ADDIO AL MAESTRO LELIO LUTTAZZI: LE ACQUE DELLA SUA TRIESTE ACCOGLIERANNO LE SUE CENERI


Era tornato a vivere a Trieste due anni fa, dopo 54 anni di “esilio”, sicuro di trovarvi non solo la calorosa accoglienza della sua gente ma anche l’eterno riposo. Così, infatti, allora aveva commentato il suo ritorno: «Sono a Trieste da due giorni, per il resto della mia vita» (articolo de Il Piccolo del 14 novembre 2008. LINK).
Aveva spiegato che molte volte l’aveva sfiorato l’idea di tornare a vivere nella sua città e, guardando il golfo dall’incantevole Piazza dell’Unità d’Italia, aveva espresso il desiderio di trovar casa proprio là. Fu così che gli arrivò, nel 2008 appunto, «l’offerta d’affitto di un appartamento a Palazzo Pitteri: sei finestre su Piazza Unità. Di fronte a un’offerta di questo tipo, io e mia moglie abbiamo perso la testa».

Mai, nei 54 anni passati lontano dalla città natia, aveva dimenticato la parlata tanto cara ai triestini: «Sentirmi intorno il dialetto triestino, che se vogliamo è ibrido e “grosso”, con questa “L” piena che ricorda tanto un bicchiere di terrano, ma alle mie orecchie suona come una bella musica. Mi propongo di fare indigestione di dialetto, non lo parlo da mezzo secolo a parte in rare occasioni, ad esempio quando ho incontrato Missoni. Avevo una voglia pazza di parlarlo di nuovo».
E per due anni Luttazzi ha potuto esprimersi liberamente nel suo dialetto, perché a Trieste, io lo so bene, è quasi impossibile non parlarlo. Perché i triestini, anche a costo di apparire ignoranti e irrispettosi nei confronti dell’Italiano, parlano in dialetto con tutti, anche nelle interviste televisive, anche quando uno straniero chiede loro delle informazioni su una via. Sono fatti così, amano il loro idioma e non vi rinunciano mai.

Lelio, noto al grande pubblico in veste di musicista con la passione dello swing, aveva anche composto e cantato tantissime canzoni in dialetto. Una di queste, El can de Trieste, era la mia preferita. Tuttavia da ragazzina avevo apprezzato Luttazzi come conduttore della nota trasmissione radiofonica “Hit Parade”, antesignana delle classifiche televisive come la Superclassifica show, quando ancora MTV era lontanissima dal nostro immaginario. Nell’intervista al Piccolo di due anni fa, Luttazzi aveva confessato che la madre, maestra elementare, voleva che si esprimesse solo in italiano; lui, però, amava troppo il suo triestino, tanto che prima di andare in onda in diretta alla radio, dovevano segnargli gli accenti acuti e gravi nei testi da leggere.

Accanto alla composizione, amava anche suonare il pianoforte, studiato per pochi anni, grazie anche all’insegnamento di don Crisman, il parroco di Prosecco, e coltivato da “dilettante” per tutta la vita. All’intervistatore che gli chiedeva se lo suonasse ancora, Lelio rispose: «Raramente, magari quando c’è una cena con amici e me lo chiedono. Allora strimpello per un’oretta, sempre swing. Anche se suonassi ancora per esibirmi lo farei sempre a modo mio, sullo stile dell’epoca d’oro americana degli anni ’50, con quelle armonie così diverse dal pop».

Dopo due anni passati nella sua città, osservando la vivace animazione di Piazza Unità d’Italia dalle finestre di palazzo Pitteri, i suoi occhi si sono chiusi per sempre. Non potrà più ammirare lo splendido spettacolo del golfo di Trieste al tramonto, la candida sagoma del castello di Miramare, l’inconfondibile figura triangolare del santuario di Montegrisa che svetta sull’altopiano, tanto da essere soprannominato affettuosamente il “formaggino”, o la luce abbagliante del faro della Vittoria con la sua incessante intermittenza. Le mani di Luttazzi non scorreranno più agili sui tasti del pianoforte, la sua voce non intonerà più le canzoni triestine tanto amate, quelle canzoni che per lungo tempo hanno mantenuto stretto il suo legame con la città natale e che hanno ricordato a tutti il suo amore per Trieste.

