30 settembre 2010

ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 6:12 pm di marisamoles


In altri post mi sono dilettata a parlare di alcuni degli “eroi” greci che affollano gli omerici versi, ne ho messo in luce i vizi, piuttosto che le virtù, e ho notato come a fianco di ciascuno si possono collocare delle donne dal carattere forte. La carrellata, però, non finisce qui; dai poemi omerici, infatti, ci trasferiamo in ambito romano e quando parliamo di epica latina, alla memoria di ognuno di noi si affaccia un solo grande poema: l’Eneide di Virgilio.

Il nome del protagonista è noto a tutti; quello che forse è meno conosciuto è il suo ruolo all’interno del poema. Enea è un esule e ha il compito di portare il suo popolo, o almeno ciò che resta dei Troiani, lontano dalla città ormai distrutta. E’ un esule: di questi tempi il tema è alquanto di moda, viste le masse di extracomunitari che quotidianamente cercano di sbarcare sulle italiche rive. Ecco, immaginatevi una situazione di questo genere: un gruppo consistente di esuli troiani che, spinti dall’aspettativa e dalla speranza di una “terra promessa”, cioè l’Italia, si mette in viaggio e si lascia guidare da un condottiero di popolo illuminato dalla divinità. Eh già, perché anche qui, come nei poemi omerici, gli dei giocano un ruolo determinante, a cominciare da Venere che è addirittura la madre di Enea. Ma di questo parleremo più avanti.

Il tema dell’esilio, della fuga dalla patria ostile, dicevamo, è di grande attualità. Ma anche il passato meno recente ci riconduce allo stesso tema: pensiamo alle masse di nostri connazionali che, all’inizio dello scorso secolo, si mettevano in viaggio, spesso in situazioni precarie, per raggiungere l’America, terra sconosciuta, mossi da una disperata speranza di trovare fortuna, ma nello stesso tempo consapevoli dell’ignoto destino che li attendeva.
Ancora: verso l’inizio degli anni ’90, un altro popolo si muove dalla propria terra, lasciandosi alle spalle la miseria già sperimentata, per giungere, questa volta in Italia, con la speranza di trovare una fortuna ancora ignota. Sto parlando degli albanesi e non a caso il film di Gianni Amelio incentrato su questa tragedia, s’intitolava “Lamerica”. Quello che questi derelitti cercavano nel nostro paese era esattamente ciò che tanti italiani avevano cercato, nello scorso secolo, oltreoceano. “Lamerica” assume una connotazione paradigmatica della “fortuna” stessa che un popolo di disperati va cercando in fuga dalle proprie miserie.

Perché ho citato questi esempi? Per concludere che gli esuli troiani guidati da Enea possono essere paragonati ai nostri “antenati” o agli albanesi (a cui recentemente si sono aggiunti curdi, armeni e chi più ne ha, più ne metta)? Certamente no. La storia di Enea non è semplicemente quella dell’esule disperato alla ricerca di una vita migliore, anche se delle affinità con gli albanesi evidentemente ci sono, specialmente per quanto riguarda il punto d’arrivo del viaggio, che è appunto l’Italia. Ma la nostra penisola è una vera e propria “terra promessa”, non un casuale approdo, e il destino che attende i Troiani è ben noto, non ignoto o solamente vagheggiato come quello di tanti altri esuli. Se devo proprio cercare un termine di paragone, vedrei Enea simile a Mosè cui Dio ha affidato l’arduo compito di riportare il proprio popolo nella Terra Promessa. Ovviamente ci sono delle differenze: Mosè strappa gli ebrei dalla schiavitù e non solo li riconduce nella propria terra, ma ridà loro la libertà; il Dio di Mosè è unico ed il compito del biblico esule è anche quello di arrestare il dilagante politeismo per rafforzare la fede monoteista. Enea, invece, è un troiano che strappa il suo popolo a morte certa e terribile: a chi farebbe piacere concludere la propria esistenza tra le fiamme di un indomabile incendio? Inoltre, la terra verso cui deve salpare con le navi è conosciuta, ha un nome: Italia. Questa è la terra promessa dagli dei e dal Fatum che è espressione della volontà divina onnipotente e suprema. Il viaggio di Enea non è paragonabile a quella dei tanti disperati i cui naufragi affollano spesso le pagine dei giornali; certo anche lui ha le sue belle “gatte da pelare”, anche le sue navi faranno naufragio e anche il suo popolo sarà ospitato da genti straniere. Allora i centri di accoglienza non esistevano, ma agli esuli erano riservati tutti gli onori e nessuno presentava loro il “decreto di espulsione” se individuati come clandestini. Almeno in questo i Troiani erano fortunati.

