30 settembre 2010

ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 6:12 pm di marisamoles


In altri post mi sono dilettata a parlare di alcuni degli “eroi” greci che affollano gli omerici versi, ne ho messo in luce i vizi, piuttosto che le virtù, e ho notato come a fianco di ciascuno si possono collocare delle donne dal carattere forte. La carrellata, però, non finisce qui; dai poemi omerici, infatti, ci trasferiamo in ambito romano e quando parliamo di epica latina, alla memoria di ognuno di noi si affaccia un solo grande poema: l’Eneide di Virgilio.

Il nome del protagonista è noto a tutti; quello che forse è meno conosciuto è il suo ruolo all’interno del poema. Enea è un esule e ha il compito di portare il suo popolo, o almeno ciò che resta dei Troiani, lontano dalla città ormai distrutta. E’ un esule: di questi tempi il tema è alquanto di moda, viste le masse di extracomunitari che quotidianamente cercano di sbarcare sulle italiche rive. Ecco, immaginatevi una situazione di questo genere: un gruppo consistente di esuli troiani che, spinti dall’aspettativa e dalla speranza di una “terra promessa”, cioè l’Italia, si mette in viaggio e si lascia guidare da un condottiero di popolo illuminato dalla divinità. Eh già, perché anche qui, come nei poemi omerici, gli dei giocano un ruolo determinante, a cominciare da Venere che è addirittura la madre di Enea. Ma di questo parleremo più avanti.

Il tema dell’esilio, della fuga dalla patria ostile, dicevamo, è di grande attualità. Ma anche il passato meno recente ci riconduce allo stesso tema: pensiamo alle masse di nostri connazionali che, all’inizio dello scorso secolo, si mettevano in viaggio, spesso in situazioni precarie, per raggiungere l’America, terra sconosciuta, mossi da una disperata speranza di trovare fortuna, ma nello stesso tempo consapevoli dell’ignoto destino che li attendeva.
Ancora: verso l’inizio degli anni ’90, un altro popolo si muove dalla propria terra, lasciandosi alle spalle la miseria già sperimentata, per giungere, questa volta in Italia, con la speranza di trovare una fortuna ancora ignota. Sto parlando degli albanesi e non a caso il film di Gianni Amelio incentrato su questa tragedia, s’intitolava “Lamerica”. Quello che questi derelitti cercavano nel nostro paese era esattamente ciò che tanti italiani avevano cercato, nello scorso secolo, oltreoceano. “Lamerica” assume una connotazione paradigmatica della “fortuna” stessa che un popolo di disperati va cercando in fuga dalle proprie miserie.

Perché ho citato questi esempi? Per concludere che gli esuli troiani guidati da Enea possono essere paragonati ai nostri “antenati” o agli albanesi (a cui recentemente si sono aggiunti curdi, armeni e chi più ne ha, più ne metta)? Certamente no. La storia di Enea non è semplicemente quella dell’esule disperato alla ricerca di una vita migliore, anche se delle affinità con gli albanesi evidentemente ci sono, specialmente per quanto riguarda il punto d’arrivo del viaggio, che è appunto l’Italia. Ma la nostra penisola è una vera e propria “terra promessa”, non un casuale approdo, e il destino che attende i Troiani è ben noto, non ignoto o solamente vagheggiato come quello di tanti altri esuli. Se devo proprio cercare un termine di paragone, vedrei Enea simile a Mosè cui Dio ha affidato l’arduo compito di riportare il proprio popolo nella Terra Promessa. Ovviamente ci sono delle differenze: Mosè strappa gli ebrei dalla schiavitù e non solo li riconduce nella propria terra, ma ridà loro la libertà; il Dio di Mosè è unico ed il compito del biblico esule è anche quello di arrestare il dilagante politeismo per rafforzare la fede monoteista. Enea, invece, è un troiano che strappa il suo popolo a morte certa e terribile: a chi farebbe piacere concludere la propria esistenza tra le fiamme di un indomabile incendio? Inoltre, la terra verso cui deve salpare con le navi è conosciuta, ha un nome: Italia. Questa è la terra promessa dagli dei e dal Fatum che è espressione della volontà divina onnipotente e suprema. Il viaggio di Enea non è paragonabile a quella dei tanti disperati i cui naufragi affollano spesso le pagine dei giornali; certo anche lui ha le sue belle “gatte da pelare”, anche le sue navi faranno naufragio e anche il suo popolo sarà ospitato da genti straniere. Allora i centri di accoglienza non esistevano, ma agli esuli erano riservati tutti gli onori e nessuno presentava loro il “decreto di espulsione” se individuati come clandestini. Almeno in questo i Troiani erano fortunati.

Non dobbiamo credere, però, che durante il viaggio di Enea, paragonato, ad esempio, a quello di Ulisse, tutto fili liscio: anche l’eroe virgiliano deve lottare contro le sventure e le avversità determinate dagli dei ostili, specie Giunone che non aveva dimenticato ancora l’affronto di Paride (sempre per quella mela che così imprudentemente aveva assegnato ad Afrodite!) e aveva giurato vendetta nei confronti dei Troiani. Ma gli dei nell’Eneide sembrano essere un po’ più malleabili (vedremo che Giunone addirittura si metterà d’accordo con Venere, sua acerrima nemica), meno vendicativi e meno rigidi nell’imporre la loro volontà. Sono anche meno capricciosi e litigiosi e più partecipi dei sentimenti umani, rispetto agli dei omerici sempre pronti a scannarsi e incapaci di immedesimarsi nelle umane sofferenze (se fanno durare dieci anni il viaggio di Ulisse!).

Il tema del viaggio e quello della guerra (presente non solo nel ricordo degli ultimi istanti di vita di Troia, ma anche nella parte finale del poema, quando Enea dovrà combattere, contro Turno re dei Rutuli, per entrare in possesso della “terra promessa”) costituiscono il trait d’union con i poemi omerici. Del resto Virgilio aveva ben presente l’Iliade e l’Odissea ed Omero rappresentava l’auctoritas da cui trarre spunto nella stesura della sua opera. Non solo, ma nel progetto culturale della pax Augusta, il poema si colloca come strumento di esaltazione della grandezza di Roma e della sua missione civilizzatrice, perché Troia, simbolo della potenza antica, cade e resuscita, grazie ad Enea, sui sette colli.

Se è impossibile, per ragioni cronologiche, attribuire ad Enea la fondazione di Roma, è possibile comunque creare un legame tra gli esuli troiani e i Romani: Iulo (o Ascanio), figlio di Enea, fonderà Albalonga, città natale dei due gemelli, Romolo e Remo, mitici fondatori della città di Roma. Addirittura, una delle gentes più importanti nell’Urbe è proprio la gens Iulia, quella, per intenderci, che darà i natali a Giulio Cesare.
Ecco, quindi, la chiusura del cerchio; ma per portare a compimento questo progetto, Enea deve essere una persona speciale e questa sua peculiarità è riassunta nell’epiteto che lo accompagna sempre nei versi virgiliani: pius. La traduzione letterale in italiano crea spesso dei problemi d’interpretazione: “pio” non significa, in questo contesto, “pietoso”, “misericordioso”, bensì “devoto”. In effetti Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti.

Enea è pio nel momento in cui accetta tutto ciò che gli arriva dall’alto, senza pensare al proprio bene, ma a quello di tutti i suoi cari, del suo popolo, della sua patria. Di fronte alle sofferenze si adagia, con animo pio, appunto, non lotta come Achille o Ulisse, perché sa che lottare contro il Fato è inutile ed arrabbiarsi oltre a non servire a nulla, fa stare anche peggio.
Da questo ritratto sembrerebbero prevalere gli aspetti positivi del suo modo di agire, anche rispetto agli eroi omerici; questa sua sensibilità verrà meno proprio dove servirebbe di più: in amore.

[nell’immagine “Enea e Anchise” di Gian Luigi Bernini, tratta dal sito Settemuse]

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29 settembre 2010

DONNA MAROCCHINA SEGREGATA E VIOLENTATA DAL MARITO PERCHÉ VUOLE IMPARARE L’ITALIANO

Posted in cronaca, donne, famiglia, integrazione culturale, matrimonio, religione, violenza sessuale tagged , , , , , , , , a 3:47 pm di marisamoles

Nel civilissimo Nord-Est non è sempre facile la vita degli immigrati. Il sospetto s’insinua nelle menti di chi, forse, non gradisce una presenza così massiccia di extracomunitari. Mentre noi, altrettanto civili, parliamo di integrazione, i primi a non volerla, come ho già sostenuto altrove, sono proprio loro, gli immigrati.

La lingua è uno strumento di coesione indispensabile per vivere in un Paese straniero. I bambini degli immigrati imparano l’Italiano a scuola e spesso lo insegnano ai genitori, specie alle mamme. Sì, alle mamme perché loro, al contrario dei papà, non sono impegnate in un’attività lavorativa e, quindi, seguendo la logica maschile specie quella influenzata dall’islam, non hanno alcun bisogno di imparare la lingua del Paese che le ospita.
Così assistiamo, talvolta, ad una chiusura totale delle donne nel microcosmo domestico e all’impossibilità che si concretizzi quell’integrazione che per le giovani spose islamiche sarebbe l’unico modo per sentirsi meno sole, specie se non hanno ancora dei figli: spesso, infatti, è attraverso gli occhi dei bambini che riescono a guardare il mondo sconosciuto che le circonda.

