NOZZE D’ARGENTO


Venticinque anni di vita insieme: non è facile arrivarci. Me ne sono resa conto in questi ultimi due mesi, andando in giro per negozi di bomboniere. “Nozze d’argento? E chi ci arriva più! Siete fortunati. Nozze d’oro e di diamante si festeggiano ancora, ma d’argento … sono due anni che non preparo bomboniere per i venticinque anni di matrimonio!”, questa l’osservazione più comune. L’altra, che non c’entra con la longevità delle nozze ma è di gran lunga più gratificante, è stata: “Nozze d’argento? Ma lei è così giovane … sembra una sposina, altroché nozze d’argento!”.

Noi, io e mio marito, ci siamo arrivati ai fatidici venticinque anni di matrimonio. Venticinque anni passati in un soffio … oddio, se poi guardo i miei figli, due spilungoni alti 1 metro e 95, e ripenso a com’erano da bambini, allora mi convinco che si tratta di qualcosa più di un soffio. È che il tempo passa e davvero non ci si rende conto di quanto ne sia trascorso. Lo si misura, più o meno, a seconda dei centimetri d’altezza dei figli. Chi non ne ha, non so proprio come faccia.

Nozze d’argento. Ricordo ancora quelle dei miei genitori: avevo diciassette anni ed ero emozionatissima. Al matrimonio dei propri genitori non si è presenti (oggi capita, ma allora …) e quel rito in cui i due sposi rifanno la promessa, di fronte al sacerdote, ai parenti più stretti, con i figli come testimoni, quel rito, per un figlio, è indimenticabile. Non so come sarà per i miei figli, ma sono maschi ed inevitabilmente meno romantici. Io, da figlia ma anche sposa e madre, mi sono emozionata ancor di più alle nozze d’oro di mamma e papà. Cinquant’anni, sembrano un’enormità, non ci voglio pensare. Per ora penso solo a questi primi venticinque anni, una tappa importante per una coppia. Una tappa, non come dicono in molti “traguardo”. Il traguardo indica un arrivo, come qualcosa che, una volta compiuto, finisce. “Tappa”, invece, indica un percorso, un pezzo di strada fatto ma con un cammino ancora tutto da percorrere. E io, questo cammino, voglio continuarlo, insieme a mio marito.

Qual è la ricetta per un matrimonio longevo? Io proprio non lo so. Oggi i giovani si sposano tardi, spesso senza riflettere sul significato di essere una coppia e di voler condividere un cammino. L’attenzione è concentrata sui problemi di tutti i giorni, sul come affrontare le incertezze che il futuro può riservare. Sulle cose pratiche, insomma. Altrimenti, non si spiegherebbe il motivo per cui i matrimoni durino così poco, sempre che ci si sposi. Ma anche quando si decide di convivere, non è detto che le cose vadano meglio. Io, sinceramente, non ho mai capito perché molte coppie non vogliano “legami”, come se vedessero nel matrimonio una specie di cappio al collo. Sta nell’intelligenza della coppia far sì che un’unione ufficializzata da un contratto (in fondo, il matrimonio lo è) non limiti la libertà individuale e rappresenti un modo per raggiungere insieme degli obiettivi comuni, senza sentirsi obbligati da alcunché. Molti parlano di convenzioni: ma che c’è di male? Il matrimonio esiste da millenni; sta agli sposi saperlo adattare ai tempi, senza sentirlo solo un obbligo sociale, che poi ormai non è più.

