MATURITÀ 2011: USCITE LE MATERIE DELLA SECONDA PROVA E I COMMISSARI ESTERNI

ATTENZIONE: LE COMMISSIONI SONO STATE PUBBLICATE SUL SITO DEL MIUR, OGGI 31 MAGGIO 2011. CLICCA QUI PER ULTERIORI INFORMAZIONI.

QUI potete trovare le tracce d’Italiano uscite oggi.

Come lo scorso anno, il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini, ha comunicato tramite il suo canale You Tube le materie della seconda prova dell’Esame di Stato, distinte per ciascuna tipologia d’istituto di Istruzione Secondaria di II grado.

Ecco le materie per i Licei: per il Liceo Classico avremo il latino; allo Scientifico matematica; il Liceo Linguistico avrà invece lingua straniera; per il Liceo Pedagogico ci sarà pedagogia; al Liceo Artistico disegno geometrico, prospettiva e architettura.

Ecco, ora, quelle degli istituti tecnici e professionali: l’istituto tecnico commerciale avrà economia aziendale, quello per geometri avrà costruzioni e l’istituto tecnico per il turismo avrà tecnica turistica; all’istituto professionale per i servizi alberghieri e della ristorazione la seconda prova verterà su alimenti e alimentazione, per l’istituto professionale per i servizi sociali ci sarà tecnica amministrativa e all’istituto professionale per tecnico delle industrie meccaniche la prova sarà su macchine a fluido.

Contestualmente alle materie della seconda prova scritta, il MIUR ha comunicato l’elenco delle materie che verranno affidate ai commissari esterni (clicca per vedere l’elenco completo) che si affiancheranno a quelli interni (ovvero i docenti della classe) nella commissione dell’Esame di Stato.

Ecco i principali:

Liceo Classico
1) Latino
2) Scienze naturali
3) Filosofia

Liceo Linguistico
1) Lingua/e straniera/e
2) Scienze naturali

Liceo Scientifico
1) Matematica
2) Scienze naturali
3) Disegno e storia dell’arte

Tecnico dell’edilizia
1) Tecnologie edilizie ed elaborazioni grafiche
2) Costruzioni e gestione di cantiere
3) Matematica

Istituto tecnico per ragionieri
1) Economia aziendale
2) Geografia economica
3) Scienza delle finanze

Istituto tecnico per programmatori
1) Informatica generale e applicazioni gestionali
2) Ragioneria ed economia aziendale
3) Matematica, calcolo delle probabilità e statistica

Istituto tecnico industriale – indirizzo chimico
1) Tecnologie chimiche industriali, principi di automazione e di organizzazione industriale
2) Economia industriale ed elementi di diritto
3) Matematica

Istituto tecnico perito agrario
1) Agronomia e coltivazioni
2) Elementi di costruzioni rurali e disegno relativo
3) industrie agrarie

[ fonti della notizia: haisentito.it e skuola.tiscali.it. IL TESTO DEL POST E’ STATO AGGIORNATO ALLE ORE 15:55]

ATTENZIONE: LE MATERIE DELLA SECONDA PROVA SCRITTA DELL’ESAME DI STATO 2012 SONO VISIBILI SU QUESTO SITO.

LA MIA COMPAGNA DI BANCO


Lei era diversissima da me, a partire dai caratteri somatici: capelli castani, occhi scuri, carnagione olivastra, non molto alta, magrissima … mentre io ho i capelli biondi (ora forse non troppo ma allora sì), gli occhi azzurri, la carnagione chiara, un’altezza media, né spilungona né nana, decisamente non magrissima, ahimè.

Per carattere, poi, eravamo il giorno e la notte: lei particolarmente seria, piuttosto permalosa, molto timida (specialmente con l’altro sesso), introversa … io, invece, allora ero sempre allegra, un po’ permalosa ma non troppo, espansiva (specialmente con l’altro sesso), estroversa.
A scuola lei se la cavava abbastanza ma le versioni di latino e greco gliele passavo quasi sempre. Alla fine, alla maturità ottenne il mio stesso voto e a me sembrò un’indicibile ingiustizia. Forse, senza che ce ne rendessimo conto, da lì le nostre strade hanno iniziato a dividersi, per non incontrarsi mai più. All’inizio avevo pensato che la nostra amicizia si fosse spenta come una candela che si consuma lentamente: io avevo cambiato città per proseguire gli studi all’università e i momenti d’incontro erano sempre più rari. Poi, a febbraio, il nostro legame, già agonizzante, finì per sempre. Ripensandoci, il motivo della rottura fu davvero ridicolo, ma lei se la prese come se avessi commesso nei suoi confronti l’offesa più grande.

