DAI BIGLIETTINI ALL’I-PHONE: L’ARTE DEL COPIARE


Alzi la mano che non ha mai tentato di copiare durante un compito in classe! Domanda inutile quanto l’invito di biblica memoria: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

L’arte del copiare, dunque, dev’essere proprio tale. Chi è maldestro viene scoperto, anche se talvolta si fa finta di non vedere, pur continuando ad osservare il reo. E sì, perché il tempo che si impiega per sbirciare tra i bigliettini, cercando di decifrare la grafia o di leggere chiaramente il carattere minuscolo della fotocopia nascosta, è tempo prezioso sottratto a quello a disposizione che si potrebbe far fruttare decisamente meglio studiando. Poi, se la scopiazzatura è proprio palese, si deve intervenire, si ritira il compito, si mette una nota sul registro, una sul libretto, si scrive sul compito che è stato ritirato, perché, a quale ora, che verrà valutato con un 2, senza nemmeno essere corretto … insomma, un’operazione complessa, lunga e noiosa che agevola, inevitabilmente, la copiatura di altri che approfittano della momentanea distrazione dell’insegnante, tutta intenta (o intento, se è un uomo) a svolgere queste azioni burocratiche che, in quanto tali, non si possono proprio trascurare.

Così, da studenti, s’impara a copiare. Ma, come dice il proverbio, il lupo perde il pelo ma non il vizio. E così, con qualche capello in meno (dicono che con lo stress dello studio si iniziano a perdere anche in giovane età), l’aspirante avvocato è arrivato all’esame di stato armato di tutto punto. Peccato, però, che l’arte del copiare sia proprio un’arte, come dicevo, e in quest’arte qualcuno, con ben poco talento, fa la figura dell’incompetente.
Il giovane aspirante avvocato, dicevo, è stato colto in flagrante: pareri legali infilati nei calzini, libri pocket nascosti nella biancheria intima, pagine di manuali proibiti accartocciate nelle tasche e persino un iPhone occultato sotto il giaccone.

È successo a Trieste, durante l’esame di stato per avvocati. Un candidato venuto da fuori, che ha destato dei sospetti nella commissione: un giubbotto un po’ troppo voluminoso (che evidentemente non si è tolto nemmeno durante la prova) e un modo frenetico di consultare carte e foglietti sparsi sul banco. All’invito a consegnare il “materiale” in suo possesso, l’aspirante avvocato ha ribattuto: . «Non ho niente da nascondere . Se volete perquisitemi pure». Detto, fatto: affidato ai poliziotti presenti per sorvegliare l’andamento dell’esame, è stato perquisito (è ovvio che i commissari non avrebbero potuto farlo, così come noi poveri insegnanti non possiamo “mettere le mani addosso” agli studenti). In ben quattro round, è saltato fuori di tutto: il telefonino, assolutamente bandito dalla sala come indicato nei cartelli affissi all’ingresso, poi i pareri legali, i foglietti dei manuali e infine i ”Bignami” di diritto. Il tutto piegato e nascosto nei punti più strategici, ma anche i più scontati: gli slip, i calzini, le tasche interne degli abiti.

Caso isolato? Niente affatto. Ad un’ispezione nei bagni, sono stati trovati dei biglietti anche là. Non potendo impedire ai candidati di recarsi ai sevizi, gli stessi sono stati fatti presidiare dai carabinieri.

Che dire? Forse che ci vorrebbe davvero più polso per evitare che i ragazzi imparino a copiare a scuola? Fosse per me, scatterebbe d’ufficio il 5 in condotta con relativa bocciatura. Ma, si sa, alla fine a questi poveri studenti vengono date ulteriori chance … a scuola. Ai concorsi no, però.

[fonte: Il Piccolo]