Sarà la deformazione professionale, ma io il matrimonio lo vedo un po’ come un percorso di studi. Prima di arrivare al fatidico “sì”, il periodo di fidanzamento lo paragono alla scuola dell’infanzia (l’asilo o scuola materna, insomma): in quel periodo, che può essere più o meno lungo, s’imparano molte cose dell’altro/a, s’impara ad amare in modo incondizionato, s’impara il sacrificio, s’impara l’attesa. Poi, con il matrimonio si inizia la cosiddetta “scuola dell’obbligo”, specialmente nei primi dieci anni: la vita quotidiana mette in luce delle sfaccettature del carattere dell’altro/a che prima non erano emerse, e allora s’impara a convivere, a condividere gli spazi e i doveri, s’impara il compromesso, ci si specializza nello smussare gli angoli, operazione che richiede tanta esperienza e infinita pazienza.
Superati i dieci anni (le cosiddette “nozze di carta”), s’inizia la scuola superiore: è un percorso lungo, necessariamente, per poter completare la reciproca conoscenza, considerato anche il fatto che con gli anni si cambia e ci vuole uno spirito di adattamento che da giovani proprio non si possiede. Prima si è recalcitranti, diciamo così. Poi si comprende che la cosa che più conta è lo stare insieme e l’avere ancora qualcosa da condividere. Alla fine, però, si arriva alla maturità, quella vera, quella necessaria per capire realmente cosa voglia dire andare avanti insieme, con il desiderio di invecchiare insieme, condividendo altri obiettivi.
Arrivare alle nozze d’argento, secondo me, è come ottenere il diploma di maturità che ci permette di continuare gli studi. Per la laurea, però, ci vuole ancora più pazienza: si deve arrivare alle nozze d’oro. E come capita agli studenti universitari, qualcuno rinuncia, si ferma e alla laurea non ci arriva.
Li chiamano “divorzi grigi”, quelli che arrivano, a volte inaspettatamente, dopo trenta, quarant’anni di matrimonio. È la conferma che la vita coniugale va avanti a tappe e qualcuno al traguardo non ci arriva per niente. Ma a questo ora non voglio pensare.

Stasera ci ritroveremo, io e mio marito, nella chiesetta dove venticinque anni fa ci siamo detti il primo sì. Di quel giorno ricordo l’infinito stress dei preparativi, il ritardo con cui è arrivato il fiorista con il bouquet, inconveniente che ha fatto slittare di mezzora l’inizio della cerimonia, la sofferenza con cui ho affrontato la lunga scalinata che porta alla chiesa, sofferenza dovuta al fatto che ad ogni gradino le damigelle, che tenevano sollevato il lungo velo, calpestavano la coda del vestito che non riuscivano ad alzare, lo stress delle foto di rito e, unica nota positiva, oltre all’emozione inevitabilmente provata di fronte all’altare pronunciando il fatidico sì, la sensazione nuova provata nel sentirmi chiamare “signora” dal cameriere che mi ha accolta nella grande sala del ristorante porgendomi il flut colmo di prosecco.
Per il resto, ricordo solo un incredibile caos. Mi sentivo semplicemente frastornata.

Oggi sono molto più tranquilla e sicuramente mi godrò maggiormente questo momento. Questa seconda promessa è più consapevole della prima. Allora andavamo incontro all’ignoto, ora sappiamo quello che abbiamo realizzato e quello che ancora vogliamo fare in un cammino che speriamo sia ancora lungo.

La ricetta per un’unione così duratura? Ecco, forse, mi viene qualcosa in mente: ci vuole coraggio, tanto coraggio.

LE DIVE E LA CELLULITE: MAL COMUNE MEZZO GAUDIO?


A volte basta poco per consolarsi un po’. D’estate, ad esempio, è sufficiente andare in spiaggia, un qualsiasi lido della nostra penisola, per comprendere che non tutte le donne sono in gran forma e che la maggior parte sta messa peggio di te.

Una delle “piaghe” estetiche che demoralizzano le donne, soprattutto d’estate, è la cellulite. Il problema è che della buccia d’arancia ci si ricorda al momento di indossare il costume da bagno mentre bisognerebbe occuparsene tutto l’anno. Innanzittutto con una corretta alimentazione e poi con un po’ di movimento (almeno 30 minuti al giorno). Poi anche l’uso delle creme cosmetiche anticellulite può aiutare. Anche se sembra che si sprechino tempo e soldi, bisogna sempre chiedersi: “e senza, come sarei?”, dopodiché ci si convince a splamarsi la crema tutti i santi giorni e per tutto l’anno.

