31 agosto 2010

NOZZE D’ARGENTO

Posted in affari miei, matrimonio tagged , a 12:09 pm di marisamoles


Venticinque anni di vita insieme: non è facile arrivarci. Me ne sono resa conto in questi ultimi due mesi, andando in giro per negozi di bomboniere. “Nozze d’argento? E chi ci arriva più! Siete fortunati. Nozze d’oro e di diamante si festeggiano ancora, ma d’argento … sono due anni che non preparo bomboniere per i venticinque anni di matrimonio!”, questa l’osservazione più comune. L’altra, che non c’entra con la longevità delle nozze ma è di gran lunga più gratificante, è stata: “Nozze d’argento? Ma lei è così giovane … sembra una sposina, altroché nozze d’argento!”.

Noi, io e mio marito, ci siamo arrivati ai fatidici venticinque anni di matrimonio. Venticinque anni passati in un soffio … oddio, se poi guardo i miei figli, due spilungoni alti 1 metro e 95, e ripenso a com’erano da bambini, allora mi convinco che si tratta di qualcosa più di un soffio. È che il tempo passa e davvero non ci si rende conto di quanto ne sia trascorso. Lo si misura, più o meno, a seconda dei centimetri d’altezza dei figli. Chi non ne ha, non so proprio come faccia.

Nozze d’argento. Ricordo ancora quelle dei miei genitori: avevo diciassette anni ed ero emozionatissima. Al matrimonio dei propri genitori non si è presenti (oggi capita, ma allora …) e quel rito in cui i due sposi rifanno la promessa, di fronte al sacerdote, ai parenti più stretti, con i figli come testimoni, quel rito, per un figlio, è indimenticabile. Non so come sarà per i miei figli, ma sono maschi ed inevitabilmente meno romantici. Io, da figlia ma anche sposa e madre, mi sono emozionata ancor di più alle nozze d’oro di mamma e papà. Cinquant’anni, sembrano un’enormità, non ci voglio pensare. Per ora penso solo a questi primi venticinque anni, una tappa importante per una coppia. Una tappa, non come dicono in molti “traguardo”. Il traguardo indica un arrivo, come qualcosa che, una volta compiuto, finisce. “Tappa”, invece, indica un percorso, un pezzo di strada fatto ma con un cammino ancora tutto da percorrere. E io, questo cammino, voglio continuarlo, insieme a mio marito.

Qual è la ricetta per un matrimonio longevo? Io proprio non lo so. Oggi i giovani si sposano tardi, spesso senza riflettere sul significato di essere una coppia e di voler condividere un cammino. L’attenzione è concentrata sui problemi di tutti i giorni, sul come affrontare le incertezze che il futuro può riservare. Sulle cose pratiche, insomma. Altrimenti, non si spiegherebbe il motivo per cui i matrimoni durino così poco, sempre che ci si sposi. Ma anche quando si decide di convivere, non è detto che le cose vadano meglio. Io, sinceramente, non ho mai capito perché molte coppie non vogliano “legami”, come se vedessero nel matrimonio una specie di cappio al collo. Sta nell’intelligenza della coppia far sì che un’unione ufficializzata da un contratto (in fondo, il matrimonio lo è) non limiti la libertà individuale e rappresenti un modo per raggiungere insieme degli obiettivi comuni, senza sentirsi obbligati da alcunché. Molti parlano di convenzioni: ma che c’è di male? Il matrimonio esiste da millenni; sta agli sposi saperlo adattare ai tempi, senza sentirlo solo un obbligo sociale, che poi ormai non è più.