I suoi concittadini potranno salutare Lelio per l’ultima volta oggi, nella camera ardente allestita presso il palazzo comunale: ancora una volta nell’amata piazza Unità. L’ultima volontà è stata quella di riposare per l’eternità nell’abbraccio forte e sicuro del suo mare: le ceneri saranno sparse, infatti, nel golfo di Trieste.
Proprio come recita il ritornello di una nota canzone triestina, Santi ricordi, (parole di L.G. Crociato, Musica di E. Leban – 1898):

Sì, sì, Trieste, mi te amo sempre,
amo i tui fiori, li go sul cuor;
qua go la cuna, qua go la tomba,
viva Trieste, tera d’amor!

chi nasce a Trieste, vi ha la culla ma vuole anche trovarvi la tomba, perché questa è una terra d’amore, impossibile da dimenticare.

[foto da Il Piccolo]

FIRHALL: NIENTE BIMBI, SIAM SCOZZESI

La notizia mi ha lasciata a bocca aperta: a Firhall, un paesino delle Highlands scozzesi, sono stati banditi i bambini e gli adolescenti al di sotto dei 16 anni. Un paese di adulti, insomma, per non dire di vecchi, perché senza giovani coppie (sono ammessi, infatti, gli ultra quarantacinquenni con figli che abbiano superato i sedici anni.), il destino è questo. Un paese in cui gli abitanti si definiscono persone tranquille che amano la lettura e la meditazione, e non sopportano bambini urlanti nei parchi e nelle piazze, tantomeno i vagiti dei neonati.

Il regolamento del paese lo definisce child-free, neanche fosse un vanto tipo drug-free. E chi non ci sta, se ne deve andare. Stesso destino immagino debbano seguire anche i sedicenni delle coppie over45 se mai decideranno di sposarsi e di mettere su famiglia.
Non credo, tuttavia, che per i giovani andarsene via da Firhall possa essere considerato un sacrificio: un paese in cui il massimo della mondanità consiste nel ballo liscio (immagino con un’orchestra che suoni con un volume non troppo alto!) e nel gioco delle bocce, come potrebbe essere allettante per dei giovani, anche nel caso in cui non abbiano intenzione di mettere al mondo dei figli?
C’è da dire, però, che gli abitanti del paesino scozzese concedono ai più giovani di essere ospitati per alcuni periodi che non superino le tre settimane consecutive e i tre mesi complessivi all’anno. Insomma, i nonni possono godersi i nipotini almeno per un po’ di tempo e senza trasferirsi forzatamente dai figli.

Ma i divieti a Firhall sono anche altri: è vietato far starnazzare oche in giardino, far razzolare conigli e non si possono allevare le api. Posso supporre che il ronzio diventerebbe insopportabile per una vita così tranquilla e impedirebbe la lettura e la meditazione. Unici animali ammessi: i cani. E se abbaiano che succede? Forse gli tirano dietro i libri.
Vigono anche altre severe restrizioni: non è possibile ospitare più di tre adulti per casa e non è consentito stendere i panni all’aperto. Mi chiedo: i panni fanno rumore? Credo di no, a meno che il paese in questione sia particolarmente ventoso. Ne concludo che questi qui abbiano non solo le orecchie sensibili ma anche gli occhi. Il bello è che, dalle interviste che ho potuto leggere in vari siti, gli abitanti di Firhall sono felici di vivere così. E pare che le case lì abbiano dei prezzi convenienti: sarà forse l’unica ragione per cui sottostanno ad un regolamento così rigido. E dire che ho sempre pensato che gli scozzesi fossero parsimoniosi solo nelle barzellette!

[fonte: Il Giornale]