iniziato, il numero 11 del secolo e del millennio!
    Tanti 1…per ricominciare!
    Lo so, è una stupidaggine, ma è la prima cosa che mi è venuta in mente per tirarti su dopo un 2010 alquanto discutibile, secondo quanto hai detto in un altro post.

    Poi, sottoscrivo quello che dici, un po’ di risorse in più non ci starebbero male.
    Però deve finire anche la cultura del lamento da parte di tutti, anche se credo che in Italia sia impresa davvero dura.
    L’importante è provarci, ognuno nel nostro “piccolo”. Se lo facciamo in tanti, la somma dei “piccoli” diventerà un “grande”.

    Un abbraccio

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  2. @ Giorgio

    Grazie per gli auguri, che contraccambio di cuore, e per le parole d’incoraggiamento. Spero che il 2011 prosegua meglio di com’è incominciato: il vecchio anno non si è portato via i vecchi pensieri e il nuovo ne ha aggiunti di altri. Non è un bel periodo, ma non perdo la speranza.

    Venendo al topic, nella mia esperienza di blogger, oltre che in quella di insegnante, ovviamente, ho avuto modo di sentire molte lamentele da parte di tutti. La cultura del lamento è ancora imperante e lo sarà almeno finché ci saranno studenti come questi, insegnanti come questo, genitori come questa mamma oppure, dulcis in fundo, politici come questo.

    Ti ho dato un po’ di lavoro … non sentirti in dovere di leggere i post (magari li hai già letti), fallo solo se hai voglia e nei ritagli di tempo. Poi ne riparliamo, se vuoi. 🙂

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  3. @marisa
    li avevo letti, ma li ho riletti con piacere. 🙂
    La cultura del lamento, purtroppo, in Italia è diventata un’antipatica abitudine.
    Io non la sopporto, forse perchè figlio di una cultura montanara, dove se ti lamenti invece di darti da fare, semplicemente…muori!
    L’ambiente è un grande modellatore di culture e comportamenti. Nel corso dei secoli, per esempio, se i montanari miei antenati si fossero limitati ad invidiare i più fortunati vicini di pianura (coltivatori di grano ed allevatori di bestiame) e lamentarsi della mala sorte sarebbero morti di fame.
    Invece hanno piantato patate e verze e venduto il carbone ricavato dalla legna dei boschi agli abitanti di pianura. Non una gran vita, d’accordo, ma pur sempre una vita! 🙂

    Studenti: è vero, le generazioni cambiano, gli studenti no. Anch’io, per quel che ricordo, andavo a scuola più per il piacere dei rapporti interpersonali (anche con alcuni insegnanti, a dire il vero) che non per lo studio delle materie. Ho capito solo dopo che gli sforzi che toccava fare (altrimenti venivi bocciato e il piacere di cui sopra sarebbe finito) mi sarebbero serviti in un futuro che pensavo allora (come tutti gli adolescenti, credo) fumoso e lontano.
    Insomma, questa fase fa parte dello sviluppo del corpo e del cervello umano, gli studenti degli altri Paesi non sono poi molto differenti, prendiamone atto e non facciamocene un problema.
    Se per far piacere ai ragazzi la scuola la dobbiamo rendere un ambiente accogliente, beh, facciamo questo e sarà già molto! 🙂

    Insegnanti: sottoscrivo i tuoi commenti, in particolare riguardo l’insegnante, che deve essere da esempio. Il problema, secondo me, deriva forse dal tipo di lavoro. La capacità di gestione dello stress da parte degli insegnanti è, in molti casi, carente. Le cause dello stress sono note e purtroppo non rimuovibili facilmente: alunni, genitori, strutture, stipendi, Gelmini… Ribaltiamo il concetto: se non riesco a rimuovere la causa, provo almeno a ridurre gli effetti. Lancio un’idea: organizzare da parte delle singole scuole dei corsi di gestione dello stress per gli insegnanti. Ne esistono di ottimi, condotti da professionisti ed il costo non sarebbe eccessivo (l’insegnante traendone un beneficio anche personale potrebbe forse partecipare con una quota).
    Li usano spesso anche le aziende, per lavorare tutti meglio.
    Al prossimo consiglio dei docenti, perchè non proporlo?

    Genitori: qui, nota dolente. Genitori che ribaltano le proprie frustrazioni ed aspettative sui figli e, quando questi non riescono a sostenerle, non fanno esami di coscienza, purtroppo in giro se ne sono molti. Spesso gli insegnanti (come la società, la chiesa, le istituzioni, etc.) diventano, agli occhi di queste persone, i capri espiatori dei propri fallimenti.
    Che fare? Poco o nulla, se non forse il farsi appoggiare dagli altri genitori (pochi, è vero) che non buttano subito colpe addosso agli altri e cercano di tenere comportamenti equilibrati. In alternativa, semplicemente ignorarli.

    Politici: in questa “seconda repubblica” ne abbiamo viste, credo, di tutti i colori. Sono convinto che la classe dirigente sia, alla lunga, sempre lo specchio del paese. Viviamo tempi cupi, da questo punto di vista. Tuttavia, non disperiamo, segnali di cambiamento ce ne sono.
    Non dimentichiamo che questi politici rappresentano una minoranza del paese ed esiste pur sempre un’altra minoranza che è e si comporta in maniera opposta.
    Quando la minoranza virtuosa sostituirà la minoranza odierna? Prima o poi succederà, l’orologio della storia non si ferma mai. 🙂
    Abbiamo vissuto in passato tempi anche peggiori.