Gli immigrati nel Nord-Est, come dicevo, sono tanti e appartengono a diverse culture anche se la più diffusa è quella islamica. In provincia di Vicenza, una giovane marocchina, sposata ad un uomo di dieci anni più grande e che ha conosciuto solo tre giorni prima delle nozze, è stata picchiata, violentata e segregata in casa, con la complicità di altre due donne, la cognata e la suocera, dal marito che non ha affatto apprezzato il tentativo fatto dalla moglie di imparare l’italiano.

Sentendosi sola e soffrendo per le continue angherie delle donne di famiglia, Samia (è un nome di fantasia) ha, forse ingenuamente, chiesto al marito il permesso di imparare l’italiano. Per tutta risposta, è iniziato per lei un vero e proprio inferno fatto di maltrattamenti e vessazioni di ogni tipo. Eppure lei, come ha scritto sul diario che teneva segretamente, aveva accettato di buon grado quel matrimonio e il trasferimento in Italia: «Ho fatto questa scelta. Era importante per i miei genitori. Ora voglio solo essere una brava moglie».

Spesso i genitori impongono queste scelte nella convinzione che sia un bene per le figlie sottrarsi alla povertà e ne ricevono in cambio del denaro che serve loro per tirare avanti fino al matrimonio di un’altra figlia. Proprio ieri ho scritto un post sulla pratica orrenda e inumana dell’infibulazione cui sono sottoposte le bambine e le ragazze da molti popoli africani (LINK dell’articolo). Ho riportato alcuni brani tratti dai libri di una donna somala, Waris Dirie, in cui la scrittrice racconta di essere stata venduta, quindicenne, ad un uomo di sessant’anni per cinque cammelli. Ecco, forse a Samia è successa una cosa del genere e ha pensato di poter aiutare la famiglia trasferendosi nel Veneto con il marito sconosciuto.

Nonostante i maltrattamenti la donna crede di poter essere ancora una buona moglie. Accetta le botte dal marito, che pensa siano una specie di strumento di correzione, ma le regole le stanno un po’ strette. Inizia, così, a studiare l’italiano prendendo degli appunti mentre segue i programmi televisivi. Un’innocente evasione, a nostro modo di vedere, un segreto che per noi non sarebbe nemmeno inconfessabile, una trasgressione che forse ci fa sorridere. Eppure quella trasgressione è stata punita, perché una donna musulmana non può fare quello che il marito le vieta di fare.

A tutto c’è un limite, e lo capisce anche una giovane marocchina che ha tentato di essere una buona moglie. Proprio quando ha capito che il marito non è affatto un buon marito, si è sottratta alla prigionia tra le mura domestiche, è riuscita a scappare e ha denunciato l’uomo che la maltrattava. Ora lui è indagato per violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni, mentre lei, grazie ad un’associazione indicatale dai carabinieri, è ospitata da una famiglia che si prende cura di lei. Ha trovato anche un lavoro e ora può imparare meglio la lingua “proibita”, perché la sua vita è qui, in un Paese straniero, sì, ma che le ha aperto nuove prospettive, prima nemmeno immaginabili.

Samia ce l’ha fatta, anche se il cammino verso la serenità sarà, forse, ancora lungo. Altre donne non riescono a riscattarsi da una vita di segregazione e altri mariti non sono nemmeno sfiorati dall’idea che le leggi dello Stato che li ospita prevalgano su quelle, ingiuste e crudeli, in cui credono.

[fonte: Il Corriere]

28 settembre 2010

KASIA SMUTNIAK: “RINUNCIO AL PARACADUTISMO PER AMORE DI SOPHIE”

Posted in amore, bambini, famiglia, figli, spettacolo, sport, televisione, vip tagged , , , , , , a 7:45 pm di marisamoles

A tre mesi dalla tragica fine di Pietro Taricone, la compagna, l’attrice polacca Kasia Smutniak rompe il silenzio rilasciando un’intervista a Vanity Fair. Racconta il suo grande amore per Taricone e la passione condivisa per il paracadutismo. Le incomprensioni li avevano separati per qualche tempo (in verità delle voci avevano riferito di un fugace flirt di lei con il modello e attore Raz Degan, compagno di Paola Barale), il cielo li aveva fatti incontrare nuovamente.

Quando è morto, Pietro era felice, racconta Kasia. Una coppia schiva, mai al centro dell’attenzione, quasi un’anomalia nel mondo dei vip che tra i gossip ci sguazzano, salvo poi lamentarsi delle foto rubate. Pietro e Kasia erano diversi: Invece di passare il tempo seduti al ristorante, o a comprare vestiti, noi saltavamo. Insieme… Il cielo per me è quello che per Pietro erano i cavalli, osserva l’attrice. Quella per il cielo dapprima era una sua passione esclusiva, poi ha contagiato anche Pietro. Nella passione per il paracadutismo – spiega la Smutniak – l’adrenalina non c’entra. È la sensazione di libertà e di contatto con la natura a renderti felice, e noi facevamo quel che ci rendeva felici: era un altro modo per stare insieme.

Insieme, come sempre, erano anche quel giorno, quel maledetto 29 giugno, quando un fatale incidente le ha strappato per sempre il compagno con cui aveva condiviso otto anni della sua vita, il padre della sua bambina, Sophie. Anche la piccola quel giorno era presente; per fortuna non ha visto nulla della tragedia, forse ha visto soltanto il sorriso di papà che si apprestava a fare l’ultimo lancio. Prima di saltare – ricorda l’attrice –mi ha mandato un bacio, facendo la faccia buffa, hanno riso tutti. Poi si è lanciato. Non si è reso conto di niente, è morto col sorriso in faccia. Io ero accanto a lui.
Alla bambina lei ha detto semplicemente “Papà è morto”, così come le è stato consigliato da uno psicologo. Ai bambini non bisogna mentire e per Sophie, nonostante il dolore, forse appare normale che il papà se ne sia andato per sempre in cielo, quel cielo che amava tanto.
Un amore che anche per Kasia è importante, fa parte della sua vita, anche se ha promesso di non lanciarsi più con il paracadute: Oggi non posso tornare, per Sophie – spiega- adesso devo pensare solo a lei. Tanto, prima o poi, su ci ritorno. Il cielo fa parte di me.

Non ha rimpianti e, nonostante la sofferenza provata, sa che Pietro non avrebbe potuto scegliere una morte migliore: Se potessi scegliere un modo di morire, vorrei anch’io morire così: nel momento più felice della vita.
Ma per ora la vita le riserva delle nuove emozioni, la vita di sempre, quella di attrice. Pare che i fratelli De Angelis, già produttori di fiction popolari e di grande successo, stiano pensando a lei per la parte della protagonista della serie “I mercanti di fiori”, 12 episodi per Mediaset (fonte: TV Sorrisi e Canzoni, numero 40/2010, pag. 31, articolo firmato da Tiziana Lupi).

Per ora il cielo può attendere: lo deve a Sophie.

[FONTE: Il Corriere]

LACRIME DI BIMBE CHE NON SARANNO MAI DONNE DAVVERO. L’INFIBULAZIONE

Posted in adolescenti, bambini, cultura, donne, famiglia, libri, religione, società tagged , , , , , , , , , , , , a 5:23 pm di marisamoles


La pratica dell’infibulazione è assai diffusa in Africa e rappresenta, nella “cultura” dei popoli che la praticano, una sorta di rito di iniziazione, cui vengono sottoposte le bambine o le ragazze (si va dai 3 anni ai 12 anni), e che consiste nella mutilazione dei genitali esterni. È una pratica barbara che nessuna religione al mondo potrebbe mai prescrivere ma, per ignoranza, è diffusissima: si stima che circa due milioni di bambine ogni anno siano sottoposte a questo crudele rito (130 milioni nel mondo, in ventotto paesi africani, secondo le stime ONU).

Il motivo per cui si pensa che, nonostante l’atrocità, l’infibulazione sia ancora diffusa, non solo nei paesi africani ma anche presso le popolazioni immigrate in Europa, è che viene dato ad intendere che sia la religione ad imporla. Spesso succede che venga associata alla religione islamica che non prevede assolutamente tale mutilazione. Tuttavia, poiché l’arabo, specie la lingua scritta, è ai più un idioma sconosciuto o utilizzato solo per memorizzare alcune sure del Corano, viene fatto credere alle persone ignoranti che proprio sul libro sacro di Maometto sia prescritto questo rito imposto alle femmine.

Una delle donne più attive nella protesta contro questa usanza barbara è l’attrice e modella Waris Dirie, originaria della Somalia, che Kofi Annan ha nominato ambasciatrice ONU per la lotta contro l’infibulazione. Nel 2002 la Dirie ha deciso di dar vita alla Waris Dirie Foundation a Vienna per portare avanti i suoi progetti e combattere il fenomeno delle mutilazioni da infibulazione. Sul suo sito, si legge “ognuno può aiutare il mio sogno: mettiamo fine alle mutilazioni dei genitali femminili”.
Nel 2007 il presidente francese, Nicholas Sarkozy, l’ha insignita del titolo di Chevalier de la Legion d’Honneur a riconoscimento del suo impegno umanitario.

