ESAME DI STATO 2010: I DATI DEFINITIVI. MA NON SAREBBE ORA DI CAMBIARE?

Il MIUR ha comunicato i dati definitivi sugli esiti dell’Esame di Stato 2010. Qualche giorno fa erano stati diffusi i dati sulle valutazioni, in particolare sui 100 e lode che sono stati assegnati con maggior generosità nelle scuole del sud Italia. (ne ho parlato QUI e QUI). Polemiche a parte, sembra che un ruolo decisivo, con un lavoro di scrematura, l’abbiano avuto i Consigli di Classe: infatti è stato registrato un sensibile aumento degli studenti non ammessi, 6,6% contro il 5,1% dello scorso anno. Ma non dobbiamo dimenticare che, al contrario dello scorso anno, agli ultimi Esami di Stato sono stati ammessi solo gli studenti che non presentavano alcuna insufficienza in pagella.

L’intenzione del ministro Mariastella Gelmini era quella di applicare la novità già lo scorso anno, ma in conseguenza delle polemiche che erano sorte, in considerazione del ritardo con cui era stato comunicato che anche una sola insufficienza avrebbe compromesso l’ammissione, gli studenti che hanno conseguito la maturità nel 2009 erano stati ammessi con la sufficienza nella media complessiva dei voti. In altre parole, potevano essere insufficienti in una o più materie a patto che avessero la media del 6, compreso il voto di condotta che comunque non doveva essere insuffciente.

I non ammessi nel 2009 erano stati 17 mila (5,1%), quest’anno (con l’introduzione della norma che prevede tutte sufficienze) sono stati oltre 23 mila (cioè il 6,6%). Accanto a questo dato, si mette in evidenza una leggera flessione della percentuale del numero degli studenti che non hanno ottenuto il diploma: dal 2,15 % dello scorso anno al 2,05 del 2010.

Un dato preoccupante è quello relativo ai non ammessi all’esame a causa del 5 in condotta: lo scorso anno erano poco più di 5mila, quest’anno sono stati 8.403. Dov’è finita la “scuola del rigore e della severità”? E la lotta contro il bullismo? Pare che la bocciatura per il cattivo comportamento non costituisca uno spauracchio, come invece si era pensato.

Come ha osservato il ministro, riferendosi agli squilibri tra nord e sud nell’attribuzione delle lodi, una maggiore omogeneità nella valutazione degli studenti potrebbe derivare dalla somministrazione di una prova nazionale sulla falsa riga di quelle già sperimentate nella scuola media e in alcune scuole superiori che aderiscono al progetto pilota.
Ma io mi chiedo, sinceramente, ha ancora senso un Esame di Stato? Come ho già avuto modo di osservare, l’esperienza in sé è importante dal punto di vista formativo: è una specie di rito di iniziazione alla vita adulta. Ma, in tempi di crisi, è anche uno spreco di denaro pubblico che potrebbe essere investito nella scuola per venire incontro alle esigenze di chi al diploma non ci arriva proprio. Investire in progetti antidispersione e con lo scopo di prevenire gli abbandoni sarebbe un passo avanti verso una scuola più competitiva con altri Paesi europei, la Finlandia in testa.

Abolire del tutto l’esame forse è un po’ azzardato, ma potrebbe essere sostituito da una serie di prove, elaborate dall’InValsi, che determinerebbero il punteggio finale del diploma. E poi, sarebbe anche il caso di abolire i test di ammissione alle Facoltà universitarie sostituendoli, ad esempio, con un “credito” determinato dal punteggio ottenuto alla fine del corso di studi: so che in Egitto si può accedere alle varie facoltà a seconda del risultato ottenuto nei test d’uscita dalle scuole superiori. Ovvero, il risultato dei test finali –loro non fanno esami- orienta lo studente verso certe facoltà anziché altre.
In definitiva, non sarebbe lo studente ad orientarsi, spesso male, verso il percorso universitario ma sarebbe il suo rendimento ad “obbligarlo” a intraprendere un percorso di studi in cui avrebbe maggiori possibilità di successo. Non dimentichiamo che le percentuali di abbandono degli studi universitari sono piuttosto alte e spesso capita che i ragazzi cambino più facoltà, in seguito a degli insuccessi che magari non avevano previsto.