    Un abbraccio

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  4. @ Giorgio

    Ti ringrazio per aver speso ancora un po’ del tuo tempo nella rilettura dei post che ti ho indicato.
    Condivido le tue riflessioni e sono particolarmente impressionata dalla tua difesa ad oltranza dell’ambiente montano che ti ha dato i natali. Certamente la montagna e la vita che vi si conduce tempra le persone, a volte, però, le rende rigide e niente affatto aperte al mondo (ne ho esperienza diretta, nel senso che conosco persone che vivono in montagna e sono molto chiuse). Ma è anche vero che il lavoro che fai ti permette di confrontarti con la società a 360 gradi e ciò facilita anche l’apertura mentale.

    Avevo un’amica vicentina, anzi della provincia (era di Mason Vicentino). Una persona meravigliosa che purtoppo ci ha lasciati troppo presto. Lei, però, al contrario di te, aveva un po’ le mani bucate e nella sua vita ha messo in primo piano gli interssi agli stessi sentimenti. Peccato però che il marito ricco e molto più anziano di lei le sia sopravvissuto. Meglio non fare troppi calcoli nella vita.

    Un abbraccio e a presto. 🙂

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  5. @marisa
    Ancora una volta, grazie.
    Mi spiace molto per la tua amica. Hai ragione, nella vita fare troppi calcoli non sempre conviene (e lo dice uno che ha lavorato per anni con i numeri! 🙂 ).
    Mason Vicentino è già, nella mia visione sociogeografica, pianura.
    Vedi, penso che il problema fondamentale sia che abbiamo avuto, soprattutto nella parte di pianura, uno sviluppo ecomico troppo affrettato.
    Dentro di noi c’è ancora il ricordo degli anni durissimi (anche molto recenti) quando veneti e friulani per sopravvivere non potevamo far altro che emigrare.
    Quando hanno cominciato a circolare un bel po’ di soldi in più, il primo istinto è stato quello di “mangiare” il più possibile ed accumulare “perchè non si sa mai”. Assolutamente umano!
    Adesso, credo, si stanno pian pianino riconsiderando le cose della vita.
    Un po’ come dopo una grande abbuffata, si prende un brodino e ci si domanda che senso abbia fare indigestione e stare male. 🙂

    Sulla questione montagna, hai perfettamente ragione.
    Il montanaro, abituato a contare solo sul suo “clan” (famiglia e/o gruppo di famiglie) per sopravvivere e dovendo letteralmente centellinare le risorse a disposizione, ha sviluppato una diffidenza quasi istintiva rispetto alle persone (ed alle idee) che vengono da fuori.
    Però il rifiuto è solo apparente. Dentro di lui le cose le rimurgina, le pensa e le ripensa e, se convinto dalla persona o dall’idea, da lì in poi si può star sicuri che si potrà assolutamente contare su di lui.
    Inoltre, proprio in funzione della sopravvivenza, il montanaro spesso doveva scendere in pianura oltre che passare da una valle all’altra, per cui i contatti con persone ed idee diverse era per lui normale.
    Ricordo che mio nonno mi raccontava che con la bella stagione partiva da Recoaro ed andava ad Innsbruck (a piedi!) per costruir case per gli austriaci. Per lui (ed i suoi compagni) erano occasioni di confrontarsi con persone e situazioni molto diverse dalla propria. Non per questo è diventato un chiaccherone 🙂 . E’ sempre rimasto uno che parlava poco, all’apparenza sempre incaz…. , ma se si aspettavano i suoi tempi…si trasformava e non lo fermavi più!

    Ecco perchè ritrovo molto del mio approccio al mondo nel carattere montanaro: contatti con il mondo sì, ma analisi attenta di quello che arriva in casa mia per decidere (per quanto possibile) ciò che va tenuto e ciò che va scartato. I tempi, purtroppo, non sono molto adatti ad atteggiamenti così: non sembra esserci più tempo per analizzare, pensare, decidere e poi fare.
    Ma io, come i vecchi montanari, ho la testa dura! 🙂
    O mi lasciano i miei tempi, o possono anche starsene a casa loro! 🙂 🙂 🙂

    Sicuramente, poi, un fattore essenziale sono stati i miei genitori: mia madre, grande buon senso ed atteggiamento pragmatico, lavoratrice giovanissima per necessità, molto portata per i rapporti interpersonali. Mio padre, tutta teoria e libri, liceo classico in seminario, bibliotecario di professione, appassionato di biologia, di storia e lingue locali, di teologia e di cultura classica.
    A vederli insieme c’è ancora oggi da stupirsi come due come loro, con caratteri ed interessi diametralmente opposti, siano ancora felicemente sposati. 🙂
    Io credo di essere il mix, una sorta di cocktail di teoria e pratica.
    Forse talvolta un po’ dispersivo, ma entusiasta di tutto, che sia leggere un saggio su Sant’Agostino o che sia bere una birra con gli amici parlando di calcio! 🙂

    Ok, adesso credo di aver parlato anche troppo di me.
    Alla prossima.

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