BRUNETTA SUI PROBLEMI DELLA SCUOLA: “I PRECARI NON SONO 200MILA E GLI INSEGNANTI NON SONO PAGATI POCO PER QUEL CHE FANNO”

Ci mancava anche il ministro della Funzione Pubblica a rincarare la dose sui problemi della scuola pubblica, nell’imminenza della ripresa delle lezioni.
Brunetta ha più volte fatto le sue esternazioni sui docenti (leggi QUA) e sarebbe sicuramente stato meglio tacesse. Tuttavia, ormai sappiamo che lui non si lascia sfuggire l’occasione per dire la sua, soprattutto in riferimento ai fannulloni contro cui lotta fin dalla sua nomina a ministro. Figuriamoci se può stare zitto in un momento come questo, quando migliaia di insegnanti precari sono in agitazione contro i “tagli” del ministro Gelmini.

In occasione della Summer School 2010, organizzata a Frascati dall’Associazione Magna Charta, il ministro Brunetta sui precari della scuola ha osservato: “Non sono 200 mila, non sono precari ed è troppo comodo leggere i titoli dei giornali e su quelli imbastire un discorso“.
Ora, i numeri esatti confesso di non conoscerli, anche perché ogni ministro dà i numeri come vuole. Che non siano precari è alquanto discutibile: non credo potrebbero disporre di tanto tempo se avessero un posto fisso, visto che in questi giorni le varie attività nelle diverse scuole sono in pieno svolgimento e ad un ritmo piuttosto serrato.
Che non si debba dar retta ai titoli dei giornali è vero: tuttavia, al contenuto degli articoli, leggendoli attentamente, qualche credito si deve pur dare.

Ma visto che non gli bastava sparlare sui precari, il ministro Brunetta approfitta dell’occasione per sparlare sulla scuola italiana in generale e sui docenti in particolare: Abbiamo un corpo insegnante forse tra i più pletorici generosi dei paesi industrializzati le performance della scuola non sono le migliori, il livello di apprendimento dei nostri scolari non è paragonabile a quello degli altri paesi. Il sistema costa tanto e rende poco. Non è neanche vero che gli insegnanti sono pagati poco, perché in altri paesi guadagnano di più perché lavorano di più.
Punto primo: che gli investimenti sulla scuola nel passato siano stati mal gestiti, sarei anche d’accordo. Che siano stati troppi, non credo. O meglio, forse ci sono stati degli sprechi in alcune zone più che in altre, senza ottenere, tuttavia, un miglioramento dell’efficienza.
Punto secondo: sui livelli di apprendimento degli scolari italiani (se parla di scolari, credo si riferisca alla scuola elementare, a meno che non sappia utilizzare il lessico in modo appropriato) i dati OCSE parlano chiaro e dovrebbero portare ad una lunga riflessione in tal senso. Tuttavia, non mi sentirei di addossare tutta la responsabilità sui docenti, ma piuttosto bisognerebbe prendere in considerazione i fattori contingenti che hanno impedito di raggiungere determinati obiettivi.
Punto terzo: non mi stancherò mai di ripetere che gli insegnanti italiani non assolvono a tutti i loro obblighi stando in classe, e presumibilmente facendo lezione, per 18 ore settimanali. Credo che nessuno si opporrebbe a far emergere tutto il lavoro sommerso, anche spendendo più ore a scuola nello svolgimento delle attività che normalmente sono “domestiche”. Da parte mia, non ci sarebbe nessun problema a timbrare il cartellino e passare otto ore nell’edificio scolastico se lo stipendio fosse davvero adeguato al titolo di studio e all’esperienza accumulata in tanti anni di lavoro serio e indefesso.

Insomma, secondo Brunetta, il sistema costa molto e produce poco, inoltre non c’è meritocrazia, altissimo è il livello di assenteismo degli insegnanti che implica legioni di supplenti” mentre “i concorsi funzionano poco e male.
La scuola, quindi, anche perché mal gestita in passato, non può permettersi 200mila posti in più perché si ripresenterebbe il problema delle supplenze in maniera incrementata. E su questo potrei essere anche d’accordo, visto che i soldi che lo Stato investe nella scuola sono soldi di tutti e nessuno vorrebbe che il proprio denaro venisse buttato fuori dalla finestra.

Sui precari, infine, il titolare della P.A. pone una domanda che, in effetti, mi sono posta anch’io più volte: si chiede come mai nessun giornalista si sia preoccupato di vedere chi cavolo è il supplente che non ha vinto uno straccio di concorso per 15 anni. Forse farebbe meglio a cambiare mestiere.
Una cosa, però, il ministro non mette in conto: ci sono, specie nelle scuole secondarie, delle Classi di Concorso che non hanno mai avuto moltissimi posti da titolare e che hanno dato lavoro ai supplenti senza tuttavia offrire loro la possibilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato. Per anni questi docenti si sono illusi che, maturando anzianità e punteggi da precari, avrebbero potuto entrare di ruolo. La contrazione dei posti ha, però, impedito questo passaggio, ed ecco che i precari senza cattedra si ribellano. Che siano 200mila o meno non ha importanza: certo, possono cambiar mestiere ma non bisogna dimenticare che quel mestiere l’avevano scelto e che lo Stato li aveva illusi.
Che poi i precari disoccupati non debbano avere un trattamento diverso rispetto a tutti coloro che si sono trovati improvvisamente disoccupati, magari a cinquant’anni, è un altro discorso. Meritano comunque rispetto da parte di un’istituzione pubblica che, invece di preoccuparsi per loro, nega l’evidenza.

[fonte: Quotidiano.net; l’immagine è tratta da questo sito]

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