La Dirie, all’età di circa quindici anni (si pensa che sia nata nel 1965 ma non è sicuro visto che in Africa, in alcuni villaggi, alle bambine non viene dato subito un nome né viene registrata la loro nascita) è scappata dal suo villaggio per sfuggire al matrimonio combinato dai suoi che la volevano dare in sposa ad un uomo di 60 anni, al quale l’avevano venduta per cinque cammelli.
Nel libro Fiore del deserto (questo è il significato del suo nome), autobiografico, racconta anche di essere stata sottoposta, a circa tre anni di età, alla mutilazione dei genitali; così descrive la pratica inumana:

Le vittime vengono mutilate con utensili d’uso comune – quali lame di rasoio, coltelli, forbici o, peggio, con schegge di vetro, pietre appuntite e persino a morsi. Invece di diminuire, il numero delle ragazze che vengono mutilate aumenta. Molti africani emigrati in Europa e negli Stati Uniti non hanno abbandonato questa consuetudine.
Con l’infibulazione la donna viene privata del piacere sessuale, quindi anche del desiderio, mentre la cucitura della vagina
serve a garantire la verginità, assimilata alla purezza: le vergini sono un bene prezioso in Africa ed è questo uno degli inconfessabili moventi dell’infibulazione: mio padre poteva ricavare un ottimo compenso dalla vendita delle figlie belle e vergini.
Se penso che quest’anno due milioni di ragazze subiranno quello che ho subito io, mi sento male e mi rendo conto che quanto più questa tortura andrà avanti, tante più saranno le donne come me, furiose e ferite, che non potranno mai più avere ciò che è stato loro tolto
.

Quella terribile esperienza lasciò un segno indelebile nel suo animo. Così, nel terzo libro pubblicato, Figlie del dolore, descrive un incubo che turba da anni i suoi sonni:

Mi sveglio in un bagno di sudore. È molto presto, non sono ancora le sei. La notte è stata breve e agitata, con terribili incubi che ricominciavano sempre daccapo. Provo a richiudere gli occhi, ma vedo ancora quelle immagini angoscianti: una miserabile stanza d’albergo, piccola e con la carta da parati ingiallita. Una bambina stesa sul letto, di dieci, dodici anni al massimo. Nuda. Quattro donne circondano il letto e la tengono giù. La bambina ha le gambe spalancate, e una vecchia le siede davanti con un bisturi in mano. Le lenzuola sono zuppe di sangue. La bambina grida con quanto fiato ha in gola. Continua a urlare. Grida da strappare il cuore.
Sono state quelle urla a svegliarmi. E anche adesso sembrano riecheggiare nella mia camera. Mi alzo barcollando e vado a bere un bicchiere d’acqua. Guardo fuori dalla finestra. Comincia a far luce. Sono a Vienna, nessuno sta gridando. Era solo un sogno, mi dico
.

Nei suoi libri la Dirie racconta anche dell’assoluta indifferenza con cui sono trattate le donne presso il suo e altri popoli africani: non hanno diritto all’istruzione, non possono prendere iniziative di alcun genere, sono trattate dai padri e dai mariti come schiave e spesso, per ignoranza, perché viene fatto loro credere che quella sia l’unica vita possibile, accettano il loro destino senza fiatare.
Qualcuna, come Waris, ogni tanto si ribella, ma sono ancora troppo poche le donne che hanno coraggio di sfuggire al crudele destino che le attende. La Dirie ha avuto la fortuna di trovare ospitalità da una zia a Mogadiscio, e poi a Londra, nella residenza di uno zio ambasciatore. Lì lavorava per 18 ore al giorno, sette giorni su sette come cameriera, ma quella vita le sembrava sempre migliore di quella che avrebbe condotto se fosse rimasta nel suo paese.
Quando lo zio, concluso il suo mandato, fu richiamato in Somalia, Waris decise di restare in Inghilterra e, da sola, iniziò a guadagnarsi da vivere lavando i pavimenti da McDonald’s. Poiché era analfabeta, si iscrisse a una scuola serale per farsi un’istruzione. Poi, l’incontro che le cambiò per sempre la vita: notata per la sua bellezza da un fotografo, Terence Donovan, posò per lui e da lì iniziò una fortunatissima carriera di fotomodella che la portò sul Calendario Pirelli e nelle campagne pubblicitarie della Revlon. Ha debuttato anche come attrice (in uno degli episodi dell’agente 007), si è fatta una famiglia: oggi è madre di due figli.
Dal libro Fiore del deserto è stato tratto il film omonimo proiettato in prima mondiale al Festival del Cinema di Venezia nel 2008.

Per una donna che ce l’ha fatta a liberarsi dalla schiavitù e a fuggire da una vita grama, molte altre non hanno gli strumenti per ribellarsi. È per questo che ho colto l’invito di un amico blogger, quarchedundepegi, condiviso da un altro amico, frz40, a diffondere l’iniziativa del governo cantonale del Canton Ticino (Svizzera) che sta distribuendo un pieghevole con le informazioni sull’infibulazione, nella speranza che il fenomeno possa essere arginato il più possibile. Per ulteriori informazioni questo è il LINK, mentre per richiedere copia del pieghevole si può scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: dss-umc@ti.ch

Cerchiamo di fare TUTTI qualcosa, senza pensare che la nostra singola azione sia solo un granello di sabbia: TUTTI insieme possiamo formare un deserto dove possano ancora crescere tanti fiori belli e coraggiosi come Waris.

[per le notizie su Waris Dirie e le citazioni dai libri: LINK 1, LINK 2, LINK 3 e LINK 4]

27 settembre 2010

SECONDO COMPLEANNO

Posted in amicizia, auguri, Compleanno blog, web tagged , , , , , a 5:08 pm di marisamoles


Eccoci qua. Oggi il mio blog compie due anni. Dal 27 settembre 2008, data in cui ho aperto questo spazio (il perché l’ho spiegato qui), ne è passata di acqua sotto i ponti. Il blog è cresciuto ed io con lui. Sono cresciuti pure, nel numero, i visitatori e ciò mi rende enormemente felice perché mi rendo conto di essere utile, di scrivere non solo per il piacere di farlo. Mi entusiasma il pensiero di poter comunicare sapendo di informare, di far compagnia e di offrire lo spunto per una discussione.

Prendendo in prestito le 5 W del giornalismo, vorrei spiegare il significato che ha per me questo spazio:

Who? Chi è il blogger? Per me è una persona curiosa, socievole, aperta al mondo che la circonda, una persona che ha voglia di uscire allo scoperto per confrontarsi con altri che non conosce ma con cui ha piacere di intrattenersi (sempre che ci siano i commentatori, altrimenti il blogger è solo uno che fa monologhi)
Why? Perché tenere un blog? Perché, specie se si ha la passione per la scrittura, diventa uno dei mezzi d’espressione preferito. Ci si guarda attorno, si scelgono delle notizie o si parte dalla propria esperienza per riflettere su determinati argomenti che possono interessare gli altri, indipendentemente dalla professione che uno svolge.
When? Quando si scrive? Be’, questo dipende dal tempo che uno ha a disposizione ma soprattutto dalla capacità di organizzarsi. Io, fin da piccola, ho sempre fatto tante altre cose oltre che studiare. Al contrario di ciò che accade nelle famiglie moderne, dove i genitori si affannano per interessare i figli e stimolarli a provare mille attività –musica, lingue, sport …- i miei genitori ogni tanto mi chiedevano di smetterla di fare mille cose tutte insieme. Ma poi, vedendo che a scuola non avevo problemi, si sono arresi e mi hanno lasciato fare quelle che volevo. Scrivere, oggi, è solo una delle attività che svolgo con passione e che non sottrae tempo al lavoro e alla famiglia proprio perché so come organizzarmi.
What? Cosa si scrive su un blog? Per quanto mi riguarda, un po’ di tutto. A seconda dei momenti, mi va di riflettere sulla scuola, sui programmi televisivi, sulle notizie di cronaca, su argomenti più o meno seri su cui ho qualcosa da dire e che penso possano essere graditi ai miei lettori. A me piace il mondo a colori, il bianco e nero mi annoia mortalmente. Per questo, se scrivessi solo di scuola, mi sembrerebbe di vivere in bianco e nero. Il mio motto è “non si vive solo di scuola” e vale tanto per gli insegnanti quanto per gli allievi. Avere e coltivare altri interessi migliora il lavoro e lo studio.
Where? Dove si scrive? Be’ questo è un po’ difficile. La risposta più ovvia è: sul pc. Davanti c’è un monitor su cui scorre veloce la videoscrittura. Quando si pubblica un post la pagina si arricchisce di immagini, disegni o fotografie, e diventa più bella. Ma, volendo andare al di là della lettera, potrei dire che tantissime volte io scrivo nella mia mente, ovvero penso a quello che vorrei scrivere mentre svolgo altre attività che non implichino l’utilizzo della mente, altrimenti verrebbe fuori un bel casino. L’attività che stimola di più la mia creatività è lo stirare. I più bei post io li ho dapprima immaginati stirando e, cercando di non perderne memoria, trascritti successivamente. Un’operazione davvero complicata e che non mi riesce facilmente: quante volte, di fronte ad un post appena scritto, mi sono sorpresa a pensare “eppure, questo l’avevo scritto meglio nella mente!”.

Fatta questa premessa, rinnovo la tradizione iniziata lo scorso anno dando un po’ di numeri:

Ad oggi sono state visualizzate 304.016 pagine del blog

Il MESE in cui mi hanno letto di più: FEBBRAIO 2010 (42.119 visitatori)

Il numero totale dei commenti dell’ultimo anno: 1837 (una buona metà, comunque, sono costituiti dalla mie repliche!)