Non dobbiamo credere, però, che durante il viaggio di Enea, paragonato, ad esempio, a quello di Ulisse, tutto fili liscio: anche l’eroe virgiliano deve lottare contro le sventure e le avversità determinate dagli dei ostili, specie Giunone che non aveva dimenticato ancora l’affronto di Paride (sempre per quella mela che così imprudentemente aveva assegnato ad Afrodite!) e aveva giurato vendetta nei confronti dei Troiani. Ma gli dei nell’Eneide sembrano essere un po’ più malleabili (vedremo che Giunone addirittura si metterà d’accordo con Venere, sua acerrima nemica), meno vendicativi e meno rigidi nell’imporre la loro volontà. Sono anche meno capricciosi e litigiosi e più partecipi dei sentimenti umani, rispetto agli dei omerici sempre pronti a scannarsi e incapaci di immedesimarsi nelle umane sofferenze (se fanno durare dieci anni il viaggio di Ulisse!).

Il tema del viaggio e quello della guerra (presente non solo nel ricordo degli ultimi istanti di vita di Troia, ma anche nella parte finale del poema, quando Enea dovrà combattere, contro Turno re dei Rutuli, per entrare in possesso della “terra promessa”) costituiscono il trait d’union con i poemi omerici. Del resto Virgilio aveva ben presente l’Iliade e l’Odissea ed Omero rappresentava l’auctoritas da cui trarre spunto nella stesura della sua opera. Non solo, ma nel progetto culturale della pax Augusta, il poema si colloca come strumento di esaltazione della grandezza di Roma e della sua missione civilizzatrice, perché Troia, simbolo della potenza antica, cade e resuscita, grazie ad Enea, sui sette colli.

Se è impossibile, per ragioni cronologiche, attribuire ad Enea la fondazione di Roma, è possibile comunque creare un legame tra gli esuli troiani e i Romani: Iulo (o Ascanio), figlio di Enea, fonderà Albalonga, città natale dei due gemelli, Romolo e Remo, mitici fondatori della città di Roma. Addirittura, una delle gentes più importanti nell’Urbe è proprio la gens Iulia, quella, per intenderci, che darà i natali a Giulio Cesare.
Ecco, quindi, la chiusura del cerchio; ma per portare a compimento questo progetto, Enea deve essere una persona speciale e questa sua peculiarità è riassunta nell’epiteto che lo accompagna sempre nei versi virgiliani: pius. La traduzione letterale in italiano crea spesso dei problemi d’interpretazione: “pio” non significa, in questo contesto, “pietoso”, “misericordioso”, bensì “devoto”. In effetti Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti.

Enea è pio nel momento in cui accetta tutto ciò che gli arriva dall’alto, senza pensare al proprio bene, ma a quello di tutti i suoi cari, del suo popolo, della sua patria. Di fronte alle sofferenze si adagia, con animo pio, appunto, non lotta come Achille o Ulisse, perché sa che lottare contro il Fato è inutile ed arrabbiarsi oltre a non servire a nulla, fa stare anche peggio.
Da questo ritratto sembrerebbero prevalere gli aspetti positivi del suo modo di agire, anche rispetto agli eroi omerici; questa sua sensibilità verrà meno proprio dove servirebbe di più: in amore.

[nell’immagine “Enea e Anchise” di Gian Luigi Bernini, tratta dal sito Settemuse]

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6 commenti »

  1. frz40 said,

    Brava, sono sempre molto gradevoli questi tuoi post

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  2. marisamoles said,

    @ frz

    Grazie! Le mie “Pagine d’epica” sono praticamente lo specchio delle mie lezioni. Spero che appassionino i miei allievi (anzi, credo di sì, perché studiano sul serio!) come appassionano te. 🙂

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  3. […] Didone, per essere una donna, occupa una parte consistente dell’Eneide di Virgilio ed un intero libro, il IV, è dedicato alla storia d’amore, breve ma intensa, vissuta con Enea. […]

    Mi piace

  4. Josè Pascal said,

    Navigando fra le onde del web mi sono piacevolmente incagliato in questo bel blog.

    Complimenti per quel che scrivi e quel che pensi.

    Mi presento sono Josè Pascal (figlio del fù Mattia Pascal e Ederì Buendìa discendente del grande colonnello Aureliano Buendía).

    Volevo invitarti a visitare il mio blog ed eventualmente collaborare.

    Se ogni giorno vorrai una lettera mi invierai a inparolesemplici@gmail.com

    buona serata e a presto spero

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  5. […] si fa a vivere così? Pensate quale idea si faccia Enea della regina, come minimo si chiede se ha qualche problema di arteriosclerosi! Lui non è ancora […]

    Mi piace

  6. […] fine della sfortunata regina. Per completezza, invito i lettori a leggere prima le seguenti parti: ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO, DIDONE INNAMORATA e ENEA E DIDONE: IL CONNUBIO. Questo è anche il post che conclude le mie Pagine […]

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