16 ottobre 2010

DIDONE INNAMORATA

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica, poesia tagged , , , , a 6:00 pm di marisamoles


Didone, per essere una donna, occupa una parte consistente dell’Eneide di Virgilio ed un intero libro, il IV, è dedicato alla storia d’amore, breve ma intensa, vissuta con Enea.

Su questa donna esistevano varie leggende, cui Virgilio sicuramente attinse per la stesura del suo poema. Innanzitutto la tradizione fenicia, giunta nel mondo romano attraverso i Greci di Sicilia, che ne tramanda la storia, le attribuisce il nome di Elissa. Ella era figlia di Muttone, re di Tiro, capitale della Fenicia; invidioso della sua ricchezza, cui contribuì con i suoi tesori il marito Sicheo (o Sicharba), sacerdote del dio Melkart, il fratello di lei, Pigmalione, le uccise lo sposo. Del delitto nessuno avrebbe saputo nulla se l’ombra di Sicheo non fosse comparsa in sogno ad Elissa rivelandole la tragica fine ed il suo esecutore. Di fronte ad una sicura persecuzione da parte del fratello, la donna decise di fuggire insieme ai suoi fedeli sudditi e ai suoi tesori ed, esule, giunse nell’Africa settentrionale dove gli indigeni la chiamarono Didone.

Impietosito per la sua sorte, e forse affascinato dalla sua bellezza, Iarba, re dei Getuli, le offrì della terra su cui fondare una città. Peccato che il re fosse un po’ burlone: l’appezzamento, infatti, era esteso quanto una pelle di bue! Ma Didone non si perse d’animo e fece emergere tutta la sua scaltrezza (sembra quasi un Ulisse in gonnella): tagliò la pelle in strisce sottili, in modo da circoscrivere una buona porzione di territorio sulla quale edificò poi Cartagine, divenendone la regina. A questo punto, Iarba, burlato a sua volta, la chiese in moglie: forse voleva formare un duo comico! Didone, ovviamente rifiutò consapevole del fatto che ci avrebbe rimesso; il re, infatti, le propose, come alternativa alle nozze, la guerra ed Elissa si gettò su un rogo sacrificale e si fece ardere viva per non violare il patto di fedeltà che la legava al marito morto.

Questa la tradizione fenicia; un’altra versione del mito narra che Didone si uccise con la spada davanti al suo popolo, che la voleva costringere alle nozze, e non gettandosi nel fuoco. Poco importa il modo, visto che muore lo stesso, tuttavia, per dovere di cronaca, sarà quest’ultima la versione seguita da Virgilio nella scena che porrà fine all’infelice esistenza della regina.
Nell’Eneide Didone si suicida, infatti, ma non per colpa di Iarba. Nel poema latino entra in scena un personaggio a noi noto ma ignorato dalla tradizione fenicia: Enea. È probabile che, prima di Virgilio, il poeta Nevio, autore della Guerra Punica, avesse fatto riferimento alla storia d’amore tra Enea e Didone. Comunque il tema dell’amante abbandonata era molto in voga a quel tempo (pensiamo ad Arianna, per esempio) e quindi non ci deve stupire che Virgilio l’abbia introdotto nel suo poema.

Ma vediamo come avviene l’incontro tra la regina di Cartagine e l’eroe virgiliano. Come si sa, Enea è esule, in fuga dalla sua patria ormai quasi irrimediabilmente divorata dal fuoco. Naturalmente non avrebbe preso l’iniziativa se qualcuno non gli avesse messo la pulce nell’orecchio: ad Enea appaiono in sogno prima Ettore che gli fa comprendere l’inutilità di un’estrema e disperata difesa della città, poi la madre Venere che lo esorta a fuggire e a salvarsi, poco eroicamente, la pelle.
Durante il viaggio, manco a dirlo, si scatena una furiosa tempesta, voluta dalla solita Giunone. Indignata, Venere si rivolge a Giove protestando per il trattamento riservato al suo divino figliolo e, grazie all’intervento di Nettuno, dio del mare, i Troiani riescono ad approdare, pur perdendo numerose navi, sulla costa libica dove regna Didone.

Come già era successo ad Ulisse, abbellito da Atena per far colpo su Nausicaa, di fronte alla regina appare un uomo bellissimo, quasi divino:
Apparve in piedi Enea e rifulse nell’aria serena,
simile il volto e le membra a un dio, perché Venere stessa
al figlio donò chiome adorne, spirò quella fulgida luce
di giovinezza e negli occhi un’amabile grazia
. (Eneide, I, vv.589-591)
È incredibile come le dee riescano a fare dei lifting così veloci e assolutamente indolori!

