MAMMA E FIGLIA

Mia mamma ha trent’anni più di me. Il che non dice molto a chi non conosce la mia età. In casa mia sull’età delle donne c’è sempre stato una sorta di tabù: mia nonna, scomparsa alla bella età di 87 anni, non la rivelava mai a nessuno; mia mamma ogni tanto si sbilancia con pochi intimi, ma sopravvive in lei l’atavica reticenza a rivelare l’età. Da parte mia, seguo le orme delle “mie” donne ma tendo a sbilanciarmi un po’ di più di quanto non faccia mia mamma.
Solo al medico non si possono nascondere i dati anagrafici: sarà per questo che, come mia nonna e mia mamma, mi rende felice lo sguardo sorpreso del dottore di fronte alla mia data di nascita.

Nella mia famiglia, oltre all’età c’è sempre stato qualcos’altro su cui doveva calare inesorabile il velo della privacy: le malattie. Mia nonna, la cui salute, nonostante la lunga vita, è sempre stata cagionevole, ogni volta che veniva ricoverata in ospedale per il resto del mondo, cioè quelli che non facevano parte della ristretta cerchia familiare, era in “villeggiatura”. E già., allora si diceva così: dire “ferie” sembrava troppo legato al lavoro, cosa del tutto sconosciuta a mia nonna che non ha mai lavorato in vita sua; la parola “vacanza” appariva quasi sgradevole, come qualcosa di vago, troppo generico. “Villeggiatura”, invece, andava benissimo.

A casa mia, almeno finché è vissuta mia nonna, vigeva il matriarcato: la mater familias era mia nonna, mia mamma era il suo braccio destro. Mio papà e mio fratello si sono dovuti adattare, il primo in particolar modo, visto che la suocera se l’è trovata installata in casa già al ritorno dal viaggio di nozze. Quanto a mio fratello, il sottostare alle intransigenti regole del matriarcato l’ha sempre lasciato indifferente, almeno credo. C’è da dire, però, che se n’è andato da casa molto presto, quindi il suo sacrificio è stato di breve durata. Breve ma intenso: ricordo ancora le notti in cui mia madre, che rimaneva ben desta fino a quando mio fratello non rientrava, svegliava mio padre, che invece non aveva alcuna difficoltà a prender sonno, obbligandolo a telefonare a casa della futura nuora per sollecitare il rientro del figlio, decisamente necessario per poter dormire in pace almeno altre quattro ore.

Anch’io, come mio fratello, non ho atteso molto per andarmene. Ma sono stata più intelligente: ho messo tra me e mia mamma 60 chilometri. Ai tempi credevo fosse la cosa migliore per andare d’accordo, ma mi sbagliavo. Fra me e mia mamma c’è sempre stata una sorta di incompatibilità di carattere, specie nel periodo dell’adolescenza. Non so se Edipo c’entrasse qualcosa, ma preferivo la rassegnazione di mio padre alla caparbietà di mia madre. Io ero esattamente come lei, ma non me ne rendevo affatto conto: testarda, poco incline ad accettare le critiche o i consigli, ribelle nell’animo e ferocemente schietta all’esterno. In altre parole: facevo esattamente quello che volevo anche se fingevo di assecondare i desideri degli altri. La trasgressione, però, era all’ordine del giorno: una trasgressione non molto palese, quasi mascherata da complicità. Giravo la frittata a mio piacimento fino ad indurre i miei a credere che avrei comunque fatto la cosa giusta, anche quando quella cosa non era esattamente quella che avevano in mente loro. Ma su una cosa non transigevo: la fiducia. Loro dovevano fidarsi di me e basta. D’altra parte, quella fiducia ero convinta di meritarla come una sorta di premio per la mia bravura: i successi scolastici riempivano i miei di soddisfazione e io li usavo come un’arma, di difesa o di attacco, a seconda dei casi. Quando l’incompatibilità superava un certo limite, minacciavo di abbandonare gli studi, quando ritenevo di poter vincere la battaglia, allora facevo subito notare quanto il mio impegno nello studio fosse per loro motivo di felicità e per me una condizione indiscutibile per ottenere qualcosa in cambio.