I POST PUBBLICATI NELL’ULTIMO ANNO: 293

La TOP TEN dei miei post (accanto al titolo il numero di visualizzazioni):

1. POLEMICHE A “BALLANDO CON LE STELLE”: LORENZO CRESPI VS RAZ DEGAN 13.181
2. LA MOGLIE DI COSSIGA
12.322
3. GELMINI: RIORDINO DEI LICEI (post pubblicato il 5 giugno 2009, con 2104 visualizzazioni al 27settembre 2009) 9.540
4. “VITA”: GIGI D’ALESSIO DEDICA UNA CANZONE AL FIGLIO ANDREA
8.972
5. LORENZO CRESPI A “BALLANDO CON LE STELLE”: LE POLEMICHE CONTINUANO MA POI RESTA IN GARA! 6.036
6. LORENZO CRESPI-SHOW A “BALLANDO CON LE STELLE”: POLEMICHE SENZA FINE, LASCIA LA GARA ED È ELIMINATO 5.801
7. A “DOMENICA 5” LA SANTANCHÈ REGALA LO STIPENDIO AD UNA DISOCCUPATA 4.979
8. TRA MOGLIE E MARITO … COSSIGA CI METTE IL GOSSIP
4.734
9. SANREMO 2010. VALERIO SCANU-PIERDAVIDE CARONE: UN BINOMIO NON PROPRIO AZZECCATO 4.557
10. UNA POESIA PER PASQUA: “GESU’” DI GIOVANNI PASCOLI
4.423

Riflettendo sulla “classifica”, si può notare che, nonostante io dedichi tanti post alla scuola e ai suoi problemi (molte volte si tratta proprio di articoli che chiamo “di servizio” perché aiutano i lettori interessati a muoversi meglio nella giungla delle leggi, decreti e circolari ministeriali), quelli più letti riguardano il mondo della televisione. Anch’io, come tutti, ho i miei programmi preferiti e seguo alcune trasmissioni che, proprio perché sono “leggere”, mi aiutano a distrarmi e a riposare la mente. Saranno banali, futili, disimpegnate, ma il fatto che io ne parli, nonostante la mia professione, sta a significare che anche noi insegnanti ci guardiamo un po’ attorno e cerchiamo di comprendere quel mondo che piace anche ai giovani con cui possiamo confrontarci. Questa capacità di immedesimazione, se vogliamo chiamarla così, ci fa sentire meno distanti e ci permette di rimanere “giovani” nonostante l’età anagrafica che avanza inesorabilmente.

Un’ultima osservazione sul numero di visite: più di 300mila è un numero enorme, specie se confrontato con i dati dello scorso anno. Allora avevo contato poco più di 45mila visualizzazioni, il che significa che in un solo anno più di 250mila click hanno aperto le mie pagine. Che dire? Sono felice, soprattutto perché so che, tra i tanti che passano di qua, ci sono degli amici che leggono puntualmente ciò che scrivo e a volte lasciano dei commenti. Questo fa del blog una specie di salotto virtuale (ringrazio il mio lettore Giorgio che mi ha suggerito questa bella immagine) in cui ci si incontra, senza prendere appuntamento, e si parla del più e del meno come in una grande famiglia.

Negli ultimi mesi si sono aggiunti alle mie amicizie virtuali dei nuovi arrivati: a loro un grazie di cuore. Ma un mio ringraziamento speciale va, senza che nessuno si offenda, a frz40 che da un anno e mezzo mi “sopporta” anche quando nei commenti non sono proprio d’accordo con lui!

Ciao a tutti e … al prossimo anno per un nuovo aggiornamento sui dati!

[l’immagine è tratta da questo sito]

24 settembre 2010

LA MORATTI OFFRE IL MONUMENTALE PER RICONGIUNGERE SANDRA E RAIMONDO VIANELLO

Posted in Milano, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , a 11:07 pm di marisamoles

Molte polemiche ha suscitato la tumulazione della salma di Sandra Mondaini nel cimitero di Lambrate, mentre tutti si aspettavano che facesse un ultimo viaggio per raggiungere il suo Raimondo a Roma, al Verano. Già ieri, poco dopo la conclusione del funerale, sul sito di Tgcom è stata aperta una petizione online per ricongiungere i due coniugi dopo la scomparsa di Sandra, a cinque mesi di distanza dal marito Raimondo (ne ho parlato nell’aggiornamento di questo post).
In poche ore sono state raccolte tremila firme. In seguito alla testimonianza di affetto di tanti fan della coppia, il sindaco di Milano, Letizia Moratti , ha dichiarato di essere disponibile ad ospitare al cimitero monumentale del capoluogo lombardo entrambi i coniugi Vianello: Sì, Sandra e Raimondo riuniti insieme al Famedio, il pantheon dei cittadini illustri milanesi, se la famiglia lo vorrà….

Pare che sia stata la stessa Sandra a voler riposare accanto alla madre nel cimitero di Lambrate e che i domestici filippini, che si sono occupati delle esequie, abbiano voluto rispettare la volontà dell’attrice. Varie congetture sono state fatte per dare un significato a questa strana richiesta della Mondaini. Prima di tutto che al Verano non sia possibile tumulare anche le spoglie dell’amata moglie di Raimondo perché non appartenente, per nascita, alla famiglia Vianello. Ma da Roma fanno sapere che non vi sarebbe alcun ostacolo al ricongiungimento dei Vianello, ma che al momento non è stata fatta alcuna richiesta da parte degli eredi che devono, comunque, esprimere questa volontà.

Qualcuno ha cercato di spiegare la decisone di Sandra in modo originale e simpatico, per sdrammatizzare un po’ e ricordando l’ironia con cui hanno sempre convissuto, sul palcoscenico e in casa, Sandra e Raimondo. Ad esempio, Massimo Gramellini ha scritto un gradevole articolo, dal titolo “Tombe separate”, su La Stampa di oggi. Vi rimando alla lettura di questo post di frz40 che ne ha parlato, esprimendo anche il suo personale punto di vista.

Il sindaco Moratti, nell’offrire un posto alla coppia più famosa della Tv italiana nel Famedio, che fa parte del cimitero monumentale di Milano, in cui sono sepolte personalità come Manzoni e Cattaneo, ha commentato: Al Famedio riposano uomini di grande spessore culturale e civile, personalità nei vari settori. È un po’ lo specchio della nostra società, e io credo che Raimondo e Sandra siano un bellissimo esempio per i giovani. Un esempio positivo di famiglia serena, ma capace anche di bisticciare… una famiglia normale. Di loro ho il ricordo di una gentilezza e di una simpatia che, attraverso la televisione, entravano nel cuore.

Sull’esempio che Sandra e Raimondo sono stati per tante generazioni non c’è nulla da obiettare. Ma, sinceramente, non credo che a loro, specie a Raimondo, farebbe piacere avere come vicini di tomba Manzoni e Cattaneo. Un Mike Bongiorno e un Corrado andrebbero meglio.

[fonte: Il Corriere]

I CESARONI BATTONO SANTORO E IL SUO ANNOZERO: QUANDO LA FICTION PREVALE SULLA POLITICA

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Proprio ieri ho dedicato un post alla fiction più amata dagli Italiani: I Cesaroni. Oggi leggo su Affari Italiani.it che la famiglia della Garbatella, con i suoi problemi di relazione e le sue avventure al limite del paradosso, piace ancora agli Italiani, piace anche più della politica. La puntata di ieri ha, infatti, battuto in termini di audience il debutto della nuova edizione di Annozero, che pareva fosse destinata a non andare mai in onda dopo le “incomprensioni” intercorse tra la Rai e il conduttore Michele Santoro.

I Cesaroni hanno battuto pure Fini, protagonista negli ultimi mesi di una querelle infinita circa la proprietà della famosa casa a Montecarlo. Un dibattito che, stando alle premesse, sembrava destinato ad appassionare i fan di Santoro. E invece, evidentemente quelli de I Cesaroni sono di più.
Che la gente sia un po’ stufa dei dibattiti televisivi è possibilissimo. Quello che, invece, a molti sembra inverosimile è che ci si possa appassionare a delle fiction che, secondo alcuni, non rappresentano per nulla lo specchio della realtà e trasmettono un’idea falsata della vita quotidiana delle famiglie italiane.

Per cercare di capire meglio questo vero e proprio fenomeno televisivo, Affari Italiani. It ha rivolto alcune domande alla professoressa Maria Bettetini, docente di Estetica e Filosofia della Comunicazione all’università IULM di Milano.
Ad esempio, le è stato chiesto: «La televisione, il mondo dello spettacolo e dell’arte in generale, cosa rappresentano o per lo meno dovrebbero rappresentare?»
Rappresentano un mondo parallelo. – osserva la Bettetini – Non necessariamente falso, ma un mondo ‘altro’, in cui la realtà viene letta e proposta in base a scelte che di volta in volta possono essere di diversa natura: politica, tecnica, dettata dalle leggi dell’auditel. Come ogni rapporto estetico dovrebbe sempre presupporre un tacito accordo tra emittente e pubblico: questo sa, conosce e accetta di assistere e partecipare a quella ‘finzione’ che ne costituisce l’elemento caratterizzante.

Non sempre, però, finzione vuol dire “menzogna” e la Bettetini spiega che si può parlare di ‘immagini menzognere’ solo quando quelle immagini e il mondo artistico parallelo vogliono esser fatte passare per la realtà. Sta poi allo spettatore decifrare il messaggio che la fiction vuole trasmettere, senza considerarlo vero ma almeno verosimile. Quindi, conclude la professoressa, Una finzione nell’estetica è necessaria e non assume una connotazione morale, al contrario la menzogna esiste solo quando c’è inganno.
Questo concetto di tv ingannevole risale agli anni ’50 in cui si riteneva che la televisione fosse una finestra sul mondo. Ora, però, la questione è affrontata diversamente perché si è capito che la tv racconta una parte di mondo e la racconta in un certo modo. Dall’onestà di chi decide come raccontare dipende se essa possa aiutare o meno a capire il mondo reale.