Sembra che la cellulite sia diffusa a tal punto da colpire anche le donne magre. Erroneamente, infatti, si pensa che le più afflitte siano quelle un po’ sovrappeso e altrettanto erroneamente si crede che la buccia d’arancia se ne stia alla larga dalle donne famose che possono disporre di tempo e di denaro per dedicarsi alla lotta contro quest’antipatico inestetismo.
In effetti, se osserviamo le belle donne famose che posano per i calendari o per un servizio fotografico su qualche rivista patinata, di cellulite sulle loro cosce o sui loro glutei non ne vediamo nemmeno l’ombra. Ma quando sfogliando un qualsiasi giornale di gossip (operazione che, fanatiche a parte, di solito si fa quando si aspetta il turno dalla parrucchiera, com’è successo a me recentemente) vediamo le fotografie “rubate” in spìaggia, be’ allora c’è proprio da consolarsi.

Che condividere la cellulite con le donne famose sia un mezzo gaudio non lo so, ma psicologicamente aiuta.

Se anche per voi questo inestetismo è un problema, guardate le altre foto delle vip afflitte da cellulite CLICCANDO QUA … vi aspettano delle belle e gratificanti sorprese!

[l’immagine è tratta dal sito indicato; per ingrandirla, cliccate sopra]

MALEDUCAZIONE STRADALE


Ultimo week-end di agosto e il traffico, per l’ennesima volta, va in tilt. Bollino rosso, attenzione, meglio partire o venerdì o lunedì. Le raccomandazioni vanno bene per chi può programmare il viaggio come gli pare, anche se poi le cosiddette “partenze intelligenti” rischiano di causare ingorghi e code comunque proprio perché tutti seguono i consigli sulla circolazione stradale. (ne ho parlato QUI).

Ma come la mettiamo con chi, sventurato, deve fare un viaggio, per altro breve, in giornata? E deve per forza recarsi là dove le code interminabili hanno caratterizzato tutti i week-end d’agosto? In questo caso, val poco la volontà di essere intelligenti, visto che non si può scegliere. Ma nel momento in cui ci si trova imbottigliati nel traffico e si impiegano due ore per coprire un tragitto che richiede al massimo 50 minuti, non si può far altro che pensare di avere come compagni di viaggio, anzi di coda, degli emeriti deficienti!

Le code si formano sempre nelle zone cruciali, non si sa perché. Ovvero, ci si chiede come mai , se la situazione si presenta tristemente uguale da anni, non si possa porvi rimedio. Tuttavia, quello che fa più rabbia, oltre al disinteresse di chi dovrebbe ovviare al problema e non lo fa, è la maleducazione degli automobilisti. Oltre che deficienti, perché si muovono con il bollino rosso, sono anche maleducati perché tentano di fare i furbetti e a volte ci riescono.

Ieri, io e mio marito ci siamo dovuti recare a Trieste, e non per turismo. All’andata, grazie all’avviso fornito da Società autostrade che informava sui 13 chilometri di coda dal nostro casello allo svincolo tra la A4 e la A23, abbiano fatto il viaggio prendendo la strada statale. Non vi dico la felicità di mio marito che sbuffava ad ogni semaforo e ad ogni lumaca che, pur essendo il limite di 70 Km/h, andava a 50. Ad ogni modo siamo arrivati a destinazione in un’ora e mezza, impiegando 40 minuti in più rispetto all’autostrada.

Il bello è arrivato al ritorno. Convinti che ormai tutti fossero partiti e ci fossero in giro quattro o cinque deficienti, abbiamo fiduciosi imboccato la superstrada. Peccato, però, che in questo caso nessun cartello ci avesse avvisato della coda che, inevitabilmente, si era formata a 6 km dal famigerato casello del Lisert. Una volta imbottigliati, non c’è stato nulla da fare: seppur intenzionati, ma dovrei dire rassegnati, a tornare a casa prendendo la statale, abbiamo per forza dovuto percorrere quasi tutti i 6 chilometri, causa l’assenza di altre uscite dalla superstrada.
Mio marito, sapendo di dover prendere la prima uscita, si è posizionato a destra sulla carreggiata. Di fronte a noi avevamo un camper austriaco e si sa quanto gli austriaci siano pazienti ed educati, almeno finché non seguono i pessimi esempi che gli automobilisti italiani offrono sulle strade e autostrade.
Ad un certo punto, il possessore di una BMW (mi chiedo come mai i meno pazienti non girino in Panda) si è stufato di fare la coda e ha superato tutti percorrendo la corsia di emergenza. Ora, tutti sanno che si tratta di una manovra vietata e severamente punita. Ma quando uno comincia, è davvero difficile che altri non lo seguano: mica sarà lui l’unico furbo e gli altri tutti imbecilli! Così, un po’ timidamente altre macchine hanno iniziato a percorrere la corsia di emergenza.
Assistendo alla “fuga dei furbetti”, mio marito mi guarda e mi dice: “Sta’ a vedere che anche l’austriaco lo fa. Bell’esempio diamo agli stranierei!”. In effetti il camper che ci precedeva in coda aveva iniziato a marciare sempre più verso destra, fino a posizionarsi mezzo sulla corsia normale e mezzo su quella di emergenza. Ma procedeva così, senza sembrare intenzionato a fare il furbo anche lui.
Quando le automobili dei furbetti hanno iniziato a strombazzare perché il camper impediva loro la marcia sulla corsia di emergenza, abbiamo capito: l’Austriaco si era messo a quel modo per impedire che i soliti maleducati la facessero franca ed evitassero la fila.