Siamo state compagne di banco per cinque anni al liceo ma in realtà ci conoscevamo fin dalla prima elementare. A quei tempi non sedevamo allo stesso banco (allora non esistevano proprio i banchi a coppie) ma ci vedevamo spesso anche al di fuori della scuola. Poi, per i tre anni delle medie abbiamo frequentato scuole diverse ma non ci siamo mai perse di vista: ci incontravamo due volte alla settimana al corso d’inglese. Quando decidemmo entrambe di iscriverci al classico, scegliemmo lo stesso liceo e chiedemmo di essere messe nella stessa sezione. Ormai la nostra era un’amicizia e, per il principio degli opposti che si attraggono, siamo diventate inseparabili.

D’estate, ci si incontrava al mare, a Lignano Sabbiadoro. Anche se stavamo in posti diversi, affrontavo venti minuti di camminata sotto il sole cocente delle due di pomeriggio per stare con lei. Poi, in agosto, lei andava in montagna e ci si rivedeva solo a settembre inoltrato, visto che la mia famiglia passava la prima quindicina del mese in un’altra località montana.
Allora non c’erano i telefonini né internet né sms. Ci si scriveva semplicemente una cartolina, a volte delle lettere, e si passava buona parte dell’estate aspettando il momento del nuovo incontro, sempre pronte a raccontarci le novità, specialmente i nuovi amori. Lei era sempre molto cauta nell’affrontare i legami. Perlopiù se li immaginava, sognava ad occhi aperti, riempiva i diari scrivendo il nome dell’innamorato di turno, ma non erano mai legami veri. Era più portata per gli amori platonici. Forse per questo reagì in modo inaspettato quando le confidai la mia prima volta: non dimenticherò mai lo sguardo severo, come volesse dire “ti sei buttata fra le braccia del primo venuto”. Non era stato così e i fatti mi diedero ragione. Probabilmente era solo invidia.

Anch’io la invidiavo, specialmente per i bei vestiti, sempre comprati nelle migliori boutique. Le invidiavo i capelli, così folti, e cercavo di imitarne il taglio senza capire che il “ciuffo” davanti non sarebbe mai stato come il suo, nemmeno lo stesso parrucchiere poté compiere il miracolo. I miei capelli biondi e sottili non potevano competere con la sua folta chioma scura.
Le invidiai soprattutto la prima pelliccia che sfoggiò all’inizio del liceo: una volpe bianca, bellissima. Anch’io chiesi una pelliccia ai miei e, come erano soliti fare, mi accontentarono. Ma il mio umile lapin non poteva competere con la sua aristocratica volpe.
Una cosa non riuscivo a comprendere: come potesse andare in giro con i jeans indossati sotto quella magnifica volpe, portando ai piedi le scarpe da ginnastica (che allora non andavano tanto di moda come adesso) e sotto il braccio una copia dell’Unità. Proprio non lo capivo. Mi sembrava il massimo dell’incoerenza.

Condividevamo le stesse passioni, prima fra tutte quella per il teatro. Avevamo lo stesso turno di abbonamento per la prosa e insieme abbiamo visto così tanti spettacoli! Quando, un po’ cresciute, ottenemmo il permesso di fare un po’ più tardi la sera, alla fine della rappresentazione andavamo a bere qualcosa al caffè Politeama e ci scambiavamo i commenti su ciò che avevamo visto.
La domenica pomeriggio si andava a ballare ma non in discoteca, come adesso. Allora chi aveva un garage, lo allestiva con gli spot colorati, le luci psichedeliche e l’impianto stereo e organizzava i festini, dietro compenso di una modica cifra. Noi ragazze ci andavamo da sole e lì nascevano gli amori. Lei non era assidua perché la domenica i suoi la portavano a pranzo fuori, spesso fuori città. Non ho mai capito se fosse obbligata o se semplicemente le facesse piacere passare la domenica con i genitori. Certo è che, come ho già detto, per lei era molto problematico l’approccio con l’altro sesso, quindi alle feste forse non si divertiva più che tanto.