La famiglia Cesaroni è, quindi, una sorta di paradigma della famiglia allargata, che non si può negare esista davvero e sia ormai molto diffusa. Le situazioni in cui i protagonisti sono calati, le dinamiche che si instaurano tra di loro, il modo in cui affrontano le problematiche della vita quotidiana sono, se non reali, almeno verosimili e certamente non ingannevoli. Anche Alessandro Manzoni, nella stesura dei Promessi Sposi, ha costruito una storia fittizia ma calata in un contesto storico reale, basandosi sul presupposto che la rappresentazione non reale ma verosimile possa evitare di trarre in inganno il lettore.

Insomma, quando guardiamo I Cesaroni sappiamo di assistere a delle avventure televisive e non ad una cronaca, intesa come rappresentazione reale e oggettiva di un fatto. E grazie alla bravura degli attori abbiamo l’impressione di essere lì con loro, di ridere, piangere, scherzare insieme a loro. Qualche volta rivediamo nella loro storia una parte della nostra storia personale ma questa immedesimazione è, ovviamente, temporanea, sappiamo che alla fine della puntata la finzione termina e rimane davanti agli occhi di tutti noi la nostra realtà che, forse, ci fa piangere di più e ridere di meno. Nessun inganno, nessun tentativo di influenzare la nostra mente, come accade, invece, quando si assiste ai dibattiti televisivi, specie quelli di Annozero.

Santoro è un grande affabulatore. Io preferisco la spontaneità un po’ rozza dei Cesaroni da cui mi sento meno ingannata.

23 settembre 2010

I CESARONI: ANALISI DI UN FENOMENO TELEVISIVO E NON SOLO

Posted in amore, donne, famiglia, televisione, Uomini e donne tagged , , , , a 4:22 pm di marisamoles


La fiction più amata dagli italiani è tornata. Le avventure dei Cesaroni sono riprese nella quarta edizione che sta andando in onda in queste settimane. Un calo negli ascolti dovuto, forse, alla decisione dell’attrice Elena Sofia Ricci di abbandonare il cast (tranne qualche “partecipazione straordinaria”) oppure alle critiche mosse, nei giorni scorsi, da parte della Lega Nord che ritiene che la famiglia più strampalata della Garbatella non rispecchi per nulla la famiglia tipo italiana, partendo dal linguaggio in cui si esprime la maggior parte dei suoi componenti: «tutto in perfetta salsa romanesca, compreso, ovviamente, quello del linguaggio declinato in ogni spessore semantico dai vari personaggi e protagonisti» (ne ho parlato QUI ).

La strampalata famigliola, che ha in Giulio il suo capostipite televisivo, è invece molto più vicina a tante famiglie che abitano lo stivale, da nord a sud, senza eccezione alcuna. Ripercorrendo le fasi salienti di quest’avventura televisiva, vi dimostro perché.

Iniziamo da Giulio. Vedovo, con tre figli maschi, di varie età, a carico, gestisce insieme al fratello Cesare la bottiglieria di famiglia nel mitico rione della Garbatella, uno dei più folkloristici della città e, da qualche anno, meta di un pellegrinaggio incessante di fan della fiction che non poco hanno contribuito a farlo conoscere in tutta Italia. Non è infatti uno dei luoghi “d’arte” in cui i turisti solitamente si recano.
Giulio è il tipico borgataro dai modi un po’ rudi, il linguaggio sciolto e con un grande cuore. Ad un certo punto della sua vita incontra, dopo tanti anni, Lucia, una sua vecchia fiamma che, forse, non ha mai davvero smesso d’amare. La scintilla scocca nuovamente più vivida che mai.
Lei, milanese d’origine, nel capoluogo lombardo lascia il marito riccone, che, nonostante tutto, l’ha fatta vivere come una regina, e insieme alle due figlie ritorna a Roma dove vive la madre Gabriella.

Fin dall’inizio, nonostante l’attrazione reciproca e l’amore che i due provano, la loro unione si presenta complicata, tanto che in un primo tempo vivono una relazione clandestina, tenuta nascosta ai cinque figli che probabilmente non l’approverebbero. Ma poi il sentimento prevale sulla ragione e, pur consapevoli di dover affrontare una vita complicata in sette sotto un tetto, Giulio e Lucia si sposano. Insieme affrontano le difficoltà della vita quotidiana: lei, abituata a fare la moglie e la madre, rispolvera la sua laurea in Lettere e inizia ad insegnare da precaria, grazie anche all’ “aiutino” fornitole dall’amica di sempre Stefania; lui ben presto rivela il suo modesto bagaglio culturale e l’istintività con cui affronta la vita, specie nel rapporto con i figli con i quali urla e alza le mani convinto che quello sia l’unico modo per farli rigare dritti.

Cosa fare, quindi, di fronte ad un atteggiamento che Lucia, un po’ snob e non abituata a quello stile educativo, non digerisce per nulla? Non resta che usare la diplomazia, un po’ di pazienza e tanto amore. Trascina il marito dallo psicologo scolastico ed insieme, nonostante lo scetticismo di Giulio che ritiene più efficace un bel ceffone di tanti bei discorsi corretti dal punto di vista educativo (della serie: quando ce vò ce vò), elaborano una strategia comune per portare equilibrio ed armonia all’interno della famiglia. Non è facile, infatti, far convivere degli adolescenti e un bambino piccolo, specialmente in una situazione tale da far emergere delle gelosie e dei contrasti dettati dalla perdita del primato: c’è il tentativo costante delle due ragazze, che da figlie di papà accettano malvolentieri la convivenza con quelli che ritengono due buzzurri, di prevalere sui maschi, mentre il piccolo di casa ne fa le spese maggiori visto che le attenzioni non sono più concentrate su di lui.
Da non sottovalutare, inoltre, il fatto che improvvisamente i figli perdono l’esclusiva del rapporto con il proprio genitore “superstite” in quanto una relazione amorosa agli inizi, benché rinverdita, in questo caso, porta a focalizzare l’attenzione sul rapporto idilliaco appena instaurato.

La canzone che accompagna I Cesaroni fin dalla prima edizione, e che costituisce la sigla d’inizio al cui ritmo i componenti della famigliola saltano allegramente facendo evoluzioni aeree, è cantata dal giovane Marco – Matteo Branciamore e recita così: Sai cosa c’è..?!? C’è un mondo nuovo qui che aspetta solo noi, adesso che ci siete voi. Sdraiato al sole con lo sguardo perso ad indagare il blu lo abbasso rido e ci sei tu.. in sette si sta bene.
Ma in sette si sta davvero bene? Con le liti per il bagno, il sacrificio di dividere lo spazio che prima era esclusivo, la quasi totale mancanza di privacy, il caos che c’è quando si sta a tavola o quando ci si muove da casa per andare a scuola, quel tentativo di andarsene per primi per battere sul tempo gli altri, quasi a voler ridurre al minimo la permanenza di tutti i sette membri della famiglia allargata nello spazio, ormai diventato angusto, di casa Cesaroni, più gli ospiti che vanno e vengono a tutte le ore del giorno e della notte (a proposito, ma Cesare e i Masetti non possono far colazione a casa loro?) … considerando tutto questo, si può con certezza affermare che “in sette si sta bene”? Io dico di no.


Ma, come capita nelle più belle favole, l’amore aggiusta tutto. Purtroppo però accade che Cupido scagli le frecce sbagliando la mira. Ed ecco che i due fratellastri più “adulti” s’innamorano. Non subito, però, dapprima si detestano, ma a poco a poco Marco capisce di provare per Eva un sentimento che va al di là del semplice amore fraterno, tra l’altro imposto dalle circostanze. Uscito allo scoperto, deve sorbirsi le prediche del padre che gli ricorda che il suo amore è impossibile, mentre lui, con le lacrime agli occhi, urla disperato, e allo stesso tempo rassegnato, “non è mia sorella!”.
Eh, già, i grandi prima combinano i casini e poi scaricano le colpe sui più deboli e indifesi. Eva e Marco si sarebbero potuti incontrare ovunque e si sarebbero amati liberamente, come qualsiasi giovane coppia. Ma le cose sono andate diversamente per loro: ciascun genitore li ha costretti a convivere, ogni giorno sotto lo stesso tetto, dormendo in camere attigue e incrociandosi di tanto in tanto in corridoio seminudi all’uscita dal bagno, mangiando alla stessa tavola, percorrendo insieme il breve tragitto da casa a scuola, frequentando lo stesso istituto e pure la medesima classe … obbligati a condividere il tempo e lo spazio solo perché i rispettivi genitori si sono innamorati e poi sposati. Tutto questo ha favorito la nascita di un sentimento forte, puro, silenzioso perché ad urlarlo al mondo si fa peccato, perché non si può, “Eva è tua sorella”, “No, non è mia sorella e io la amo”.

La storia di Marco ed Eva sembra morire ancora prima di nascere, ancora prima di scoprire che i loro due cuori battono all’unisono, ciascuno per alimentare il sentimento dell’altro. Ecco che Marco, più per la convinzione che il suo sentimento non sia corrisposto che per le rimostranze fatte dal padre a condanna del suo amore proibito, tenta di dimenticare. E lo fa buttandosi tra le braccia di un’altra, una donna più grande, infelice quanto lui per la fine del proprio matrimonio. Una giovane carina carina, proprio uno schianto, addirittura una prof, naturalmente una supplente. Un altro amore (o forse solo un’attrazione fisica) impossibile eppure miracolosamente corrisposto che ha un seguito e che riporta, apparentemente, un po’ di serenità nell’animo turbato del povero Marco Cesaroni.
Insomma, a quale giovane liceale non è successo di innamorarsi di una prof? Più difficile è che l’amore sia corrisposto ma a volte capita, anzi succede più volte di quanto si possa immaginare. Se poi la supplente in questione ha le fattezze dell’ex Miss Italia Martina Colombari, resisterle è praticamente impossibile.