Insomma, è del tutto inutile pensare di rinnovare la scuola italiana, sempre più spesso bersaglio di critiche su più fronti, se le “innovazioni” si limitano a ritoccare quello che già c’è e che non funziona.

[fonte: Il Corriere]

“X AGOSTO” DI GIOVANNI PASCOLI


In occasione della notte delle stelle cadenti, la notte di San Lorenzo, mi piace ricordare una lirica che tratta quest’evento in modo del tutto particolare.

San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male

È una delle più belle poesie composte dal poeta romagnolo. La data del 10 agosto per lui aveva un significato speciale: gli rievocava la morte dell’amatissimo padre che fu ucciso da mano ignota mentre tornava a casa dal consueto giro nella tenuta dei principi di Torlonia di cui era amministratore. Il piccolo Giovanni, quel 10 agosto 1867, aveva soltanto dodici anni e quel tragico evento condizionò la sua vita futura.

Il trauma della morte del padre portò il poeta a chiudersi nel proprio “nido”, quello costituito dalle sue donne, la madre e le due sorelle rimaste, dopo la morte di un’altra sorella e dei due fratelli.
Il “nido” nella simbologia pascoliana rimanda chiaramente alla famiglia, è un luogo protetto in cui nulla di male può accadere se correttamente salvaguardato. Lo spazio esterno, al contrario, rappresentava per Pascoli, proprio a causa del trauma infantile, il pericolo. Una specie di trappola mortale da cui non si ritorna più al focolare domestico.

Il microcosmo protetto di Pascoli, rappresentato dalla campagna, si contrappone alla città, caratterizzata dal vizio e dalla perdita della moralità da parte dei cittadini che vivono freneticamente alla ricerca del successo e del benessere economico. In campagna, al contrario, la vita semplice e il contatto con la natura favorisce, secondo il poeta, la conservazione di quello stato fanciullesco che permette agli uomini, pur divenendo adulti, di guardare con occhi stupiti e con curiosità sempre nuova il mondo che li circonda.

Il mito della campagna, così spiegato, sembra in contraddizione con quell’evento luttuoso accaduto il 10 agosto 1867. Il padre di Giovanni, infatti, fu ucciso da una fucilata in mezzo ai campi. Il suo sguardo rivolto al cielo, come quello della rondine, sembra celare un urlo di muto dolore, causato dalla consapevolezza di non poter vedere mai più la famiglia, le bambine per cui aveva acquistato le bambole come dono. Allo stesso modo, la rondine non potrà più tornare al nido per sfamare i piccoli che, inevitabilmente, saranno abbandonati. Curioso, ma strettamente legato alla simbologia pascoliana, lo scambio dei termini, “tetto” (che è anche una metonimia) riferito all’animale e “nido” per casa, e l’identificazione del “cielo” come il luogo privilegiato post mortem, cui entrambi, l’uomo e l’uccello, rivolgono lo sguardo, tendendo verso l’alto il cibo e i doni.

La notte di san Lorenzo, con le sue stelle cadenti, rappresenta, dunque, per Pascoli il momento di dolore, una sofferenza che non è solo sua ma che supera l’individualismo per unire l’umanità stessa in un pianto collettivo. Le stelle cadono come lacrime su quel mondo che, non solo per la sua vita travagliata ma per un dolore universale, Giovanni riconosce come un atomo opaco del male.