Una volta fui invitata ad un loro pranzo domenicale. Ci recammo in un ristorante molto chic, rinomato soprattutto per la bontà e la varietà dei vini, trovandosi in una località di campagna nella pianura friulana. Ricordo i camerieri che, con tanto di guanti bianchi e divisa accuratamente stirata, stavano attorno al tavolo pronti a versare del vino non appena i bicchieri si svuotavano. Ad ogni portata veniva servito un vino diverso, così alla fine abbiamo mescolato i bianchi con i neri, finendo con un meraviglioso fragolino che accompagnava il dessert. Stranamente non ricordo nemmeno una pietanza di quel pranzo. Rammento benissimo, però, che io e lei cantavamo a tavola, sotto lo sguardo allibito degli avventori e, soprattutto, dei suoi genitori. I canti proseguirono, poi, per tutto il viaggio di ritorno in macchina. Ubriache è il termine esatto. Ma fortunatamente era una sbornia allegra, non una di quelle che fanno star malissimo e vomitare in continuazione.
Fu la prima e unica volta che i suoi mi invitarono a pranzo. Devono aver pensato che fossi una beona mentre invece non amavo affatto bere. Non so cosa mi prese, forse ero solo felice di stare con lei e lei, a sua volta, era felice di avermi al suo fianco per rompere la monotonia dei pranzi domenicali con mamma e papà.

Suo papà era un uomo molto riservato e parecchio più vecchio della moglie. Quest’ultima era bellissima ed era diventata mamma a soli diciannove anni. Ricordo che il primo giorno di scuola, in prima elementare, la vidi e la confrontai con mia mamma che, seppur bellissima anche lei, era decisamente più “vecchia”. Credo che le invidiassi quella madre bellissima e giovanissima, ma non riuscii mai a stabilire un rapporto aperto con lei. Anche quando telefonavo e rispondeva la madre, ero sempre superformale: mi presentavo, chiedevo cortesemente che mi venisse passata la mia amica, ringraziavo e attendevo che lei raggiungesse la cornetta, sentendo la signora che la chiamava con una voce che mi dava sempre l’impressione di essere contrariata. Immagino che fosse solo una mia fissazione, ma proprio perché mi fissavo che i genitori non approvassero la mia amicizia con la figlia, in casa loro mi sentivo sempre a disagio.

Dei nostri cinque anni di liceo, come compagne di banco, ricordo molte cose: i bigliettini che ci scambiavamo durante le lezioni meno impegnative, le battaglie navali nell’ora di religione, la sua rinite allergica che la costringeva a tenere sempre nell’astuccio delle penne il Deltarinolo che si spruzzava di tanto in tanto nelle narici. Pregavo che mi venisse il raffreddore per potermi spruzzare lo stesso farmaco, ma la prima volta che lo provai mi fece un tale schifo che non osai mai più invidiarglielo. E poi lei aveva un difetto terribile che la metteva enormemente a disagio: forse per la sua emotività, per quel suo sentirsi perennemente in imbarazzo in ogni situazione, le mani le sudavano in continuazione, estate e inverno. A scuola, per non macchiare le pagine dei libri e dei quaderni, era costretta ad usare la carta assorbente che, normalmente, si utilizzava per asciugare l’inchiostro quando si scriveva con la stilografica. Comprai anch’io le carte assorbenti, anche se non ne avevo affatto bisogno.

Non ne sono sicura, ma credo di averla in qualche modo convinta a provare a fumare: lo facevano tutte, sembrava quasi discriminante non sottomettersi, almeno per provare, a quella sorta di rito di iniziazione. Iniziò a fumare anche lei, non molto però, ma, probabilmente, quanto bastò ai suoi per pensare che io la portassi sulla via della perdizione. O almeno a me sembrava che ci fosse sempre un atteggiamento ostile nei miei confronti da parte della famiglia.

Fu la prima a prendere la patente, essendo nata a febbraio. Un bel giorno arrivò a scuola con una Fiat 126 nuova fiammante, bianca. Non amava guidare ma non voleva rinunciare a sfoggiare quello che lei aveva e gli altri no. Era viziata, indubbiamente, ma nella mia classe c’erano parecchi figli di papà. Tuttavia lei era più viziata degli altri e credo fosse consapevole di essere oggetto d’invidia per molti. Doveva esserlo per forza dal punto di vista materiale, dato che madre natura non l’aveva dotata di una bellezza strabiliante. Eppure lei si faceva notare, eccome.