Chiodo schiaccia chiodo, si dice. Ma il chiodo fisso di Marco rimane a livello inconscio, proprio mentre Eva, a sorpresa, si rende conto di provare per quel fratello impostole dalla madre un amore tutt’altro che fraterno. È un sentimento che si insinua in lei in modo subdolo e si manifesta attraverso un altro sentimento che spesso si accompagna all’innamoramento: la gelosia. Eva vede in quella prof che le sta portando via il suo Marco un’antagonista ma tace perché convinta che il suo sia un amore impossibile, che lui la consideri solo come sua sorella. Anche quando le loro strade s’incrociano, a bordo del traghetto che li dovrebbe portare in Sardegna per le vacanze estive, il terzo incomodo, ovvero l’intraprendente prof, li divide, forse per sempre. E s’incrociano ancora, sulle sponde del lago di Garda. Lì Marco sta trascorrendo una breve vacanza con la prof Rachele ed Eva con suo papà, come ai vecchi tempi, come quand’era bambina. Ormai ricostruire un rapporto con il padre che vede pochissimo, a causa della distanza, è l’unica consolazione che le rimane.
Il destino sembra compiuto e invece Marco si rende conto che non ama e non ha mai amato altre che Eva; il surrogato d’amore che Rachele incarna, pur racchiuso in un fisico mozzafiato, non gli basta più. La storia finisce, come tanti amori che si spengono al pari di una candela la cui fiamma ha consumato tutta la cera.

Ma la fine di un amore segna l’inizio di un altro, a lungo represso. In una notte di pioggia, davanti alla macchinetta per fototessere Marco finalmente confessa il suo amore per Eva. Qualunque cosa accada ora è felice. Lo è ancora di più quando comprende che il sentimento di Eva è lo stesso, proibito forse, ma loro non sono fratelli e sono innamorati. Urlarlo al mondo, però, non si può. Come era avvenuto per Giulio e Lucia, anche la loro relazione è clandestina, coltivata nel segreto di due anime che sono ormai indivisibili e in cui si cova una felicità nuova.
Il segreto, tuttavia, non dura a lungo: la scoperta dei due corpi nudi, teneramente abbracciati, nel lettone di Giulio e Lucia sconvolge improvvisamente la vita di tutta la famiglia. L’infarto di Giulio, di cui tutti si sentono responsabili, anche il piccolo Mimmo che crede di aver deluso il padre, o Rudy perseguitato dal senso di colpa per non essere un bravo studente di cui andar fieri, produce una crepa nei rapporti familiari. La famiglia esce a pezzi da questo dramma ma non tutti ne conoscono il vero motivo. Ed ecco la confessione dei due innamorati, la fuga di Marco a Londra, il tentativo di Eva di costruire assieme un futuro, rinunciando ai suoi sogni, il rifiuto di lui di assecondare le richieste di lei per non rovinarle la vita, per impedire che lei rinunci a frequentare l’università. Un rifiuto che Eva non è disposta ad accettare: rinfaccia a Marco di non amarla abbastanza, di non avere il coraggio di iniziare un percorso di vita insieme a lei. È l’inizio della fine, come succede spesso a tante coppie, quando nessuno dei due accetta il sacrificio dell’altro. Il senso di colpa è una brutta bestia e si insinua in ognuno di noi, in circostanze diverse, distruggendo un rapporto che prima era considerato inattaccabile.

A casa Cesaroni la vita ricomincia a scorrere tranquilla e, dopo un periodo di crisi, anche quella di Marco ed Eva prosegue, da buoni fratelli. O almeno, così pare. Un nuovo amore per Eva, un cuoco affascinante che la conquista, riuscendo a squarciare la corazza che la ragazza ha indossato per difendersi da un’altra delusione. Perché lei, dopo Marco, ha paura di amare. O forse sa che non può amare altri che lui.
Un’altra donna per il giovane Cesaroni, una discografica che riconosce il suo talento e gli apre la strada verso il successo. A volte capita che la gratitudine sia confusa per amore: Marco cade nella trappola e inganna non solo lei ma anche se stesso. Esattamente come Eva che, convinta di aver dimenticato l’amore impossibile per il “fratello”, decide di partire con il suo nuovo amore, Alex, alla volta dell’America dove realizzerà finalmente il sogno di diventare una giornalista. Prima della partenza, però, un ultimo saluto all’amato “fratello” le sarà fatale: l’amore mai sopito, si risveglia, troppo tardi forse, ma senza che nessuno dei due abbia la forza di opporsi all’onda che li travolge. Fanno l’amore per l’ultima volta, ma riscoprire la forza del sentimento che non li ha mai davvero separati non basterà a fermare Eva.

Il sogno americano dura lo spazio di un’estate: la notizia di una gravidanza inattesa irrompe con la forza di un urgano nella vita di Eva. Alex la caccia di casa e per la ragazza inizia un viaggio verso un futuro incerto, la cui meta è la stessa Roma da cui era fuggita, ma non casa Cesaroni. Eva si nasconde finché può e nasconde la sua gravidanza a tutti ma non a Marco. Dopo lo smarrimento che provoca in lui la notizia dell’arrivo di un bambino non suo, ma dell’odiato Alex, il ragazzo accetta di aiutare la “sorella” e lo fa come il più devoto dei fratelli. Ma proprio quando sembra accantonato per sempre il sogno di una vita a due, come nelle più belle fiabe a lieto fine la paternità della bambina è attribuita a Marco, non ad Alex. E i due innamorati, insieme alla piccola Marta ora possono veramente vivere il loro sogno più bello: quello di essere una famiglia. Alla loro felicità si aggiunge il successo professionale di Marco Cesaroni, ormai affermato cantante, che sembra inarrestabile.
Ma per i due i problemi, come capita in tutte le famiglie, non sono finiti: ora devono affrontare quelli dei genitori appena separati, accanto alle difficoltà che s’incontrano sempre quando si mette al mondo un figlio.

Proprio quando si assesta il menage familiare dei giovani Cesaroni, il matrimonio di Giulio va in crisi: Lucia, che ha sempre avvertito il divario che culturalmente la divide dall’oste della Garbatella, si lascia sopraffare dall’ambizione e rincorre la realizzazione professionale sacrificando la sua unione con Cesaroni che pareva potesse superare qualsiasi prova, dopo le avventure appena descritte.
Lucia a Venezia, Giulio a Roma, troppi chilometri li dividono e le incomprensioni fanno il resto. La visita di Giulio ad una galleria d’arte veneziana, per assistere ad una mostra curata da Lucia, pone forse irreparabilmente fine al loro legame. L’uomo, incapace di apprezzare l’arte moderna (visibile sulla sua faccia il disgusto di fronte ad espressioni artistiche per lui inconcepibili), si aggira maldestramente fra le sale della mostra mentre sua moglie non riesce a frenare l’orgoglio destato dai complimenti che riceve. Quando suo marito, urtandola, distrugge una scultura (un water da cui spuntano due gambe tese), non regge all’esclamazione alquanto spazientita di lui: “che sarà mai, è solo un cesso!” e lo allontana. Ricomparirà a Roma in occasione del matrimonio del cognato Cesare ma ormai è troppo tardi per ricucire un rapporto forse irrimediabilmente deteriorato: se ne andrà, scegliendo la carriera alla vita semplice e un po’ noiosa della moglie di un oste, precaria della scuola e destinata ad essere disoccupata. C’è nella scelta di Lucia quel modello femminile di donna in carriera, sposata ad un uomo mediocre, che non riesce a superare quel divario semplicemente perché l’amore che prova non è più quello di prima.

Siamo giunti alla quarta edizione, quella attuale. Inizia per Giulio un vero e proprio calvario: la sofferenza lo rende debole, l’equilibrio psichico si fa instabile, gli attacchi di panico lo assillano e la sua testardaggine non lo aiuta, né possono far nulla per lui le persone che lo amano e che assistono inerti alla sua sofferenza e apatia. Non lavora quasi più, i problemi familiari lo turbano al punto da trovarsi in difficoltà nel gestire una famiglia “orfana” della madre. Da solo non ce la fa: crede di non essere un buon padre e si convince di essere stato un pessimo marito, altrimenti Lucia non l’avrebbe lasciato.
Il suo animo è malato ma fisicamente sta bene, eppure Giulio si ostina a considerarsi malato di cuore, non fa che correre un giorno sì e l’altro anche al pronto soccorso, dove gli viene confermato il suo perfetto stato di salute. In effetti l’attività cardiaca è perfettamente in linea con i parametri vitali, è solo il cuore spezzato dall’abbandono di Lucia ad aver bisogno di cure. Solo quando accetterà di farsi seguire da una psicoterapeuta inizierà il percorso di redenzione, si accorgerà che non ha la responsabilità di tutto ciò che accade e che sa ancora essere un buon padre di famiglia. È troppo presto per un altro amore ma Cupido è già in agguato e sta già mirando al cuore della bella dottoressa che ha in cura l’ammalato.
E se Lucia dovesse tornare? Non è detto che Giulio non le preferisca la dolce psicologa che, da un po’ di tempo, gli dedica molte attenzioni, anche troppe se consideriamo il rapporto professionale. Ma, come si dice, al cuor non si comanda e anche le psicologhe hanno un cuore.