Non appena siamo arrivati all’uscita che precede il casello, anche il camper ha svoltato e ci ha preceduti per qualche chilometro. Anche l’austriaco, come noi, aveva deciso di imboccare l’uscita e continuare il viaggio sulla statale. Anche lui, come noi, ha atteso che la linea continua, che delimita la corsia di emergenza, diventasse tratteggiata. Anche lui, come noi, ha messo regolarmente la freccia per indicare l’intenzione di uscire dalla superstrada. Anche lui, come noi, si sarà sentito un imbecille di fronte all’atteggiamento menefreghista di chi è convinto che i fessi marcino sulle corsie regolari e i più intelligenti su quelle di emergenza. Ma anche lui, come noi, sarà stato gratificato dalla considerazione di essere educato.

Noi siamo arrivati a destinazione in due ore (impiegando per il viaggio di ritorno ben un’ora e dieci minuti in più rispetto all’autostrada). L’austriaco ci avrà messo un’enormità di tempo in più. Anche noi, come l’austriaco, ci siamo sentiti gratificati dalla considerazione di essere educati e di non lasciarci influenzare dai tanti esempi di maleducazione stradale.

Saremo arrivati a destinazione più tardi dei furbetti ma, oltre che più educati, alla fine siamo noi i più intelligenti … almeno non abbiamo rischiato una multa salata.

MAMME ULTRACINQUANTENNI: GIANNA NANNINI, LE ALTRE E LA QUESTIONE ETICA

Finalmente ho trovato qualcuno che la pensa come me! Mesi fa avevo espresso i miei dubbi sulla decisione presa da donne vip (Heather Parisi) e sconosciute (la 58enne di Torino) di diventare madri a cinquant’anni e oltre. Avevo concluso la mia riflessione dicendo che i bambini hanno bisogno di mamme giovani e non di nonne e che pensare alla maternità a 50 anni e più rappresenta la realizzazione di un desiderio legittimo, se vogliamo, ma alquanto egoistico.

La giornalista Maria Luisa Agnese, dalle pagine del quotidiano Il Corriere, esprime i miei stessi dubbi. Riferendosi alla gravidanza della cantante 54enne Gianna Nannini che sta tenendo banco in questi giorni sulla carta stampata e nei telegiornali, la Agnese osserva che, al di là del fatto che ci sia o non ci sia un padre per questo bimbo in arrivo (si parla, infatti, di fecondazione in vitro ma né la cantante né l’entourage hanno rilasciato alcuna dichiarazione), Gianna sembra fare un figlio a un’ età in cui fino a ieri (e in buona parte ancora oggi) le donne diventavano nonne. Un bambino di sicuro molto amato ma destinato in anticipo ad affrontare la vita in solitaria, ad essere senza famiglia almeno per come l’ abbiamo intesa finora, senza fratelli, senza nonni o con nonni davvero anziani e non in grado di svolgere le preziose funzioni solidali che hanno acquisito nella famiglie contemporanee. Senza contare che quando lui/lei avrà 15 anni la mamma ne avrà 70 e chissà se avrà l’energia e lo spirito necessari per trattare con un adolescente in evoluzione (anche se oggi molte nonne settantenni fanno da vice mamma).