Già verso la fine del liceo i nostri rapporti erano diventati più distanti. Eravamo ancora compagne di banco (lo siamo sempre state a parte qualche periodo in cui ci siamo allontanate per degli screzi momentanei) ma molto meno amiche. Io avevo i miei “giri” e frequentavo gente che faceva già l’università. Lei non so. Probabilmente era molto sola ma io, tutta presa dalle nuove amicizie e già proiettata in quel mondo universitario in cui non vedevo l’ora di immergermi a capofitto, non mi curavo molto di lei.

Dopo il definitivo allontanamento, anche se c’eravamo già perse di vista da qualche tempo, di lei avevo sempre notizie. Non avevo mai capito perché si fosse arrabbiata a quel modo ma non le ho nemmeno mai telefonato. Questo è un mio terribile difetto: non faccio mai il primo passo. Comunque, avevo saputo che stava con un ragazzo, un tipo pure molto bello e ambito da molte. Non so quanto sia durato questo legame ma so che fu lei a lasciarlo. Credo ci fosse più di un motivo per pentirsene. Ma lei era fatta così. Quando era no, era no. E basta.

Dopo il mio matrimonio ci siamo incontrate una volta al Caffè degli Specchi, in piazza Unità d’Italia. Avevo avuto da pochi mesi il mio primogenito ed ero al banco del bar in attesa del cappuccino, quando mi sentii toccare leggermente una spalla mentre una vocina flebile diceva: “Signora, guardi, il bambino ha perso una scarpina”. Era una sorta di stivaletto in montone, senza nemmeno la suola rigida, visto che mio figlio ancora non camminava. Ricordo il gesto che quella signora premurosa fece nel porgermi la scarpina che aveva raccolto da terra e non dimenticherò mai il momento in cui i nostri sguardi s’incrociarono: era lei. Mi chiese: “è tuo figlio? Com’è essere madre?”. Una domanda decisamente insolita: come si fa a rispondere? Avrei voluto dirle che è la cosa più bella del mondo, una gioia indicibile, un’esperienza da non perdere, per nessun motivo al mondo. Ma osservando i suoi occhi scuri scuri che mi fissavano, in attesa di chissà quale rivelazione, riuscii solo a mormorare: “Una gran fatica”. Fu come se mi rendessi conto che lei non avrebbe mai provato quella gioia ed evitai di lasciarle un rimpianto inconsolabile nel cuore.

L’ultimo incontro, molti anni dopo, fu un trauma per me. La vidi vicino a casa dei miei: ancor più magra, con i capelli grigi, trascurata nell’abbigliamento, incerta nel parlare, sembrava quasi che la mente e la lingua non fossero in grado di andare di pari passo. La ricordai nei suoi vestiti di Yves Saint Laurent o di Dior, con i foulard di seta pura firmati Pierre Cardin, le cinture di Ferragamo e le borse di Gucci o di Fendi. Avevo di fronte a me un’altra persona che solo nel sorriso, un po’ stentato, per la verità, mi ricordava la mia vecchia amica e compagna di banco.

In pochi minuti, mi fece il resoconto della sua vita: non aveva completato gli studi universitari, non si era mai sposata, non aveva un lavoro, aveva perso entrambi i genitori. L’unica cosa che le rimaneva era la casa, in cui vivere la sua solitudine, forse ricordando i bei tempi vissuti nel lusso e i sogni mai realizzati.

Così l’hanno trovata: sola, riversa sul pavimento della sua casa muta. Per una settimana, sette lunghi giorni, nessuno si è ricordato di lei, nessuno ha bussato alla sua porta, nessuno le ha chiesto come stesse. Vittima di una solitudine forse cercata, non so. Vittima di se stessa, può darsi. Avrebbe potuto vivere una vita diversa, se solo avesse voluto. Ma ora è troppo tardi.

Ciao Mariolina.