La vita attorno a Giulio scorre profondamente influenzata dal suo stato. Ma per un amore che si è spento altri nascono o trovano una realizzazione.
Accanto al protagonista c’è l’immancabile presenza del fratello Cesare. Nel corso della storia l’abbiamo apprezzato per la sua semplicità e per la sua sensibilità, ma anche criticato per l’avarizia e per l’incapacità di comprendere le situazioni se non dal suo esclusivo punto di vista. Un po’ Pantalone, alla fine, nonostante la sua taccagneria, paga sempre lui. Sfortunato in amore, si dichiara, con estrema vergogna, vergine a cinquant’anni suonati e si innamora di una prostituta che il fratello Giulio e l’amico Ezio gli fanno incontrare apposta per l’iniziazione alla vita sessuale.
Pamela contraccambia il suo sentimento ed è propensa a cambiar vita ma la timidezza di Cesare, che non gli permette di sbloccarsi nell’affrontare un rapporto sessuale con la donna, fa sì che la relazione si interrompa bruscamente durante una vacanza.
I due sembrano allontanarsi per sempre. Poi arriva a Cesare la notizia della morte di lei che provoca nell’uomo, ancora disperatamente innamorato, uno scoramento profondo. Ma Pamela gli lascia un’eredità cui non può rinunciare: un milione di euro, a patto che si occupi di Matilde, la bambina di Pamela, di cui tutti ignoravano l’esistenza.
Come spesso capita in casi come questo, Pamela fa di tutto per crescere la figlia in un ambiente incontaminato, tenendola alla larga dalla vita viziosa in cui lei è relegata: la fa studiare nelle migliori scuole, addirittura un collegio svizzero, e le fa credere di essere una assidua frequentatrice del jet-set, con amicizie altolocate, affinché la bambina non debba mai vergognarsi di essere figlia di una prostituta. Cresciuta in un ambiente superprotetto, Matilde è un po’ snob e malvolentieri accetta di andare a vivere nell’angusto appartamento di Cesare, privo di ogni confort e di ogni sorta di oggetto tecnologico, quale ad esempio un banale lettore di Dvd. La sua vita risulta estremamente difficile, anche quando si vede costretta a frequentare la scuola pubblica, insieme ai borgatari che disprezza per la loro ignoranza e per i modi grezzi, assai distanti dal bon ton cui era stata abituata.

Il rapporto tra Cesare e Matilde viene vissuto dall’uomo come una sorta di debito che crede di aver contratto con la sua Pamela, abbandonata anche se non sedotta. Ma fin da subito l’oste della Garbatella fa i conti, in tutti i sensi, con una nuova realtà: dopo una vita da single, la piccola gli sconvolge l’esistenza con le sue continue richieste e sgarbi di ogni tipo. Lui all’inizio è convinto di dare alla bambina tutto ciò di cui ha bisogno, controllando scrupolosamente le uscite, dal suo portafoglio, che devono rispettare il badget prefissato. Matilde, da parte sua, facendo il confronto con l’armonia che regna in casa di Giulio Cesaroni, non accetta la situazione in cui si trova e tenta di scappare.
Poi, piano piano, il legame tra i due, pur non avendo i presupposti di un legame genitoriale, diventa sempre più solido: lui capisce di voler bene a Matilde, l’unica persona che gli ricordi davvero Pamela; la bambina percepisce l’affetto che non viene apertamente manifestato da Cesare, ma lei sa che sotto la scorza dura si nasconde un uomo semplice, rozzo, triste (come rivela la ricorrente esclamazione ”Che amarezza!” , che non a caso sembra essere scomparsa nell’ultima edizione) e complicato ma con un grande cuore. Lui ha sempre paura di sbagliare e lei lo aiuta ad acquistare un minimo di autostima.


Quando, alla fine della terza edizione, Pamela, che aveva solo finto di essere morta per mettere alla prova il suo Cesare, rientra in scena, assistiamo al giusto epilogo della loro storia d’amore: il matrimonio. E così, mentre l’unione tra il fratello Giulio e la cognata Lucia sembra spezzata per sempre, Cesare assapora il bello e il brutto della vita coniugale, tra i sensi di colpa nei confronti del fratello infelice e le assidue attenzioni della neomoglie che digerisce a fatica.
Pamela, da parte sua, come può comprensibilmente accadere nel passaggio da una vita di corruzione a quella esemplare di moglie e madre, ha il terrore che l’idillio si spezzi e fa di tutto per dimenticare il passato. Al suo fianco in questo delicato momento della vita si trova la suocera di Giulio, Gabriella, che le regala il “Manuale della moglie perfetta”, facendo più danni che altro, e Stefania, la quale, nonostante l’affetto e l’istinto di protezione che caratterizza il suo rapporto con la donna, vede in lei solo un surrogato di amicizia che non riesce a sostituire nel suo cuore l’amica di sempre, Lucia.

La decisione della signora Cesaroni di rimanere a Venezia, dove già si trova da sei mesi, per altri due anni, sconvolge non solo la vita del marito e dei figli, ma anche quella dell’amica Stefania che si trova, inoltre, ad affrontare il difficile rapporto tra il marito, Ezio Masetti, e il figlio Walter.
La famiglia Masetti, come quella dei Cesaroni, è il prototipo della famiglia media italiana e ha molto in comune con quella dei protagonisti della serie. Lei è laureata, dapprima fa l’insegnante poi progredisce nella carriera ottenendo il posto di dirigente scolastico. È una donna elegante, spigliata, colta, anche se nel linguaggio rivela l’appartenenza alla romanità tipica del microcosmo cui appartiene, quello della Garbatella.
Al contrario, il marito Ezio è un meccanico scansafatiche, ignorante e un po’ tonto, che fatica a far quadrare il bilancio familiare anche a causa di qualche scelta finanziaria sbagliata, come quella di acquistare una multiproprietà in Calabria, scelta che la moglie Stefania coglie ogni occasione per rinfacciargli, quando vuole rimarcare la sua pochezza intellettiva.
Walter, già compagno di scuola di Marco ed Eva, pur aspirando ad una vita autonoma ed ad un riscatto sociale, si vede costretto ad accettare di lavorare nell’officina con il padre, anzi praticamente lavora solo lui. S’innamora, ai tempi del liceo, di Carlotta, una ricca snob di buona famiglia che, pur amandolo, lo lascia proprio perché sente di non appartenere al suo mondo. Si potrebbe dire che la ragazza riesca ad apprezzare di Walter solo l’intesa sessuale ma non lo giudica il “buon partito” che i suoi genitori vorrebbero per lei.
Quante ragazze sono condizionate, anche nella scelta del fidanzato, dall’ambiente familiare? E, come Carlotta, non riescono a comprendere quanto più genuino sia l’amore di un ragazzo semplice, come Walter, rispetto ai sentimenti costruiti e anche un po’ opportunistici dei cosiddetti ragazzi di buona famiglia che, a volte, sono molto più corrotti e senza scrupoli.

La fine dell’amore tra Walter e Carlotta porta il giovane Masetti a tuffarsi nel lavoro per dimenticare l’amore perduto e la sua abilità nel riparare i motori, specie quelli delle motociclette, lo mette in condizione di acquistare un po’ di stima in se stesso perdendo, però, quella del padre che lo considera un ingrato quando pretende di diventare socio paritario dell’officina. Una pretesa legittima, visto che senza il lavoro del figlio, Ezio rischia il fallimento; ma questo il padre non lo ammetterà mai.
Oltre al complesso di inferiorità che sente nei confronti della moglie, Ezio deve fare i conti anche con l’intraprendenza del figlio che svilisce ancor più la sua capacità imprenditoriale. L’orgoglio fa il resto: il figlio abbandonerà l’officina del padre e andrà a lavorare per un diretto concorrente. La ricomparsa di Carlotta, prossima al matrimonio, turba profondamente Walter e costituisce un nuovo motivo di disagio. Siamo, ormai, alla quarta edizione: scoccherà nuovamente la scintilla tra Walter e Carlotta? Il figliol prodigo, ma neanche tanto, tornerà a lavorare con il padre? Stefania, che si trova tra due fuochi e, nonostante comprenda benissimo le ragioni del figlio, tenta di far prevalere il rispetto del figlio nei confronti del padre e salvaguardare, così, la dignità del marito, riuscirà ancora una volta a far da paciere?

Anche la famiglia Masetti è una delle tante in cui il divario culturale e la difficoltà di adottare un modello educativo condiviso rappresentano motivo di scontri continui che mettono a dura prova la felicità familiare. Proprio come era accaduto all’inizio tra i coniugi Cesaroni che però, grazie all’intelligenza di Giulio, erano riusciti a superare i contrasti.


Questa è la storia dei Cesaroni ed è la storia di molti, se non di tutti. Nelle diverse situazioni prese in esame ognuno si può ritrovare, anche solo parzialmente (d’altronde non si può essere così sfigati da averle proprio tutte!) e quella “salsa romanesca” sotto accusa fa della fiction uno specchio della realtà che sa essere sempre divertente, mettendo in secondo piano le situazioni più dolorose e drammatiche. In fondo nella vita, per non cadere in depressione, si cerca di sdrammatizzare, o no?
Per ora ci godiamo i nuovi episodi della fiction, in attesa della serie tutta milanese de “I Brambilla”: per par condicio dobbiamo ammettere che anche il meneghino non è male.