Sarà la deformazione professionale, ma io il matrimonio lo vedo un po’ come un percorso di studi. Prima di arrivare al fatidico “sì”, il periodo di fidanzamento lo paragono alla scuola dell’infanzia (l’asilo o scuola materna, insomma): in quel periodo, che può essere più o meno lungo, s’imparano molte cose dell’altro/a, s’impara ad amare in modo incondizionato, s’impara il sacrificio, s’impara l’attesa. Poi, con il matrimonio si inizia la cosiddetta “scuola dell’obbligo”, specialmente nei primi dieci anni: la vita quotidiana mette in luce delle sfaccettature del carattere dell’altro/a che prima non erano emerse, e allora s’impara a convivere, a condividere gli spazi e i doveri, s’impara il compromesso, ci si specializza nello smussare gli angoli, operazione che richiede tanta esperienza e infinita pazienza.
Superati i dieci anni (le cosiddette “nozze di carta”), s’inizia la scuola superiore: è un percorso lungo, necessariamente, per poter completare la reciproca conoscenza, considerato anche il fatto che con gli anni si cambia e ci vuole uno spirito di adattamento che da giovani proprio non si possiede. Prima si è recalcitranti, diciamo così. Poi si comprende che la cosa che più conta è lo stare insieme e l’avere ancora qualcosa da condividere. Alla fine, però, si arriva alla maturità, quella vera, quella necessaria per capire realmente cosa voglia dire andare avanti insieme, con il desiderio di invecchiare insieme, condividendo altri obiettivi.
Arrivare alle nozze d’argento, secondo me, è come ottenere il diploma di maturità che ci permette di continuare gli studi. Per la laurea, però, ci vuole ancora più pazienza: si deve arrivare alle nozze d’oro. E come capita agli studenti universitari, qualcuno rinuncia, si ferma e alla laurea non ci arriva.
Li chiamano “divorzi grigi”, quelli che arrivano, a volte inaspettatamente, dopo trenta, quarant’anni di matrimonio. È la conferma che la vita coniugale va avanti a tappe e qualcuno al traguardo non ci arriva per niente. Ma a questo ora non voglio pensare.

Stasera ci ritroveremo, io e mio marito, nella chiesetta dove venticinque anni fa ci siamo detti il primo sì. Di quel giorno ricordo l’infinito stress dei preparativi, il ritardo con cui è arrivato il fiorista con il bouquet, inconveniente che ha fatto slittare di mezzora l’inizio della cerimonia, la sofferenza con cui ho affrontato la lunga scalinata che porta alla chiesa, sofferenza dovuta al fatto che ad ogni gradino le damigelle, che tenevano sollevato il lungo velo, calpestavano la coda del vestito che non riuscivano ad alzare, lo stress delle foto di rito e, unica nota positiva, oltre all’emozione inevitabilmente provata di fronte all’altare pronunciando il fatidico sì, la sensazione nuova provata nel sentirmi chiamare “signora” dal cameriere che mi ha accolta nella grande sala del ristorante porgendomi il flut colmo di prosecco.
Per il resto, ricordo solo un incredibile caos. Mi sentivo semplicemente frastornata.

Oggi sono molto più tranquilla e sicuramente mi godrò maggiormente questo momento. Questa seconda promessa è più consapevole della prima. Allora andavamo incontro all’ignoto, ora sappiamo quello che abbiamo realizzato e quello che ancora vogliamo fare in un cammino che speriamo sia ancora lungo.

La ricetta per un’unione così duratura? Ecco, forse, mi viene qualcosa in mente: ci vuole coraggio, tanto coraggio.

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2 commenti »

  1. Trovo molto bella la scalata verso l’Università. Questa similitudine viene da un “addetto ai lavori”. Se la salute me lo permetterà fra sei anni potrò discutere la tesi.
    A parte queste apparenti facezie, una importante collaborazione viene dalla consapevolezza che, nel matrimonio, bisogna saper rinunciare… ognuno sa a cosa.
    E poi, hai ragione nel terminare inneggiando al coraggio.

    P.S.: Nessuno ha commentato! Perchè?

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  2. marisamoles said,

    @ quarchedundepegi

    Non so perché nessuno abbia commentato … non è un post troppo intimo, ho parlato in generale. Forse nessuno aveva il coraggio di rompere il ghiaccio, ma ora che l’hai fatto tu, spero che seguano altri commenti.

    Preparati bene alla discussione della tesi, senza paura! E’ sempre questione di coraggio! 🙂

    Mi piace


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