PAKISTAN: DONNA PARTORISCE LA QUARTA FEMMINA E IL MARITO LE MOZZA LE MANI

Una notizia sconvolgente eppure incredibilmente vera: una donna pakistana, alla sua quarta gravidanza, partorisce l’ennesima figlia femmina e, per punirla, il marito le mozza le mani. Secondo quanto riferisce “The Tribune Express”, la neomamma, che vive nel Punjab, a causa della forte emorragia, versa in gravi condizioni. Il marito è stato catturato insieme a altri sei parenti.

L’uomo, Altaf Hussein, sempre secondo quanto riportato, ogni sera, tornando dal lavoro, riempiva la moglie di botte e le rinfacciava di non essere stata in grado di partorire un maschio. Evidentemente, di fronte alla quarta figlia, non ci ha visto più e ha messo in atto la minaccia, più volte espressa, di “fargliela pagare“.

Ora, non c’è nessuno che riesca a spiegare a questi uomini ignoranti, oltre che violenti, che il sesso della creatura che la donna porta in grembo è determinato dall’uomo? C’è gente che è rimasta al medioevo, quando i reali ripudiavano le mogli se non mettevano al mondo figli maschi.

Una convizione che è passata attraverso secoli di storia. La vittima è sempre e solo la donna, anche quando i figli non arrivano. Quando una donna non è “capace” di procreare, la colpa è comunque sua: pensiamo, ad esempio, allo Scià di Persia, Reza Pahlevi, che, pur amando la dolce Soraya, dovette sottostare alla volontà della famiglia e ripudiarla perché non prolifica, senza nemmeno tenere in considerazione il fatto che la sterilità non è solo femminile. E questo non accadeva secoli fa.

Sono sconcertata di fronte alla notizia dell’ennesima violenza contro una donna, compiuta per ignoranza e per la presunzione di essere uomini e per questo solo fatto infallibili.
Altaf Hussein ha tagliato le mani alla moglie? Io a lui taglierei qualcos’altro … e non è una battuta.

[notizia tratta da Tgcom]

UN RAP SU YOU TUBE IN OMAGGIO A DIANA DEL BUFALO, ULTIMA ELIMINATA AD AMICI 10


Credo sarà difficile dimenticare lo show in cui si è esibita l’indignata Platinette alla notizia dell’eliminazione di Diana Del Bufalo al serale di Amici 10 andato in onda domenica scorsa. Uno spogliarello per esternare tutta la contrarietà di Mauro Coruzzi alla decisone dei giudici secondo i quali Diana era la meno meritevole degli allievi della squadra dei blu.

Le uniche lacrime che Diana ha versato, sono finite sulle spalle di una Platinette seminuda, stretta in un abbaraccio consolatore alla sua preferita. Per il resto, abbiamo potuto osservare una Diana che, con la consueta pacatezza ed educazione, ha accettato il verdetto e anzi ha ringraziato tutti, anche quelli che l’avevano appena “bocciata”.

Come si fa a dimenticare la ragazza un po’ tondetta, con un’improbabile gonnellina a fiori e una maglia con su disegnata la lettera C, resa ancor più grande dall’abbondante quarta naturale, infilata dentro. Persino Maria, che di solito non prende in giro i “suoi” ragazzi, non è riuscita a trattenersi quando, da aspirante, si è presentata alla selezione per il banco da titolare. Diana, come ha osservato Platinette, non è una strafiga, come tante altre, ma solo una ragazza sincera e bene educata. Una ragazza intelligente, allegra, spigliata, con un’ottima conoscenza della lingua italiana – il che, ad Amici, non è affato poco – e una pronuncia inglese assolutamente invidiabile. Forse l’intonazione della voce non è perfetta, ma le sue capacità interpretative sono una dote davvero rara, se consideriamo che gli altri cantanti, chi più chi meno, si sforzano di assomigliare a qualcuno già noto. Diana no. Lei è Diana Del Bufalo, ragazza un po’ svampita, forse, ma che con il microfono in mano e davanti all’immensa platea dello studio di Cinecittà sa essere lei, soltanto Diana.

Le voci di protesta si rincorrono in molti siti web. C’è chi grida all’ingiustizia, chi, giustamente, osserva che non meritava di uscire considerando anche il fatto che il suo duetto con Marco Carta è stato il migliore della serata. Diana non si è limitata, infatti, ad interpretare la canzone “Dentro ad ogni brivido” con Marco, l’ha pure recitata, messa in scena evidenziando doti recitative non comuni. C’è, nelle squadre attualmente in gara, chi fa fatica a mantenere il microfono in mano, figuriamoci muoversi.