21 settembre 2010

I FUNERALI DI SANDRA MONDAINI GIOVEDI’ MATTINA IN DIRETTA SU CANALE 5

Posted in spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , a 9:18 pm di marisamoles


Le esequie di Sandra Mondaini si terranno giovedì mattina (23 settembre) alle 11 nella chiesa di Milano 2 dove il 17 aprile è stato dato l’ultimo saluto al suo Raimondo. La rete cui è stata legata per tanti anni, Canale 5, le renderà omaggio trasmettendo in diretta il suo funerale, come già accaduto per il suo compagno di vita e di spettacolo. La cronaca, condotta da Elena Guarnieri, partirà in diretta al termine di “Mattino Cinque”.

Da domani, a partire dalle 16 fino alle 20, sarà aperta la camera ardente negli studi Mediaset di Cologno Monzese, a pochi passi dall’appartamento in cui Sandra e Raimondo hanno vissuto insieme, per molti anni, fino alla scomparsa di lui, avvenuta il 15 aprile scorso.
Un mazzo di fiori è stato deposto, con un bigliettino di condoglianze, sotto casa della Mondaini nel condominio Acquario a Milano 2. Il portinaio lo ha consegnato ai collaboratori domestici dell’attrice.

A proposito della famiglia di filippini che sono stati vicini a Sandra e Raimondo per molti anni e che la coppia ha sempre detto di aver adottato, ieri la nipote di Vianello, Virginia, ha denunciato il fatto di essere sempre stata tenuta all’oscuro delle reali condizioni di salute della zia e che i domestici non le hanno mai permesso di visitare la parente dopo la morte di Raimondo.
Stando alle parole di Virginia Vianello, inoltre, la famiglia filippina, costituita da Edgar e Rosalie, con i due figli Raymond e Gianmarco, non sarebba mai stata adottata: ‘Non è mai stata formalizzata nessuna adozione nei confronti dei domestici filippini e lo hanno riconosciuto anche loro in una recente intervista’, fa sapere Virginia e aggiunge che nessuno mette in dubbio ciò che quella famiglia ha fatto per i nostri zii. Sia zio Raimondo che zia Sandra erano molto affezionati a loro, i due domestici e i loro figli, soprattutto il più piccolo, Raymond, che era praticamente nato in casa, ma è stato accertato che non c’è stata alcuna adozione.

Una questione sollevata nel momento meno opportuno, quando invece di pensare all’eredità (oltre alle proprietà, c’è anche in ballo la gestione dei diritti d’immagine), da buona nipote potrebbe concentrarsi sul vuoto che Sandra ha lasciato e sul dolore che sta provando chi, pur senza conoscerla, le ha voluto bene.

Dopo le puntate speciali, andate in onda ieri sera, di Striscia la notizia, su Canale 5, e di Vite straordinarie, condotta da Elena Guarnieri su Rete 4, questo pomeriggio si continua a parlare di Sandra e Raimondo sia ne La vita in diretta su Rai 1 sia in Pomeriggio 5 sulla rete ammiraglia Mediaset.
In entrambi i programmi vengono trasmesse le immagini riprese dalle telecamere situate all’interno dello Studio 4 di Cologno Monzese che indugiano su una bara chiara, ricoperta da rose bianche e rosa, i fiori preferiti da Sandra.

Tutti, indistintamente, non fanno che ripetere che Sandra ha smesso di lottare per vivere nel momento in cui Raimondo l’ha lasciata. Una vita insieme, contrassegnata dal celebre motto “che barba che noia” che Sandra ripeteva spesso nel lettone della sit-com Casa Vianello, ma che probabilmente ha ripetuto ancora, incessantemente, nei cinque mesi di vita senza l’adorato marito. Una barba e una noia ben peggiori di quelle provate, per fiction, assieme a lui. Ora spero che lassù ci sia solo gioia e felicità per la coppia ritrovata.

Quello che riporto di seguito è uno scritto di Henry Scott Holland ((1847-1917), canonico della cattedrale di St. Paul di Londra. Uno scritto che Raimondo ha lasciato a Sandra come testamento morale:

La morte non è niente

Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole
cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare
di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano,
sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere,
se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

Ora Sandra non piange più. Ha ritrovato il cuore del suo Raimondo.

AGGIORNAMENTO, 23 SETTEMBRE 2010: L’ULTIMO SALUTO A SANDRA MONDAINI

Alle 11, come annunciato, è iniziata la funzione religiosa nella chiesa di Dio Padre a Segrate. Il feretro, ricoperto di fiori bianchi, è stato posizionato di fronte all’altare dove il parroco Walter Magni e il prete amico di famiglia don Gabriele hanno officiato il rito funebre. Numerose le personalità presenti: in prima fila si sono seduti il sindaco di Milano e quello di Segrate, Letizia Moratti e Adriano Alessandrini, il presidente della Provincia di Milano Guido Pedestà e Felice Confalonieri, presidente di Mediaset. Al loro fianco gli amici di sempre di Sandra e Raimondo: Pippo Baudo e Gerry Scotti. Attorno alla bara la famiglia di domestici filippini che ha assistito fino all’ultimo prima Raimondo Vianello e poi Sandra Mondaini.
Assente, per impegni istituzionali, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; in rappresentanza della famiglia, il figlio Pier Silvio Berlusconi.

Entrando in chiesa Gerry Scotti ha osservato che “i personaggi dello spettacolo hanno ricordato Sandra con frasi di circostanza e le cose più belle su di lei le ho sentite dire dal pubblico, il che dimostra che lei è entrata nelle loro case”. Già, perché quando guardavamo i bisticci televisivi dei coniugi Vianello alla Tv, era un po’ come stare insieme a loro. Tutti ci sentivamo un po’ dei vicini di casa di quella straordinaria coppia televisiva che sapeva mantenere anche nella finzione la spontaneità che caratterizzava la loro vita quotidiana.
Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha annunciato l’intenzione di dedicare ai Vianello una piazza o un giardino, un tributo doveroso per ricordare anche il forte legame che Sandra e Raimondo sentivano per la loro città.
Toccante la conclusione dell’omelia: “”Cara Sandra – ha detto il sacerdote – a passi di danza con Raimondo ti sei messa a danzare con Dio”.

Alla fine del rito, la salma di Sandra è stata trasportata nel cimitero di Lambrate, lasciando tutti un po’ spiazzati. I domestici filippini hanno reso noto che questa era la volontà della Mondaini, essere sepolta accanto alla madre. I fan, invece, erano convinti che lei volesse riposare accanto al suo Raimondo, a Roma, nel cimitero del Verano. Ora seicento chilometri li dividono. Per molti non è giusto.

Per protestare contro questa decisione è stata aperta una petizione on line sul sito del Tgcom, in cui si legge: La coppia più tenera e innamorata della tivù rischia di essere separata per sempre dalla cecità della burocrazia funeraria. E’ stato decretato che al cimitero romano del Verano, dove Raimondo è sepolto nella tomba di famiglia, chi non porta il cognome Vianello non è ammesso a entrare. Nemmeno se si chiama Sandra Mondani. Punto e basta.
Un affronto nel giorno del dolore. E poi perché Sandra non è stata tumulata nel famedio del Cimitero Monumentale, insieme ai grandi artisti milanesi?
E’ giusto che finisca così? Secondo noi Sandra e Raimondo devono riposare come hanno vissuto: insieme. Per sempre.

[fonte delle notizie Tgcom e Il Giornale; foto da Leggo.it e notizie.it]

ADDIO SANDRA. UN ABBRACCIO AL TUO RAIMONDO

Posted in spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , a 3:26 pm di marisamoles


Sandra Mondaini non ce l’ha fatta: a cinque mesi di distanza dalla perdita del suo Raimondo si è spenta a Milano, al San Raffaele dov’era ricoverata da dieci giorni.
La sua salute già cagionevole, prima del lutto che l’ha colpita, è stata messa a dura prova dal dolore per la scomparsa dell’uomo con cui ha condiviso una vita intera. Il fisico provato dalla vasculite, una grave malattia che l’aveva costretta all’immobilità e alla sopportazione di atroci dolori, non ha retto di fronte ad una vita che, nonostante la presenza costante dei “nipoti” Raymond e Gianmarco e dei loro genitori, fin da subito era sembrata vuota all’attrice. Si era fatta vedere in pubblico, per l’ultima volta, in occasione di un premio che il comune di Milano aveva dedicato a Raimondo Vianello. In quell’occasione aveva detto di non essere l’unica vedova al mondo e che non era giusto si piangesse addosso. Ma il dolore privato non ha mai cessato di tormentare il suo animo ed il cuore non ha retto alla separazione dal marito con cui aveva diviso la vita di tutti i giorni nella casa di Milano 2 e in televisione, negli studi Mediaset dove girava la sit-com più nota della Tv.

Ora su “Casa Vianello” è calato definitivamente il sipario. Mi piace pensare che adesso, lassù, Sandra abbia ritrovato l’amore della sua vita e l’abbraccio forte e rassicurante del suo Raimondo. Che possa abbracciarlo anche da parte di tante persone che non l’hanno mai dimenticato e mai dimenticheranno lei.

ADDIO SANDRA. CI MANCHERAI ANCHE TU.

CLICCA QUI PER VEDERE L’ULTIMA INTERVISTA TELEVISIVA ANDATA IN ONDA, LA SCORSA ESTATE, ALL’INTERNO DELLA RUBRICA “BIKINI”

[foto da Il Corriere]

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