11 luglio 2010

SCUOLA: ULTRACINQUANTENNI IN CATTEDRA E I GIOVANI A CASA

Posted in adolescenti, politica, scuola tagged , , , , , a 6:36 pm di marisamoles

I docenti italiani invecchiano in classe. Nel 1998 l’età media degli insegnanti era di 45 anni, ora si superano i cinquanta. Non va meglio per i Dirigenti Scolastici (ex presidi): quelli con meno di 40 anni d’età sono una specie estinta e hanno in media 58 anni. Troppi.

Insomma, i giovani stanno a casa, perlopiù perché precari rimasti senza lavoro. Questa è la verità. E mentre un tempo almeno le maestre elementari potevano, teoricamente, salire in cattedra a 18 anni, ora che la loro formazione si è giustamente allungata con l’obbligo di frequentare il corso triennale universitario, attualmente i docenti che non hanno spento ancora le trenta candeline sono praticamente scomparsi.
E che dire dei precari, ormai sempre meno occupati e molto più preoccupati? Anche loro hanno i capelli grigi: hanno in media 39 anni, otto su 100 ne hanno più di 50 e qualcuno ha oltrepassato i 60. Mediamente impiegano 13 anni per ottenere il ruolo.

Prendendo in considerazione altre realtà europee ed extraeuropee, la situazione è completamente diversa: in Francia, gli under 40 rappresentano il 43 % e negli Stati Uniti siamo al 42%; in Giappone i docenti che con meno di quarant’anni costituiscono il 40 %. Perché, dunque, qui in Italia i docenti sono così “vecchi”?

Una delle possibili cause è da attribuire ai concorsi banditi senza alcuna regolarità dagli anni Ottanta in poi. Ciò ha determinato, di conseguenza, l’entrata in ruolo di molti docenti già “in età” che superavano, nella graduatoria per titoli, i giovani neolaureati. A quest’ultimi è stata data comunque la possibilità di affacciarsi alle aule scolastiche con i contratti a tempo determinato. Nell’ultimo anno, però, la situazione è cambiata a causa del famoso articolo 64 della Legge 133 che prevede i famigerati e discussi “tagli” al personale scolastico, nel rispetto dei risparmi preventivati.

Insomma, sulla scuola italiana si deve risparmiare e per fare ciò non è previsto il turn-over, la possibilità, cioè, di rimpiazzare i docenti che vanno in pensione con le cosiddette nuove leve. Quindi, non solo in cattedra siedono docenti sempre più anziani, ma anche le aule sono più affollate: da quest’anno, infatti, il numero minimo degli allievi per classe aumenta. Per la secondaria di II grado, ad esempio, è di 27 allievi, almeno per le classi prime.

Per una volta sono d’accordo con la senatrice Mariangela Bastico del Pd che commenta con queste parole l’età media decisamente elevata degli insegnanti italiani: «la cosa che aggraverà la situazione è l’elevamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne, che nella scuola rappresentano la maggioranza».
Già, proprio così: le quote rosa nella scuola sono decisamente alte e, quindi, l’elevamento dell’età pensionabile delle donne rischia di aumentare ancor più l’età media dei docenti italiani. Tuttavia, in questo caso, la colpa non è proprio tutta del governo: come ha spesso sottolineato Berlusconi – in un primo tempo riluttante ad assecondare la richiesta della UE- è l’Europa che ce lo chiede. Anzi, ce l’ha ri-chiesto recentemente, bocciando la proposta del governo di procedere all’adeguamento per gradi, concludendo l’intero processo nel 2018. Nossignori, l’Europa ci impone l’adeguamento fin da subito, pare.

Una cosa, però, non ho capito: se la UE c’impone di mandare in pensione le donne –solo le statali, però!- alla stessa età degli uomini, per non discriminarle, perché mai il governo italiano non ha proposto di mandate in pensione gli uomini a 60 anni?

[fonte: La repubblica; foto da questo sito]

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3 commenti »

  1. […] seguito di questo articolo: SCUOLA: ULTRACINQUANTENNI IN CATTEDRA E I GIOVANI A CASA « Marisa … Articoli correlati: Partito Democratico a Sarego: COME TU […]

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  2. frz40 said,

    Quello del mancato ricambio generazionale, purtroppo, è un problema assai diffuso anche nel mondo industriale.

    Quando ci sono periodi di crisi scatta il blocco delle assunzioni.

    E in crisi ci siamo ormai da molti anni.

    A questo si aggiunge che non ci sono soldi per le pensioni e che l’età pensionabile è stata, forzatamente, sempre più innalzata.

    E’ triste, ma ai nostri giovani abbiamo saputo lasciare ben poco (parlo per quelli della mia generazione).

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  3. marisamoles said,

    Non per dare per forza ragione alla Gelmini, ma la gestione dei concorsi e delle immissioni in ruolo è stata gestita assai male nel passato. Per fare un esempio: nel 1986 al concorso ordinario , indetto nella mia regione, per insegnare Italiano e Latino nei licei e alle magistrali, su 400 partecipanti sono passati all’orale solo in 7 (da ciò si evince che gli altri 393 erano degli emeriti ignoranti, cosa non affatto vera!), ma di posti ce n’erano almeno un centinaio. Così è nato un esercito di precari che ha dovuto attendere quindici anni per ottenere il ruolo … ma nel frattempo sono invecchiati anche loro! Ed è per questo che l’età media dei neoimmessi in ruolo si avvicina ai quarant’anni.

    Per quanto riguarda l’età pensionabile, ricordo che nel 1990 una mia collega era andata in pensione a 42 anni. Forse troppo pochi, ma in ogni caso più si va avanti con gli anni, maggiore è lo stress che comporta il nostro lavoro, specie se si tratta di insegnare nella scuola primaria. Inoltre, si allarga sempre più il divario dell’età e ci sentiamo sempre più lontani dai nostri ragazzi e dal loro mondo. Forse un po’ meno quelli che diventano genitori tardi e questa è, purtroppo, la tendenza. Buon per loro, comunque.

    Detto ciò, in futuro i nostri ragazzi avranno di fronte docenti sempre più vecchi e anche un po’ rinco! 😦

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