L’ineffabile bellezza di Enea gioca un ruolo determinante sulla favorevole accoglienza di Didone. La regina, tuttavia, non è solo affascinata dall’uomo, ma anche dalle sue parole:
Qual epoca tanto felice
ti generò? Quali nobili sposi sì umana ti crebbero?
Finché correranno al mare i fiumi, finché gireranno
l’ombre i dorsi dei monti, finché pasceranno nel cielo
le stelle, sempre i tuoi pregi, qualunque paese mi chiami,
dureranno e il tuo nome e la gloria
. (I, vv.605-610)
L’abilità retorica di Enea è ben poca cosa rispetto a quella di Ulisse; riesce, comunque, ad affascinare la regina. Didone è colpita dall’uomo e dalle sue parole, ma un altro elemento la spinge a provare simpatia per Enea: la compartecipazione. In fondo anche lei è un’esule, anche lei ha sofferto e sa cosa vuol dire dover lasciare la patria tanto amata:
Un uguale destino volle che anch’io, sbattuta
Fra tanti affanni, in questo paese alla fine posassi:
non ignara del male imparo a soccorrere i miseri
. (I, vv.628-630)

Come se ciò non bastasse, a far capitolare l’ignara Didone interviene nuovamente Venere: spinta dall’istinto di protezione tipico di una madre, fa innamorare del figlio la regina, confidando nel fatto che la permanenza a Cartagine salvaguardi l’eroe dai pericoli del mare.
Ormai perdutamente innamorata, la regina invita Enea a raccontare la sua storia, nel rispetto della tradizione (ricordate il racconto di Ulisse alla corte dei Feaci?). Così veniamo a conoscenza degli ultimi istanti passati a Troia, dei preparativi per la fuga, della triste perdita della moglie Creusa. Eh già, perché il troiano aveva una sposa e anche nobile, a quanto pare: era una delle figlie di Priamo ed Ecuba. Nella notte della fuga Creusa scompare.

Ma procediamo con ordine. Dopo aver convinto il padre Anchise, restio ad andarsene e per di più acciaccato, ed esserselo caricato sulle spalle, Enea dà queste disposizioni:
Al mio fianco
venga Iulo e discosta stia dietro ai miei passi Creusa
[…]
Tu, padre, i sacri arredi e i patrii Penati mantieni;
io non posso toccarli, uscito da sì cruda guerra
e dalla strage recente, finché non mi sia mondato
in una corrente
. (II, vv.710-711 e 717-720)

Non si sa perché la povera Creusa dovesse restare qualche passo indietro. Così, nella mischia, sarebbe stato inevitabile perderla! Ma a volte certi atteggiamenti, talune decisioni sono dettate dal destino, dal famoso Fato cui non ci si può opporre. Ed, infatti, Creusa si perde; giunto al di fuori delle mura di Troia, Enea se ne accorge e, sconvolto, non si dà pace:
Forse Creusa ha sbagliato
cammino, oppure stanca s’è fermata a sedere?
Lo ignoro; ma da allora non l’ho vista mai più.
Non mi girai a guardare se si fosse perduta
né pensai mai a lei prima di essere giunto
alla collina di Cerere, al vecchio santuario
. (II, vv.894-899)

Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.

Di certo i sensi di colpa non tardano a venire: il poveretto decide di ritornare sui suoi passi, pur cosciente del pericolo. Arriva fino a casa, ma di Creusa neanche l’ombra: i Greci hanno già occupato l’intero palazzo. Non riuscendo a darsi pace, comincia ad urlare a squarciagola il suo nome, senza ottenere risposta. Ad un tratto gli appare il fantasma della moglie che lo fa rabbrividire. Mentre cerca di parlare, la voce gli muore in gola, quindi è Creusa a prendere la parola:
Perché ti lasci andare ciecamente al dolore,
caro marito
? […]
Ciò che accade l’ha deciso
la ferma volontà dei Celesti; il destino
e il re dell’altissimo Olimpo non vogliono che tu porti
Creusa con te
. (II, vv.941-942 e 943-946)
Ecco che ritorna in scena il destino, la volontà degli dei contro la quale nessuno, nemmeno Enea, nulla può. La sposa gli anticipa, poi, gli avvenimenti futuri facendo riferimento anche ad una moglie di sangue reale che lo aspetta in Italia. Noi, che abbiamo letto l’Eneide, sappiamo trattarsi di Lavinia, sposa latina per la quale l’eroe troiano dovrà pure sostenere una guerra. Ecco che Creusa si fa da parte perché il suo amato dovrà raggiungere i lidi laziali da solo, senza vincoli coniugali.

Non c’è, nelle parole di Creusa, alcun riferimento ad una moglie fenicia, Didone appunto. Non fa parte dei progetti divini un matrimonio con l’infelice regina. Ma un connubio avviene; così lei chiama l’unione con Enea ed è pure favorita dalle dee Venere e Giunone, che per l’occasione mettono da parte l’antica ostilità. Giove, però, deciderà altrimenti.

PER LEGGERE LE ALTRE “PAGINE D’EPICA” CLICCA QUI.

[le immagini: “Enea e Didone”, affresco romano a Pompei; “Enea e Venere”, Tiepolo padre e figlio, affresco in Villa Valmarina, Vicenza; “Enea in fuga da Troia”, scultura di Bernini]

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2 commenti »

  1. […] non sia la sposa predestinata di Enea, Didone evidentemente non lo sa. Ma ormai la passione non le dà tregua: Intanto la regina, già da tempo […]

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  2. […] invito i lettori a leggere prima le seguenti parti: ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO, DIDONE INNAMORATA e ENEA E DIDONE: IL CONNUBIO. Questo è anche il post che conclude le mie Pagine d’Epica, in […]

    Mi piace


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