LA MOGLIE DI COSSIGA

In queste ore di trepidazione, in cui si attendono delle novità sullo stato di salute del Presidente Emerito della Repubblica Italiana Francesco Cossiga, ricoverato da ieri in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Roma, la curiosità dei miei lettori, anzi di quelli che capitano sul mio blog cercando una notizia che non troveranno, sembra essere rivolta alla moglie del Senatore a vita.
Il mio articolo, cui rimanda Google, non tratta della moglie di Cossiga, ma di un’altra consorte, anzi ex: Veronica Lario. Allora mi aveva colpito un’intervista che il Presidente Emerito aveva rilasciato e in cui aveva rivelato in anteprima il “costo” del divorzio del nostro premier.

Della moglie di Cossiga, in verità, non mi sono mai occupata. Fin dai tempi in cui era presidente in carica non ne avevo mai sentito parlare, né avevo visto alcuna donna al suo fianco, tanto da ritenere che fosse scapolo. Poi, però, ho sentito parlare dei suoi figli e ne ho dedotto che, moglie ex o convivente, una donna nella vita del noto “picconatore” ci doveva essere.
Oggi mi sono documentata e ho scoperto che Francesco Cossiga nel 1960 aveva sposato Giuseppa Sigurani, detta “Peppa”, da cui ha avuto due figli: Annamaria (secondo alcune fonti, tuttavia, la figlia si chiamerebbe Francesca) e Giuseppe.
Effettivamente la signora, un po’ schiva come si conviene alla maggior parte dei sardi, non ha mai condotto una vita pubblica da first lady, emulando la signora Voltolina, allora moglie dell’ex presidente Sandro Pertini, predecessore del marito.

Il matrimonio tra Francesco e Giuseppa si concluse nel 1993 con la separazione, seguita dal divorzio siglato cinque anni dopo. Nel 2007, ben 47 anni dopo la celebrazione delle nozze, la Rota Romana (nuovo nome della più conosciuta Sacra Rota) ha annullato il matrimonio. Allora ne parlò Bruno Vespa nel libro L’amore e il potere. Da Rachele a Veronica in secolo di storia d’Italia, suscitando molte perplessità. Perché mai la Rota annulli con facilità le “sacre” unioni, anche in presenza di figli nati all’interno del matrimonio, rimarrà sempre un mistero. Anzi, la cosa può essere spiegata con gli interessi economici: l’istruttoria dura a lungo, mi pare sette anni dalla richiesta, i processi si susseguono e, quindi, anche il conto del Vaticano ne trae beneficio. Proprio su questo tema è più volte intervenuto il papa Benedetto XVI che ha scagliato un severo monito contro questi annullamenti facili. Non conosco, tuttavia, il risultato.

In queste ore, al capezzale del padre ci sono i due figli; nulla si sa della signora Sigurani (né, onestamente, so se è ancora in vita). Quello che è certo, al di là del divorzio e dell’annullamento, Cossiga amò molto la moglie. In un’intervista rilasciata in occasione dei suoi ottant’anni, alla domanda “È stato il matrimonio il più grande dolore della su vita?”, il senatore a vita rispose: «Non amo parlare delle mie cose private. Posso solo dire che la madre dei miei figli era bellissima, intelligentissima, bravissima, molto colta. Che ha educato benissimo i ragazzi. E che io l’ho amata molto». (Intervista de Il Corriere a questo Link)

AGGIORNAMENTO DEL POST, 17 AGOSTO 2010

Il Presidente Emerito della Repubblica Italiana, Francesco Cossiga, è spirato oggi alle 13 e 18. Ottantadue anni, da lunedì 9 agosto era ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma per dei problemi respiratori. L’ultimo bollettino medico, emesso oggi alle 12, parlava di condizioni disperate, nonostante la ripresa dei giorni scorsi.

Esprimo il mio dispiacere per la scomparsa di un uomo che ho sempre ammirato e rispettato, prima di tutto come uomo. La politica è tutta un’altra cosa. Per questo dico a chi ha pregato per la sua morte: MI FATE SCHIFO!

ADDIO PRESIDENTE: ORA IO PREGO PER LA SUA PACE.