Insomma, quando mi sono sposata quei sessanta chilometri allora mi apparivano come l’unità di misura della libertà e dell’autonomia. Non credevo, però, che mia mamma avrebbe continuato a contrastarmi anche telefonicamente. Le cose sono cambiate quando sono diventata mamma: in quel momento io e mia madre stavamo finalmente sullo stesso piano.
Di una cosa, però, ero convinta: non sarei mai stata una mamma come la mia. Non avrei mai ascoltato di nascosto le conversazioni telefoniche dei miei figli, non avrei mai letto le loro lettere o i diari, non avrei mai criticato i loro amici né le loro “fidanzate”; sarei stata loro complice, un po’ mamma-amica, una che non parla al vento semplicemente perché ha qualcosa di saggio da dire, una che offre la sua esperienza, anche quella di figlia, per guadagnarsi la stima e la fiducia dei suoi pargoli.
Niente di più sbagliato: tutto quello che credevo non avrei mai fatto, l’ho fatto (anche se ora non ci sono lettere ma e-mail e non si telefona ma si spediscono sms) o almeno ho tentato. Le nuove tecnologie, in questo caso, complicano notevolmente la vita delle mamme: i cellulari dei figli hanno sempre una tecnologia più avanzata di quella dei telefonini dei genitori e le password sono molto più difficili da scoprire rispetto al nascondiglio dei vecchi diari.

Quando sono diventata madre, dicevo, ho gradualmente cambiato idea su mia mamma. Nel periodo dell’infanzia dei miei figli mia madre era una fonte inesauribile di consigli, anche se una buona parte di essi apparivano decisamente superati. Ma una parola di conforto da mamma a mamma ha sempre un indiscutibile valore.
Quando ho dovuto fare i conti con due figli adolescenti, però, mi sono più volte detestata per aver pensato –non l’ho mai detto ad alta voce, però- quello che da ragazzina non capivo: la mamma ha sempre ragione. Mi sono detestata, è vero, ma da quell’esperienza ho concluso che in una mamma c’è sempre un sesto senso, quello che istintivamente fa protendere verso il bene dei figli. Anche quando si sbaglia, insito in una madre c’è quel sesto senso che a volte non si ascolta e si fa male. Ma, d’altra parte, nessun essere umano è perfetto e neanche le mamme lo sono. I figli, poi, sono la quintessenza dell’errore: non c’è quasi mai nulla di giusto in loro. L’ho scoperto e ho fatto esattamente lo stesso pensiero di ogni genitore, di ogni mamma e ogni papà. Il difficile è ammetterlo. Anche quando alcuni genitori sbandierano ai quattro venti di avere dei figli perfetti, sanno di mentire. Forse vogliono solo convincere gli altri per convincere sé stessi. In altre parole, si chiama “legge della sopravvivenza”.

Avrei ancora molte altre cose da dire su mia madre ma è giunto il momento di arrivare al perché di questo mio post che rompe un lungo silenzio. Per un periodo ho voluto azzerare la distanza tra me e mia madre e ho convissuto con lei per quasi due settimane al mare. Apparentemente è stata una “vacanza”, o come direbbe mia nonna la “villeggiatura”, ma il significato di questo breve periodo è molto più profondo.
Io mi sono riscoperta “figlia” , ma una figlia del tutto diversa da quella che sono stata finché vivevo in casa dei miei genitori. Fino a qualche giorno fa credevo che il mio essere figlia non potesse diversificarsi da quello che ero stata e che il suo essere mamma non potesse discostarsi dal ruolo che aveva rivestito per quasi metà dei miei anni. Non ce lo siamo dette, ma credo che entrambe l’abbiamo pensato: lo stupore di apparire diverse da quello che eravamo state ha abbattuto quel muro che ci ha divise per anni. Una di fronte all’altra, senza ruoli da rispettare, senza maschere da indossare, senza arbitri pronti a giudicarci, abbiamo messo a nudo quelle affinità che avevamo nascosto dietro la corazza per difenderci da noi stesse.