Quello che preoccupa, e che si pone come problema etico, è che questo possa divenire a breve un modello e che invece di essere l’eccezione, le mamme cinquantenni possano divenire la regola. L’egoismo, insomma, potrebbe prevalere sul buon senso. Ma, si chiede la Agnese, se era davvero tanta la voglia di maternità di Gianna, perché non pensare all’adozione? Be’, in questo caso però la legge italiana ha delle lacune: non conosco i particolari della vita privata della cantante ma si vocifera che non abbia un compagno e che, come successo per altre vip, ad esempio l’attrice Jodie Foster, sia ricorsa ad un donatore (magari anche due, visto che l’età di lei è quella della menopausa). In Italia l’adozione è riservata alle coppie non ai single. Per lo stesso motivo, ritengo che sia ingiusto fare un figlio “da sole”, ma in questo caso, almeno, non ci sono leggi che lo impediscano.

La domanda che, alla fine dell’articolo, la giornalista del Corriere si pone è se una scelta del genere, a priori considerata egoistica, non possa essere invece una scelta di generosità e atto di fiducia nella vita, fatta nella convinzione che alla fine i figli si fanno perché diventino cittadini del mondo e non per tenerli per mano fuori tempo massimo. Ed è davvero difficile rispondere a quello che lei definisce un “rompicapo etico”.

[FONTE: Il Corriere; foto dal sito noiblogger.com]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 28 AGOSTO 2010

Vi invito a leggere, sull’argomento, un interessante articolo pubblicato sul Corriere e firmato dalla psicologa e psicoterapeuta Silvia Vegetti Finzi.
Nell’articolo, dal titolo “Tante ombre che vengono nascoste. Così si alimentano solo illusioni”, condivido questa riflessione a proposito dei bambini tanto desiderati e fatti nascere anche “fuori tempo massimo”:

Ma il mio pensiero va in primo luogo ai figli del desiderio, bambini molto amati che dovranno comunque affrontare un divario di età con la madre di cui non conosciamo ancora gli effetti a lunga scadenza. È vero che l’avanzamento della speranza di vita (per le donne 84 anni) comporta una riformulazione del calendario biografico, ma purtroppo si prolunga la vecchiaia piuttosto che la giovinezza. A questo le ragazze non pensano quando sfogliano i cataloghi della felicità. Poiché nell’immaginario tutto è possibile, sembra facile rinviare a «data da destinarsi» una decisione, quella di avere un figlio, che ostacola altri programmi come lo studio, il mantenimento del posto di lavoro, la carriera, l’indipendenza economica… la realizzazione di sé. Ma spesso l’inesorabile scorrere del tempo non consente facili inversioni e le promesse del «più tardi» rischiano di trasformarsi in amare delusioni.

Anche la Vegetti Finzi la pensa come me.

NOVITÀ SCUOLA 2010: BOCCIATI GLI ALLIEVI “ASSENTEISTI” E PIÙ DIFFICILE ARRIVARE AL 100 ALL’ESAME DI STATO


I nuovi regolamenti per gli Istituti di Istruzione Secondaria di II Grado (leggi: scuole superiori) portano delle novità per chi si appresta a iniziare il prossimo anno scolastico.

In primis, viene finalmente messa in primo piano la questione delle assenze, spesso ingiustificate, ovvero giustificate dalle famiglie ma senza un motivo valido, e assai frequenti soprattutto per i maggiorenni che possono firmare da soli il libretto.
Come si sa, la frequenza alle lezioni è obbligatoria e lo studio è, oltre che un sacrosanto diritto, un dovere cui non ci si può sottrarre. E non parliamo soltanto di “scuola dell’obbligo”, che comprende anche il biennio delle superiori (una volta si fermava alla terza media). Infatti, chi, assolto l’obbligo scolastico, intende proseguire gli studi (la maggior parte dei giovani, ormai) ha il preciso dovere di impegnarsi nello studio e di frequentare le lezioni.
Tuttavia, in passato è capitato di promuovere persone che avevano accumulato numerose assenze, partendo dal presupposto che tali assenze erano comunque giustificate. Per un periodo, inoltre, gli studenti sono stati esonerati dall’obbligo di presentare il certificato medico per le assenze che si protraevano per più di cinque giorni, obbligo rientrato lo scorso anno. Se non altro, in questo modo si evita che i furbetti se ne approfittino, anche se effettivamente la richiesta del certificato medico serve ad attestare l’assenza di malattie che possano costituire un pericolo per la salute della comunità.