Insomma, qualcuno invoca il ripescaggio, cosa assai improbabile ma non del tutto esclusa visto il pongo-regolamento che caratterizza Amici in questi ultimi anni, per cui non si sa bene che cosa dobbiamo aspettarci di serata in serata. Qualcun altro, però, ha voluto fare un omaggio speciale a Diana Del Bufalo: un certo punicacee ha, infatti, pubblicato su You Tube un video in cui interpreta un Rap Freestyle per Diana. Un modo se non altro originale per dirle “mi dispiace” e per incoraggiarla ad andare avanti per la sua strada. Il pezzo rap si conclude con queste parole: “Ti dedico questo freestyle anche se tu forse non lo ascolterai mai”. Io spero, invece, che Diana lo ascolti e che segua il giusto consiglio: “non ti curar di chi ti dice se ci fai o ci sei …”

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 GENNAIO 2011

Riporto parte dell’intervista rilasciata da Maria De Filippi a Deejay Chiama Italia:

Una riflessione sul clamore suscitato per l’eliminazione di Diana da Amici: “C’è un plebiscito su Internet, molti chiedono il suo ripescaggio“. E ci sarà? Sembrano ci siano delle possibilità dal momento che il regolamento potrebbe consentirlo intanto “la Gialappa’s sta ideando qualcosa su Amici e vogliono Diana, mentre ho ricevuto la telefonata di una importante signora della musica che è molto interessata a lei”. Linus e Nicola azzardano “Claudia Mori“, trovando conferma. [LINK della fonte]

Che dire? In bocca al lupo, Diana! E incrociamo le dita.

LA PROF LITTIZZETTO IN UNA FICTION DAVVERO BANALE

Riporto per iscritto un video-commento molto interessante di Aldo Grasso sulla fiction “Fuoriclasse“, che vede come protagonista Luciana Littizzetto, andata in onda su Rai 1 domenica scorsa, facendo il boom di ascolti: quasi ottomila spettatori per il primo episodio, con lo share del 27,41%. Un vero successo. Ma la fiction, secondo Aldo Grasso, è davvero banale. Non avrebbe ottenuto un successo così grandioso se la protagonista non fosse la “Lucianina” che anche da Fazio ottiene il massimo del gradimento.

Luciana Littizzetto è il Creso dell’industria editoriale italiana: tutto quello che tocca diventa oro. Ha scritto un libro, “I dolori del giovane Walter“, ed è subito balzata in testa alla classifica dei libri più venduti, scalzando – accidenti! – “Cotto e mangiato” di Benedetta Parodi. Questa è la cultura letteraria italiana.
Ai “Dolori del giovane Walter” fa seguito “La Jolanda furiosa“, dove Walter e Jolanda stanno per gli organi sessuali maschile e femminile. Siamo sempre nell’alta letteratura.

Se poi uno guarda gli ascolti di Fazio, si accorge che il punto più alto è sempre quello della Littizzetto, anzi i grandi ascolti di Fazio sono poi gli ascolti della Littizzetto. Quindi anche lì appare e l’audience diventa d’oro.

Adesso è protagonista di una serie televisiva che si chiama “Fuoriclasse“, una classica serie sulla scuola, sui liceali, come se ne fanno tante, tratta da alcuni libri di Domenico Starnone. Ora, con molta onestà, questa fiction è modesta: intanto è fatta di luoghi comuni, verrebbe da dire luoghi comuni della sinistra sulla scuola, dove ci sono queste analisi dei tipi delle professoresse e dei professori, i casi umani, tutte le crisi isteriche dei professori e poi questi studenti con quel motorino incorporato che non stanno attenti, oppure sono dei caratteriali, oppure hanno le loro storie … devo dire che l’argomento non è dei più esaltanti e soprattutto, quello che è il vero difetto della fiction italiana, finisce che la recitazione diventa macchiettismo puro, insomma non c’è mai sviluppo dell’azione, non c’è mai sviluppo dei personaggi.

Eppure c’è lei, c’è lei che di professione non è propriamente un’attrice, eppure si carica sulle sue piccole spalle tutto il fardello della fiction e fa grandi ascolti.
Ora, dovremmo parlare di un caso davvero molto interessante, quello della Littizzetto, perché davvero, assieme a Checco Zalone e Antonio Albanese, rappresenta un po’ gli exploit, i passaggi di personaggi televisivi che, passati ad altri ambiti, si portano dietro il successo che hanno avuto in televisione.