Io e mia mamma, “nemiche” per anni, abbiamo gettato le armi e, finalmente, abbiamo vinto la battaglia che ci collocava su opposti fronti. Abbiamo convissuto facendo convergere ogni intento senza alcuno sforzo, senza paura di mettere a nudo le nostre debolezze, senza nascondere l’obiettivo cui abbiano inutilmente teso per tutti questi anni: amarci e dimostrarlo vicendevolmente.
Ci siamo scoperte d’accordo su tutto: gli orari, il cibo, i programmi Tv, il caffè del mattino … Abbiamo scoperto che i nostri uomini ci fanno mangiare troppo mentre noi ci accontentiamo di poco: frutta, verdura cotta o cruda, poca carne, un po’ di pesce, qualche affettato rigorosamente magro. La nostra “parca mensa” rispondeva perfettamente alle esigenze di entrambe: lei mangia poco a causa dei problemi allo stomaco, io per via della bilancia con cui lotto fin dalla prima infanzia. Io andavo in spiaggia da sola al mattino, la raggiungevo in centro per un caffè alle 11 e 30 e nel pomeriggio lei si univa a me sotto l’ombrellone un po’ più tardi, per evitare l’eritema solare sempre in agguato. Esattamente quello che faceva mia nonna durante il mese d’estate che trascorrevamo al mare, come se tutto rientrasse in un disegno prestabilito, un’usanza da tramandare alle generazioni future. Peccato che io non abbia figlie femmine: l’usanza non potrà perpetuarsi.
La sera riuscivamo a vedere l’intera puntata di “Reazione a catena” (il quiz presentato da Pino Insegno), senza che nessuno ci facesse notare, con ben poca discrezione, che era quasi l’ora di cena e la tavola non era ancora apparacchiata. Preparatissime nelle risposte ai quesiti, abbiamo immaginato di partecipare anche noi, peccato che il “terzo” non l’abbiamo trovato. Non abbiamo mai impiegato più di mezzora per cenare, mentre a casa, chissà perché, i pranzi e le cene durano sempre troppo a lungo. Tempo sprecato per noi due che mangiamo così poco. E dopo aver cenato, non abbiamo dovuto ingaggiare una lotta senza speranza per vedere quello che piaceva ad ognuna: anche sui programmi Tv siamo state sempre d’accordo. Così come siamo state concordi nel rinunciare alla passeggiata serale: troppo caos in giro, poco da vedere, eccessiva stanchezza o forse solo un po’ di pigrizia. Ma la vacanza che abbiamo scelto è stata consapevolmente rilassante e conciliante una profonda riflessione sulla nostra vita, quella trascorsa e quella che verrà.
Al mattino non le ho quasi mai fatto mancare il caffè a letto, un’abitudine che le ha regalato mio padre, sempre molto sollecito nei suoi confronti. Non le ho quasi mai fatto lavare le stoviglie o imposto le pulizie: il “quasi” dipende dal fatto che ogni tanto le ho lasciato credere di poter fare quello che voleva. Anche questo rientra in una sorta di disegno atavico cui non possiamo sottrarci.

Da quasi venticinque anni sono una moglie, da più di ventidue sono una mamma; non ricordavo il valore di essere una figlia, o forse non l’ho mai davvero apprezzato. Riscoprirlo, per una donna della mia età, è stato come uscire da un tunnel e vedere la luce. Essere solo una figlia, anche se per un breve periodo, mi ha fatto riscoprire il piacere di essere bambina. Un piacere forse mai assaporato fino in fondo. Sarà per questo che ora, per concludere questo mio post, non trovo altre parole per descrivere mia madre: la mia mamma è la più bella del mondo.

[nell’immagine: “Madre e figlia”, dipinto di Andy Warhol]