Cosa cambia, dunque, da settembre? Chi non frequenterà almeno i tre quarti dell’orario annuale, ovvero supera il limite dei 50 giorni, rischia la bocciatura. Con l’avvio della riforma delle superiori, dunque, la vita degli “assenteisti” abituali senza motivi validi si farà più dura. Ovviamente, però, in casi eccezionali sono previste deroghe, in quanto è possibile che le assenze frequenti o prolungate siano giustificate da patologie particolari che possano essere oggettivamente dimostrate. Ma, in generale, chi non rispetta il limite minimo, come si legge nel regolamento ministeriale, viene escluso dallo scrutinio finale, quindi costretto a ripetere l’anno.

Per gli studenti che dal prossimo iniziano a frequentare il triennio sarà più difficile raggiungere il voto massimo all’Esame di Stato (leggi: Maturità) che è 100.
Nel nuovo Regolamento (vedi anche il DM n° 99 del 16 dicembre 2009) si legge, infatti, che nei licei e negli istituti tecnico-professionali il punteggio “base”, ovvero il cosiddetto “credito” che dipende dal curriculum scolastico, sarà di 25 punti, cioè il massimo, solo per gli allievi che avranno una media compresa tra il 9 e il 10, non più fra l’8 e il 10, come avveniva in passato.
Per ora la nuova disposizione si applica ai ragazzi del terzo e quarto anno, nel 2011 si andrà a regime anche in quinta.

Il vero problema sarà convincere i professori a usare anche il 10 come voto, che è una rarità nelle pagelle dove ci si ferma il più delle volte all’8 o al 9. Alcuni insegnanti, infatti, sono restii ad “alzare” i voti, anche in presenza di studenti meritevoli sia per capacità sia per impegno, considerando, erroneamente, un 8 già un ottimo voto.
A questo proposito, leggo sul quotidiano Il Messaggero alcune osservazioni fatte da un preside romano, Mario Rusconi, che è anche vice presidente dell’Anp, l’associazione di categoria. Sulla necessità di utilizzare tutta la gamma dei voti, Rusconi osserva: Oggi questo non avviene. I più risicati nel dare voti alti sono i docenti di italiano e latino, mentre quelli di matematica, chimica e fisica sono più disponibili. Comunque da quest’anno è vero che ci sarà una maggiore rigidità nell’attribuire i crediti e mi aspetto, proprio per questo, che i docenti usino tutti i voti a loro disposizione. Quanto alla severità crescente della scuola c’è stato un ritorno al rigore in questi anni che è positivo, ma con qualche esagerazione. Ad esempio sta maturando l’idea che il 5 in condotta si possa dare anche senza che ci siano stati 15 giorni di sospensione. Qualcuno ne sta abusando.

Per quanto mi riguarda, nelle valutazioni non sono mai stata “risicata” ma solo giusta, mettendo dei nove e dei dieci in pagella anche nel I quadrimestre, quindi fidandomi dei miei ragazzi e costringendoli a quel minimo di responsabilità che aiuta a crescere: come dire “mi fido, vi do 9 e 10, ma non deludetemi”. Al contrario sono rimasta spesso sconcertata nel vedere dei ragazzi davvero bravi, pieni di 8 e 9 nelle varie discipline, ma con delle insufficienze in matematica e, un po’ meno, in fisica. Ho anche assistito inerme alla fuga di qualche “buona testa” convinta di essere una nullità per un 4 in matematica. Evidentemente a Roma succede il contrario rispetto a Udine.