E’ veramente una storia, anzi più storie tutte da studiare per capire come funziona l’industria culturale italiana.

Di mio aggiungo che non mi piacciono, in generale, le fiction ambientate nel mondo della scuola, perché riproducono dei tipi, come osserva anche Aldo Grasso, inverosimili e delle situazioni improbabili: penso, ad esempio, alla prof Veronica Pivetti (simpaticissima, tra l’altro) che piomba in casa dei suoi allievi anche in piena notte, pronta a consolarli e che si atteggia a prof-amica-mamma per fare esaltare il lato umano, come se non ci fossero altri mezzi per mettere in risalto la parte “umana” della professione dell’insegnante.

C’è un motivo in più per non apprezzare la fiction “Fuoriclasse”: è una rivisitazione, concepita per la media serialità (sono 6 puntate costituite da due episodi ciascuna), del vecchio film “La scuola“, in cui lo zampino di Starnone era più che evidente. E guardando la prima puntata della fiction con la Littizzetto mi sono anche resa conto che vi calza quasi a pennello (eccettuate le storie personali dei protagonisti, naturalmente) il famoso elenco sulla scuola che Domenico Starnone ha letto in diretta in una puntata della trasmissione di Fazio e Saviano “Vieni via con me”. Della serie: di originale e nuovo c’è ben poco.

CASO RUBY: LETTERA APERTA DEL PDL IN DIFESA DI SILVIO BERLUSCONI


Sul Ruby-gate – come è stato battezzato il caso riguardante il presunto sfruttamento della prostituzione minorile da parte del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di alcuni suoi “amici” e conoscenti – non ho voglia di parlare. Attendo i fatti.
Da telespettatrice e da lettrice dei quotidiani, però, sono profondamente indignata dall’esagerata trattazione di questo caso, spesso con articoli e servizi ripetitivi fino alla noia, a scapito di notizie “serie”, o comunque concernenti fatti accaduti, su cui non è richiesto un giudizio ma solo l’umana pietà. Mi riferisco, ad esempio, al lutto che ha colpito gli Alpini italiani con la morte di Luca Sanna in Afghanistan, oppure quello che ha colpito la comunità ebraica con la scomparsa di Tullia Zevi. Senza contare le notizie economiche o sociali, come quella che riguarda il livello di disoccupazione dei giovani italiani. Tutto passa in secondo piano perché Berlusconi è al centro dell’attenzione degli Italiani, nel bene e nel male. Perché del premier si occupano gli “amici” e i “nemici”. E nessuno, forse, si rende conto che è esattamente quello che lui vuole: essere al centro dell’attenzione mediatica.

Non ho voglia di parlarne, ho detto. E infatti mi limito a segnalare una lettera aperta che alcuni esponenti del PdL (Raffaele Calabrò, Roberto Formigoni, Maurizio Gasparri, Maurizio Lupi, Alfredo Mantovano, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi) hanno inviato al quotidiano cattolico L’Avvenire, che l’ha pubblicata. Non è uno scritto in cui si difende a spada tratta Berlusconi, piuttosto un invito ad attendere gli sviluppi del caso giudiziario, senza lasciarsi condizionare da facili conclusioni e da giudizi morali suggeriti, anche troppo palesemente, dai media.

Inizia così la lettera:

Cari amici,
in un momento tanto confuso e delicato per il nostro paese vorremmo evitare che la marea dei pettegolezzi che invade ogni giorno le pagine dei giornali finisca per oscurare il senso del nostro lavoro quotidiano per il bene comune. C’è il rischio di farsi tutti confondere o trascinare dall’onda nera, lasciandosi strumentalizzare da un moralismo interessato e intermittente, che emerge solo quando c’è di mezzo il presidente Berlusconi
.

E continua così:

Abbiamo bisogno di giustizia, una giustizia che sia però veramente giusta, che segua regole certe, assicuri l’inviolabilità dei diritti di tutti i cittadini compreso chi si trova ad essere oggetto di accuse, e offra le garanzie necessarie, a partire dall’imparzialità del giudice e dal rispetto del segreto istruttorio. Una giustizia nella quale i magistrati formulino ipotesi di reato e non si occupino di costruire operazioni finalizzate ad emettere sentenze di ordine morale.