Quanto al 5 in condotta, Rusconi mi sembra poco informato: quella di attribuire l’insufficienza in condotta anche senza una sospensione di almeno 15 giorni non è un’idea, è un dato di fatto. In uno dei suoi tanti ripensamenti, il ministro Gelmini ha, infatti, tolto il vincolo della sospensione lunga, lasciando agli insegnanti la decisione di attribuire il 5 in condotta tenendo conto delle diverse situazioni, del ripetersi di episodi analoghi a quelli che hanno determinato una qualche sanzione disciplinare e, soprattutto, considerando il “pentimento” o meno degli studenti sanzionati e il loro reale impegno per migliorare il comportamento.
Detto questo, non credo proprio che se ne possa abusare.
Piuttosto, direi che sono finiti i tempi del “bravo, 7+” degli sketch di Cochi e Renato.

[LINK fonte]

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CALCIATRICE IRANIANA PERDE IL VELO IN CAMPO: SARÀ PUNITA?


Le donne iraniane possono giocare a calcio. Non solo, possono far parte di una squadra e partecipare alle competizioni sportive. Fin qui la buona notizia. La cattiva è che lo possono fare ma a condizione di giocare completamente coperte, ad eccezione delle mani e del volto, e con il velo in testa. Che succede, però, se durante un’azione una calciatrice iraniana perde il velo? Potrebbe essere punita, anche se l’evento è palesemente fortuito, e non si tratta di un cartellino giallo, purtroppo.

È successo ad una giovane giocatrice di calcio, durante le olimpiadi giovanili che si disputano a Singapore. Durante la partita che le iraniane stavano disputando per il terzo posto contro le giocatrici turche, Fatemeh Shirafkannejad è rimasta a capo scoperto e si è subito disperata, non certo per l’azione fallita. Anche le compagne di squadra non hanno nascosto la disperazione perché per una donna musulmana rimanere a capo scoperto, anche indipendentemente dalla loro volontà, costituisce un vero e proprio delitto, sanzionabile proprio come una qualsiasi trasgressione alla legge coranica.

Per il momento non si sa cosa aspetti la povera Fatemeth al ritorno in patria. Ma a giudicare dall’apprensione di tutte le compagne, subito accorse in suo aiuto per farle infilare nuovamente la cuffia, non s’intuisce nulla di buono.
La cosa curiosa, se vogliamo dir così, è che la squadra avversaria, la Turchia, è anch’essa composta da giocatrici seguaci di Allah, ma abbigliate all’occidentale: pantaloncini corti, maglietta a maniche corte e soprattutto il capo scoperto.
La federazione iraniana avrebbe, addirittura, voluto che le ragazze scendessero in campo con l’hijab, il tradizionale velo islamico. Ma di fronte al rifiuto della Fifa, si è arrivati al compromesso che ha costretto le giocatrici iraniane ad indossare una specie di cuffia che, però, si è rivelata poco pratica nei tiri di testa.

Di fronte a questa notizia non so se dire “povera Fatemeth” oppure indignarmi perché nel XXI secolo delle giovani donne con la passione del calcio debbano indossare il velo anche in campo. D’altra parte, sono consenzienti e quindi si godono la passione per uno sport che, tra l’altro, è assai poco femminile, pur con la cuffia in tesa. Ma almeno non si gridi allo scandalo, temendo chissà quale punizione terribile, per una cuffia ribelle.
Mi sarei aspettata di tutto ma non che l’integralismo approdi su un campo di calcio.

[fonte: Leggo.it; foto Reuters/Prakash tratta da Il Corriere]

ARCHEOLOGIA: SULLE TRACCE DI OMERO, RITROVATA LA REGGIA DI ULISSE


Il primo fu Heinrich Schliemann (1822-1890), ricco mercante tedesco con la passione di Omero. Egli, appassionatosi ai poemi omerici fin da piccolo, non ebbe mai alcun dubbio che la guerra di Troia e le vicende narrate nei poemi dell’Iliade e dell’Odissea fossero vere. Ma, nonostante coltivasse fin dall’adolescenza il sogno di diventare un archeologo, le vicende della sua vita avventurosa lo fecero rimanere a lungo lontano dalla ricerca dei luoghi cantati da Omero nei celebri versi.
Arricchitosi, grazie anche al matrimonio con Caterina Petrovna Lvschinla, figlia di un facoltoso avvocato russo, e alla sua capacità imprenditoriale, Schliemann poté finalmente dedicarsi alla sua passione organizzando numerose spedizioni nelle terre degli antichi eroi e riuscendo a trovare il sito in cui era sorta la gloriosa Troia dalle mura ciclopiche e il favoloso tesoro del re Priamo, padre di eroi come Ettore, costituito da ben novemila gioielli. Fidandosi ciecamente delle parole di Omero, conoscendo a memoria i suoi innumerevoli versi, Schliemann aveva sfidato lo scetticismo di chi non credeva che le storie di Omero avessero un fondo di verità.

A distanza di più di un secolo dalle importanti scoperte di Schliemann, le parole del cantore Omero hanno nuovamente ispirato gli studiosi di archeologia, portandoli sulle tracce del re d’Itaca, Ulisse. Costui, come si sa, era nemico giurato dei Troiani e si rivelò il solutore della guerra decennale: fu, infatti, lo spietato artefice della fine di Troia grazie all’ingegnoso progetto del gigantesco cavallo che aveva tratto in inganno il popolo di Priamo, eccezion fatta per Cassandra, una delle figlie, la più bella ma alla quale la sorte aveva riservato la condanna a non essere mai creduta, pur dicendo la verità.
La perseveranza alla fine premia: esattamente com’era successo per l’archeologo tedesco, il professor Athanasios Papadopoulos, dell’università di Ioannina, che da ben sedici anni dirige i lavori di scavo ad Itaca, seguendo le tracce della reggia descritta da Omero, ha ritrovato ad Exogi, una località nel nord dell’isola, un edificio costituito da tre livelli, riconducibile alla reggia dello sposo di Penelope, tenuto per venti lunghi anni lontano da casa dall’ira di Poseidone, padre del ciclope Polifemo che il divino Odisseo aveva accecato.

Almeno tre indizi portano gli studiosi dell’equipe del professor Papadopoulos a ritenere che il sito scoperto sia proprio quello del maestoso palazzo di Ulisse: la forma, riconducibile ad altri palazzi micenei, con scale scavate nella roccia; i frammenti di ceramiche della stessa epoca (le prime notizie parlano di porcellane, ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione, visto che la porcellana è di molto posteriore); una fontana, che gli archeologi hanno potuto datare al XIII secolo avanti Cristo, cioè l’epoca in cui sarebbe vissuto l’eroe omerico.

Alla scoperta di Papadoupulos si stanno interessando anche gli archeologi italiani. Secondo Andrea Carandini, che da anni scava il Palatino a Roma quel che conta è il ritrovamento di un edificio di epoca micenea e la datazione della fontana può aiutare a definire il contesto. Se poi lo si pospone nel mito dell’Odissea è facile farlo diventare il palazzo di Ulisse. Più propenso a ritenere corretta l’identificazione del sito con quello della reggia di Ulisse è lo lo storico Luciano Canfora che osserva: Noi abbiamo un’idea riduttiva dell’epos di Omero, come mero ricettacolo di racconti leggendari. Ma la storicità della vicenda, dall’assedio di Troia alla figura di Agamennone, la spedizione dei principi greci e i loro tormentatissimi ritorni, non sono discutibili. L’archeologia cerca qualcosa che forse c’è stato, pur tra colpi di fortuna ed equivoci. Non è come cercare la Sindone. E Omero non è un poeta. Lui ci offre un racconto storico scritto in esametri, perché quella era l’unica forma di comunicazione.

C’è anche chi mette in discussione che l’isola ionica che oggi viene chiamata Itaca sia realmente la patria di Odisseo. Per Robert Bittlestone, imprenditore inglese amante dell’antichità, la vera Itaca col passare dei millenni si sarebbe trasformata nella penisola di Paliki sulla costa nordoccidentale della vicina Cefalonia e per dimostrarlo aveva profuso molte energie e sofisticate fotografie satellitari.
Ma in fondo quel che importa è che la storia ci parli ancora, da tempi così lontani e tanto diversi dai nostri. E che Omero, con i suoi versi, sia ancora una guida sicura per gli archeologi che non credono affatto che abbia raccontato solo favole.

[fonte: Il Corriere; nell’immagine: “Ulisse uccide i Proci”, opera di Ugo Attardi, da questo sito]