Per poi concludersi con queste parole:

Aspettiamo che la polvere e il fango si depositino, diamo tempo alla verità e alla giustizia.

Io non ho altro da aggiungere.

[l’immagine è tratta da questo sito]

NO ALLE CLASSI POLLAIO: CLASS ACTION CONTRO LA GELMINI


Dopo quella dei precari, è pronta un’altra class action contro il ministro Gelmini. Il Codacons è, infatti, ricorso al Tar del Lazio per far sì che le classi non si trasformino in pollai accogliendo un numero esagerato di allievi – si parla di 35-40, anche se a me personalmente pare molto strano – rispetto alla capienza della aule.
Il Tar ha dato ragione al Codacons e ha concesso ai ministri della Pubblica Istruzione e dell’Economia, Giulio Tremonti, 120 giorni di tempo per emanare il Piano Generale di Edilizia Scolastica rimasto, fino ad ora, solo una promessa.

La sentenza, emessa dalla III sezione bis presieduta da Evasio Speranza, ha dichiarato ammissibile la richiesta del Codacons in quanto il Piano generale di riqualificazione dell’edilizia scolastica (previsto dall’art. 3 del Decreto 81/09) non è stato ancora adottato, nonostante i tempi previsti fossero fissari prima dell’anno scolastico 2009-2010. Per i giudici, quindi, «è evidente che l’inerzia si sia già protratta ampiamente oltre il limite di legge».

Per Mariastella Gelmini il ricorso è infondato perché «le classi con un numero di alunni pari o superiore a 30 sono appena lo 0,4% del totale», specificando che «il sovraffollamento riguarda prevalentemente la scuola secondaria di II grado e si lega soprattutto alle scelte e alle preferenze delle famiglie per alcuni istituti e sezioni». Inoltre chiarisce che «è già stato stanziato infatti un miliardo di euro e assegnata una prima tranche di 358 milioni per avviare gli interventi più urgenti».

Di tutt’altro avviso l’associazione di consumatori che ha preso l’iniziativa di ricorrere al Tar. Il presidente Carlo Rienzi annuncia che, qualora il ministro non provveda a pubblicare il Piano per l’edilizia scolastica, «saremo costretti a chiedere la nomina di un commissario ad acta che si sostituisca al ministro ed ottemperi a quanto disposto dal Tar. Grazie a questa sentenza, inoltre, docenti e famiglie i cui figli sono stati costretti a studiare in aule pollaio, potranno chiedere un risarcimento fino a 2.500 euro in relazione al danno esistenziale subito».

Risarcimento a parte, bisogna sottolineare che il sovraffollamento delle aule, oltre a disattendere la Legge sulla Sicurezza, influisce sulla qualità della didattica. I limiti massimi di legge sono, a prescindere dall’ampiezza delle aule a disposizione degli alunni, decisamente anti-didattici: per la Scuola infanzia 26 alunni (elevabili in casi eccezionali a 29); per la Scuola primaria 26 alunni (elevabili in casi eccezionali a 27); per la Secondaria di primo grado 27 alunni (elevabili in casi eccezionali a 30) e per la Secondaria di secondo grado 27 alunni (elevabili in casi eccezionali a 30). Ancora peggiore, se possibile, la situazione che si viene a creare nel caso una classe ospiti un allievo disabile: il massimo di legge è di 20 alunni, ma sappiamo che ci sono le deroghe e raramente il limite viene rispettato. Senza contare che in taluni casi si verificano delle situazioni gravemente problematiche in cui, agli alunni con regolare certificazione di disabilità, si aggiungono elementi non certificati ma con evidenti problemi, specie a livello di comportamento, che rendono oltremodo difficile l’insegnamento.

Insomma, il problema non è solo il pollaio, ovvero il sovraffollamento in spazi non adeguati e, quindi, a rischio nel caso di evacuazione. Il problema è che non si può concepire la scuola solo come un parcheggio dove, anche se si sta un po’ stretti, ci si sta comunque. La qualità dell’insegnamento è a rischio, tanto quanto l’incolumità delle persone -allievi ed insegnanti- nel caso di un’emergenza.

[fonte: leggo.it]